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Massimo Malpezzi. Pop Art by Kokokid

Le opere di Massimo Malpezzi: Giornalista e Fotografo, Grafico Editoriale, ma da sempre artista, saranno protagoniste presso la Galleria Daliano Ribani Arte di Via Marzocco 59, dal 15 al 27 Luglio, dal Martedì alla Domenica, con orario 19:30-24.

Kokokid, il suo pseudonimo, inizia a dipingere sin da piccolo osservando suo padre ceramista e pittore futurista, un inevitabile imprinting verso le avanguardie e le sperimentazioni, ma soprattutto influenzato dalla pop art americana inglese e dai graffitari. Lentamente sviluppa uno stile che oggi rimane personalissimo alla ricerca dell’ironia e del divertimento. Fa del materiale plastico, raccolto ovunque, grandi tele dove il personaggio viene scaraventato in primo piano circondato da mille colori, celluloide, poliuretano, brillantini, smeraldi che sapientemente incollati creano stratificazioni sulla superficie della tela dipinta ad acrilico formando fantasmagoriche scene. Dal 2010 inizia a produrre decine di quadri poi finalmente le offre al pubblico con alcune mostre di successo a Milano.

Per Massimo Malpezzi il modo semplice eppure geniale si identifica con una parola: colore! Ovvero vivacità cromatica, luminosità, splendore brillantezza… o per dirla all’anglosassone: Brilliant Pop! per uno stile personale che passa attraverso tutta l’espressività storica della Pop Art, ne coglie l’essenza e la sostanza ed esce dalla parte opposta, caricato d’una nuova e luminosa vitalità.

 

 

Fino al 27 Luglio 2017

Pietrasanta | Lucca

Luogo: Galleria Daliano Ribani Arte

Telefono per informazioni: +39 3921062411

E-Mail info: dalians88@live.it

Omaggio a Klimt

L’associazione culturale La ruota della fortuna inaugura da sabato 8 luglio fino a venerdì 14 luglio a Cagliari, una mostra dedicata al più celebre pittore viennese, Gustav Klimt. La collezione è curata dal pittore Mauro Angiargiu e dalla pittrice Gabi Schunzel.

Viene rappresentato un mondo colorato e romantico, facendoci sognare e riempiendoci gli occhi di bellezza e poesia. Poesia come Klimt, che celebra l’esistenza umana, la minaccia della morte, con uno stile totalmente carico emotivamente e fortemente espressivo.

I due artisti creano un modo policromo con la loro arte di vedere Klimt, una sorta di enfasi che crea un’intensità di linguaggio dall’accentatura lieve di colore o dal gioco di luce e penombra.

Le loro opere creano una teatralità, un’ampollosità nel coinvolgere totalmente il pubblico, conferendo solennità e rilievo ai dipinti grazie all’uso combinato di miscele diverse di toni.

Nell’immaginazione dell’artista si crea la combinazione di tutti gli aspetti della personalità umana complessa ed enigmatica e allo stesso tempo ingenua.

Nella produzione artistica l’amore richiede azione e forza creativa con costante attenzione alla natura intrinseca del proprio artista.

Pittori come Angiargiu e Schunzel, creano passione e curiosità nei loro dipinti, coinvolgendo totalmente il pubblico, dando origine a un racconto avventuroso ed ironico ricco di sarcasmo nella loro arte, che è una chiave di lettura per comprendere il grande maestro viennese.

Sono quadri che si mostrano ricchi di elementi simbolici e mistici. Si crea uno spirito giocoso nella realizzazione delle opere, che si presentano a una lettura leggera e piacevole.

Una produzione artistica che alimenta la fantasia e desta curiosità, capace di sonare al pubblico una serenità, un ponte ideale con l’artista del passato che ha fatto la storia della pittura.

La collezione non segue un ordine cronologico ma quello visivo che è in grado di scaturire emozione, un ringraziamento al grande maestro austriaco da un’eleganza decorativa e mondi onirici.

 

Cagliari

L’esposizione permarrà fino al 14 luglio

Orari: 10-13 e 16-20

via Bacaredda 48/b

Fabrizio Acciaro. Sognatore, artista o non arista?

 

Fabrizio Acciaro è un artista cagliaritano, visionario di un’arte comunicativa realizzata con semplici tocchi di una tastiera di un computer. Mostra fin da bambino una predilezione per l’arte figurativa, la sua vera passione, permettendo di creare un mondo totalmente diverso fatto di luci e colori. Colori e figure invadono la sua vita, creando così un connubio perfetto con l’arte. La narrazione avviene attraverso la tela, la scultura e il disegno, maestri della sua vita.

Fabrizio Acciaro dà vita a un arte figurativa, plasmando una società dispotica non lontana dal nostro tempo, devastata, oscurata dall’indifferenza del nostro tempo alla ricerca di quel progresso oscurantismo della società, mettendo in atto la ricerca di una verità superficiale che mostra solo il ricordo di quello che eravamo.

E’ una lotta continua per la sopravvivenza, un viaggio alla ricerca di una luce sempre offuscata da una conoscenza, che cresce fino a diventare un muro mostruoso e violento che spersonalizza l’unica certezza dell’essere umano e la sua propensione al bene o al male.

Ha voluto con queste immagini raccontare alcuni momenti della giornata di uno di quelli nati in una società medievale senza la possibilità di una conoscenza, egli riesce a dare vita a  un’immagine forte dal punto di vista visivo, con pennellate studiate e colori che nell’insieme creano una visione onirica del nostro tempo.

Un artista eccezionale capace di rappresentare l’urbano, ciò che passa sotto i nostri occhi quotidianamente, sotto una luce intima e introspettiva. Una creazione originale in continua evoluzione ispirata alla vita. Un’arte a tratti pungente che penetra attraverso lo sguardo provocando risentimento, stupore negli occhi di chi guarda.

Acciaro espone le sue idee, pensieri, ripercorrendo un ruolo importante nella società, la figura dell’artista, evolvendo allo stereotipo di pittore o scultore. La sua produzione artistica è rivolta alla conoscenza della natura umana, una performance basata sui dipinti, una poesia all’insegna dell’arte e della vita.

 

 

 

Temperantia di Pablo Betti

The AB Factory nel suo continuo supporto alla crescita umana e professionale degli artisti è lieta di presentare la mostra fotografica di Pablo Betti, un artista internazionale argentino. La mostra sarà possibile visitare fino al 27 maggio negli spazi di The Ab Factory, un’esposizione artistica che sarà un evento indispensabile per acquisire tutti gli strumenti adeguati per capire l’arte nel suo sistema.


Le sue opere non sono paesaggi, sono orizzonti e visioni aeree della mente, del pensiero astratto che trova forma nelle regole della mente, mentre il colore e la composizione sono intime composizioni, memorie direttamente estratte dall’infanzia dell’artista della sua terra natia. Gli echi della pittura sembrano risuonare nel racconto raffinato dell’artista, per meglio leggere tra le righe del “racconto”, per farsi trasportare dall’emozione, dalla luce dei cromatismi e dai percorsi delle forme disegnate su una superficie piana come la tela o a rilievo come la tessitura.

Pablo Betti è un artista che intende rivolgersi a un vero mercato dell’arte fatto dal pubblico e non dallo spazio espositivo. Gli attori principali dell’arte sono lo stesso pubblico, che offre oggi il mondo dell’arte e come si colloca all’interno del panorama artistico. Le sue opere sono intime memorie strappata dalla sua terrà, dove il colore riflette il suo stato d’animo, illuminato da rapide e intense pennellate calde. I colori sono una ricerca continua per ritrovare se stesso, le sue radici. La sua arte è quasi un racconto da leggere nel profondo silenzio per cogliere l’intimo dell’artista. Le sue opere spesso diventano icone del suo tempo, avvolti da quel fascino misterioso che coinvolge lo spettatore nella sua rete. Le immagini apparentamene semplici trasmettano una carica emotiva abbastanza forte da essere contemplate nel profondo silenzio.

La mostra sembra suggerire un percorso cronologico della vita dell’artista passando da tele calde a quelle fredde.

via Alagon Cagliari

fino al 27 maggio

Dalle 10,00 alle 18,00

Amrita Sher-Gil. Una voce dall’India

Amrita Sher-Gil è una pittrice indiana, alla riscoperta dei grandi valori della storia dimenticati. Nasce in una realtà troppo impegnativa, più di quanto oggi si può immaginare ed è una delle artiste più espressive del suo periodo. Ella ha osato sfidare la cultura indiana sulle condizione delle donne oppresse, ha fatto dell’arte la sua voce per restituire a quelle donne una dignità ancora negata e rubata, diventando un’ispirazione per il suo popolo.

Si abbandona alla pittura sin da piccola, sperimentando stili sempre diversi, appare affascinata dall’arte cercando quei segreti che vengono svelati solo guardando le piaghe di un quadro. Approfondisce la ricerca della materia e cerca di creare, anche nei colori, una reale identità indiana.

Dedica una serie di dipinti alle donne indiane dei piccoli villaggi o delle tribù, sperimentando forme e cromie fatte di spezie e di terra, creando un viaggio alternativo immerso nella cultura indiana fatta di spezie e toni rossastri. L’artista riesce a donare alle sue figure femminili una espressione realistica e intensa, al tempo stessa malinconica.

La sua pittura racconta la vita dei poveri, delle caste più umili che altrimenti sarebbero dimenticate dalla storia. Si tratta di un’arte come una sorta di reportage per cambiare le cose e tracciare nuove strade, dove ognuno ha un prezzo da pagare quando cerca di cambiare le cose.

Utilizza un linguaggio contemporaneo ed esplora un contesto mettendo in risalto i cambiamenti sociali e politici. Usa come modelli uomini e donne, prendendo le distanze da una nobiltà indiana, ammalata dall’odio e da una coscienza troppo pesante da nascondere. Le sue figure vivono nel tempo, portatrici di una vita al popolo indiano.

La bruttezza e la malinconia della popolazione più povera viene da lei trasformata in una sconvolgente bellezza adottando un linguaggio essenziale fatto di linee e colori semplificati al massimo. Amrita Sher-Gil matura uno stile tutto suo fatto dall’uso di calde tonalità.

 

Elio Marchegiani, Il peso del colore – le grammature degli anni ‘70

Conoscenza dell’arte, metodo scientifico, studio dei materiali e visione del fare artistico trasversale a diverse discipline compongono l’universo pittorico di Elio Marchegiani in mostra, dal 7 al 29 aprile 2017, alla Galleria de’Bonis di Reggio Emilia.

L’esposizione si concentra sulle Grammature di colore, fortunato ciclo pittorico degli anni ’70. In questa serie, Elio Marchegiani, da sempre interessato al dialogo fra scienza e arte, si propone con successo di indagare il peso fisico del colore. Le opere consistono, dunque, in strisce di pigmenti disposte su vari supporti: intonaco, lavagna e addirittura rame. Per ognuna di esse, l’artista individua il peso esatto del colore impiegato.

Da un processo artistico affrontato con un approccio scientifico e filosofico – il peso del colore non potrebbe essere interpretato anche come una profonda metafora del senso della pittura? – nascono opere estremamente armoniose ed equilibrate, governate da una geometria che non è mai rigida, ma sempre leggera e impalpabile come i pigmenti di cui è fatta.

Il percorso della mostra comprende opere scelte su intonaco, lavagna, rame ed anche oro zecchino 24 Kt. Di particolare rilevanza, una delle primissime grammature su lavagna del 1973 e due rari lavori su intonaco con cornice bianca.
Docente di Tecnologia dei materiali e ricerche di laboratorio e poi di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Urbino, Marcheggiani è stato invitato a tre edizioni della Biennale di Venezia. Il suo mercato gode, in questo momento, di una grande vivacità e le sue opere – le Grammature in particolare – sono sempre più richieste.

Dal 07 Aprile 2017 al 29 Aprile 2017

da martedì a sabato con orario 10.00-13.00 e 16.00-19.00, giovedì ore 10.00-13.00, chiuso 25 aprile

Reggio nell’Emilia | Reggio Emilia

Luogo: Galleria de’ Bonis

Curatori: info@galleriadebonis.com

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 0522 580605

E-Mail info: info@galleriadebonis.com

Sito ufficiale: http://www.galleriadebonis.com

Paolo Minoli. Metrica colore musica

L’esposizione personale che la Galleria Giovanni Bonelli di Milano dedica a Paolo Minoli, in collaborazione con la Fondazione Casaperlarte di Cantù, vuole riproporre in una sintesi essenziale, ma esaustiva, il percorso articolato di una ricerca lucida e coerente durata oltre tre decenni.

Caratterizzata da una profonda riflessione teorica e da una felice oggettivazione pratica delle idee, che toccano motivi nevralgici della ricerca figurale di fine novecento, la produzione di Minoli viene qui presentata seguendo alcune tematiche chiave dell’artista.

Le prove più personali di Minoli, risalenti agli anni Settanta, indagano da un lato problemi soprattutto spaziali, dall’altro esplorano le potenzialità del colore in una dialettica stringente fra superficie e ambiente, tra cromia e struttura, stabilendo un dialogo stimolante tra esito pittorico e modello tridimensionale. Il colore è adottato da Minoli come linguaggio e come forma plastica: lo spettro cromatico si fa alfabeto per un discorso che presto si avvia ad una laboriosa sperimentazione.

Nello stesso contesto si va approfondendo il rapporto interiore con l’idea di tempo che si fa percepibile nella definizione spaziale sul piano dell’opera nel momento stesso della sua formulazione. Il rapporto spazio-tempo alimenterà le complesse variazioni sperimentate incessantemente nel “laboratorio” di Minoli, approfondendo l’analisi fenomenologica del colore in tutte le accezioni scientifiche e poetiche, passando dall’analisi concettuale dell’opera all’incanto dell’abbandono poetico.

Nei suoi sviluppi dagli anni novanta alla morte prematura (2004) la poetica di Minoli si fa via via più complessa e articolata, con dialoghi suggestivi e stimolanti con altri tramiti espressivi quali quelli con la musica e con la poesia. Allora Minoli affronta anche il linguaggio della scultura con una determinazione sempre tesa a voler sfidare, più che la materia, la negatività e il vuoto.
La mostra, curata da Carlo Pirovano e Riccardo Zelatore sarà accompagnata da un catalogo che verrà presentato per il finissage.

Dal 02 Marzo 2017 al 01 Aprile 2017

Milano

Luogo: Galleria Giovanni Bonelli

Curatori: Carlo Pirovano, Riccardo Zelatore

Telefono per informazioni: +39 02 87246945

E-Mail info: info@galleriagiovannibonelli.it

Sito ufficiale: http://www.galleriagiovannibonelli.it

Keith Haring, artista a tuttotondo

Il grande maestro americano Keith Haring pone l’accento sulle stesse ispirazioni dell’artista, fornendo gli strumenti necessari per comprendere e capire l’arte.

Dietro figure stilizzate, geometriche, si nasconde un grande studioso dell’arte e del suo significato, una continua e disperata ode alla vita, alla quale continua ad aggrapparsi anche negli ultimi atti della sua vita, con l’intenzione di lasciare un messaggio ai posteri.

Keith Haring, dalla sfavillante New York arriva a toccare anche gli ambienti meno rinomati e conosciuti. La sua arte inizia dai graffiti sui treni, sui muri fino arrivare alle grandi gallerie e alle commissioni, fino a essere richiesta e riprodotta in serie. Volle parlare a tutti con un linguaggio diretto e universale, fino a toccare artisti come Andy Warhol. L’artista stesso racconta le diverse sfaccettature di questo personaggio fornendo la chiave per comprendere l’arte contemporanea.

Le sue opere sempre più richieste, continuano a salire sul mercato della quotazione.

Poco prima di morire trova dentro di se una grande energia con la consapevolezza che sarebbe stata ripresa dagli altri. L’arte riflette la sua vita caotica e disorganizzata, con la convinzione che la comprensione non fa aumentare il piacere della visione.

Scopre trucchi, accorgimenti e l’infinita pazienza che serve a mettere in ognuno di noi un poeta dell’arte. Un universo caotico che lo seduce e lo affascina in una perdita della sua identità in un’arte sentimentale. La sua produzione va dall’astrazione fino a un realismo necessariamente approssimativo.

L’artista americano considera come stimoli creativi, essenziali, le potenzialità espressive della realtà concreta nei materiali, non solo pittorici e transizionali ma anche, in particolare, quelli di ogni genere prelevati dal metaforico quotidiano, elaborati attraverso una continua e inesauribile tensione sentimentale.

La sua pittura in un’evoluzione di stili, di tecniche, lo affascina, lo appaga tanto da sperimentale tecniche e graffiti sempre nuovi. Si tratta di una sorta di propaganda contro New York, che è sempre più corrotta.

Le sue opere sembrano danzare in un universo di colori.

 

Antonio Meneghetti. Scolpire la luce

Officina della Scrittura, Museo del Segno e della Scrittura inaugurato al pubblico il 1° ottobre 2016, dedica un’area di circa 500 metri quadri all’arte moderna e contemporanea, promuovendo progetti espositivi legati all’indagine delle molteplici dimensioni del Segno dell’Uomo.

Questo spazio, consacrato dalla mostra inaugurale Scripta Volant, dalla quale ha mutuato il nome paradossale per la sua intitolazione, si prepara ora ad accogliere un’importante esposizione personale dell’artista Antonio Meneghetti (1936-2013).

La mostra, intitolata Antonio Meneghetti. Scolpire la luce, curata da Ermanno Tedeschi (aperta al pubblico dal 24 febbraio al 23 maggio 2017) è realizzata con il patrocinio della Fondazione di Ricerca Scientifica ed Umanistica Antonio Meneghetti.

Meneghetti è stato uomo ed artista geniale, generoso e gioioso, attento osservatore del mondo e della natura umana. I suoi quadri sono caratterizzati da astratte pennellate di colore mentre al centro degli oggetti di design c’è l’uomo: tutta la sua opera molto variegata si rifà alle poliedriche percezioni e ai molteplici punti di vista del soggetto. Egli stesso ha detto della sua arte: «si tratta di cogliere tra due colori il loro denominatore universale, la trascendentalità, il punto di equilibrio luce dove tutti si armonizzano». L’arte di Meneghetti è un insieme di colori e segni in cui si può cogliere l’essenza dell’esistenza stessa.

La mostra porta a Torino alcune tra le opere più significative del maestro che comprendono dipinti, sculture e oggetti di design che per la maggiore parte sono in vetro realizzati a Murano.

L’arte di Meneghetti approda a Torino dopo essere stato esposta in prestigiosi musei e sedi istituzionali in diverse parti del mondo – come la Rocca Paolina di Perugia, Castel dell’Ovo a Napoli, Palazzo della Civiltà a Roma, le Corderie dell’Arsenale e Palazzo Ducale a Venezia oltre che a San Pietroburgo, Brasilia, Pechino e recentemente al Museo del Vittoriano a Roma.

L’esposizione torinese si concentra in particolare sui lavori in vetro nei quali l’intenzione dell’artista è tutta volta a catturare la luce e a “disegnare” con essa.

Una significativa testimonianza del suo lavoro è evidente a Lizori, borgo medioevale tra Spoleto e Assisi dove ha vissuto dal 1976 iniziandone il recupero. Questo luogo magico si è trasformato nel corso degli anni in un centro di riferimento della cultura artistica e scientifica internazionale così come il centro di Marudo nel Lodigiano .

In occasione della mostra, sarà possibile vedere due video proiezioni che mostrano alcuni momenti importanti dell’eclettica produzione del Maestro. A disposizione per tutta la durata dell’esposizione, il volume Antonio Meneghetti, edito da Gli Ori opera fondamentale per comprenderne l’arte e la vita.

Fino al 23 Maggio 2017

Torino

Luogo: Officina della Scrittura

Telefono per informazioni: +39 011 034 30 90

E-Mail info: info@officinadellascrittura.it

Sito ufficiale: http://www.officinadellascrittura.it

Astrattismo ed effetti ottici con Mark Grotjahn

Astrattismo è il termine da affiancare a un artista contemporaneo che non ha intenzione di essere figurativo nella propria arte in quanto si pone come obbiettivo il raggiungimento, sempre maggiore, dell’astrazione: si tratta di Mark Grotjahn, un pittore americano che crede fortemente nell’importanza di attribuire un ricco significato alle proprie creazioni artistiche.

Ispirato da Kandinsky, Klee e dal Bauhaus, Mark Grotjahn è particolarmente noto al pubblico come il realizzatore della serie Face Paintings, facce aventi occhi che ricordano l’aspetto di un totem, che immergono lo spettatore in un mondo magico e primitivo, e della Butterfly series, in cui delle farfalle sembrano svolazzare con le loro ali colorate e dalle linee marcate verso coloro che le ammirano.

L’interesse per la costruzione dell’immagine tridimensionale su un piano bidimensionale è il fulcro del lavoro dell’artista, ove due o più punti di fuga sono il mezzo impiegato per l’ottenimento dell’effetto ottico.

Quando si osserva un’opera di Grotjahn, si pensi alla serie Face Paintings, lo sguardo del fruitore viene catturato al centro dell’opera e successivamente si espande verso l’esterno in modo simmetrico. Cosa ricorda questo “accesso centrale”? Sicuramente la prospettiva Rinascimentale, un paragone inevitabile, una tecnica straordinaria che ha permesso all’artista di riempire gli spazi della tela in modo più veloce. L’osservatore, in virtù della distanza che mette tra sé e l’opera, è in grado di cogliere le forme del mondo naturale, quali arbusti, foglie o insetti, oppure perde l’orientamento in un intricato labirinto di linee e colori, lasciandosi coinvolgere in quell’effetto ottico studiato dall’artista come se fosse un gioco.

Non solo prospettiva, ma anche colore e atmosfera caratterizzano la serie delle farfalle, dove giochi di colore coinvolgono lo spettatore, imprigionandolo prima nella tela e poi catapultandolo all’esterno.

Non è necessario che esista il figurativismo in un’opera per poter coinvolgere emotivamente l’osservatore, Mark Grotjahn ha saputo dimostrare come si possa essere attratti da un manufatto artistico semplicemente lasciandosi trascinare all’interno della tela da un gioco ottico fatto di linee e colori, ove regina è la prospettiva, che da secoli coinvolge gli ammiratori dell’arte.