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Fabio Viale: Anima e Pietra

Originario di Cuneo, classe 1975, professione artista scultore. Si perché Fabio Viale è veramente uno scultore con la S maiuscola: si confronta con la pietra, la modella con martello e scalpello in una sorta di gioco-lotta continuo che lo porta a realizzare opere marmoree vive, sinuose e leggere.

Fabio Viale _ Il nostro sarà vostro _ 2015, Fabio Viale©

Fabio Viale _ Il nostro sarà vostro _ 2015, Fabio Viale©

Opere che rievocano il passato dei grandi scultori come Michelangelo ma che hanno in essere un sapore del tutto nuovo, una chiave contemporanea che risulta fruibile ai giorni nostri e che è in linea con i nuovi strumenti di comunicazione.

Non più superbi marmi dalla bianchezza aulica ma sculture classicheggianti la cui superficie viene tatuata con pigmenti che penetrano in profondità, una riproposizione dell’opera d’arte che unisce il classico all’aggressività dei simboli tatuati, codici complessi che non necessitano di spiegazioni ma raccontano vite e, allo stesso tempo, incutono freddezza e timore.

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi _ Fabio Viale©

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi _ Fabio Viale©

Madonne che sembrano realizzate in polistirolo, Pneumatici marmorei che vengono colorati e borchiati, la celeberrima Gioconda di Leonardo da Vinci resa sotto forma di scultura fatta di un materiale plastificato che viene utilizzato per proteggere le opere d’arte durante le spedizioni e gli spostamenti. Classicità lontana unita a materiali moderni.

Fabio Viale _ Kourus _ Fabio Viale ©

Fabio Viale _ Kourus _ Fabio Viale ©

Un incontro tra classico e contemporaneo, tra la vita e la morte, tra il sacro ed il profano in un insieme di opere magnetiche, che catturano l’attenzione per la sottile ironia che evocano nel guardarle.

Fino al 10 dicembre 2015 sarà possibile vedere alcune opere di Fabio Viale alla Galleria Poggiali Forconi a Firenze e poi l’artista si dedicherà al suo ultimo progetto che trae ispirazione dalla famosa icona della Mattel: una bambola di due metri di altezza che pattina.

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi 2_ Fabio Viale©

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi 2_ Fabio Viale©

Fabio Viale +O|

Galleria Poggiali e Forconi

Via della Scala 35/A – 29/Ar

50123 Firenze

www.poggialieforconi.it

www.fabioviale.blogspot.it

 

Francesco Vezzoli. Museion Bolzano

Francesco Vezzoli, tra gli artisti italiani più affermati a livello internazionale, cura, in veste di guest curator, una mostra sulla collezione del museo e presenta, come artista, la prima retrospettiva della sua produzione scultoria. A Museo Museion -questo il titolo del progetto – saranno dedicati tutti gli spazi della casa. La doppia mostra si apre con uno scenografico wall paper da un dipinto dell’artista Giovanni Paolo Pannini, che immerge il pianoterra di Museion nelle atmosfere di una galleria di quadri settecentesca. Che si tratti dei ricami sui capolavori astratti o delle più recenti sculture antiche policrome del “Teatro Romano” (MoMAPS1, New York 2015), Vezzoli ha sempre intessuto un dialogo forte e irriverente con la storia – dell’antichità, del cinema, delle immagini, del potere.
Con un sapiente impiego di espedienti retorici come l’antitesi e l’iperbole, attraverso slittamenti semantici e temporali, nelle sue opere l’”anarchico” Vezzoli scardina sistemi di valori inveterati. Questo approccio si riflette anche nelle mostre per il museo di Bolzano. In un cortocircuito storico-artistico, l’artista rilegge una parte della collezione Museion mettendola in dialogo con i capolavori della storia dell’arte occidentale, conservati in musei europei e americani. Le cornici di celebri quadri di Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Ingres e molti altri, saranno dipinte a trompe – l’œil intorno alle opere della collezione Museion.
Nella selezione Vezzoli ha posto una particolare attenzione a lavori minori e poco esposti delle raccolte museali. La mostra, che presenta trenta opere tra dipinti, fotografie e installazioni, è scandita in un percorso tematico attraverso i generi classici – ritratto, autoritratto, natura morta, paesaggio, etc. In ogni sezione sono presenti anche opere dello stesso Vezzoli; gli spazi della Collezione studio ospitano una speciale sezione dedicata alla grafica. Il gioco di associazioni e decostruzioni tra epoche e linguaggi diversi si riflette anche nella mostra delle sculture.
Reperti antichi, messi in dialogo con nuove produzioni dell’artista, sfilano su una scenografica pedana negli ampi spazi del quarto piano. Il tocco ironico e spiazzante di Vezzoli prende forma in rielaborazioni critiche e ludiche della tradizione classica romana del ritratto, come nella statua autoritratto “Antique not Antique: Self-portrait as a Crying Roman Togatus” (2012) o nella rivisitazione di un fatto noto della mitologia, come nel gruppo Metamorfosi (Self-Portrait as Apollo killing the Satyr Marsyas) (2015). Interventi giocosi e guizzanti, basati però su solidi fondamenti scientifici. Così avviene, ad esempio, con i busti di marmo della serie “True Colors” dei primi secoli dopo Cristo, a cui Vezzoli ha restituito la policromia basandosi su consulenze archeologiche e studi scientifici inconfutabili. L’estro dell’artista non si rivolge solo a soggetti dell’antichità, ma anche a capolavori moderni e miti contemporanei, come la figura dell’attrice Sofia Loren, trasformata in una musa di de Chirico. È parte della mostra di sculture anche una nuova opera creata per l’occasione.

“Per Francesco Vezzoli non si tratta di scegliere tra una modalità canonica e una modalità eccentrica di narrare la storia dell’arte, ma piuttosto di aprirsi a una molteplicità di mondi e storie dell’arte, in una dialettica continua. Per il visitatore di Museo Museion il percorso di mostra prende forma in un’unica, grande installazione”- così Letizia Ragaglia, direttrice di Museion.

Fino al 16 Maggio 2016

Museion

Da martedì a domenica: 10.00 – 18.00
Giovedì: 10.00 – 22.00 / Ingresso libero: 18.00 – 22.00 / Visita guidata gratuita: 19.00
Lunedì chiuso

Euro 7,00            intero
Euro 3,50            ridotto (over 60, Tourist Card, Guest Card, Kulturpass, studenti, ecc.)

Piazza Piero Siena 1, Bolzano

Divinità, puttane e telefilm. Kris Kuksi

Traendo immagini, figure e stilemi dalle correnti storiche dominate dall’horror vacui, Kris Kuksi assembla altari decadenti, pianeti caotici capeggiati da antieroi nostalgici di classica bellezza.
Figure e figurine di uomini e donne, soldati, divinità e puttane sono accostati con proporzioni suggerite dal simbolismo medievale – dove i soggetti spiritualmente più importanti sono fisicamente più grandi dei personaggi secondari – costituiscono antigraziose narrazioni di spietate realtà. Il gusto per la decorazione è traboccante, su una base di derivazione classica si affastellano elementi gotici, barocchi, liberty e industriali. Una merceologia stilistica usata con disinvoltura e accanimento.

Il corpo per Kuksi, malgrado sia sempre ammantato da un bianco winckelmanniano, è rappresentazione nervosa dei vizi e della corruzione morale. I corpi sono lo strumento per una narrativa che non si esaurisce nell’immagine che vediamo, sono frame di una storia lunga epoche, rappresentazioni teatrali interrotte e surreali di cui comprendiamo la trama anche senza conoscerla.
Una trama reiterata e appiattita, priva di sfumature o opposizioni tanto da essere quasi fumettistica nella semplificazione di temi complessi. Potere, moralità, vanità, dignità, lussuria,  violenza e altri ancora sono i temi presenti nelle opere ma sempre rappresentati con la stessa connotazione, come se una cosa valesse per l’altra. Il mondo è un tritume di corpi, armi, morti e gingilli vari, caotico e pericoloso, niente di più.

Riduzione da fumetto appunto, dove le parti sono ben definite e si riesce ad avere una visione d’insieme precisa della quale non si può aver dubbi. Simboli religiosi di ogni confessione sono presenti ed equiparati alle altre figure, è inutile cercare rifugio in esse, fa tutto parte dello stesso mondo.
Nel pessimismo che pervade i suoi lavori sembra quasi che Kuksi trovi conforto nella convinzione che ciò che rappresenta sia l’unica realtà.

La vicinanza al mondo della finzione narrativa è confermata dall’ottima scelta di utilizzare una sua opera per la sigla di un telefilm sul mondo violento, semi-anarchico e libertino dei pirati: Black Sails.

link: Kris Kuksi

 

Il corpo dai sofisti ad oggi, passando dalla divina proporzione

Siamo oggi bombardati da immagini che sottolineano come il corpo umano sia al centro dell’interesse del mondo Occidentale. Un accanimento quasi morboso nei confronti di un feticcio relegato alla mera apparenza e sorretto da una serie di “prodotti acquistabili” per, secondo il novello pensiero dominante, garantire un miglioramento, o congelamento, di un guscio longevo e apollineo.
Al di là di considerazioni di società e costume è utile valutare come uno degli ultimi tentativi di recuperare, nel mondo dell’arte, non solo la centralità del corpo umano ma anche di codificarne le regole simmetriche è stato portato avanti nell’Ottocento (!) da Roggero Musmeci Ferrari Bravo, noto come Ignis. Attraverso un trattato sulla “divina proporzione” – in realtà, a noi mai pervenuto – egli cercò di ordinare e definire le regole e i rapporti esistenti nel corpo umano, sulla falsariga del Canone di Policleto, aggiungendovi, però, un afflato mistico ed esoterico.
«L’occhio non vedrebbe mai il Sole se non fosse simile al Sole, né l’anima vedrebbe il Bello se non fosse bella» da questa frase di Plotino, Ignis trasse le energie per scolpire, sulla base del canone aureo, il “Romi Caput” e il “Veneris Caput”: vere e proprie reminiscenze greco-romane ed un gusto per il corpo umano dalle origini antiche.
Mi si perdonerà una certa pedanteria, tuttavia è utile chiarire, al fine di una determinata comprensione, quale fu il percorso che generò siffatta concezione del corpo.
Chi per primi spostarono l’asse di speculazione dalla natura al corpo, in chiave filosofica, ma che ebbe conseguenze anche nell’arte, furono i sofisti. Fu, tuttavia, Socrate (il padre di tutte le nefandezze metafisiche) a subordinare il corpo alla psychè – riscattandosi solo con la morte consapevole che si autoimpose. Da lì in poi fu solo un trionfo di cialtronerie raccolte dagli orfici che videro il corpo come “tomba dell’anima” e che seminarono l’humus dal quale nacque il cristianesimo. La visione antropocentrica cristiana mortificò il corpo in favore di una proiezione mentale chiamata anima che, come visto, fu solo traslata da altre culture e filosofie.
L’uomo come copula mundi di Pico della Mirandola è sintomatico di una corrente, quella Rinascimentale, che pose di nuovo (anche se in salsa classica) l’uomo al centro dell’universo.
Saltando Winckelmann, torniamo al nostro Ignis con il suo progetto di unità dell’archetipo e non possiamo non cogliere la profonda rivoluzione che è intercorsa nei circa due secoli successivi, caratterizzati, oggi, da un’arte contemporanea che può essere sintetizzata estremamente nel “pensiero che non sempre diviene figura” (tantomeno corpo).
Mentre veniamo rapiti dal corpo scultoreo del modello del noto marchio di moda, che primeggia in ogni pubblicità, ricordiamoci di Ignis ma anche dei nuovi valori eretti dal mondo moderno che ci vorrebbe tutti consumatori di un corpo che gradualmente ci rende tutti simili (si pensi agli interventi chirurgici). Tutto diviene accessibile, se te lo puoi permettere. Tutto ciò che è accessibile oggi diviene insostituibile, immancabile, per potersi considerare completi. Allora sì che si potrà assurgere alla nuova divina proporzione dell’uomo moderno uniformizzato.