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John Bock: The Next Quasi-Complex

Gli spazi del Podium della Fondazione prada ospitano, fino al prossimo 24 settembre, la mostra dell’artista tedesco John Bock dal titolo: The Next Quasi-Complex.

Il progetto espositivo comprende due grandi installazioni provenienti dalla Collezione Prada, il palco mobile di When I’m Looking into the Goat Cheese Baiser (2001) e il salotto di Lütte mit Rucola (2006).

Il lavoro e la ricerca di Bock si focalizzano sul tema dell’installazione della performance; le prime sono da lui definite “summutation” (sommutazione), ossia la trasformazione di ciò che resta dopo una lezione o le riprese di un film, mentre le seconde sono chiamate “lectures”, ovvero parodie di presentazioni accademiche. Le ambientazioni sono spazi arredati con oggetti di uso quotidiano, arredi ed elementi vari, volti a creare un universo surreale e straniante per lo spettatore.

Lo spazio espositivo infatti è riempito da una serie di architetture dell’assurdo, muri parzialmente aperti, confini costituiti da materiali eterogenei, abitati da oggetti e visioni al limite tra l’umoristico, il grottesco e la memoria.

When I’m looking into the Goat Cheese Baiser è una scenografia mobile usata da Bock durante una sua passata performance del 2001: un insieme di componenti sceniche che vengono mosse dalle mani e dal pensiero di Bock. La stessa performance di allora è in programma per il giorno 8 settembre e vedrà coinvolti l’artista e gli attori Lars Eidinger e Sonja Viegener.

L’opera Lütte mit Rucola invece, è un prolungamento dell’omonimo film in cui Bock recita il ruolo di un folle assassino che fa a pezzi la sua vittima, ancora viva. L’artista ricrea la stanza dove si è svolto l’omicidio, offrendo al visitatore una visione privilegiata della scena raccapricciante.

Gli spazi espositivi sono quindi suddivisi in una serie di ambienti minori, costellati di tende, di reti fatte di corda o di calzini imbottiti, di schermi ed illuminazioni che più che creare un ambiente domestico ed accogliente si mostrano nascondendo però la loro vera essenza al visitatore, che è posto sempre su una linea di confine dalla quale può osservare ma mai del tutto vedere.

 

 

Fondazione Prada

Largo Isarco, 2 Milano

Fino al 24 Settembre 2018

Lunedì, mercoledì e giovedì 10.00 -19.00 – Martedì chiuso

Venerdì, sabato e domenica 10.00-21.00

www.fondazioneprada.org

 

 

 

Gli anti-monumenti dei Gelitin ancora a Milano fino al 22 aprile

Prorogata fino al 22 aprile alla Fondazione Prada di Milano la mostra Pokalypsea-Apokalypse-Okalypseap del collettivo austriaco Gelitin. Terzo appuntamento del progetto Slight Agitation, la mostra, che avrebbe dovuto concludersi lo scorso 26 febbraio, è incentrata sul dialogo con lo spazio e con lo spettatore.

Per chi ancora non l’avesse vista, l’esposizione si compone di tre grandi installazioni: Arc de Triomphe, Fumami e Iglu, tre anti-monumenti che tramite l’ironia puntano a coinvolgere il pubblico e rovesciare significati. Tutte e tre le opere, infatti, si riferiscono a degli archetipi architettonici simbolo di potere, di cui capovolgono però il senso. Arc de Triomphe è l’esempio più lampante. Rifacimento di un’opera realizzata per la prima volta nel 2003, rappresenta un uomo con il corpo inarcato che dal pene si schizza dell’acqua direttamente in bocca, un’immagine che, abbinata a due forme fondamentali di esibizione del potere come l’arco e la fontana, crea un monumento eccentrico e irriverente, di forte critica al concetto di autocelebrazione. Lo stesso fanno Iglu, una sorta di obelisco o colonna dal chiaro riferimento fallico, e Fumami, una struttura di legno che imita la forma di un anfiteatro, con cui il pubblico è invitato a interagire. I visitatori possono infatti entrare nell’opera, salire le scale, sedersi sugli spalti e perfino compiere una performance (sono infatti invitati a fumare una sigaretta al centro dell’installazione).

Attraverso le immagini simboliche dell’arco, dell’obelisco e dell’anfiteatro, i Gelitin mettono in atto anche questa volta la critica alle istituzioni che da sempre caratterizza il loro lavoro. E qui in Italia, a quanto pare, il loro linguaggio schietto e la loro filosofia del piacere e del divertimento non dispiace affatto. Lo dimostra la proroga alla Fondazione Prada, ma anche il fatto che non è la prima volta che i quattro artisti portano avanti un’operazione del genere nel nostro paese. Già nel 2005, infatti, con il famoso Pink Rabbit di Colletto Fava, ci avevano donato un anti-monumento curioso e improbabile.

 

 

Fino al 22 aprile

Fondazione Prada

Largo Isarco, 2 – Milano

http://www.fondazioneprada.org/project/sligth-agitation-34-gelitin/

 

William N. Copley – Fondazione Prada. Sarcasmo e Ilarità in scena a Milano

Fino al 12 febbraio a Milano una delle istituzioni d’arte più prestigiose, la Fondazione Prada, ospita in collaborazione con la Menil Collection Houston la retrospettiva dell’artista americano William N. Copley curata per l’edizione italiana da Germano Celant. Due piani, 150 opere esposte ed un allestimento che ripercorre la carriera dell’artista dalla fine degli anni ’40 a Los Angels fino alla sua scomparsa nel 1996, seguendo un percorso espositivo di tipo biografico e creativo.

La mostra milanese è nettamente più ampia rispetto a quella esposta ad Houston e vanta opere provenienti da musei e collezioni internazionali. La più grande retrospettiva dedicata all’artista conosciuto per il suo grande umorismo e sarcasmo.

Eccezionale da parte del curatore la scelta di inserire all’interno della mostra un nucleo di capolavori di Max Ernst, Renè Magritte, Man Ray e Jean Tinguely facenti parte della raccolta personale dell’artista, conservati alla Menil Collection.

Copley orfano, grande collezionista d’arte, artista che per una vita cercò, attraverso le sue opere, di dare un volto a quella madre che lui non ebbe modo di conoscere. In precedenza Leonardo fece lo stesso dipingendo numerose versioni di Madonne, Copley lo fece seguendo una modalità più borderline con la rappresentazione in molte sue opere di prostitute. Attraverso queste immagini cercava da una parte di sublimare le sue perversioni, dall’altra l’elogio alla libertà sessuale; un moderno e semplice intento a voler buttar giù le barriere ed i pregiudizi nei confronti della pornografia.

Artista fortemente eclettico, nelle sue opere c’è un chiaro elogio alla libertà, all’anticonformismo, al puro piacere sessuale. Tele acriliche di grandi dimensioni, con esperimenti di linee, colori e allegorie.

Una pittura la sua che va in controtendenza, che sta a metà tra il surrealismo europeo e la pop art americana.

William N. Copley Immagine della FLAGS ROOM Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada

Informazioni utili

William N. Copley

Fino al 12 febbraio 2017

Fondazione Prada

Largo Isarco, 2 – 20139 Milano

www.fondazioneprada.org

 

 

Uneasy Dancer. Betye Saar

“Uneasy Dancer” (danzatrice incerta) è l’espressione con cui Betye Saar definisce se stessa e il proprio lavoro che, per usare le sue parole, “segue il movimento di una spirale creativa ricorrendo ai concetti di passaggio, intersezione, morte e rinascita, nonché agli elementi sottostanti di razza e genere”. Il suo processo artistico implica “un flusso di coscienza” che esplora il misticismo rituale presente nel recupero di storie personali e di iconografie da oggetti e immagini quotidiani. Al centro della sua opera si possono individuare alcuni elementi chiave: l’interesse per il metafisico, la rappresentazione della memoria femminile e l’identità afroamericana che, grazie al suo lavoro, assumono forme e significati inediti. Come sostiene Saar, la sua arte “ha più a che fare con l’evoluzione che non con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani”.

Il primo ricordo artistico di Betye Saar è ispirato dalla visione delle Watts Towers di Simon Rodia nel quartiere periferico di Los Angeles che frequentava assieme alla nonna negli anni Trenta. La costruzione delle torri, prolungatasi per un periodo di 33 anni, fu decisiva nel stimolare in lei la convinzione che i materiali di recupero potessero esprimere sia un contenuto spirituale che tecnologico. Dopo la laurea in design alla UCLA, Saar lavora come grafica dedicandosi all’incisione, al disegno e al collage. A partire dalla fine degli anni Sessanta, ispirata dall’artista americano Joseph Cornell, la sua sperimentazione con i materiali diventa sempre più tridimensionale e verso l’inizio degli anni Settanta inizia a creare veri e propri assemblage.

Attraverso il suo uso esperto di materiali di recupero, memorabilia personali e immagini dispregiative che richiamano storie negate o deformate, Saar sviluppa una potente critica sociale che sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana. Negli anni Settanta, i suoi assemblaggi iniziano ad assumere dimensioni sempre maggiori, e diventano delle vere e proprie installazioni, accomunate da un approccio che unisce visioni e fedi di ogni tipo – da quelle più personali e misteriose a quelle universali – accostandole a riflessioni politiche.

Betye Saar, TheP 1966

Come osserva Elvira Dyangani Ose, “Saar confonde i confini tra arte e vita, tra piano fisico e metafisico. Il carattere spirituale della sua produzione non risiede solo nelle opere in cui trova espressione diretta il suo interesse per una pluralità di tradizioni culturali. Risiede soprattutto nell’operazione artistica che trasforma materiali comuni in nuove iconografie evocative, in suggestive narrazioni del reale capaci di coinvolgere intimamente l’osservatore”.

“Uneasy Dancer” espande nel suo complesso temi fondamentali della pratica di Betye Saar, tra i quali la memoria, il misticismo e la costruzione di entità socio-politiche. Questo emerge nell’opera seminale The Alpha and the Omega (2013-16), un ambiente circolare che allude al viaggio iniziatico e all’esperienza della vita umana. Questa installazione è stata concepita in occasione della mostra e include una serie di nuovi elementi che rappresentano l’idea del tutto, nella sua circolarità.

In mostra saranno presenti i suoi assemblaggi di immagini e oggetti inseriti in scatole o valigie, come Record for Hattie (1975) e Calling Card(1976), che assumono una dimensione performativa, anche se in miniatura. Altri assemblaggi, creati più recentemente e contenuti all’interno di gabbiette, come Domestic Life (2007) e Rhythm and Blues(2010), rappresentano una condizione fisica e metaforica di segregazione, ma anche di resistenza e sopravvivenza. Questi lavori includono tracce del folclore afroamericano, combinando la dimensione politica a una visione spirituale che attinge a molteplici credenze e tradizioni di origine africana, asiatica, americana ed europea.

Inoltre sarà presentata una serie di opere che utilizzano strumenti di lavoro o elementi della vita domestica, come assi per il bucato, bilance e finestre, assemblati a fotografie o manufatti d’epoca, come le opereMystic Window for Leo (1966), The Phrenologer’s Window II (1966) e A Call to Arms (1997). Questi ultimi lavori che abbracciano vari decenni svelano, da un lato, una condizione intima e autobiografica e dall’altro alludono a una dimensione immaginativa e fantastica. L’impiego di fotografie, trattate come oggetti trovati, in lavori come Migration: Africa to America I (2006), diventa una modalità di celebrazione della bellezza e degli artifici della femminilità.

In tutta la sua carriera Saar ha portato avanti una posizione artistica che, oltre a opporsi al pensiero maschilista ed eurocentrico, sostiene una prospettiva umanistica che riconsidera le nozioni di individuo, famiglia, comunità e società.

link: Fondazione Prada

Fino all’8 Gennaio 2016
lunedì / mercoledì / giovedì, 10 – 20
venerdì / sabato / domenica, 10 – 21
Intero – 10 €
Ridotto – 8 €

Largo Isarco 2,  Milano

Il “Valore Reale” di Theaster Gates

“True Value” di Theaster Gates (Chicago, Stati Uniti; 1973) riunisce in due spazi della Fondazione Prada una selezione di opere recenti e nuove commissioni realizzate per la mostra.
La Cisterna ospita i lavori in cui l’artista esplora elementi del quotidiano all’interno dell’estetica e della cultura black. L’opera di Gates è caratterizzata dalla convinzione secondo la quale gli oggetti comuni sono in grado di veicolare una conoscenza profonda, insita non solo nel loro aspetto materiale, ma evocativa anche delle esperienze legate al loro utilizzo. In questo senso, i materiali di scarto rappresentano la memoria collettiva e sono i catalizzatori di una riflessione politica ed estetica sulla riqualificazione culturale e sull’attivismo sociale. Ad esempio, le manichette antincendio utilizzate contro i manifestanti all’epoca del movimento americano per i diritti civili degli anni Sessanta, o i pavimenti delle palestre di decine di scuole abbandonate in seguito alla diffusione di politiche neoliberali, sono stati trasformati in opere nelle quali il formalismo non è semplicemente un elemento estetico. La chiave della pratica artistica di Gates risiede in questa attitudine trasformativa, capace di trasmettere un valore universale simbolico. Una selezione di oggetti quotidiani, insieme a elementi che evocano esperienze rituali e spirituali, costituiscono il nucleo centrale del progetto esposto nella Cisterna.

Fondazione-Prada-Theaster-Gates

Al primo piano del Podium, Gates presenta True Value (2016), l’installazione che dà il titolo alla mostra e che consiste nella ricostruzione di un negozio di ferramenta abbandonato. L’opera raccoglie materiali, oggetti, strumenti di lavoro e utensili decontestualizzati rispetto al loro luogo di origine. Ricollocandoli in un ambito artistico, True Value sviluppa una nuova dimensione capace di creare uno spazio poetico e al tempo stesso pragmatico partendo dai materiali in vendita e dalle relazioni umane connesse al loro commercio e al lavoro.

Il progetto espositivo rappresenta inoltre l’opportunità di scoprire alcuni luoghi culturali e commerciali nelle vicinanze della Fondazione, ponendo l’attenzione su storie locali, modelli socio-politici e realtà culturali marginali, che formano una possibile nuova cartografia degli aspetti meno noti di Milano. Inoltre i lavori realizzati per tutta la durata della mostra saranno esposti in un ambiente che assumerà le caratteristiche di uno studio di artista o di un laboratorio artigianale.

Fino al 25 Settembre 2016

link: Fondazione Prada

lunedì / mercoledì / giovedì, 10 – 20
venerdì / sabato / domenica, 10 – 21

Largo Isarco 2, Milano