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La fotografia tra ieri ed oggi

La fotografia, il mezzo per eccellenza per acquisire scatti di memorie o frammenti di realtà, è da sempre strumento predisposto a focalizzare l’attenzione su piccoli dettagli della vita. Ma non solo, l’arte della fotografia, negli anni, si è fatta portavoce dell’istantaneità e dell’immediatezza. Con l’avvento del XXI secolo persino la fotografia ha perso la sua unicità a favore di una semplicità del fare, permettendo a chiunque di immortalare attimi o addirittura manipolarli, modificarli e distribuirli attraverso le reti sociali. Che cosa distingue dunque la fotografia quotidiana, cui tutti possiamo far accesso, dalla fotografia d’arte? Che cosa è cambiato e cosa oggi determina la differenza tra una persona e un fotografo? Bisogna fare qualche passo indietro, al dopoguerra, quando le prime avanguardie, di recente nascita, avevano scardinato qualsiasi idea tradizionale di opera d’arte a favore di un totale cambiamento di rotta che avrebbe condotto alla perdita di ogni figuratività e fiducia. Allo stesso modo la fotografia aveva subito un repentino cambiamento, focalizzandosi nel racconto di reportage, foto documentarie della situazione sociale in cui versavano le popolazioni dopo i disastri della guerra.

Ben presto però questo interesse riservato al mezzo fotografico ha portato ad una innovazione dello stesso, permettendo alla fotografia di raggiungere e sperimentare nuove forme visive. Negli anni Settanta inizia a svilupparsi una tendenza che vede la catalogazione e l’archiviazione come punti cardine di una produzione fotografica fitta e progressiva. In particolare, nasce la necessità di una conservazione ossessiva di massa della memoria storica, scientifica, sociale. Basti citare Atlas (1962–2013) di Gerhard Richter, un immenso volume fotografico, un work in progess dagli anni Sessanta fino a oggi, o la produzione di ritratti fotografici che raccolgono e catturano esperienze umane, drammatiche del dopoguerra con Christian Boltanski. Meno drammatiche, ma più metafisiche le opere dell’atlante di Luigi Ghirri, Viaggio in Italia (1984), in cui si approfondisce un linguaggio fotografico sperimentale applicato a una poetica fatta di paesaggi sospesi e solitari.

A queste visioni si accompagnano nuovi modi di coinvolgere la macchina fotografia, che diventa il mezzo per eccellenza tramite cui creare visioni immaginarie e irreali in cui l’artista assume molteplici forme, ponendosi in relazione con il mezzo. Cindy Sherman, crea immagini irreali assumendo molteplici identità illusorie in Untitled film stills (1977–80), dando il via all’idea dell’immagine manipolata, fatta di citazione e metafore che anticipa e accompagna un’attitudine comune che attanaglia gli anni Novanta fino ad oggi, secondo cui la menzogna fotografica o l’attenzione agli avvenimenti internazionali creano racconti e narrazioni caratterizzate da una precisione totalizzante. Oliviero Toscani, invece, scatta immagini con intento disturbante, creando visioni scioccanti e legate al mondo della pubblicità; Toscani impagina, giustappone, inverte a favore di una spettacolarizzazione politica e sociale dell’attualità.

La fotografia nell’era digitale si contraddistingue per la facilità di rappresentazione ed è dettata dall’iper-dettaglio, un’estremizzazione dell’immagine senza uso di zoom, ma che mantiene la stessa capacità di centrare lo sguardo dell’osservatore su un dettaglio all’altro come avviene nelle opere di Candida Höfer con le sue riproduzioni di spazi sociali deputati a contenitori di memorie e circondati da un incredibile e appassionante silenzio. O Andreas Gursky, che predilige formati molto grandi scardinando e creando degli imponenti zoom sulle masse globalizzate. La manipolazione dell’atto fotografico e l’effetto illusorio o disturbante, definisce una nuova idea d’immagine digitale. Thomas Demand ha fatto della manipolazione uno dei processi prediletti per collocare sulla scena realtà dettagliate che mettono in crisi l’idea del mezzo fotografico come strumento di documentazione.

Oggi la fotografia si è spinta molto avanti, utilizzando tecniche nuove e sempre più precise, garantendo l’immediatezza di visione e una qualità formale eccellente. Il digitale ha favorito un avanzamento tecnologico che ha permesso agli artisti di sperimentare e trovare modi nuovi di vedere o immaginare realtà e sogni, compromettendo però la nobiltà del mezzo, riservato a una élite di amatori e professionisti portando chiunque a definirsi fotografi.

 

Sguardi sul mondo attuale |#2 AMERICAS

Una nuova ondata di contemporaneo invade l’Exma a Cagliari.

Il Consorzio Camù, con il contributo della Fondazione di Sardegna/ARS Arte condivisa in Sardegna, il patrocinio del Comune di Cagliari e in collaborazione con il CTM, ilLiceo Artistico “Foiso Fois” e Media partner Radio X, presenta AMERICAS.

Seconda parte del progetto espositivo SGUARDI SUL MONDO ATTUALE, a cura di Simona Campus, e grazie alla collezione privata di Antonio Manca, è un evento che prende avvio nel 2016 con la mostra Eastern eyes, dedicato alla grande arte contemporanea internazionale.

Ora, nel 2017, questo affascinante viaggio immerso nel contemporaneo e verso nuove scoperte prosegue con AMERICAS, volge ad occidente abbracciando la grande terra americana: dal Canada al Messico e a Cuba, passando per gli Stati Uniti.

In questa rocambolesca epoca in cui la politica impone nuovi muri e separazioni, AMERICAS è un’esposizione importante, impegnata, partecipe del nostro presente: riafferma il valore delle differenze e la forza del dialogo.

In mostra a Cagliari vere e proprie icone della mondo contemporaneo: Marina Abramovic, Maria Magdalena Campos-Pons, Ofri Cnaani, Gregory Crewdson, Ale de la Puente, Janieta Eyre, Carlos Garaicoa, Nan Goldin, Robert Gutierrez, David LaChapelle, Sol LeWitt, Jason Middlebrook, Catherine Opie, Bill Owens, Susan Paulsen, Sebastian Piras, Jimmy Raskin, Andres Serrano, Cindy Sherman, Sandy Skoglund, Pat Steir.

L’allestimento, progettato e realizzato da Salvatore Campus è pensato come un momento di grande attività e partecipazione grazie alla presenza degli studenti del Liceo Artistico “Foiso Fois”, che entrano in contatto e si confrontano con le professionalità, le competenze e le metodologie necessarie alla realizzazione di un evento culturale complesso.

da venerdì 26 maggio 2017 a domenica 25 giugno 2017

inaugurazione:  venerdì 26 maggio, ore 18.30 – dj set a cura di RadioX a partire dalle 19.30

DOVE

Sala delle Volte

ORARI DI APERTURA

dal martedì alla domenica dalle ore 9.00 alle ore 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00. Chiuso il lunedì.

INGRESSO

Intero: euro 3,00

Ridotto: euro 2,00 (over 65, under 26, gruppi di almeno 10 persone)

Scuole: scolaresche euro 2,00 con visita guidata compresa

Gratuito: bambini sotto i 6 anni, portatori di handicap con un accompagnatore, giornalisti.

Visite guidate e visite speciali solo su prenotazione.

CONTATTI

info@exmacagliari.com

3466673565 – 070666399

 

Cindy Sherman. Cosmesi dello stereotipo

Cindy Sherman è nota come fotografa, ma forse la definizione che più le si addice è quella di teatrante. Si accosta all’arte tentando con la pittura ma presto si accorge che non la soddisfa ed inizia a fotografare sé stessa, travestendosi da altro da sé.

La prima serie dei suoi lavori è quella degli Untitled Film Stills, lunga serie di scatti che sembrano altrettanti fotogrammi di una pellicola cinematografica. La Sherman posa come un’attrice, interpretando in ogni immagine un ruolo, un’identità, uno stereotipo associato al femminile, tanto spesso presente nei film d’epoca: la casalinga, la prostituta, la donna sedotta e abbandonata, i vari ruoli la rivestono e sono da lei indossati a loro volta. Negli anni della lotta femminista, queste immagini sembrano voler polemizzare contro il ruolo spesso minoritario o limitante attribuito alle donne, ma in realtà l’ironia che traspare da queste foto non è polemica né giudicante, non prende posizioni nette ma diventa semplice e lucida interpretazione.

Questa attitudine recitativa e performante trova un ulteriore sviluppo negli History Portraits, un esperimento che la vede indossare i panni e i colori di una serie di figure tratte da famosi dipinti della storia dell’arte; un’operazione di mimesi con la pittura e con quello che l’ha preceduta come artista, con effetti stranianti e speso divertenti; un’ironia malcelata, il gusto di compiacersi in una mascherata che fa il verso a un’arte forse ormai sorpassata.

Con le Sex Pictures invece l’ironia diventa incubo, il piacere diventa pornografia macabra e asfissiante. Le immagini non la vedono più protagonista, al suo posto una serie di manichini o di parti anatomiche in plastica, montate spesso in modo non lineare creando una commistione di generi sessuali e di forme. L’esito è raccapricciante e ributtante, si perde qualsiasi attrazione, rimpiazzata da una sorta di repulsione. La meccanica dei corpi incastrati toglie qualunque naturalezza all’atto fisico, che diventa qui un avvilente mercificazione, quasi un negozio di sex toys dell’incubo.

La Sherman ha il potere di appropriarsi dello stereotipo che vuole rappresentare in modo completo e convincente, dote che hanno tutte le grandi attrici quando danno vita a un ruolo. Si trucca e si traveste da concetto. Un esempio su tutti l’interpretazione della tipica quarantenne americana, ex reginetta di bellezza, ora casalinga in tuta da ginnastica occupata a spalmarsi di crema autoabbronzante mentre segue corsi di aerobica nella tv via cavo, una versione al cerone della famosa Barbie a stelle e strisce. Definirla fotografa è per questo limitante, l’artista in questo caso diventa tableu vivant del concetto stesso che la sua opera vuole rappresentare.