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Identità liquefatta. Faig Ahmed

Faig Ahmed analizza il tema dell’identità culturale, della sua modernizzazione e deformazione ineluttabile. Inscena quel misto di nostalgia e voglia di novità, di locale e globale, chè è uno dei tratti salienti del nuovo millennio.

Per farlo non può che partire dalla sua identità culturale utilizzando il simbolo della tradizione dell’Azerbaigian, il tappeto.
Ahmed affranca il tappeto dal pavimento per esporlo alle pareti come un vero e proprio quadro, un simbolo.
La raffinata tecnica di realizzazione delle opere è quella della tessitura tradizionale azera, famosa nel mondo. Il disegno classico e universalmente noto viene però deformato, disturbato o affiancato da nuove forme più contemporanee.

Vediamo allora in alcune opere che la ricca e complessa geometria dei disegni intessuti ad un certo punto si liquefà perdendo definizione e forma ricadendo organicamente sul suolo. Oppure il solito motivo viene stirato trasformandosi in stringhe di colore per poi tornare a ricomporsi, la forma totale è cambiata, gli elementi caratteristici ci sono ancora ma se ne sono aggiunti altri.
Talvolta il disegno diventa tridimensionale grazie a deformazioni figlie dell’estetica informatica.
Altre volte ancora una colata di un unico colore copre le cifre identitarie dell’oggetto.

La ricerca e le opere di Ahmed si rivelano ricche di sfumature e fortemente rappresentative di una società in costante bilico tra internazionalismo e amor patrio. Quest’ultimo a volte va celato nella paura di scoprire il proprio provincialismo.
Il passare del tempo risulta sempre una fonte inarrestabile di imbastardimento dell’immagine identitaria. Imbastardimento dovuto al fenomeno di un evoluzione generata non in autonomia o con scambi proporzionati tra culture diverse. Generata invece per confluenza a un’unica corrente sovranazionale e sovracontinentale dove il singolo apporto si perde nella vastità delle presenze. Tutto si scioglie in un unico fluido omogeneo, per quanto con colori a contrasto, dove l’origine a volte diventa difficilmente riconoscibile.

Boris Mikhailov, Io non Sono Io

Organizzata dal Museo Madre in collaborazione con Incontri Internazionali d’Arte e Polo museale della Campania, Villa Pignatelli – Casa della fotografia, Io non Sono Io è la prima mostra dedicata da un’istituzione pubblica italiana a Boris Mikhailov (Kharkov 1938), insieme alla retrospettiva che, nell’autunno del 2015, è stata dedicata all’artista da Camera – Centro Italiano per la Fotografia di Torino.
Mikhailov è uno dei più autorevoli fotografi contemporanei. Nato in Ucraina, la sua ricerca – avviata negli anni Sessanta mentre lavora come ingegnere in una fabbrica – verrà ripetutamente boicottata dal regime sovietico. Nelle sue serie fotografiche Mikhailov affronta una molteplicità di temi che indagano i profondi, radicali e spesso traumatici cambiamenti che hanno investito, e ancora oggi investono, il suo paese natale.
L’artista stesso ha dichiarato: “Ritengo che il fenomeno che sto raccontando al mondo è, nella sua essenza, il post-comunismo o il post-sovietico. La Russia è sempre stata del resto un mondo di cataclismi sociali, come è emerso chiaramente lungo tutto il corso del XX secolo”. Ma, per traslato, la disintegrazione sociale conseguente alla fine dell’Unione Sovietica, sia in termini di strutture comunitarie e condizioni di vita che di ripercussione sulla coscienza dei singoli, assurge nelle immagini di Mikhailov a una valenza universale in grado di dare rappresentazione all’identità contemporanea nella sua frammentazione fra inclusione ed esclusione, progresso e emarginazione, identità e sradicamento, stanzialità e migrazione, divenendo testimonianza di una dignità insopprimibile così come delle comuni radici etiche di ogni essere umano.
La mostra al Madre approfondisce il tema del ritratto e dell’autoritratto e, quindi, la matrice intimamente autobiografica di tutta la ricerca di Mikhailov; in cui i temi della crisi identitaria e dell’oppressione sociale, della povertà iniqua e della miseria pura, dell’abbandono e della solitudine, oscillano costantemente fra guerra e pace, isolamento e tentativo del suo superamento nel confronto con l’altro.
È in questa dinamica che Mikhailov volge lo sguardo della sua macchina fotografica nelle pieghe del reale, alla ricerca di una verità comune che, attraversando i confini dello spazio e del tempo, riecheggia toni della grande arte europea, dalla pittura barocca all’interesse per i “vinti” della pittura e della fotografia ottocentesca, fino alla ricerca di una responsabilità personale e civile propria delle avanguardie storiche del XX secolo, di cui l’artista condivide lo slancio utopico e sperimentale.

boris_mikhailov, copyright

boris_mikhailov, copyright

A cura di: Andrea Viliani con Eugenio Viola