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Quando l’arte incontra il digitale. La natura a portata di “touch” del collettivo TeamLab

TeamLab è prima di tutto un laboratorio creativo e interdisciplinare. Nato e sviluppato da un gruppo di professionisti nei diversi campi della pratica dell’era dell’informazione, TeamLab è ad oggi tra i più interessanti collettivi d’oltre oceano in cui il digitale ha preso il sopravvento sul concetto tradizionale di arte. Il gruppo presenta nella sua vasta e impressionante produzione artistica, una commistione di elementi necessari a determinare l’effetto di stupore e sorpresa che accomuna la loro produzione: animazione, suoni, performance, scienza e ovviamente il digitale.

Immaginiamo, dunque, di ritrovarci completamente immersi in una surreale e colorata visione di creature della natura, sotto i nostri piedi, dietro la nostra schiena o sopra la nostra testa, è la totale immersione in un mondo che abbatte ogni confine tra ciò che è reale e ciò che è finzione. Le creazioni “touch” del TeamLab ridefiniscono una nuova concezione del digitale, rendendo possibile o, quantomeno, auspicabile una relazione interattiva e di scambio con l’arte e le persone. La fisicità che apparentemente viene a mancare nella produzione del collettivo, in realtà è uno dei presupposti fondamentali per determinare una nuova concezione di arte 2.0. Il visitatore è il primo elemento che attiva le relazioni e abbatte qualsiasi confine tra il sé e l’opera d’arte. In uno scambio sensibile di mutamenti, l’esperienza che ne fa il visitatore è un coinvolgimento a 360º, in cui l’uomo ha il potere di apportare variazioni o vivere in perfetto sincrono e simbiosi con la natura digitale che lo inghiottisce. L’opera assume nuove sembianze a seconda del comportamento e dei movimenti del visitatore, viceversa l’uomo interagisce e reagisce diventando parte totale e integrante dell’opera e inizia ad assumere nuovi comportamenti creando delle connessioni con le altre presenze nella sala. Questo gioco di rimandi ambigui e legami, creano uno scambio di informazioni e di nuove forme relazionali che intendono idealmente creare un file rouge di emozioni e di interazioni positive tra gli uomini.

Il digitale assume e proietta la capacità di trascendere le barriere fisiche e concettuali a favore di una riflessione che pone le sue radici nella mancanza. TeamLab riporta l’attenzione su ciò che l’arte contemporanea ha lasciato dietro di sé, mantenendo un filo conduttore che pone le sue radici nella cultura artistica Giapponese. In particolare, recupera la visione logica della ricerca spaziale della tradizione nipponica applicando nuove forme digitali con un approccio scientifico e tridimensionale. TeamLab auspica a un cambiamento che vede la perfetta unione tra il mondo e l’uomo. La copiosa produzione di arte digitale del gruppo, propone un’utopica consapevolezza di sé nel tentativo di creare un corpo unico, visibile e condiviso.

Nasce, cresce, si riproduce e rinasce: la Op Art

L’Optical Art sviluppata negli anni ’60 è uno di quei fermenti artistici che è riuscito a permeare talmente a fondo nel gusto della società da divenire un vero e proprio cult, capace di portare importanti strascichi fino agli anni ’90 e riguadagnare definitivamente popolarità con l’era digitale.

Un’arte fatta di effetti ottici ottenuti grazie ad un’attenta ricerca nell’uso delle cromature e degli accostamenti geometrici. Dai pionieri come Victor Vasarely, Jesus Rafael Soto, Bridget Riley fino alle odierne grafiche computerizzate sono passati diversi livelli di attenzione della critica e del pubblico, spesso legati ai dettami della moda del momento. In tutti questi anni lo scopo è sempre rimasto quello di stupire lo spettatore giocando con le sue capacità cognitive, azzerando le dicotomie piattezza/profondità e immobilità/mobilità.

L’Optical Art ha quindi la capacità di diventare un vero parco giochi per il nostro sguardo e questa forte interazione tra opera e spettatore ha consentito un successo che oggi pare vivere una seconda giovinezza. Negli anni ’70 ci fu il boom dell’Optical nella moda e migliaia di vestiti e accessori riportavano fantasie provenienti da quel campo. La nostra generazione invece è autrice di un diffuso revival di quella moda, talmente diffuso che praticamente non ce ne rendiamo conto. Pur trattandosi di modelli 2.0 molto diversi da quelli degli anni ’70 abbiamo comunque sviluppato una nostra interpretazione che ha rinnovato il genere. Per capirlo ci basta entrare in un negozio di articoli sportivi: quanta Optical ci troviamo? Leggings, magliette in tessuto tecnico, scarpe, felpe, guanti, palloni; ogni oggetto ha un qualcosa proveniente dalle sperimentazioni della Op Art. Oppure guardiamo una partita di calcio e pensiamo un attimo alle divise dei giocatori. Oggi sono diffusissime quelle con effetti Optical, certo un po’ tamarre, ma legate comunque a questa particolare esperienza artistica. A proposito di tamarri, che dire delle automobili da Tuning? Quelle alla Fast and Furious per intenderci. Anche in quell’ambito l’Optical ha proliferato talmente tanto da contagiare pure il mercato delle auto di serie.

Insomma, molto brevemente e senza scomodare grandi mostre e grandi artisti (come Tauba Auerbach, giusto per dare un nome d’attualità che dia uno spunto di ricerca per chi volesse approfondire) si può avere un’idea di come l’Op Art si sia evoluta e di come sia entrata anche nel nostro costume post moderno. Oggi quindi la ritroviamo come un’arte viva e vegeta con artisti assolutamente validi in tutte le espressioni possibili, compreso il digitale, ma appesantita da un’eccessiva volgarizzazione dettata dal gusto odierno. Senza dubbio l’Optical continuerà a fare proseliti anche in futuro.