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Paesaggi mentali e stratificazioni linguistiche. Le tracce di una condizione umana nelle opere di Corinna Gosmaro

Vincitrice del Talent Prize 2018, undicesima edizione del premio di Inside Art dedicato alle giovani proposte artistiche contemporanee, Corinna Gosmaro fa del colore e dell’idea di paesaggio il suo centro focale. La sua ricerca si concentra essenzialmente sulla condizione umana e sulla sua totalità attraverso l’evocazione di paesaggi visivi e mentali che accomunano e coinvolgono qualsiasi esperienza umana, che sia essa soggettiva o oggettiva.

Al confine tra pittura e scultura, l’operato artistico di Gosmaro parte da studi antichissimi e primordiali, attraverso la cui ricerca e destrutturazione, crea delle narrazioni visive che evocano paesaggi mentali e scenari domestici necessariamente interconnessi tra loro. Una sovrastruttura immaginifica, che assume i propri connotati da stratificazioni della memoria e della conoscenza personale. Le pitture, così come le sculture, si presentano sotto molteplici forme estetiche e materiche, dove la superficie diventa parte integrante del processo artistico. I materiali utilizzati dalla giovane artista torinese nascono anch’essi da uno studio pragmatico e meticoloso di una storia che vuole essere raccontata e rappresentata non solo visivamente ma soprattutto esperienzialmente.

Il simbolo è assunto da Gosmaro come presupposto formale per raggiungere un’identificazione personale di una determinata visione che tante volte si cela sotto chiazze di colore. Come delle stratificazioni linguistiche, le opere dell’artista sono codici narrativi precisi, una sorta di proto scrittura che si racconta attraverso simboli, geroglifici o composizioni visive. È un linguaggio archetipo che lavora attraverso accostamenti per produrre processi cognitivi che attivano la narrazione tra l’essere umano, l’ambiente e la cultura che lo circonda.

Le opere dell’artista, che siano esse pitture o sculture, sono delle immagini ideali, mentali poiché appartengono a processi cognitivi diversi per ogni essere umano che si legano tra loro come risultato di una somma di percezioni. I paesaggi ideali di Gosmaro sono composizioni astratte che non devono rappresentare ciò che è ma ciò che è stato più e più volte immaginato, ricomposto, sovrapposto o raccolto nel corso dei propri processi di crescita. Un concetto di natura ideale che parte dalla memoria per rielaborare un’unione di emozioni interiori in perenne mutamento. Così, la temporalità stessa delle immagini si blocca in un continuum che non ha un inizio né tantomeno una fine ma si estende e si propaga attraverso esperienze visive ed emotive. La scelta dei materiali di supporto, evidenzia sia l’assenza di un preciso flusso temporale così come l’esigenza comunicativa richiesta dalle sue opere: un linguaggio condiviso e in continuo divenire tramite cui lo spettatore tenta di completarne le fattezze e di riedificarne i caratteri emotivi. L’esperienza mentale, fisica e primordiale, si accompagna a processi visivi ed esperienziali unici e perennemente al limite tra l’essere e il mondo che lo circonda.

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Sheila Hicks e la forma del colore. Teorizzazioni e composizioni di un’arte fatta di tessuti

Negli spazi delle Corderie, in occasione della 57° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, un incredibile esplosione di colori e di tessuti fascia, copre e travolge le superfici circostanti. Si tratta di Escalade Beyond Chromatic Lands di Sheila Hicks, artista statunitense di fama internazionale che ha incentrato la sua carriera artistica sulla ricerca della forma del colore, l’impiego e l’elaborazione di materiali comuni e quotidianamente utilizzati nel mondo tessile.

Di primo acchito sembrerebbe che non ci sia nulla di innovativo nella scelta estetica e formale dell’artista. Ciò che però non sfugge è la ricerca minuziosa e continuativa di un approccio logico e rispettoso in cui la tradizione culturale e la lavorazione ossessiva di questi materiali, si traducono in un esame diretto delle pratiche di tessitura indigene nei loro paesi d’origine. La fibra si disfa e si crea sotto le mani dell’artista, che attraverso le sue installazioni di grandi o piccole dimensioni, filtrano le superfici e si annodano nelle intercapedini degli ambienti in cui vengono disposte. Il tessuto è dunque l’elemento portante di una teorizzazione nata sotto il segno del suo mentore Josef Albers e continuata attraverso una ricerca di una nuova edificazione del colore e un reimpiego di materiali spesso considerati funzionali o decorativi.

L’artista statunitense, nella sua lunga carriera, ha dato vita ad un corpus significativo di opere che sconfinano e si muovono adagiandosi tra diversi campi visivi, arte, artigianato, architettura e design. Questa concezione interdisciplinare porta la visione del colore e del tessuto stesso a uno sforzo di trasposizione cognitiva in cui la tecnica della tessitura o del ricamo fanno da collante per una ricerca più affine che termina con la trasposizione tridimensionale e quasi architettonica del colore.

Il colore dunque senza alcun tipo di riferimento oggettuale si snoda come fatto scultoreo che invade lo spazio. Questo cambio di status in tattile permette un coinvolgimento emotivo. Le fibre nell’atto stesso della loro tessitura creano un oggetto a sé che varia a seconda di un incontro emozionale che si rinnova, dettato anche da un’imperfezione, un errore di manualità che anziché di valenza negativa risulta essere l’attivatore di fanciulleschi ricordi. Non esiste più dunque l’idea del colore a sé stante, ma si traduce in una resa minima costruttiva e tridimensionale, una catarsi emotiva che permette al fruitore di essere inglobato in cascate soffici di colore e fibra.

 

James Turrell, il maestro della luce

Pochi hanno saputo consacrare la propria vita a una così devota e instancabile attività artistica come ha fatto James Turrell, settantatreenne californiano che da oltre mezzo secolo si dedica ad un unico mezzo di creazione e sperimentazione: la luce. Le sue opere, di grande successo a livello internazionale, sono caratterizzate da un forte impatto emotivo, ma allo stesso tempo sono anche estremamente coinvolgenti dal punto di vista fisico. Si tratta di ambienti, spesso in bilico tra interno ed esterno, tra luce naturale e artificiale, che a volte hanno sconfinato addirittura nel territorio della Land Art (ad esempio con il visionario Roden Crater Project). Sono opere solenni, avvolgenti e suggestive, il cui effetto si colloca a metà tra una cattedrale gotica e un quadro di Rothko.

Pochi, inoltre, hanno saputo utilizzare la luce come James Turrell ha saputo fare. Nel suo lavoro, infatti, la materia impalpabile per eccellenza prende corpo, diventa strumento per plasmare lo spazio, e lo spettatore può avvertirne la presenza in maniera fisica e concreta. Se la luce e lo spazio sono gli elementi di cui le opere sono fatte, ciò che conta realmente è il modo in cui lo spettatore si relaziona con esse, l’esperienza che scaturisce dal loro incontro.

Lo scopo di tutta l’attività di Turrell è quello di riflettere sui meccanismi della percezione umana, sulle modalità attraverso cui l’uomo si rapporta allo spazio e a tutto ciò che lo circonda. L’artista, in sostanza, riprende la riflessione sulle teorie della percezione e dei colori, spostando però il discorso dalla tela all’atmosfera, dalla rappresentazione all’esperienza. Come molti nel contesto di generale smaterializzazione dell’arte in cui la sua ricerca è nata, Turrell elimina ogni oggetto dal suo fare artistico. All’interno delle sue opere lo spettatore si trova in presenza solo del suo corpo e dei suoi sensi, immerso in ambienti da cui ogni riferimento estraneo alla pura percezione fisica e sensoriale è rigorosamente escluso. L’importante per l’artista non è rappresentare un’immagine, un messaggio, un’ideologia, e non è neanche la luce in sé. L’unica cosa che conta è l’esperienza, contingente e reale, che lo spettatore si trova a vivere all’interno delle sue opere. L’attenzione non è rivolta all’opera, ma a colui che la esperisce. Del resto, come spiega l’artista, «With no object, no image and no focus, what are you looking at? You are looking at you looking».

 

L’essenzialità colorata di Daniel Buren

Non chiamatelo pittore! Daniel Buren, l’artista francese che dalla metà degli anni Sessanta ha imposto il suo modo di fare arte con ineluttabile semplicità, non può assolutamente rientrare nella categoria di “pittore”. Facendo della sua pratica il suo stesso marchio, Buren, ha reinventato l’idea di pittore e di artista in generale. Le sue strisce di colore si avvicinano a volte all’idea di pittura e altre volte, invece, diventano vere e proprie sculture. Nel momento esatto in cui le sue opere si pongono fuori da ogni tipo di riferimento cui siamo abituati diventano altro, si allontanano dunque dalla banale espressione minimale pittorica per un concetto che tende a reinterpretare e influenzare i luoghi in cui si inseriscono. Non esiste più un unico modo di osservarle, ma si frammenta in mille pezzi, in diversi punti di vista che mettono in continua relazione il fruitore con delle forme, solitamente geometriche e astratte.

I colori primari si presentano così come sono, senza alcuna sfumatura o fusione. Il modus operandi non cambia quasi mai. É forse proprio questo l’aspetto più curioso del mondo artistico di Buren: la sua capacità di reinventare luoghi e visioni partendo da un unico modo di fare, che lascia a volte stupiti così come interdetti. Nella totale a-temporalità di cui vive l’operato artistico di Buren, l’idea di base risiede nel proiettare in chi osserva e vive nelle sue creazioni, molteplici modalità percettive che acquisiscono un aspetto del tutto fenomenologico. All’opera è delegato il compito di valorizzare aspetti del creato che sfuggono ai nostri occhi, riportandoli in auge attraverso la stesura di colori primari che giocano con i mille aspetti del creato.

Ciò che, però, sta davvero dietro all’interesse di Buren è ben altro. Una riflessione che sposta l’attenzione dalla pittura al sistema stesso della pittura, in cui l’artista ha un ruolo del tutto marginale poiché è l’opera che acquista significato a seconda del contesto in cui si sviluppa e in cui viene presentata al pubblico. Qualsiasi cosa può colorarsi di giallo, rosso, blu, e diventare inconsapevolmente il frutto di una scelta artistica cui viene dato solo un primo input e poi abbandonata al suo flusso vitale che, così come la natura, diventa padrone della nascita, dello sviluppo e anche della graduale scomparsa di sé.

É una sorta d’incontro spirituale, da natura a natura, dai colori primari (che altro non sono che prodotti della terra) all’ambiente circostante, creato o dissacrato dall’uomo. É uno stato di cose che reclama un ritorno alla realtà essenziale, alla semplicità delle cose che ci circondano e alla nostra capacità di accettarlo. La capacità di stupirsi di fronte a ciò che, ormai, in un mondo costantemente bombardato dall’eccesso di significato e di forma, è considerato banale, semplice, inutile. Ma non è forse il semplice, logico e lineare ciò di cui, a volte, si ha bisogno?

 

 

Massimo Malpezzi. Pop Art by Kokokid

Le opere di Massimo Malpezzi: Giornalista e Fotografo, Grafico Editoriale, ma da sempre artista, saranno protagoniste presso la Galleria Daliano Ribani Arte di Via Marzocco 59, dal 15 al 27 Luglio, dal Martedì alla Domenica, con orario 19:30-24.

Kokokid, il suo pseudonimo, inizia a dipingere sin da piccolo osservando suo padre ceramista e pittore futurista, un inevitabile imprinting verso le avanguardie e le sperimentazioni, ma soprattutto influenzato dalla pop art americana inglese e dai graffitari. Lentamente sviluppa uno stile che oggi rimane personalissimo alla ricerca dell’ironia e del divertimento. Fa del materiale plastico, raccolto ovunque, grandi tele dove il personaggio viene scaraventato in primo piano circondato da mille colori, celluloide, poliuretano, brillantini, smeraldi che sapientemente incollati creano stratificazioni sulla superficie della tela dipinta ad acrilico formando fantasmagoriche scene. Dal 2010 inizia a produrre decine di quadri poi finalmente le offre al pubblico con alcune mostre di successo a Milano.

Per Massimo Malpezzi il modo semplice eppure geniale si identifica con una parola: colore! Ovvero vivacità cromatica, luminosità, splendore brillantezza… o per dirla all’anglosassone: Brilliant Pop! per uno stile personale che passa attraverso tutta l’espressività storica della Pop Art, ne coglie l’essenza e la sostanza ed esce dalla parte opposta, caricato d’una nuova e luminosa vitalità.

 

 

Fino al 27 Luglio 2017

Pietrasanta | Lucca

Luogo: Galleria Daliano Ribani Arte

Telefono per informazioni: +39 3921062411

E-Mail info: dalians88@live.it

Omaggio a Klimt

L’associazione culturale La ruota della fortuna inaugura da sabato 8 luglio fino a venerdì 14 luglio a Cagliari, una mostra dedicata al più celebre pittore viennese, Gustav Klimt. La collezione è curata dal pittore Mauro Angiargiu e dalla pittrice Gabi Schunzel.

Viene rappresentato un mondo colorato e romantico, facendoci sognare e riempiendoci gli occhi di bellezza e poesia. Poesia come Klimt, che celebra l’esistenza umana, la minaccia della morte, con uno stile totalmente carico emotivamente e fortemente espressivo.

I due artisti creano un modo policromo con la loro arte di vedere Klimt, una sorta di enfasi che crea un’intensità di linguaggio dall’accentatura lieve di colore o dal gioco di luce e penombra.

Le loro opere creano una teatralità, un’ampollosità nel coinvolgere totalmente il pubblico, conferendo solennità e rilievo ai dipinti grazie all’uso combinato di miscele diverse di toni.

Nell’immaginazione dell’artista si crea la combinazione di tutti gli aspetti della personalità umana complessa ed enigmatica e allo stesso tempo ingenua.

Nella produzione artistica l’amore richiede azione e forza creativa con costante attenzione alla natura intrinseca del proprio artista.

Pittori come Angiargiu e Schunzel, creano passione e curiosità nei loro dipinti, coinvolgendo totalmente il pubblico, dando origine a un racconto avventuroso ed ironico ricco di sarcasmo nella loro arte, che è una chiave di lettura per comprendere il grande maestro viennese.

Sono quadri che si mostrano ricchi di elementi simbolici e mistici. Si crea uno spirito giocoso nella realizzazione delle opere, che si presentano a una lettura leggera e piacevole.

Una produzione artistica che alimenta la fantasia e desta curiosità, capace di sonare al pubblico una serenità, un ponte ideale con l’artista del passato che ha fatto la storia della pittura.

La collezione non segue un ordine cronologico ma quello visivo che è in grado di scaturire emozione, un ringraziamento al grande maestro austriaco da un’eleganza decorativa e mondi onirici.

 

Cagliari

L’esposizione permarrà fino al 14 luglio

Orari: 10-13 e 16-20

via Bacaredda 48/b

Fabrizio Acciaro. Sognatore, artista o non arista?

 

Fabrizio Acciaro è un artista cagliaritano, visionario di un’arte comunicativa realizzata con semplici tocchi di una tastiera di un computer. Mostra fin da bambino una predilezione per l’arte figurativa, la sua vera passione, permettendo di creare un mondo totalmente diverso fatto di luci e colori. Colori e figure invadono la sua vita, creando così un connubio perfetto con l’arte. La narrazione avviene attraverso la tela, la scultura e il disegno, maestri della sua vita.

Fabrizio Acciaro dà vita a un arte figurativa, plasmando una società dispotica non lontana dal nostro tempo, devastata, oscurata dall’indifferenza del nostro tempo alla ricerca di quel progresso oscurantismo della società, mettendo in atto la ricerca di una verità superficiale che mostra solo il ricordo di quello che eravamo.

E’ una lotta continua per la sopravvivenza, un viaggio alla ricerca di una luce sempre offuscata da una conoscenza, che cresce fino a diventare un muro mostruoso e violento che spersonalizza l’unica certezza dell’essere umano e la sua propensione al bene o al male.

Ha voluto con queste immagini raccontare alcuni momenti della giornata di uno di quelli nati in una società medievale senza la possibilità di una conoscenza, egli riesce a dare vita a  un’immagine forte dal punto di vista visivo, con pennellate studiate e colori che nell’insieme creano una visione onirica del nostro tempo.

Un artista eccezionale capace di rappresentare l’urbano, ciò che passa sotto i nostri occhi quotidianamente, sotto una luce intima e introspettiva. Una creazione originale in continua evoluzione ispirata alla vita. Un’arte a tratti pungente che penetra attraverso lo sguardo provocando risentimento, stupore negli occhi di chi guarda.

Acciaro espone le sue idee, pensieri, ripercorrendo un ruolo importante nella società, la figura dell’artista, evolvendo allo stereotipo di pittore o scultore. La sua produzione artistica è rivolta alla conoscenza della natura umana, una performance basata sui dipinti, una poesia all’insegna dell’arte e della vita.

 

 

 

Amrita Sher-Gil. Una voce dall’India

Amrita Sher-Gil è una pittrice indiana, alla riscoperta dei grandi valori della storia dimenticati. Nasce in una realtà troppo impegnativa, più di quanto oggi si può immaginare ed è una delle artiste più espressive del suo periodo. Ella ha osato sfidare la cultura indiana sulle condizione delle donne oppresse, ha fatto dell’arte la sua voce per restituire a quelle donne una dignità ancora negata e rubata, diventando un’ispirazione per il suo popolo.

Si abbandona alla pittura sin da piccola, sperimentando stili sempre diversi, appare affascinata dall’arte cercando quei segreti che vengono svelati solo guardando le piaghe di un quadro. Approfondisce la ricerca della materia e cerca di creare, anche nei colori, una reale identità indiana.

Dedica una serie di dipinti alle donne indiane dei piccoli villaggi o delle tribù, sperimentando forme e cromie fatte di spezie e di terra, creando un viaggio alternativo immerso nella cultura indiana fatta di spezie e toni rossastri. L’artista riesce a donare alle sue figure femminili una espressione realistica e intensa, al tempo stessa malinconica.

La sua pittura racconta la vita dei poveri, delle caste più umili che altrimenti sarebbero dimenticate dalla storia. Si tratta di un’arte come una sorta di reportage per cambiare le cose e tracciare nuove strade, dove ognuno ha un prezzo da pagare quando cerca di cambiare le cose.

Utilizza un linguaggio contemporaneo ed esplora un contesto mettendo in risalto i cambiamenti sociali e politici. Usa come modelli uomini e donne, prendendo le distanze da una nobiltà indiana, ammalata dall’odio e da una coscienza troppo pesante da nascondere. Le sue figure vivono nel tempo, portatrici di una vita al popolo indiano.

La bruttezza e la malinconia della popolazione più povera viene da lei trasformata in una sconvolgente bellezza adottando un linguaggio essenziale fatto di linee e colori semplificati al massimo. Amrita Sher-Gil matura uno stile tutto suo fatto dall’uso di calde tonalità.

 

Temperantia di Pablo Betti

The AB Factory nel suo continuo supporto alla crescita umana e professionale degli artisti è lieta di presentare la mostra fotografica di Pablo Betti, un artista internazionale argentino. La mostra sarà possibile visitare fino al 27 maggio negli spazi di The Ab Factory, un’esposizione artistica che sarà un evento indispensabile per acquisire tutti gli strumenti adeguati per capire l’arte nel suo sistema.


Le sue opere non sono paesaggi, sono orizzonti e visioni aeree della mente, del pensiero astratto che trova forma nelle regole della mente, mentre il colore e la composizione sono intime composizioni, memorie direttamente estratte dall’infanzia dell’artista della sua terra natia. Gli echi della pittura sembrano risuonare nel racconto raffinato dell’artista, per meglio leggere tra le righe del “racconto”, per farsi trasportare dall’emozione, dalla luce dei cromatismi e dai percorsi delle forme disegnate su una superficie piana come la tela o a rilievo come la tessitura.

Pablo Betti è un artista che intende rivolgersi a un vero mercato dell’arte fatto dal pubblico e non dallo spazio espositivo. Gli attori principali dell’arte sono lo stesso pubblico, che offre oggi il mondo dell’arte e come si colloca all’interno del panorama artistico. Le sue opere sono intime memorie strappata dalla sua terrà, dove il colore riflette il suo stato d’animo, illuminato da rapide e intense pennellate calde. I colori sono una ricerca continua per ritrovare se stesso, le sue radici. La sua arte è quasi un racconto da leggere nel profondo silenzio per cogliere l’intimo dell’artista. Le sue opere spesso diventano icone del suo tempo, avvolti da quel fascino misterioso che coinvolge lo spettatore nella sua rete. Le immagini apparentamene semplici trasmettano una carica emotiva abbastanza forte da essere contemplate nel profondo silenzio.

La mostra sembra suggerire un percorso cronologico della vita dell’artista passando da tele calde a quelle fredde.

via Alagon Cagliari

fino al 27 maggio

Dalle 10,00 alle 18,00

Elio Marchegiani, Il peso del colore – le grammature degli anni ‘70

Conoscenza dell’arte, metodo scientifico, studio dei materiali e visione del fare artistico trasversale a diverse discipline compongono l’universo pittorico di Elio Marchegiani in mostra, dal 7 al 29 aprile 2017, alla Galleria de’Bonis di Reggio Emilia.

L’esposizione si concentra sulle Grammature di colore, fortunato ciclo pittorico degli anni ’70. In questa serie, Elio Marchegiani, da sempre interessato al dialogo fra scienza e arte, si propone con successo di indagare il peso fisico del colore. Le opere consistono, dunque, in strisce di pigmenti disposte su vari supporti: intonaco, lavagna e addirittura rame. Per ognuna di esse, l’artista individua il peso esatto del colore impiegato.

Da un processo artistico affrontato con un approccio scientifico e filosofico – il peso del colore non potrebbe essere interpretato anche come una profonda metafora del senso della pittura? – nascono opere estremamente armoniose ed equilibrate, governate da una geometria che non è mai rigida, ma sempre leggera e impalpabile come i pigmenti di cui è fatta.

Il percorso della mostra comprende opere scelte su intonaco, lavagna, rame ed anche oro zecchino 24 Kt. Di particolare rilevanza, una delle primissime grammature su lavagna del 1973 e due rari lavori su intonaco con cornice bianca.
Docente di Tecnologia dei materiali e ricerche di laboratorio e poi di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Urbino, Marcheggiani è stato invitato a tre edizioni della Biennale di Venezia. Il suo mercato gode, in questo momento, di una grande vivacità e le sue opere – le Grammature in particolare – sono sempre più richieste.

Dal 07 Aprile 2017 al 29 Aprile 2017

da martedì a sabato con orario 10.00-13.00 e 16.00-19.00, giovedì ore 10.00-13.00, chiuso 25 aprile

Reggio nell’Emilia | Reggio Emilia

Luogo: Galleria de’ Bonis

Curatori: info@galleriadebonis.com

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 0522 580605

E-Mail info: info@galleriadebonis.com

Sito ufficiale: http://www.galleriadebonis.com