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Miaz Brothers. Hazy state of affairs

Wunderkammern Milano è lieta di dare inizio al nuovo anno presentando Hazy state of affairs, la mostra personale del duo italiano Miaz Brothers. I Miaz Brothers (Milano, 1965 e 1968) vivono e lavorano a Valencia, Spagna.

Vincitori del prestigioso 5° Premio Arte Laguna sezione Pittura nel 2011 e dell’Amposta Museum of Contemporary Art International Biennial Prize nel 2010, gli artisti hanno esposto a Thetis negli spazi dell’Arsenale di Venezia e vantano mostre in importanti gallerie e fiere d’arte internazionali. I Miaz Brothers hanno inoltre favorito luoghi espositivi non convenzionali per la potenzialità di questi ambienti di incoraggiare una reazione spontanea del pubblico. Ad inizio carriera, in piena fase di sperimentazione, i due fratelli hanno viaggiato in tutto il mondo ed esplorato diverse tecniche artistiche, tra le quali video, pittura e fotografia.

Gli artisti sono oggi celebri per il loro approccio innovativo e originale al ritratto: attraverso un uso sapiente degli acrilici producono opere enigmatiche ed evocative, nelle quali la rappresentazione appare completamente sfocata. Stimolando associazioni mnemoniche e personali nella mente dell’osservatore, il loro lavoro aspira ad attivare la nostra percezione visiva e cognitiva.

Con la mostra personale Hazy state of affairs a Wunderkammern Milano, le loro opere divengono metafora dello stato della società contemporanea in cui la verità degli eventi è offuscata ed alterata e resta impossibile da comprendere.

L’estetica dei Miaz Brothers costruisce le sue fondamenta sui meccanismi dell’interpretazione. Essa attua un cortocircuito tra realtà ed immaginazione, certezza e dubbio. Si è attratti dalle delicate ed eteree sfumature di colore, e si è allo stesso tempo invitati a prendere distanza dal dipinto per sintetizzare l’immagine. Non esistono linee che delimitano il soggetto, né sono riconoscibili i dettagli tipici della ritrattistica. Le opere sono simultaneamente astratte e figurative e l’osservatore è costretto ad interpretare in maniera soggettiva l’immagine di una verità sfocata.

Dal 16 Febbraio 2017 al 08 Aprile 2017

Milano

Luogo: Wunderkammern Milano

Curatori: Giuseppe Ottavianelli

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 84078959

E-Mail info: wunderkammern@wunderkammern.net

Sito ufficiale: http://www.wunderkammern.net

Francesco Menzio, un maestro del novecento.

La recente mostra “Asti Contemporanea” ha segnato l’inizio di una stretta collaborazione tra la Fondazione Palazzo Mazzetti e il collezionismo privato del territorio; la passione per l’arte dei collezionisti astigiani e piemontesi si consolida con questa esposizione dedicata a Francesco Menzio.
Francesco Menzio (Tempio Pausania 1899 – Torino 1979) è uno dei protagonisti dell’arte piemontese e italiana del Novecento. Formatosi nell’ambiente culturale della Torino di Felice Casorati e Riccardo Gualino, dopo una prima fase classicheggiante casoratiana, soggiorna a Parigi e sviluppa una sua ricerca antinovecentista, influenzata dalle tendenze post-impressioniste francesi (Matisse, Derain, Modigliani, Bonnard). Dal 1929 al 1931 fa parte insieme a Gigi Chessa, Carlo Levi, Jessie Boswell, Enrico Paulucci e Nicola Galante del Gruppo dei Sei di Torino (sostenuto da critici come Lionello Venturi e Edoardo Persico) con cui espone in varie mostre.

Francesco Menzio

Il suo raffinato linguaggio figurativo è caratterizzato da una moderna visione lirica intimistica della realtà quotidiana che prende corpo e si carica di tensione estetica attraverso una pittura di vibrante ma sommessa sensibilità luminosa e di meditate variazioni tonali, dove viene previlegiata la dimensione del frammento, inteso come messa in scena nello spazio della tela di figure in interni, di nature morte e di scorci paesaggistici spesso visti dalla finestra dello studio.
Menzio non è solo, insieme a Levi, l’esponente di maggior spicco del Gruppo dei Sei, ma anche e soprattutto un artista con una ben definita personalità e uno stile originale che raggiunge la piena maturità creativa negli anni Trenta e Quaranta (affermandosi in modo definitivo a livello nazionale) e che continua nel dopoguerra a sviluppare con grande coerenza nuove soluzioni compositive, formali e cromatiche, mantenendo sempre la freschezza inventiva della sua pittura fino alla fine.

Attraverso un’accurata selezione di circa cinquanta dipinti, questa mostra retrospettiva intende mettere in luce gli aspetti più significativi della sua ricerca di tutti i periodi.

link: Palazzo Mazzetti Asti

Fino al 4 Dicembre 2016
Da martedì a domenica, 10.30 – 18.30
Chiuso il Lunedì

Corso Vittorio Alfieri 357, Asti

The Morgue. Serrano immortala cadaveri

Andres Serrano (1950) è il fotografo statunitense che ha reso omaggio al corpo umano privo di vita con la celebre serie The morgue del 1992, immagini che immortalano i crudi dettagli di un corpo, privo di dati anagrafici, abbandonato dall’essenza vitale, fotografie scattate a corpi di adulti e bambini dove non esiste  censura o tabù, ove a essere indicata è solamente la causa della morte. Cicatrici, ferite, ustioni, occhi e bocche aperte che non possono più esprimersi sono i soggetti di Serrano in The morgue. Il fondo scuro della fotografia ricorda le opere di Caravaggio, coloro che osservano il soggetto fotografico hanno la possibilità di scrutare la morte da vicino, come se si trattasse di un quadro.

Sono trascorsi secoli da quando Leonardo e Michelangelo studiavano i cadaveri umani per trarre gli insegnamenti anatomici che avrebbero reso celebri le loro opere e ancora più tempo è trascorso da quando gli antichi egizi intervenivano sui cadaveri per rendere il corpo eterno. Se già nei tempi più antichi i cadaveri erano presi in considerazione e anche ammirati dagli artisti perché la società contemporanea si stupisce o si scandalizza se il cadavere continua a essere il centro di interesse di alcuni geni dell’arte?

«Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati più insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia». Le parole precedentemente riportate sono state pronunciate da Serrano e sono d’aiuto per capire il cuore pulsante della propria arte, conducono il pubblico alla chiave di lettura di questa parte dell’operato dell’artista.

Le opere fotografiche realizzate dal Serrano sono considerate macabre dal pubblico, l’artista stesso è reputato come un individuo che non rispetta la vita e che preferisce esibire delle immagini con corpi immortalati in condizioni strazianti, ma il fotografo non reputa il proprio lavoro scioccante. E’ il dettaglio raccapricciante e violento l’elemento che conferisce la bellezza alla fotografia. Si reputa Serrano come colui che viola l’intimità del defunto e della famiglia che dovrebbe compiangere il proprio caro, ma il compiangere qualcuno non serve per far si che il ricordo di colui che non è più in vita continui a durare in eterno? Non è forse questo che fa Serrano, rendere eterno un corpo? Grazie a questo genio della fotografia viene estetizzato ciò che ancora nell’età contemporanea è considerato repellente e osceno, un corpo non in vita con dei segni sulla pelle che incutono paura e disgusto.

Attraverso The morgue l’artista ha realizzato il suo scopo, ossia mettere in luce delle opere potenti e avvincenti, è stato possibile mostrare la bellezza del corpo che esiste nella morte.

Stati vitali. Vito Lentini

Affascinato dal mutare dell’umore insito in ognuno di noi, induce alla riflessione e alla constatazione che questa tematica varia da persona a persona, in base alla sensibilità, al vissuto del personaggio osservato e alla percezione dell’artista che lo rifrange grazie all’ausilio dell’arte visiva che più gli è consona.

L’universo dei “Dieci mondi” (Inferno, Avidità, Animalità, Collera, Umanità o Estasi, Cielo, Apprendimento, Parziale Illuminazione, Bodhisattva e Buddità, ndr.) catturati in un solo istante di vita sono un principio fondamentale espresso nelle filosofie orientali da molti secoli or sono e possono essere intesi e riletti come “l’incipit” di tutto il lavoro di Vito Lentini che, attualizzandone il contesto, è stato capace di rendere “appetibile” e mai scontato un concetto sempre attuale e soggettivo.

I personaggi femminili, da lui molto amati da sempre, sono protagonisti di questo excursus visivo: riflessivi, spaventati dietro a un vetro immaginario, danzanti, galleggianti in una metaforica caverna – che molto fa pensare all’antro della vita, al liquido amniotico, all’origine, alla nascita o al luogo sicuro che sa donare un riparo sin dai tempi primordiali – compiono gesti abituali o, se riletti in modo del tutto confidenziale, rituali, confortanti.

Elevando  lo stato vitale riusciamo a guardare gli eventi della nostra esistenza da nuovi e impensabili – ma indispensabili – punti di vista, a “trasformare il veleno in medicina” (dove il “veleno” è la chiara metafora riferita agli ostacoli della vita..), riuscendo a  trovare però la giusta prospettiva in qualunque situazione  si debba affrontare nella vita.

Vito Lentini

Percorrere un cammino con questo atteggiamento ci permette di rinnovarci e di vincere sui nostri stati d’animo negativi, dominandoli, facendo da “registi” della propria esistenza, invece che essendone soggiogati. Nelle opere di Vito Lentini c’è tutto un “mondo” personale di vissuto, che sa porci all’interno di questo viaggio introspettivo e che vuole guardare alla luce, lasciandosi pertanto il buio delle esperienze dolorose alle spalle. Una volta compreso questo importante messaggio insito nelle opere artistiche esposte nella nuova mostra personale che l’artista ci propone; potremo comprendere meglio il senso, il viatico, ossia quel conforto che la poetessa  Alda Merini ha saputo esprimere come sempre con grande maestria e profondità con le sue parole – qui “intonate” come epilogo – quando disse:


La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri… E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri. Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili, di finire alla mercé di chi ci sta di fronte. Non ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto. Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà. Mi piacciono i barboni. Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore”.

link: Galleria Statuto 13

Fino al 20 Settembre 2016
dal Martedì al Sabato dalle 11:00  alle 19:00

Via Statuto 13, Milano