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Così fan tutte. L’infedeltà femminile dall’antichità a oggi

Da Elena di Troia a Novella 2000, dalle poesie di Catullo a Giovannona coscialunga, film cult della commedia sexy degli anni ‘70: un viaggio tra arte, letteratura e cultura pop per raccontare oltre duemila anni di infedeltà al femminile.

L’idea è venuta a Gleeden, il più importante sito per gli incontri extraconiugali d’Europa con oltre 5 milioni e mezzo di iscritti, che, in occasione del suo decimo anniversario, inaugurerà il prossimo 23 settembre a Milano la mostra Così fan tutte. L’infedeltà femminile dall’antichità a oggi, curata da Vittorio Sgarbi con la consulenza della storica dell’arte ed ex conservatrice del Musée d’Orsay Beatrice Avanzi.

La mostra, che sarà presentata con una lectio magistralis di Vittorio Sgarbi il 24 settembre alle ore 18.00, vuole raccontare come l’infedeltà coniugale, in particolare quella femminile, faccia parte del tessuto storico della società occidentale sin dall’alba dei tempi e come ne abbia plasmato storia, costumi e cultura: attraverso installazioni, video e fotografie la mostra condurrà i visitatori in un vero e proprio viaggio interattivo dentro un tema controverso ma che da sempre ha ispirato poeti, scrittori e artisti di ogni epoca.

“L’infedeltà femminile è uno dei grandi motori dell’arte e della letteratura – spiega Vittorio Sgarbi -L’Iliade, il più importante poema dell’antichità, inizia con una storia di tradimento; la Bibbia stessa, da Adamo ed Eva in poi, è una sequenza di infedeltà tra uomini e donne e tra gli uomini e Dio. Le pagine che tutti ricordiamo della Divina Commedia sono quelle in cui Dante incontra i due amanti Paolo e Francesca. L’erotismo è alla base di alcuni dei quadri più famosi della storia dell’arte, ma anche di molte opere liriche e letterarie, dalla sensuale Carmen alla tragica Madame Bovary. Insomma, l’infedeltà è da sempre una forza che scuote gli animi e determina le azioni di uomini e donne, in egual misura: l’infedeltà muove il mondo”.

La mostra realizzata da Gleeden, si sviluppa attraverso un percorso cronologico che non trascura le figure delle grandi regine e nobildonne infedeli della storia (da Lucrezia Borgia a Maria Antonietta a Caterina II di Russia), le opere nate nel secolo dei libertini e le eroine romantiche di Flaubert e Tolstoj.

Ampio spazio è dedicato alla cultura pop, con un omaggio a Sergio Martino, regista di alcune delle più famose commedie di genere italiane (due titoli su tutti: Giovannona coscialunga disonorata con onore e La moglie in vacanza, l’amante in città, entrambi con Edvige Fenech) e un’area dedicata all’infedeltà attraverso la lente dei settimanali gossip con il contributo di Roberto Alessi, direttore di Novella 2000 e autorità indiscussa nel campo delle corna VIP.

 

 

Dal 23 Settembre 2019 al 06 Ottobre 2019

Milano

Luogo: Spazio Dante 14

Indirizzo: via Dante 14

Orari: 10-19

Curatori: Vittorio Sgarbi

Sito ufficiale: http://gleeden.com/mostra-infedelta/

Anese Cho: Fragmentation

Laboratorium-Venezia è orgoglioso di presentare la mostra Anese Cho: Fragmentation organizzata dalla curatrice newyorkese Thalia Vrachopoulos.

La mostra sarà inaugurata il 21 giugno alle ore 19:00 e sarà visitabile fino al 22 luglio 2019. In questa serie di opere Cho vuole mettere in evidenza la condizione della donna oppressa ed esclusa non tanto attraverso un’interpretazione, ma dimostrando che la sua vita è condizionata da uno stato di incertezza. Per molte generazioni le donne hanno dovuto lottare per i propri diritti in un mondo patriarcale e dominato dagli uomini, dovendo dividersi tra la loro carriera e la vita domestica come mogli e madri. In modo molto concreto, questa è la frammentazione che si ritrova nelle opere di Cho che, come artista, deve concentrarsi sulle sue creazioni, ma come madre deve prendersi cura del proprio figlio. Questo ruolo “frammentato” della donna come madre, moglie, figlia, donna in carriera è stata una delle ispirazioni che stanno alla base di questa serie di sculture. Contemporaneamente, attraverso la sua opera, Cho fa riferimento alla cura della “Dea Madre” come evidenziato nella sua Fragmentation # 7.

Questa monumentale scultura, eseguita in lacca nera con un cut-out negativo di un seno femminile in rosso, ridimensiona di rimando le proporzioni dello spettatore quasi per costringerlo a riconoscere l’importanza del soggetto. Fragmentation # 4 è una scultura più giocosa in cui vengono ripetuti diversi cerchi che rappresentano un soggetto simile e che fanno riferimento a Several Circles di Kandinsky, opera del 1925. Cho ha lavorato per molti anni nell’ambito dell’astratto ed ha utilizzato forme circolari anche nei suoi lavori passati. Si può quindi comprendere come questa scultura murale rappresenti una continuazione logica del suo lavoro artistico e contestualizzi alla sua attuale produzione e alla tematica trattata le sue precedenti esperienze. Le sculture 3D e murali di Cho sono realizzate con superfici molto lisce, come il raso di seta, e su tonalità contrastanti come il rosso e il nero ottenendo una consistenza scintillante. Le sue scelte di colore, rosso e nero, sono come i due lati della stessa moneta, proprio come nella ruota dei colori in cui il nero, che è mix di tutti i colori, rappresenta la morte, e il rosso può significare al contempo sia la vita che la morte.

 

 

Dal 21 Giugno 2019 al 22 Luglio 2019

Venezia

Luogo: Laboratorium-Venezia

Indirizzo: Calle de Mezo 1592

Curatori: Thalia Vrachopoulos

Sito ufficiale: http://www.laboratorium-venezia.com

Arte Matera2019. BURNING. Anima e memoria nei volti di donna

Sabato 13 aprile alle 18:00 si inaugura la mostra BURNING, nella splendida cornice della Città di Matera, organizzata dalla Galleria d’arte D’Imperio, in Piazza Vittorio Veneto, 34, nel cuore della Capitale Europea della Cultura 2019. L’esposizione, a cura di Maria Italia Zacheo, propone le opere di Fabrizio Borelli e di Mario D’Imperio, a confronto, sul tema della passione femminile, un fuoco che esalta e al tempo stesso distrugge. Storie di donne – anima e memoria nei volti – colte dai due artisti, facce di una stessa realtà, unità bifronte ed espressione binaria di un’unica forza che attira, vivifica e annulla. Un gioco delle parti, proposto nelle due vie possibili: In/Out.
La rassegna, nell’ambito delle iniziative proposte dalla Galleria D’Imperio, ha l’obbiettivo di offrire al pubblico approfondimenti sull’arte contemporanea, e, nel presentare il tema antico del femminile, consente una riflessione in più: pensieri ed emozioni, luce e buio, assenze e presenze in immagini che continuano un racconto antico nel mondo contemporaneo.
La serie di Fabrizio Borelli – Burning Out – è una sequenza/replica di un unico volto femminile, aperta da un titolo didascalia; datata 2010, è stata prodotta in occasione della collettiva Stop all’abuso sulle donne (Roma, Museo delle Mura). Le opere sono in copia unica. L’immagine meta-fotografica del volto ripetuto è elaborazione di materiale web di risulta. Tecnica mista, stampa glicée su carta tradizionale Magnani puro cotone, emulsionata artigianalmente. Le immagini sono trattate con patine, colore e nerofumo, per oscurare/negare progressivamente il volto femminile. La realizzazione esalta l’ispirazione poetica dell’artista. Mario D’Imperio utilizza in questa esposizione l’antica tecnica della ceramica a grande fuoco. Le sue opere denotano ironia e superamento della moltiplicazione dei volti, proposta in passato dalla pop art. Ma se quelle immagini erano replicate spesso all’infinito in copie più uguali a sé stesse, utilizzando chiavi pittoriche, fotografiche e pubblicitarie, qui avviene l’esatto contrario. Il volto femminile è stilizzato in un fumetto quasi umoristico ma proposto utilizzando la chiave artigianale della ceramica, contrapposta alla produzione industriale di molta arte contemporanea. Pur rifacendosi alla celebre mostra e campagna pubblicitaria “Faces” di Oliviero Toscani per Benetton, Mario D’imperio esprime il recupero del disegno con una linea semplice ed essenziale. Fabrizio Borelli vive e lavora tra Roma e l’Umbria. È impegnato, da sempre, nel campo della restituzione visiva della realtà. La costante ricerca – prediletto il linguaggio fotografico, meta-fotografico e quello video – e l’esperienza professionale, lunga e di ampio respiro – nel cinema ha lavorato con numerosi registi, tra i quali Ettore Scola, Andrei Tarkovskij, Luigi Comencini, Giovanna Gagliardo, Bruno Corbucci, Ermanno Olmi – insieme all’attività in ambito televisivo hanno arricchito la sensibilità reportistica e la capacità di sintesi. È fondatore e presidente dell’associazione culturale X-Frame. Tra le ultime realizzazioni: il libro fotografico Fabrizio Borelli CONFINE 1 / storia di luci e di ombre, a cura di Maria Italia Zacheo – presentato al MAXXI, Roma Maggio 2018 (Lithos editrice) – e la mostra relativa, in calendario nel 2018 a Roma, MAXXI, e a Terni, Palazzo di Primavera. E’ presente alle precedenti edizioni di RAW – La verità, vi prego, sull’amore Open Studio/ Recital per voce, musica, suoni (2016) e Sopra – sotto Berlino – Finestre inedite su Berlino contemporanea (2017), ha esposto alle collettive Swing Angel 03 (Ancona 2017), Destrutturazione/I (Magliano Sabina 2016), LDD – Legittima Difesa Dossier (Roma 2013), Stop sull’abuso delle donne (Roma 2010), Ciao Dario, in ricordo di Dario Bellezza (Roma 1996) e alle personali Scents (Giovinazzo 2017), Tracks&Chips (Roma 2008), Distratti (Roma 1996). Mario D’Imperio è nato a Matera ed attualmente vive a Roma. Dagli anni ottanta, accanto alla sua professione di medico, ha svolto un’intensa attività artistica, partecipando ad oltre 100 mostre d’arte personali e collettive. Nel 2000 ha realizzato 14 formelle in ceramica per il Santuario quattrocentesco di Pozzo Faceto a Fasano. Nel 2008 ha fondato il Circolo Culturale Casa D’Imperio, di cui è il presidente, ospitando mostre ed eventi culturali, artistici e musicali nella casa di famiglia nei Sassi di Matera. E’ stato insignito nel 2012 del prestigioso Premio Personalità Europea in Campidoglio a Roma durante la 42 Giornata d’Europa. Recentemente ha ricevuto a Porto Potenza Picena il Premio Sant’Anna Speciale della critica e il Premio nazionale Natiolum, ai Bastioni di Giovinazzo. Le sue opere pittoriche ad olio e acrilico e le sue ceramiche a terzo e a grande fuoco sono state raccolte e recensite nei seguenti cataloghi: L’angelo e il giudizio. Opere 1999 – 2000 (Grafischena Fasano – 2000), con introduzione e versi di Rosa Maria Fusco; Percorsi 1980 – 2002 con contributi critici di Rosa Maria Fusco, Antonio Lotierzo, Livia Semerari e Sara Torquati; Il rosso e l’arancio 2005 – 2007 (Cimer – 2007) e Mario D’Imperio (Lithos editrice – 2015) a cura di Emanuele Pecoraro, con contributi critici di Pierfrancesco Campanella, Loredana Finicelli e Beatrice Mastrorilli e versi di Aldo Bagnoni e Paolo Di Caprio. Inoltre, i suoi quadri sono stati utilizzati per il cortometraggio L’amante perfetta, diretto da Pierfrancesco Campanella e per le locandine dei documentari La città d’acqua e 28… ma non li dimostra, diretti da Emanuele Pecoraro. E’ inoltre presente come esperto d’arte nel docufilm per il cinema I love… Marco Ferreri, diretto da Campanella.

BURNING ANIMA E MEMORIA NEI VOLTI DI DONNA
mostra a cura di Maria Italia Zacheo
meta-fotografie di Fabrizio Borelli ceramiche a grande fuoco di Mario D’Imperio
CASA D’IMPERIO GALLERIA STUDIO
Piazza Vittorio Veneto, 34, 75100 Matera
INAUGURAZIONE MOSTRA Sabato 13 aprile 2019 ore 18.00
ESPOSIZIONE APERTA AL PUBBLICO dal 13 al 28 aprile 2019 giorni feriali: dalle 18:00 alle 21:00 festivi: 10.00 – 13.00 / 18.00 – 21.00
INGRESSO LIBERO
https://www.materaevents.it/events/view/arte%20contemporanea/2321/burning
www.fabrizioborelli-imaging.it
www.mariodimperio.com
UFFICIO STAMPA Emanuele Pecoraro emanuele.pecoraro@live.it Chiara Velocci c.velocci89@gmail.com

Donna o Dea

Fino al 12 maggio, presso il museo Archeologico Nazionale di Cagliari, si può visitare la mostra Donna o dea. Le raffigurazioni femminili nella preistoria e protostoria sarda.

Si tratta di figure femminili modellate dai nostri antenati più remoti.

Un emozionante viaggio tra i sentimenti di comunità ancestrali, lungo il tramonto del Paleolitico e attraverso l’età dei metalli, che in Sardegna si presenta alla vigilia della storia con le formidabili creazioni dei popoli nuragici. L’idea di questa collezione nasce con l’obbiettivo mettere in risalto la donna nuragica, descritta attraverso una resa stilistica essenziale e solenne.

Uno sguardo al mondo femminile attraversando le sfere del mito, del sacro, del religioso e del quotidiano, fino ai tempi nostri. Il percorso artistico si sofferma su gesti e movimenti semplici, comportamenti e situazioni che traggono situazioni urbane consuete,
frammenti sospesi di una donna del proprio ideale di vita, offerte al nostro sguardo come nuovi spazi di riflessione.

Il progetto espositivo è esposto come un percorso, dove ogni donna sembra che cammina attraverso le vie, le strade della vita quotidiana.
Un viaggio straordinario nella storia dell’arte sarda, dall’arte primitiva fino ai giorni nostri, con una riflessione profonda sulla figura della donna.

Si analizza, nelle diverse fasi storico-artistiche, l’iconografia della maternità secondo la personale visione di ogni artista in mostra.
La figura femminile è vista come una madre o una dea, rappresentando l’origine della vita stessa, della donna, della nutrizione, dell’amore più puro, più radicato, più appassionato.

Si intrecciano arte, sociologia, psicologia e tante altre dimensioni del sapere. La figura della donna ritorna anche come evocazione di forza, di estrema potenza vitale, colei da cui nasce tutto e a cui tutto si ricongiunge.

E’ il percorso generativo della donna sia nell’arte che nella vita sociale tra realtà biologica e valori come una apertura al mondo. Ci si trova di fronte alla celebrazione del rapporto della donna con il suo corpo.

Una mostra che si concentra sulla donna, sul suo universo e sul suo animo. Un focus estremamente dettagliato e straordinario che fa emergere mille e più sfaccettature di un essere bellissimo e complicato allo stesso tempo. Uno sguardo all’essenza femminile, per cogliere ogni sfaccettatura di un mondo ricco e travolgente, attraverso gli sguardi e atteggiamenti concepiti come dee di un universo parallelo.

Museo Archeologico di Cagliari
Dalle 9.00 alle 20.00 dal martedì fino alla domenica.
Chiuso il lunedì

Andrea Benetti. Volti contro la violenza

La violenza è il peggior sentimento che possa scaturire dalla mente umana e divenire azione; indifferentemente che si concretizzi fisicamente o psicologicamente.

La violenza va sempre denunciata e contrastata con forza.

Ho quindi deciso di fare una mostra per condannare quell’orribile tipologia di violenza, che purtroppo è entrata ed entra ogni giorno nella nostra vita, attraverso le notizie di giornali e telegiornali, che puntualmente ci aggiornano sul macabro bollettino delle violenze perpetrate ai danni delle donne.

Io non mi abituerò mai a questo terribile resoconto, all’aumentare costante dello stillicidio quotidiano compiuto sulla pelle delle donne. La donna non può pagare questo tributo di dolore e di sangue, a causa della debolezza dell’uomo, che tramuta la propria fragilità in mostruosa ed inaccettabile violenza. Questo “virus” che devasta la mente dev’essere debellato completamente dal modo di essere, di pensare e di agire di quegli uomini, che si macchiano di questa inqualificabile tipologia di reati. Che ancor prima di essere reati sono un’offesa al genere umano.

Un artista prova a comunicare alle persone che fruiranno della sua arte uno o più messaggi, che intersecandosi possono spaziare da temi culturali a temi sociali, o meglio, come in questo caso a “piaghe sociali”. Per cui ho deciso di denunciare e sensibilizzare, per quello che sono i miei mezzi e le mie capacità artistiche, a non chiudere mai gli occhi davanti ad una violenza consumata ai danni di donna, che sia essa subita in prima persona, o compiuta ai danni di parenti, amiche, conoscenti, o semplici vicine di casa.

Denunciare sempre e sottrarsi ai primi segni di violenza.

La violenza è antitetica al rispetto e senza rispetto non può esistere nessun rapporto umano, che si possa definire tale, tantomeno l’amore.

Inizialmente ho provato a pensare come avrei potuto trattare questo tema con la mia pittura, ma subito le mie idee artistiche sono confluite in maniera naturale nella fotografia, antico amore mai sopito, che appresi durante diversi anni di esperienza al fianco del grandissimo maestro Marco Caroli, scomparso da pochi anni ed al quale voglio dedicare questa mostra.

 

 

Dal 14 Novembre 2017 al 13 Dicembre 2017

BOLOGNA

LUOGO: Palazzo D’Accursio

CURATORI: Silvia Grandi

ENTI PROMOTORI:

  • Comune di Bologna

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

E-MAIL INFO: info@andreabenetti.com

SITO UFFICIALE: http://www.andreabenetti.com

Maman. L’omaggio di Louise Bourgeois alla maternità

«Il ragno è un’ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia era nel settore del restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto brava. I ragni sono presenze amichevoli che mangiano le zanzare. Sappiamo che le zanzare diffondono malattie e per questo sono indesiderati. Così, i ragni sono protettivi e pronti, proprio come mia madre».

La citazione sopra riportata appartiene a Louise Bourgeois, una celebre artista contemporanea nata a Parigi nel 1911, la quale avviò la propria carriera artistica nel 1938 dopo il trasferimento a New York.

Ma perché un’artista del calibro della Bourgeois dovrebbe interessarsi a un piccolo animaletto che spesso suscita il terrore delle persone? Chi già conosce i lavori dell’artista potrebbe sorridere alle parole “piccolo animaletto”, infatti i ragni realizzati dalla donna sono tutt’altro che piccoli e di certo non sono un bello spettacolo per chi soffre di aracnofobia.

Louise Bourgeois è colei che ha plasmato Maman (1999), il ragno gigantesco che comprende un sacchetto contenente delle uova di marmo, un omaggio alla maternità, al mondo femminile. Maman è emblema di tutte le madri protettive verso i propri figli, simbolo della donna lavoratrice, in grado di rievocare nella mente dell’osservatore gli antichi mestieri femminili legati al settore della tessitura, i quali, secondo il pensiero di Freud, rappresenterebbero “l’invidia del pene” da parte delle donne, in quanto i risultati ottenuti dal lavoro dell’arte tessile sarebbero associabili ai peli presenti in prossimità degli organi maschili. Maman fa pensare a chi è intento a contemplarla alla forza della donna, rievoca le lotte portate avanti dai movimenti femministi contro le società maschiliste per portare in auge l’emancipazione della donna.

In virtù delle grandi dimensioni con cui è stata realizzata, Maman è come la madre che accoglie i propri figli con un abbraccio, i fruitori, se non sono terrorizzati dalla vista dei ragni, possono infatti sostare sotto di essa avvertendo la sensazione di essere protetti dalla creatura gigantesca e possono meglio percepire quella sensazione di leggerezza conferita alla scultura grazie alle sottili zampe che si innalzano nell’aria.

 

Shirin Neshat: l’antitesi del femminismo occidentale

Siamo ormai abituati, forse meglio dire assuefatti, dal femminismo in salsa occidentale. Siamo convinti che la maniera migliore per vivere sia la nostra e guardiamo al medioriente come un posto in cui la donna viene continuamente soffocata dalle restrizioni cultural-religiose. Il nostro etnocentrismo è alimentato da una visione parziale che i mezzi d’informazione hanno sempre lasciato passare e che si riassume in un semplicistico “noi siamo liberi e loro no”. Shirin Neshat è un’artista che aiuta tantissimo a comprendere quanto lo stile di vita occidentale non sia assolutamente la soluzione ai problemi della donna orientale.

Nata nel 1957 in Iran la Neshat ha vissuto in prima persona l’evoluzione del medioriente negli ultimi sessant’anni. Nel 1974 si è trasferita negli Stati Uniti a seguito della rivoluzione islamica nel suo paese e in America è venuta per la prima volta a contatto con la società occidentale, imparando presto le differenze rispetto alla sua cultura d’origine. Grazie a questa doppia esperienza e a un spirito critico sopraffino è riuscita nella sua carriera di fotografa, regista e visual artist a raccontare il ruolo della donna nella società.

Nelle sue immagini le tematiche connesse all’islamismo ne oltrepassano abbondantemente i confini, riuscendo a colpire la sensibilità dello spettatore non solo verso il mondo orientale ma anche verso quello occidentale. Attraverso i suoi racconti figurati riusciamo a comprendere quanto i problemi della società islamica siano vicini ai nostri e come il maschilismo tanto criticato ai mediorientali non sia così diverso nei principi di fondo a quello diffuso nella nostra cultura america-centrista.

Shirin Neshat è quindi una delle artiste più interessanti tra quelle che hanno posto al centro della loro indagine la donna, riuscendo a superare di gran lunga quel femminismo stereotipato che sa solo chiedere uguali diritti ma con più privilegi. Sia come regista, sia come fotografa, sia come visual artist, la Neshat riesce sempre a offrire un punto di vista originale e fuori dai canoni del politicamente corretto, vero cancro dell’arte contemporanea.

 

Amrita Sher-Gil. Una voce dall’India

Amrita Sher-Gil è una pittrice indiana, alla riscoperta dei grandi valori della storia dimenticati. Nasce in una realtà troppo impegnativa, più di quanto oggi si può immaginare ed è una delle artiste più espressive del suo periodo. Ella ha osato sfidare la cultura indiana sulle condizione delle donne oppresse, ha fatto dell’arte la sua voce per restituire a quelle donne una dignità ancora negata e rubata, diventando un’ispirazione per il suo popolo.

Si abbandona alla pittura sin da piccola, sperimentando stili sempre diversi, appare affascinata dall’arte cercando quei segreti che vengono svelati solo guardando le piaghe di un quadro. Approfondisce la ricerca della materia e cerca di creare, anche nei colori, una reale identità indiana.

Dedica una serie di dipinti alle donne indiane dei piccoli villaggi o delle tribù, sperimentando forme e cromie fatte di spezie e di terra, creando un viaggio alternativo immerso nella cultura indiana fatta di spezie e toni rossastri. L’artista riesce a donare alle sue figure femminili una espressione realistica e intensa, al tempo stessa malinconica.

La sua pittura racconta la vita dei poveri, delle caste più umili che altrimenti sarebbero dimenticate dalla storia. Si tratta di un’arte come una sorta di reportage per cambiare le cose e tracciare nuove strade, dove ognuno ha un prezzo da pagare quando cerca di cambiare le cose.

Utilizza un linguaggio contemporaneo ed esplora un contesto mettendo in risalto i cambiamenti sociali e politici. Usa come modelli uomini e donne, prendendo le distanze da una nobiltà indiana, ammalata dall’odio e da una coscienza troppo pesante da nascondere. Le sue figure vivono nel tempo, portatrici di una vita al popolo indiano.

La bruttezza e la malinconia della popolazione più povera viene da lei trasformata in una sconvolgente bellezza adottando un linguaggio essenziale fatto di linee e colori semplificati al massimo. Amrita Sher-Gil matura uno stile tutto suo fatto dall’uso di calde tonalità.

 

Figure stanche, invecchiate, senza identità. Le donne di Margherita Manzelli

«Le idee mi girano nella testa mentre faccio le cose più disparate. Poi scompaiono, e qualche volta per sempre. Altre volte invece restano finché non ne rimane che una sola, di solito la più forte di tutte. Un po’ come sintonizzare i canali di una radio. E quando succede non è che corro a disegnarle o dipingerle. Le tengo chiuse dentro la testa. È un’abitudine ormai. Mi piace avere queste immagini all’interno di uno spazio chiuso, sovrapponendole alle cose che faccio durante la giornata: mentre faccio la spesa, vedo un film o parlo alla gente. Finché la frizione tra le cose che vedo nella vita e le cose che vedo nella testa diventa insostenibile e le immagini nella mia testa diventano talmente nitide da essere invadenti …».

La citazione sopra riportata racchiude il segreto dell’arte di Margherita Manzelli (1968), un’artista italiana che all’inizio del suo operato si avvicina dapprima alla performance e all’installazione per poi accostarsi alla pittura, suo genere prediletto.

Il corpo femminile rappresenta il cuore della pittura della Manzelli. Il corpo raffigurato dall’artista non è quello portatore di una bellezza ideale tipico delle divinità femminili celebrate nell’antica arte greca, la maggior parte dei suoi soggetti sono giovani donne, inserite in uno sfondo ridotto all’essenziale, il cui corpo presenta i segni di un invecchiamento precoce, la postura è insolita, con un’alterazione delle proporzioni e dei colori dell’incarnato. Solitudine, insicurezza e un’incerta identità sono gli aspetti che colpiscono lo sguardo dello spettatore, sono le caratteristiche che vengono assunte dalle presenze femminili dipinte.

Trattandosi di donne viste per caso dall’artista è evidente che i soggetti tendano ad assumere una “non identità”, elemento reso evidente al pubblico attraverso l’insicurezza che trapela dal soggetto dell’opera. Stanchezza e indifferenza si possono osservare in Programma Disciplina Maestro (t. m. h. S.), opera del 2000, ove la figura femminile sembra non preoccuparsi dello sguardo di colui che la osserva, un’impressione data dallo sguardo perso altrove e non curante.

Il corpo non perfetto, frutto di un’idea che per un certo periodo è rimasto racchiuso nella mente dell’artista, è anche figlio della società contemporanea, ove le mille priorità della vita costringono l’uomo a tenere rinchiusi i propri pensieri, corpi con segni di invecchiamento si incontrano nelle città, così come quelle figure sole e incerte. Del resto è questo che produce la società contemporanea, insicurezza, stanchezza e solitudine.

 

 

Ago, filo e sessualità: Ghada Amer

La battaglia per la condizione della donna nella società è diventata uno dei must del nostro tempo. Così come sono diventati un must quei finti paladini delle “minoranze”, che dall’alto della loro fama e ricchezza, esibiscono manifestazioni di solidarietà fasulle su ogni palcoscenico in cui salgono. Il messaggio che lanciano è sempre lo stesso: tutte le donne sono fortissime e possono fare qualsiasi cosa. Tradotto vuol dire: devo dire che le donne sono tutte wonder woman perché il mio manager dice che così sembro una persona giusta e incasso di più. Ghada Amer è un’artista che non ha nulla a che fare con questo femminismo di comodo. La sua lotta per l’emancipazione della donna è sentita e autentica, viene dal profondo della sua esperienza di musulmana cosmopolita; la sua arte esprime una critica sulla concezione della donna a 360°, sia nella visione orientale che in quella occidentale. L’uso del ricamo nelle sue opere è uno strumento per scardinare la visione retrograda di una donna domestica. Utilizzando proprio uno dei simboli di quell’immagine da “angelo del focolare”, l’artista disegna una femminilità libera e a proprio agio nella sua sessualità. Ghada Amer rappresenta la tipica donna moderna: viaggiatrice, in carriera, socialmente impegnata e sessualmente disinibita. Ma forse, per combattere un vecchio stereotipo, lei stessa ha finito per diventare un nuovo stereotipo di donna.