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Piet Mondrian e la suggestione delle dottrine filosofiche

Piet Mondrian appare legato a stilemi simbolici, che possono essere considerati una sorta di manifesto della sua pittura.

Il primo contatto dell’artista con le dottrine teosofiche è dato dalla conoscenza delle culture neoplatoniche, attraverso quel simbolismo mistico che lo porta ad avvicinarsi sempre di più al cristianesimo.

Il suo pensiero risente dell’influenza calvinistica severa, nello specifico di suo padre, alla cui autorità forse Mondrian cerca di sottrarsi proprio attraverso lo studio della filosofia.

L’interesse dell’artista è concentrato sulla conoscenza spirituale dell’uomo attraverso la cognizione della filosofia, legata a un’astrazione più matematica che dottrinale.

Importanti sono i rapporti di Mondrian con la cultura e la filosofia del romanticismo, soprattutto tedesco, i cui principi sono a loro volta segnati dagli stessi elementi romantici.

La sua pittura è caratterizzata dall’armonia e chiarezza degli elementi, sprigionando una facoltà spirituale, non irrazionale ma nemmeno assimilabile a una conoscenza scientifica e intellettuale, chiave della sua pittura.

Mondrian è attaccato alla cultura romantica, alla quale si oppone solo osteggiando soprattutto quel sentimento che era suscitato da una spiritualità di una visione intima.

E in particolare appare legato alla tradizione del formalismo idealistico, dove l’attenzione per i fenomeni naturali porta all’eliminazione del tragico dell’arte: una pittura influenzata dal mutamento dell’umore dell’artista.

Il suo mondo pittorico è concepito come tutto unitario, basato su leggi e principi matematici, che tendono alla ricomposizione dell’armonia.

Lo spirito e la matematica, non sono altro che un’essenza dell’universo, attraverso progressivi stadi di conoscenza, di una pura realtà che rivelano un aspetto parziale dell’umanità nella sua evoluzione; la religione costituisce una parte fondamentale, giocando un ruolo importante in questo processo evolutivo dell’essere umano.

L’elemento fondamentale della pittura di Mondrian è questo gioco di colori simbolici che avvolge lo spettatore con la sua aurea, la ricerca delle figure geometriche, con pennellate di colori luminosi esprime una concezione terrena tormentata dalla malinconia e dalla gioia.

Il punto centrale è la contemplazione della figura femminile, stadio della conquista della verità suprema.

Tutti i suoi dipinti sono iscritti in uno schema regolare da alludere al ciclo vitale della natura e della bellezza.

Il tempo è una condanna. Roman Opalka

Raffigurare il tempo è l’obiettivo titanico che Roman Opalka ha dato alla sua opera di artista. Il risultato è un unico quadro con infinite sfumature digradanti. Un unico quadro dalle stesse identiche dimensioni con lo stesso tema eppure mai uno realmente uguale all’altro.
Raffigurare il tempo, darne coscienza e analizzarlo nelle sue diverse forme e significati è stato un progetto che ha richiesto dedizione, impegno e costanza straordinaria per tutta una vita.
Il progetto è stato questo: iniziare a disegnare col pennello sulla tela i numeri in progressione da 1 fino all’infinito, o meglio fino a che avrebbe potuto farlo, per tutti i giorni della sua esistenza. Una pratica ossessiva, ogni giorno una tela che inizia dall’ultimo numero di quella del giorno precedente, in ordinate righe orizzontali dall’alto a sinistra verso destra e il basso.  Il titolo è unico per tutti i quadri perchè è unica l’opera che compongono: 1965 / 1 – ∞, il ‘65 è l’anno in cui ha iniziato a disegnare da 1 fino all’infinito. Ogni singola tela si chiama detail. Un’opera destinata a non dare tregua e a finire solo con la fine dell’autore. Una conta precisa e quotidiana verso la propria morte.

Il risultato di questo impegno così rigido e asettico sono invece tele dalla forte carica espressiva, sensibili ed ipnotiche.
Il pennello intinto nel pigmento a furia di dare colore ai numeri esaurisce il proprio potenziale, ricaricato di tempera riprende a rigare la tela con un balzo di intensità formando da lontano striature evanescenti sempre diverse che creano composizioni astratte di variazioni tonali dettate da un caso derivato dalla regola principale. Il tempo è sempre uguale ma si manifesta a noi in modi apparentemente dinamici, a volte più veloce altre più lento.

Nell’arco di tempo coperto dalla vita dell’artista tante tele si esauriscono; nello spazio di una tela tanti carichi di colore finiscono, tante righe terminano, tanti numeri scorrono.
Tutto è relativo anche se la regola principale, il tempo, è sempre il medesimo.

Dettagli, si chiamano i signoli quadri, tutto è un dettaglio di qualcosa di più grande, di più duraturo. Ad un certo punto della sua opera Opalka decide di far tendere lo sfondo delle tele verso l’acromia, aggiungendo una stessa percentuale di bianco ogni giorno. I numeri, anch’essi disegnati in bianco, sono quindi via via meno evidenti, pian piano svaniscono del tutto nella tela, perdono forza per acquistare estensione, perdono dettaglio per tornare al tutto.

Ciclicità, slancio, stanchezza, persistenza, impegno, ripetizione, monotonia, infinite variazioni che tendono a una fine certa, c’è tutta la filosofia del tempo, dal panta rei di Eraclito all’esistenzialismo di Sartre. 

Si dice che ogni artista dipinga sempre lo stesso quadro, Opalka nell’onestà di dichiararlo fin dal principio ci dimostra come in realtà sia impossibile ripetersi.

Il corpo dai sofisti ad oggi, passando dalla divina proporzione

Siamo oggi bombardati da immagini che sottolineano come il corpo umano sia al centro dell’interesse del mondo Occidentale. Un accanimento quasi morboso nei confronti di un feticcio relegato alla mera apparenza e sorretto da una serie di “prodotti acquistabili” per, secondo il novello pensiero dominante, garantire un miglioramento, o congelamento, di un guscio longevo e apollineo.
Al di là di considerazioni di società e costume è utile valutare come uno degli ultimi tentativi di recuperare, nel mondo dell’arte, non solo la centralità del corpo umano ma anche di codificarne le regole simmetriche è stato portato avanti nell’Ottocento (!) da Roggero Musmeci Ferrari Bravo, noto come Ignis. Attraverso un trattato sulla “divina proporzione” – in realtà, a noi mai pervenuto – egli cercò di ordinare e definire le regole e i rapporti esistenti nel corpo umano, sulla falsariga del Canone di Policleto, aggiungendovi, però, un afflato mistico ed esoterico.
«L’occhio non vedrebbe mai il Sole se non fosse simile al Sole, né l’anima vedrebbe il Bello se non fosse bella» da questa frase di Plotino, Ignis trasse le energie per scolpire, sulla base del canone aureo, il “Romi Caput” e il “Veneris Caput”: vere e proprie reminiscenze greco-romane ed un gusto per il corpo umano dalle origini antiche.
Mi si perdonerà una certa pedanteria, tuttavia è utile chiarire, al fine di una determinata comprensione, quale fu il percorso che generò siffatta concezione del corpo.
Chi per primi spostarono l’asse di speculazione dalla natura al corpo, in chiave filosofica, ma che ebbe conseguenze anche nell’arte, furono i sofisti. Fu, tuttavia, Socrate (il padre di tutte le nefandezze metafisiche) a subordinare il corpo alla psychè – riscattandosi solo con la morte consapevole che si autoimpose. Da lì in poi fu solo un trionfo di cialtronerie raccolte dagli orfici che videro il corpo come “tomba dell’anima” e che seminarono l’humus dal quale nacque il cristianesimo. La visione antropocentrica cristiana mortificò il corpo in favore di una proiezione mentale chiamata anima che, come visto, fu solo traslata da altre culture e filosofie.
L’uomo come copula mundi di Pico della Mirandola è sintomatico di una corrente, quella Rinascimentale, che pose di nuovo (anche se in salsa classica) l’uomo al centro dell’universo.
Saltando Winckelmann, torniamo al nostro Ignis con il suo progetto di unità dell’archetipo e non possiamo non cogliere la profonda rivoluzione che è intercorsa nei circa due secoli successivi, caratterizzati, oggi, da un’arte contemporanea che può essere sintetizzata estremamente nel “pensiero che non sempre diviene figura” (tantomeno corpo).
Mentre veniamo rapiti dal corpo scultoreo del modello del noto marchio di moda, che primeggia in ogni pubblicità, ricordiamoci di Ignis ma anche dei nuovi valori eretti dal mondo moderno che ci vorrebbe tutti consumatori di un corpo che gradualmente ci rende tutti simili (si pensi agli interventi chirurgici). Tutto diviene accessibile, se te lo puoi permettere. Tutto ciò che è accessibile oggi diviene insostituibile, immancabile, per potersi considerare completi. Allora sì che si potrà assurgere alla nuova divina proporzione dell’uomo moderno uniformizzato.