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Un dialogo visivo sul reale. Alla Fondazione Memmo il nuovo appuntamento di Conversation Piece

Torna l’appuntamento Conversation Piece, il format curato e pensato da Marcello Smarrelli per la Fondazione Memmo nato con il desiderio di innescare un dialogo sulla scena artistica romana contemporanea, mettendo insieme personalità diverse del mondo dell’arte in un connubio inaspettato e talvolta imprevedibile.

Per la sesta edizione del format, un’artista, un designer e un architetto si sono confrontati e hanno interagito su una riflessione comune che riguarda un ben preciso momento di rivoluzione storica, etica e anche politica. Partendo, infatti, da alcuni principi fondamentali del Manifesto del Nuovo Realismo, pubblicato nel 2012 dal filosofo Maurizio Ferraris, la mostra ha assunto una declinazione più matura e consapevole che invoglia lo spettatore a inserirsi in quella riflessione filosofica che vede la realtà insieme all’oggettività, come l’unica chiave di lettura per il presente. Non a caso il sottotitolo della mostra, La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci è una citazione contenuta nel saggio Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni dello scrittore Philip K. Dick, inventore della fantascienza. L’invito è quello a una visione prettamente ancorata alla concretezza del reale.

Il ritorno dell’oggetto per indagare e riconoscere il reale, sembra farsi da protagonista in un’unione formale ed estetica per nulla banale. L’unione di tre ambiti quali l’architettura, il design e l’arte dialoga in un modo del tutto nuovo e non invasivo, bensì rispettoso nell’intento di creare un ponte per una passeggiata ideale nella ricerca, attenta, minuziosa della realtà.

La mostra si sviluppa come un percorso che dialoga e interagisce necessariamente con lo spettatore a partire dall’installazione Aria Calda dell’artista Corinna Gosmaro, giovane vincitrice della CRT Italian Fellowship in Visual Arts presso l’American Academy di Roma. L’installazione accoglie il visitatore con una forte suggestione visiva che dà vita a un percorso sensoriale ed emotivo. L’artista nelle sue opere fa ricorso a oggetti utilizzati nella produzione industriale, come appunto i filtri per l’aria, di cui sfrutta le caratteristiche e potenzialità dando vita a paesaggi mentali, ideali che fanno parte del nostro quotidiano. Allo stesso modo, Gosmaro utilizza tubi di ottone per creare dei corrimani che da un lato, restituiscono ulteriori immagini liriche che interrogano e accompagnano il visitatore nel percorso immaginando ipotetiche connessioni o forme paesaggistiche, dall’altro lato diventano come una terza memoria, registrando il passaggio dello spettatore che inconsapevole ne modifica la superficie. Le opere di Gosmaro creano un terzo luogo, un paesaggio oltre il luogo del reale, abbattendo ogni necessità visiva formale a favore di un’immersione totale emotiva ed esperienziale.

Rolf Sachs, artista visivo e designer, prosegue la riflessione utilizzando opere dalla forte ironia volta a destabilizzare e interrogare il fruitore su ciò che è reale e ciò che è fittizio. Anche Sachs, parte da oggetti di uso comune ma trasformandoli o assemblandoli in maniera nuova, intuitiva e sorprendete. La forte relazione con il reale che innesca Sachs nell’elaborazione manuale delle sue opere, si fa ancora più tangibile nell’azione performativa di fotografare i visitatori presenti al vernissage della mostra, creando un vero e proprio archivio umano pubblico, diretto e ironico. Il protagonista è ancora una volta il pubblico, invitato in modo ludico a osservarsi al di fuori di sé, a guardarsi nella realtà delle proprie fattezze attraverso degli elaborati di stampa suggestivi e poetici.

Infine, Philippe Rahm, artista che lavora nel campo della cosiddetta “architettura meteorologica”, tramite cui agisce dal visibile all’invisibile. Facendo propri alcuni principi del Nuovo Realismo, Rahm con Climatic Apparel compie un’azione ancor più minimale e concettuale riflettendo sulla capacità nata dell’unione di tecnologia e formalizzazione estetica, di indagare il presente e ciò che definiamo reale. Gli abiti unisex sono capaci di reagire alle condizioni atmosferiche, riproposte attraverso l’uso di neon che ne variano la potenza della luce stagionale (invernale ed estiva). Anche qui, l’azione e il gesto performativo della loro “portabilità” diventa pretesto per una riflessione sulla concretezza, sull’utilità e la possibilità di fare affidamento al reale che, abbattendo alcuni dogmi del postmodernismo, è necessario, non invaso e perennemente presente.

La mostra, dunque, nella sua elegante e stimolante composizione, ci pone degli interrogativi le cui risposte sono possibili solo attraverso un prepotente ritorno al reale attraverso l’uso sapiente del quotidiano e dell’oggetto nelle sue infinite possibilità di utilizzo.

Conversation Piece | Part VI – La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci

curata da Marcello Smarrelli

Fino al 22.03.2020

Fondazione Memmo

via Fontanella Borghese 56/b, Roma

Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)

Ingresso libero

Romance. Il giardino incantato di Latifa Echakhch in mostra da Fondazione Memmo

Di origini franco-marocchina, Latifa Echakhch, è un’artista visuale la cui pratica è caratterizzata da un forte legame con una cultura radicata nel Mediterraneo e filtrata attraverso la ricerca, lo studio e la scoperta di oggetti e piccole realtà derivanti da altre tradizioni. L’unione di questi elementi è la base per una riflessione che porta in auge temi socio-politici e culturali della contemporaneità.

Invitata da Francesco Stocchi, Latifa Echakhch, ha realizzato per la Fondazione Memmo un racconto, una narrazione visuale in cui il dualismo realtà/finzione conduce lo spettatore ad addentrarsi in un percorso emotivo ed esperienziale. Riprendendo il tema dei giardini romantici e, in particolare, i “capricci” architettonici in cemento che ornavano i giardini di fine Ottocento, l’artista ha trasformato gli spazi delle ex scuderie di Palazzo Ruspoli in un’oasi immaginaria dove tronchi di alberi e rocce, realizzati con l’utilizzo di calcestruzzo armato, e foglie ricavate da ritagli di tele, nascondono piccoli tesori che, adattandosi alle forme, invitano lo spettatore ad indagare su ciò che è reale e ciò che non lo è, tralasciando il compito di raccontare una storia precisa.

Gli object trouvé di Latifa, sono stati scelti dall’artista durante i suoi viaggi nella capitale e rinvenuti in mercati, come quello di Porta Portese. Essi raccontano di processi di stratificazione non solo architettonici ma anche storici e culturali di cui Roma è testimone e, allo stesso tempo, diventano il mezzo tramite cui l’artista descrive e racconta il suo processo investigativo e relazionale con tradizioni e culture lontane. Grazie alla loro decontestualizzazione, gli oggetti, si caricano di un forte potere evocativo che permette agli stessi di assumere nuovi significati pur mantenendo intatto il loro status simbolico e la loro funzione primordiale.

Le installazioni e le sculture ibride prodotte dall’artista, creano ambientazioni in cui lo spettatore è invitato ad una fruizione attiva e partecipata. I processi intuitivi ed emotivi da cui nascono le opere di Latifa Echakhch, sono il preludio di storie allusive e talvolta artificiose, in cui la quotidianità si arricchisce continuamente di elementi e si trasforma in una composizione immersiva e coinvolgente.

Latifa Echakhch. Romance

a cura di Francesco Stocchi

fino al 27 ottobre 2019

 

Fondazione Memmo

via Fontanella Borghese 56/b, Roma

Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)

Ingresso: gratuito

 

Conversation Piece | Part V (Non v’è più bellezza, se non nella lotta). Fino a marzo negli spazi di Fondazione Memmo

“Non v’è più bellezza, se non nella lotta”, così recitava un passaggio del Manifesto del Futurismo, pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti nel 1909 su Le Figaro, una presa di posizione controversa e coraggiosa che poneva le basi tra politica e intelletto, dove la libertà stessa dell’artista era manifestazione del sé e della propria interiorità. La rivendicazione di un’autonomia e di una libertà civile e collettiva, è parte fondamentale dell’idea stessa di manifesto che di per sé ed etimologicamente rappresenta ciò che appare, ciò che si palesa in modo ineluttabile alla vista e all’intelletto proprio o altrui.

Con Conversation Piece | Part V, Marcello Smarrelli, ancora una volta, snoda, costruisce, elabora, un racconto che non solo rivisita e rilegge in chiave contemporanea gli spazi della Fondazione Memmo, ma allo stesso tempo valica i confini del passato, ne da nuova voce e nuovi significati. Il progetto, che porta appunto come sottotitolo il brano del Manifesto Futurista in apertura, è parte del ciclo di mostre dedicate agli artisti italiani e stranieri presenti temporaneamente nella capitale.

Il progetto espositivo di quest’anno, mette in relazione alcune opere che seppur diverse per tecnica e approccio, si presentano come eterogenee pratiche di ‘manifesti’ tramite cui vengono indagati concetti quali l’indipendenza, l’autonomia, la libertà costituzionale attraverso l’uso della partecipazione personale e/o collettiva.

Seppur tramite pratiche diverse, i quattro artisti scelti hanno sviluppato su uno stesso filo conduttore, ma personale e soggettivo, l’idea comune di un manifestarsi che è paradigma di una realtà in cui persiste una sottile e stratificata necessità di indipendenza e autonomia. Con una serie di performance caratterizzate da una precisa presenza fisica corporea artistica umana e animale, gli artisti hanno dato una “voce” formale ed estetica a concetti fondamentali come, appunto, la libertà.

Marinella Senatore, con la sua arte partecipata ha trasformato gli spazi esterni ed interni delle ex scuderie di Palazzo Memmo, in un’azione in cui l’idea stessa di collettività ha un approccio sociale e politico connesso inevitabilmente allo sforzo fisico e al coinvolgimento. Julian Rosefeldt (borsista presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo) ha proposto un’esperienza, forse più audace, dove è chiaro il naturale confronto della Galleria l’Attico negli anni Settanta con i dodici cavalli vivi di Kounellis. Se in quel caso, il cavallo, oggetto simbolico e metafora della vita rappresentò un’innovazione per la sua capacità di riuscire ad annullare la distanza tra arte e realtà, nel caso di Rosefeldt il cavallo, simbolo equestre e metafora di autorità, porta e tramanda attraverso dei ricami delle frasi della Costituzione che risuonano ed echeggiano come moniti, obbligando lo spettatore a fermarsi e riflettere. L’eco di questi moniti sembra però risuonare più forte laddove il corpo del cavallo è assente e ciò che ne resta è un drappo ricamato che silenzioso riecheggia nel vuoto della sala. Rebecca Digne (borsista presso l’Accademia di Franci a Roma Villa Medici) tratta di transitorietà e di collettività. Il gesto, performativo o scultoreo, come nel caso dell’antichissima tecnica a cera persa, presuppone una presenza mentale o fisica, rappresentata o immaginata dove l’atto è in perenne trasformazione in un rituale gestuale ben preciso. Infine, l’intervento del duo Invernomuto (Cy Twombly Italian Fellow in Visual Arts presso l’American Academy in Rome), riassume il tentativo di collettività e autonomia attraverso la propagazione e la diffusione alla fine della quale ciò che rimane è sia assenza tangibile che presenza diffusa.

Ed è qui che, forse, il concetto stesso di libertà si alimenta e si ricostituisce di ogni suo aspetto, poiché attraverso il gesto o l’azione, fisica o emotiva, la libertà si emancipa da ogni suo costrutto formale e assume forme che mai si annullano in un continuo diversificarsi.

Conversation Piece | Part V. Non vè più bellezza, se non nella lotta
fino al 24 marzo 2019

Fondazione Memmo
via Fontanella Borghese 56b
Orari: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)
Ingresso libero