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Shirin Neshat: l’antitesi del femminismo occidentale

Siamo ormai abituati, forse meglio dire assuefatti, dal femminismo in salsa occidentale. Siamo convinti che la maniera migliore per vivere sia la nostra e guardiamo al medioriente come un posto in cui la donna viene continuamente soffocata dalle restrizioni cultural-religiose. Il nostro etnocentrismo è alimentato da una visione parziale che i mezzi d’informazione hanno sempre lasciato passare e che si riassume in un semplicistico “noi siamo liberi e loro no”. Shirin Neshat è un’artista che aiuta tantissimo a comprendere quanto lo stile di vita occidentale non sia assolutamente la soluzione ai problemi della donna orientale.

Nata nel 1957 in Iran la Neshat ha vissuto in prima persona l’evoluzione del medioriente negli ultimi sessant’anni. Nel 1974 si è trasferita negli Stati Uniti a seguito della rivoluzione islamica nel suo paese e in America è venuta per la prima volta a contatto con la società occidentale, imparando presto le differenze rispetto alla sua cultura d’origine. Grazie a questa doppia esperienza e a un spirito critico sopraffino è riuscita nella sua carriera di fotografa, regista e visual artist a raccontare il ruolo della donna nella società.

Nelle sue immagini le tematiche connesse all’islamismo ne oltrepassano abbondantemente i confini, riuscendo a colpire la sensibilità dello spettatore non solo verso il mondo orientale ma anche verso quello occidentale. Attraverso i suoi racconti figurati riusciamo a comprendere quanto i problemi della società islamica siano vicini ai nostri e come il maschilismo tanto criticato ai mediorientali non sia così diverso nei principi di fondo a quello diffuso nella nostra cultura america-centrista.

Shirin Neshat è quindi una delle artiste più interessanti tra quelle che hanno posto al centro della loro indagine la donna, riuscendo a superare di gran lunga quel femminismo stereotipato che sa solo chiedere uguali diritti ma con più privilegi. Sia come regista, sia come fotografa, sia come visual artist, la Neshat riesce sempre a offrire un punto di vista originale e fuori dai canoni del politicamente corretto, vero cancro dell’arte contemporanea.

 

Art Histories. Deborah Kass

Deborah Kass: Art Histories è la prima personale in Italia dell’artista. La mostra riunisce un gruppo di opere provenienti dalle più interessanti serie realizzate da Deborah Kass durante la sua lunga carriera.

Nel 1992 Kass iniziò The Warhol Project utilizzando le tecniche ed il linguaggio stilistico di Andy Warhol per rappresentare i suoi personaggi che non erano di certo meno iconici rispetto a quelli del suo predecessore. Deborah Kass ha scelto i suoi soggetti in base alla sua personale relazione con loro o ai suoi interessi. Nei suoi lavori ritroviamo artisti e storici dell’arte – i suoi “eroi” con lo stile mutuato da Warhol. Nella serie My Elvis, Kass sostituisce il famoso Elvis di Warhol con Barbra Streisand interprete del film “Yentl” del 1983. Nel film Streisand interpreta il ruolo di una donna ebrea che indossa abiti maschili e vive come un uomo per poter ricevere un’istruzione presso un’accademia ebraica. In My Elvis l’artista esprime le sue perplessità circa le relazioni tra i sessi, promuovendo il femminismo nella società e sfidando apertamente il patriarcato.

In The Jewish Jackie series (1992-1993), Kass ha preso in prestito le famosissime composizioni a scacchiera dove Warhol ripeteva le sue Marilyn inserendo dei ritratti di Barbra Streisand fotografata di profilo con il naso all’insù. L’artista si è appropriata della tecnica e dello stile del padre della Pop-Art anche nei suoi autoritratti (Blue Deb, 2000).

Deborah Kass, Blue Deb 2000

Nel 2002 l’artista ha iniziato un nuovo ciclo di opere, Feel Good Paintings for Feel Bad Times, ispirato, in parte, alla sua reazione alla nomina dell’amministrazione Bush. Queste opere combinano una serie di spunti presi dalla pittura del dopo guerra (Ellsworth Kelly, Frank Stella, Jackson Pollock, Andy Warhol e Ed Ruscha), dalle musiche scritte da compositori come Stephen Sondheim, Laura Nyro, Sylvester, dalle commedie di Broadway (Great American Songbook, Yiddish) e dai film. Questa serie di dipinti interpretano l’arte e la cultura americana degli ultimi cento anni come un periodo caratterizzato da una grande creatività data dall’ottimismo del dopoguerra, da una borghesia in crescita e dall’affermazione dei valori democratici.

Il lavoro di Deborah Kass si identifica come una risposta all’instabilità in termini politici ed ecologici e osserva in modo critico e nostalgico il XX° secolo. In questo modo, l’artista continua la sua riflessione ed analisi politico-filosofica tipica del suo lavoro dagli anni Ottanta ad oggi.

Deborah Kass ha recentemente dichiarato il suo appoggio a favore della candidatura alla Casa Bianca per la democratica Hillary Clinton attraverso un’opera in edizione limitata che riprende l’iconico lavoro Vote McGovern del 1972 di Andy Warhol dove sotto il volto di Richard Nixon l’artista scrive “Vote McGovern”. Allo stesso modo, Kass sotto il volto di Donald Trump, scrive le parole “Vote Hillary”. Tutti i ricavati della vendita delle opere Vote Hillary così come dell’edizione creata da Chuck Close, saranno impiegati per la campagna elettorale di Hillary Clinton.

link: Brand New Gallery

Fino al 12 Novembre 2016
Martedì-Sabato: 11.00-13.00 I 14.30-19.00
ingresso libero

via Carlo Farini 32, Milano

Uneasy Dancer. Betye Saar

“Uneasy Dancer” (danzatrice incerta) è l’espressione con cui Betye Saar definisce se stessa e il proprio lavoro che, per usare le sue parole, “segue il movimento di una spirale creativa ricorrendo ai concetti di passaggio, intersezione, morte e rinascita, nonché agli elementi sottostanti di razza e genere”. Il suo processo artistico implica “un flusso di coscienza” che esplora il misticismo rituale presente nel recupero di storie personali e di iconografie da oggetti e immagini quotidiani. Al centro della sua opera si possono individuare alcuni elementi chiave: l’interesse per il metafisico, la rappresentazione della memoria femminile e l’identità afroamericana che, grazie al suo lavoro, assumono forme e significati inediti. Come sostiene Saar, la sua arte “ha più a che fare con l’evoluzione che non con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani”.

Il primo ricordo artistico di Betye Saar è ispirato dalla visione delle Watts Towers di Simon Rodia nel quartiere periferico di Los Angeles che frequentava assieme alla nonna negli anni Trenta. La costruzione delle torri, prolungatasi per un periodo di 33 anni, fu decisiva nel stimolare in lei la convinzione che i materiali di recupero potessero esprimere sia un contenuto spirituale che tecnologico. Dopo la laurea in design alla UCLA, Saar lavora come grafica dedicandosi all’incisione, al disegno e al collage. A partire dalla fine degli anni Sessanta, ispirata dall’artista americano Joseph Cornell, la sua sperimentazione con i materiali diventa sempre più tridimensionale e verso l’inizio degli anni Settanta inizia a creare veri e propri assemblage.

Attraverso il suo uso esperto di materiali di recupero, memorabilia personali e immagini dispregiative che richiamano storie negate o deformate, Saar sviluppa una potente critica sociale che sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana. Negli anni Settanta, i suoi assemblaggi iniziano ad assumere dimensioni sempre maggiori, e diventano delle vere e proprie installazioni, accomunate da un approccio che unisce visioni e fedi di ogni tipo – da quelle più personali e misteriose a quelle universali – accostandole a riflessioni politiche.

Betye Saar, TheP 1966

Come osserva Elvira Dyangani Ose, “Saar confonde i confini tra arte e vita, tra piano fisico e metafisico. Il carattere spirituale della sua produzione non risiede solo nelle opere in cui trova espressione diretta il suo interesse per una pluralità di tradizioni culturali. Risiede soprattutto nell’operazione artistica che trasforma materiali comuni in nuove iconografie evocative, in suggestive narrazioni del reale capaci di coinvolgere intimamente l’osservatore”.

“Uneasy Dancer” espande nel suo complesso temi fondamentali della pratica di Betye Saar, tra i quali la memoria, il misticismo e la costruzione di entità socio-politiche. Questo emerge nell’opera seminale The Alpha and the Omega (2013-16), un ambiente circolare che allude al viaggio iniziatico e all’esperienza della vita umana. Questa installazione è stata concepita in occasione della mostra e include una serie di nuovi elementi che rappresentano l’idea del tutto, nella sua circolarità.

In mostra saranno presenti i suoi assemblaggi di immagini e oggetti inseriti in scatole o valigie, come Record for Hattie (1975) e Calling Card(1976), che assumono una dimensione performativa, anche se in miniatura. Altri assemblaggi, creati più recentemente e contenuti all’interno di gabbiette, come Domestic Life (2007) e Rhythm and Blues(2010), rappresentano una condizione fisica e metaforica di segregazione, ma anche di resistenza e sopravvivenza. Questi lavori includono tracce del folclore afroamericano, combinando la dimensione politica a una visione spirituale che attinge a molteplici credenze e tradizioni di origine africana, asiatica, americana ed europea.

Inoltre sarà presentata una serie di opere che utilizzano strumenti di lavoro o elementi della vita domestica, come assi per il bucato, bilance e finestre, assemblati a fotografie o manufatti d’epoca, come le opereMystic Window for Leo (1966), The Phrenologer’s Window II (1966) e A Call to Arms (1997). Questi ultimi lavori che abbracciano vari decenni svelano, da un lato, una condizione intima e autobiografica e dall’altro alludono a una dimensione immaginativa e fantastica. L’impiego di fotografie, trattate come oggetti trovati, in lavori come Migration: Africa to America I (2006), diventa una modalità di celebrazione della bellezza e degli artifici della femminilità.

In tutta la sua carriera Saar ha portato avanti una posizione artistica che, oltre a opporsi al pensiero maschilista ed eurocentrico, sostiene una prospettiva umanistica che riconsidera le nozioni di individuo, famiglia, comunità e società.

link: Fondazione Prada

Fino all’8 Gennaio 2016
lunedì / mercoledì / giovedì, 10 – 20
venerdì / sabato / domenica, 10 – 21
Intero – 10 €
Ridotto – 8 €

Largo Isarco 2,  Milano

Chiara Fumai. L’illusione della provocazione

Pur amando alla follia l’arte contemporanea spesso capita di imbattersi in opere che vengono considerate di alto livello artistico solo per il semplice fatto che sono oggetto di provocazione. Sinceramente, che ruolo deve avere la provocazione nell’arte contemporanea? E’ uno stratagemma per attirare l’attenzione o è un fattore determinante per poter definire un’opera “artistica”? Penso che nel torpore della vita quotidiana l’arte debba provocare un qualcosa che è un dialogo tra l’opera e lo spettatore, partendo anche dalla riflessione che l’opera deve restituire un concetto di bellezza nei confronti del mondo e dell’uomo. L’arte deve essere provocazione, la provocazione intesa come spostamento di pensiero ma non è necessaria per la realizzazione di un’opera. Un’opera può essere innocente, basta che giochi con la mente.

Sono rimasta abbastanza sconcertata nel vedere che le più importanti riviste e gallerie del settore artistico abbiano dato gran voce all’arte provocatoria dell’artista Chiara Fumai, diventata nota dopo aver vinto il premio Furla nel 2013 con l’opera “Chiara Fumai reads Valerie Solanas” una videoinstallazione che è la rilettura del manifesto femminista per l’eliminazione dei maschi scritto nel 1967 da Valerie Solanas, un’attivista e scrittrice famosa per aver sparato ad Andy Warhol poiché «aveva troppo controllo sulla sua vita».

Va tutto bene, siamo negli anni 2000 e si deve cercare sempre la novità, il tema che può generare lo scandalo e la provocazione. Ma qui siamo davanti ad una performance che si ispira ad un pensiero di una squilibrata e disadattata, che ha cercato di ammazzare Warhol dopo averlo assillato per mesi e che ha avuto il coraggio di scrivere e pubblicare il manifesto SCUM che proclama la necessità di rovesciare il governo, l’eliminazione del sistema monetario e la distruzione del sesso maschile. Avrebbero mai dato un premio ad un’artista maschile che propone la distruzione del genere femminile o di qualsiasi altra categoria umana?

La giura ha visto in questo “omaggio” un lavoro di ricerca che trova le radici nel primo femminismo e nelle performance concettuali reinventandole in una prospettiva di continuità. Per difendere l’arte femminile è necessario arrivare a questo?

Rimpiango con amarezza il gruppo attivista degli anni novanta delle Guerrilla Girl che ha sempre puntato il dito con estrema intelligenza sull’ineguaglianza creativa: “Meno del 5% degli artisti nelle collezioni del museo sono donne, ma l’85% sono nudi femminili”.  Purtoppo questa è una triste verità ma è allo stesso tempo la conferma di come, nel mondo dell’arte, siano gli artisti stessi (con relativo stuolo di critici, galleristi, collezionisti) a insistere e a farsi portavoce di pregiudizi millenari.

 

Ago, filo e sessualità: Ghada Amer

La battaglia per la condizione della donna nella società è diventata uno dei must del nostro tempo. Così come sono diventati un must quei finti paladini delle “minoranze”, che dall’alto della loro fama e ricchezza, esibiscono manifestazioni di solidarietà fasulle su ogni palcoscenico in cui salgono. Il messaggio che lanciano è sempre lo stesso: tutte le donne sono fortissime e possono fare qualsiasi cosa. Tradotto vuol dire: devo dire che le donne sono tutte wonder woman perché il mio manager dice che così sembro una persona giusta e incasso di più. Ghada Amer è un’artista che non ha nulla a che fare con questo femminismo di comodo. La sua lotta per l’emancipazione della donna è sentita e autentica, viene dal profondo della sua esperienza di musulmana cosmopolita; la sua arte esprime una critica sulla concezione della donna a 360°, sia nella visione orientale che in quella occidentale. L’uso del ricamo nelle sue opere è uno strumento per scardinare la visione retrograda di una donna domestica. Utilizzando proprio uno dei simboli di quell’immagine da “angelo del focolare”, l’artista disegna una femminilità libera e a proprio agio nella sua sessualità. Ghada Amer rappresenta la tipica donna moderna: viaggiatrice, in carriera, socialmente impegnata e sessualmente disinibita. Ma forse, per combattere un vecchio stereotipo, lei stessa ha finito per diventare un nuovo stereotipo di donna.