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I grandi maestri. 100 anni di fotografia Leica

Dal 16 novembre 2017 al 18 febbraio 2018 la mostra I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica al Complesso del Vittoriano – Ala Brasini (Roma) che rende omaggio alla prima macchina fotografica 35 mm provvista di pellicola, alla fotografia d’epoca e a tutti gli artisti che hanno utilizzato la Leica dagli anni venti ai giorni d’oggi, celebrando le loro immagini.

Oltre 350 opere dei maggiori e più prestigiosi autori – da Henri Cartier-Bresson a Gianni Berengo Gardin, da William Klein a Robert Frank, a Robert Capa a Elliott Erwitt e molti altri – decine di documenti originali, riviste e libri rari, fotografie vintage, macchine fotografiche d’epoca, compongono questa ricca esposizione che occuperà le sale del Complesso del Vittoriano di Roma nella sua unica ed eccezionale tappa italiana.

 

 

Dal 16 Novembre 2017 al 18 Febbraio 2018

ROMA

LUOGO: Complesso del Vittoriano – Ala Brasini

ENTI PROMOTORI:

  • Arthemisia
  • Contrasto

SITO UFFICIALE: http://www.ilvittoriano.com

Illustri persuasioni tra due guerre

Fino al 14 gennaio 2018 il Museo Nazionale della Collezione Salce presenta la mostra Illustri persuasioni, composta da un centinaio di magnifiche testimonianze dell’arte pubblicitaria create dal 1920 al 1940, anni compresi tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Sono manifesti definiti “perentori”, declinanti una stagione distinta dalla precedente del Liberty (oggetto della precedente esposizione al Museo Salce).

In questa mostra l’attenzione è posta sugli autori che hanno creato i manifesti, artisti a cui è stato conferito il ruolo di “persuasori”. Negli anni compresi fra il 1920 e il 1940 la “propaganda” ha assunto un ruolo ufficiale, ove la grafica ha raggiunto livelli di straordinaria eccellenza, infatti, non a caso, sono stati i decenni in cui in Europa, ma non solo, si sono perfezionati gli strumenti della comunicazione di massa.

Illustri personalità, quali Leonetto Cappiello e Marcello Dudovich, hanno sperimentato la tenuta delle loro idee comunicative attraverso un linguaggio più incisivo e volumetrico, sono stati inventati personaggi indimenticabili come il folletto nella buccia d’arancia per Campari o l’elegante donna in blu per la Fiat Balilla.

In altri autori, novelli nel mondo della grafica pubblicitaria, i volumi e le geometrie conducono la mente dell’osservatore ai paralleli percorsi della pittura, tra cubismo e futurismo. Alcuni esempi? Di certo le splendide nature morte di Marcello Nizzoli per il Campari o per il Vov, le marionette ironiche di Fortunato Depero di Enrico Prampolini e di Bruno Munari.

Anche il mondo più discreto dell’illustrazione suggestiona gli autori pubblicitari, esprimendo in maniera raffinata le prerogative più coerenti dell’Art déco. A tal proposito si annoverano le prove giovanili di Erberto Carboni, tra cui spiccano per felicità inventiva, quasi fiabesca, quelle per la O.P.S.O. di Parma.

Ma è Carboni, qualche anno più tardi, a sviluppare un altro nuovissimo rapporto, ovvero quello tra la grafica pubblicitaria e la fotografia, che entra con vigore nei manifesti fin dagli anni ’30. Atmosfere fotografiche e cinematografiche sono implicite anche nel lavoro di Gino Boccasile, quello delle “signorine grandi firme”.

 

 

Fino al 14 Gennaio 2018

TREVISO

LUOGO: Museo Nazionale Collezione Salce

CURATORI: Marta Mazza

SITO UFFICIALE: http://www.collezionesalce.beniculturali.it/

Robert Doisneau. Pescatore d’immagini

Fino al 28 gennaio 2018, lo storico palazzo del XII secolo, posto nel cuore della città, ospita una mostra che celebra Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1 aprile 1994), uno dei fotografi più importanti e celebrati dell’intero Novecento.

La rassegna, dal titolo Pescatore d’immagini, curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille ed Annette Doisneau – in collaborazione con il Professor Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, in collaborazione con la Fondazione Teatro Fraschini e il Comune di Pavia – Settore Cultura presenta 70 immagini in bianco e nero che ripercorrono l’universo creativo del fotografo francese.

Il percorso espositivo, che mette in mostra alcune delle icone più riconoscibili della sua carriera come Le Baiser de l’Hôtel de Ville, Les pains de Picasso, Prévert au guéridon, si apre con l’autoritratto del 1949 e ripercorre i soggetti a lui più cari, conducendo il visitatore in un’emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, nei bistrot e nelle gallerie d’arte della capitale francese.

I soggetti prediletti delle sue fotografie sono, infatti, i parigini: le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere questa città senza tempo. Quella che Doisneau ha tramandato ai posteri è l’immagine della Parigi più vera, ormai scomparsa e fissata solo nell’immaginario collettivo; è quella dei bistrot, dei clochard, delle antiche professioni; quella dei mercati di Les Halles, dei caffè esistenzialisti di Saint Germain des Prés, punto d’incontro per intellettuali, artisti, musicisti, attori, poeti, come Jacques Prévert col quale condivise, fino alla sua morte, un’amicizia fraterna e qui presente con uno scatto – Prévert au guéridon – che lo ritrae seduto al tavolino di un bar con il suo fedele cane e l’ancor più fedele sigaretta.

A Pavia, si possono ammirare alcuni dei suoi capolavori più famosi, tra cui il Bacio dell’Hotel de Villescattata nel 1950, che ritrae una coppia di ragazzi che si bacia davanti al municipio di Parigi mentre, attorno a loro, la gente cammina veloce e distratta. L’opera, per lungo tempo identificata come un simbolo della capacità della fotografia di fermare l’attimo, non è stata scattata per caso: Doisneau, infatti, stava realizzando un servizio fotografico per la rivista americana Life, e chiese ai due giovani di posare per lui.

Il lavoro di Doisneau dà risalto e dignità alla cultura di strada dei bambini; ritornando spesso sul tema dei più piccoli che giocano in città, lontani dalle restrizioni dei genitori, trattando il tema del gioco e dell’istruzione scolastica con serietà e rispetto, ma anche con quell’ironia che si ritrova spesso nei suoi scatti.

È il caso di Les pains de Picasso, in cui l’artista spagnolo, vestito con la sua tipica maglietta a righe, gioca a farsi ritrarre seduto al tavolo della cucina davanti a dei pani che surrogano, con la loro forma, le sue mani.

 

 

Fino al 28 Gennaio 2018

Pavia

Luogo: Palazzo del Broletto

Curatori: Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille, Annette Doisneau

Costo del biglietto: intero € 9, ridotto € 7, scuole € 5

Telefono per informazioni: +39 02 36638600

Sito ufficiale: http://www.doisneaupavia.com

Genesi. Sebastião Salgado

Genesi è l’ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentario del nostro tempo. Uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Un viaggio alle origini del mondo per preservare il suo futuro.

La mostra è nata da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del Pianeta, durato 8 anni. Curata da Lélia Wanick Salgado su progetto di Contrasto e Amazonas Images, la mostra è frutto della collaborazione di Civita Mostre con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, che ha già consentito di realizzare altre importanti mostre di fotografia e sarà presentata al PAN, Palazzo Arti Napoli, dal 18 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018.

La mostra Genesi di Sebastião Salgado è già straordinaria protagonista di un tour internazionale di grandissimo successo. Potente nella sua essenziale purezza, il messaggio di Genesi è incredibilmente attuale, perché pone al centro il tema della preservazione del nostro pianeta e della imprescindibile necessità di vivere in un rapporto più armonico con il nostro ambiente.

Genesi è un progetto iniziato nel 2003 e durato 10 anni, un canto d’amore per la terra e un monito per gli uomini. Con 245 eccezionali immagini che compongono un itinerario fotografico  in un bianco e nero di grande incanto, la mostra racconta la rara bellezza del patrimonio unico e prezioso, di cui disponiamo: il nostro pianeta. Genesi è suddivisa in cinque sezioni che ripercorrono le terre in cui Salgado ha realizzato le fotografie: Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, l’Africa, Il grande Nord, l’Amazzonia e il Pantanàl.

Il percorso espositivo presenta una serie di fotografie, molte delle quali di straordinari paesaggi, realizzate con lo scopo di immortalare un mondo in cui natura ed esseri viventi vivono ancora in equilibrio con l’ambiente. Una parte del suo lavoro è rivolto agli animali che sono impressi nel suo obiettivo attraverso un lungo lavoro di immedesimazione con i loro habitat. Salgado ha infatti vissuto nelle Galapagos tra tartarughe giganti, iguane e leoni marini, ha viaggiato tra le zebre e gli animali selvatici che attraversano il Kenya e la Tanzania rispondendo al richiamo annuale della natura alla migrazione.

Un’attenzione particolare è riservata anche alle popolazioni indigene ancora vergini: gli Yanomami e i Cayapó dell’Amazzonia brasiliana; i Pigmei delle foreste equatoriali nel Congo settentrionale; i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica; le tribù Himba del deserto della Namibia e quelle più remote delle foreste della Nuova Guinea. Salgado ha trascorso diversi mesi con ognuno di questi gruppi per poter raccogliere una serie di fotografie che li mostrassero in totale armonia con gli elementi del proprio habitat.

Le immagini di Genesi, in un bianco e nero di grande potenza, sono una testimonianza e un atto di amore verso la Terra. Viaggio unico alla scoperta del nostro ambiente, l’ultimo progetto di Salgado rappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare un atlante antropologico del pianeta, ma è anche un grido di allarme e un monito affinché si cerchi di preservare queste zone ancora incontaminate, per far sì che, nel tempo che viviamo, sviluppo non sia sinonimo di distruzione. Al progetto Genesi è dedicata una monumentale pubblicazione edita da Taschen, di 520 pagine con oltre 1.000 illustrazioni, che sarà disponibile nel bookshop della mostra.

Contrasto ha recentemente pubblicato l’autobiografia del fotografo, Dalla mia Terra alla Terra e gli altri libri Profumo di sogno. Viaggio nel mondo del caffè e Altre Americhe.

Il 17 ottobre, giorno dell’inaugurazione, è previsto un incontro pubblico con il grande fotografo brasiliano intervistato da Roberto Koch, che si terrà nel pomeriggio alle ore 16.00 nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino.

 

 

Dal 17 Ottobre 2017 al 28 Gennaio 2018

Napoli

Luogo: PAN Palazzo delle Arti Napoli

Curatori: Lélia Wanick Salgado

Enti promotori:

  • Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli

Inmensa luz

La FUNDACIÓN ENAIRE espone anche in Italia una selezione di fotografie della collezione omonima presso l’Instituto Cervantes di Roma, all’interno della programmazione internazionale di PHotoEspaña. Da venerdì 8 settembre fino al 28 ottobre 2017, alla Sala Dalí dell’Instituto Cervantes si potrà visitare gratuitamente la mostra fotografica Inmensa luz.

La collettiva comprende 33 fotografie di artisti affermati e fotografi emergenti, inclusi nella Collezione ENAIRE grazie al Premio annuale di Fotografia della Fondazione. Tra gli autori degli scatti, Chema Madoz, Daniel Canogar, García Alix, Irene Cruz,Maider López, José Manuel Ballester, Lola Guerrera, Victoria Diehl, Amalé/Bondía, Raul Urbina e Rosell Meseguer. La raccolta include fotografi di diverse generazioni e formazione,  che presentano scatti che vanno dalla fine degli anni ‘80 fino ai nostri giorni. È la prima volta che queste opere della Colección ENAIRE vengono esposte al di fuori del territorio spagnolo. Dopo la tappa romana, Inmensa luz sarà visitabile presso la sede dell’Istituto Cervantes di Milano, da novembre fino a gennaio 2018.

La mostra verrà inaugurata dal segretario di Stato delle Infrastrutture, Trasporti ed Edilizia, nonché presidente di ENAIRE, Julio Gómez-Pomar e dall’ambasciatore di Spagna in Italia, Jesus M. Gracia Aldaz.

Al vernissage, in programma l’8 settembre alle ore 19 parteciperanno anche, la direttrice di FotoEspaña, Claude Bussac, il direttore generale di Enaire, Beatriz Montero de Espinosa, la curatrice della Collezione ENAIRE, Ángeles Imaña, il direttore del Dipartimento di cultura dell’Instituto Cervantes, Martín López-Vega, il direttore dell’Instituto Cervantes di Roma, Sergio Rodríguez López-Ros e alcuni fotografi autori delle opere.

Il tema delle fotografie racconta i sentimenti e le aspirazioni di autori che utilizzano questa disciplina come mezzo di espressione artistica; sentimenti e aspirazioni accomunati dalla luce mediterranea, che l’Italia e la Spagna condividono. Con il titolo “Inmensa luz”, la curatrice Ángeles Imaña ha selezionato gli scatti i cui contenuti mostrano una panoramica ampia dell’arte spagnola più recente. Le opere presenti a Roma sono incluse nella programmazione ufficiale di PHotoEspaña 2017, festival internazionale di fotografia e arti visive, che quest’anno celebra la sua ventesima edizione: una vera e propria piattaforma indispensabile per i creativi e i loro progetti.

Inmesa luz resterà esposta a Roma fino al 28 ottobre  presso la Sala Dalí dell’Instituto Cervantes, in piazza Navona, aperta dal mercoledì al sabato dalle ore 16 alle 20.

 

 

Dal 08 Ottobre 2017 al 28 Ottobre 2017

Roma

Luogo: Instituto Cervantes di Roma

Curatori: Ángeles Imaña

Telefono per informazioni: +39 06.686 1871

Sito ufficiale: http://roma.cervantes.es

 

Pietro Manzo. Momento Zero

Partendo da immagini di luoghi in cui l’intervento umano era ormai talmente consolidato da essere quasi invisibile (cave di marmo, ponti, viadotti), Manzo interviene riportando i panorami al loro momento zero.

Strati di olio su fotografie stampate si sedimentano con l’unica intenzione di cancellare l’intervento umano nell’ambiente; restaura un equilibrio millenario nascondendo le dolorose tracce del suo passaggio sotto veli di colore.

Quello che impressiona nelle opere di Pietro Manzo è l’ambiguità, eco degli interventi di Land-Art degli anni ’60, che si viene a creare fra gesto artificiale e stato naturale. Il fianco di una montagna sembra quasi un velo innaturale posto sulla maestosità di una cava di marmo. Ciascuna delle opere in mostra è il ritratto stridente di una natura incontaminata, resa paradossalmente poco credibile dalla totale assenza, inconcepibile nella mente dell’uomo moderno, di qualunque accenno alla civiltà.

Il rapporto di Pietro Manzo con il territorio si fa sempre più stretto, fisico, tanto da diventare una relazione non più solo estetica ma anche tangibile. Come fossero sassi di Richard Long, Manzo porta in galleria gli stessi frammenti di pietra che preleva dalle montagne sventrate. Dipinti ad olio su lastre di marmo, sfridi di cava oppure prove forensi di un delitto consumatosi nella totale indifferenza. La project room ospita una serie di frattali, su cui è dipinta l’immagine della montagna da cui provengono; una sineddoche, singole gocce di sangue che contengono il DNA del corpo intero.

 

 

Opening 7 ottobre h.18:30

Dal 07 Ottobre 2017 al 18 Novembre 2017

Roma

Luogo: White Noise Gallery

Il cardo rosso. Reportage di Davide Monteleone

L’utilizzo del video e del testo fotografico caratterizza il lavoro dell’italiano Davide Monteleone, classe 1974, artista e giornalista visivo che si è impegnato nello studio di tematiche sociali indaganti le relazioni esistenti fra essere umano e potere.

Al centro dell’operato artistico di Monteleone è possibile trovare l’analisi rivolta ai paesi post – sovietici, che ha dato vita alla realizzazione di quattro libri inerenti l’argomento, Dusha, Anima russa (2007), La Linea inesistente (2009), Red Thistle (2012) e Spasibo (2013).

Si è scelto di esaminare in questa sede il reportage Il cardo rosso / Red Thistle, titolo tratto dal romanzo di Lev Tolstòj Chadži-Mura, ove si racconta la vita condotta al nord del Caucaso, un luogo che in passato è stato sconvolto da guerre, violazioni dei diritti umani e conflitti etnici.

Ci si potrebbe chiedere come è possibile che una popolazione composta da individui possa sopportare dei simili drammi, come si può sopravvivere in situazioni simili. Il fotografo, attraverso l’aiuto della fotografia, cerca proprio di rispondere a queste domande, si pone come obbiettivo quello di capire come sia possibile cercare di sopravvivere di fronte a tragiche sfide e difficoltà.

Nel reportage è visibile il dialogo esistente fra l’uomo e l’ambiente in cui vive, un paesaggio in cui a far da padrona è la desolazione, sono poste di fronte allo spettatore storie di donne e di uomini, di fronte alle quali Monteleone col suo obbiettivo assume il ruolo di testimone che deve svolgere la funzione di custode della memoria.

Passato e presente, tradizione e modernità, differenti culture, questi sono gli aspetti con cui l’artista ha a che fare nel proprio percorso narrativo, dove appare evidente l’incertezza del futuro. Il desiderio di indipendenza del popolo caucasico, la sofferenza e l’orgoglio legato alla propria diversità vengono documentati dall’artista in modo minuzioso, tanto da apparire evidente allo spettatore che dietro ogni volto immortalato si cela una storia complessa.

 

Werner Bischof. Fotografie 1934-1954

Dal 22 settembre 2017 al 7 gennaio 2018, Casa dei Tre Oci di Venezia ospita una grande antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell’agenzia Magnum.

La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estatate presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l’artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall’India al Giappone, dalla Corea all’Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù.

Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell’Italia il suo soggetto privilegiato. In essa si coglie l’originalità dello scatto che rivela l’occhio ‘neorealista’ di Werner Bischof.

Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell’età dell’oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof. Sarà un itinerario che, partendo dall’Europa, appena uscita devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere una delle nazioni leader del nuovo millennio.

Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all’analisi del continente americano.

Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte.

Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione.

Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento.

Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

 

 

Fino al 07 Gennaio 2018

Venezia

Luogo: Casa dei Tre Oci

Enti promotori:

  • Fondazione di Venezia
  • Civita Tre Venezie
  • In collaborazione con:
  • Magnum Photos
  • Werner Bischof Estate

Costo del biglietto: Intero 12 € | Ridotto 10 € (studenti under 26 anni, over 65, titolari di apposite convenzioni) | Ridotto speciale 8 € (gruppi superiori alle 15 persone | Ridotto famiglia 24 € (2 adulti + 2 under 14) | Ridotto scuole 5 € | Gratuito: bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, disabili e accompagnatore, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti con tessera, guide turistiche

Telefono per informazioni: +39 041 2412332

E-Mail info: info@treoci.org

Sito ufficiale: http://www.treoci.org/

Calma, silenzio e meditazione nella fotografia di Kenro Izu

«Spesso mi domandano perché fotografo monumenti. È ciò che più si avvicina a qualcosa capace di durare in eterno. Ma se si guarda bene c’è una sottile linea di confine tra la pietra e la sabbia circostante. Nemmeno la pietra è eterna, come ci insegna il buddismo tutto è transitorio. La nostra vita, quella di un fiore, perfino quella di un albero o di una pietra non sono altro che un momento nell’eternità».

La citazione precedentemente riportata è stata espressa dal giapponese Kenro Izu, scelta appositamente per illustrare la sua poetica fotografica.

Nato a Osaka nel 1949 e cresciuto ad Hiroshima, Kenro Izu inizia ad approcciarsi alla fotografia a partire dagli anni ‘70, completando la sua formazione presso la Nihon University di Tokyo. Nel 1970 si trasferisce in America, a New York, dove vive e lavora attualmente. Il fotografo giapponese subì il fascino delle immagini di Francis Frith e delle antiche spedizioni fotografiche condotte in Egitto, motivo per cui alla fine degli anni ’70 condusse il primo viaggio in questo Paese, dove fu affascinato dalle piramidi e dalle rovine antiche, esempio dell’imponente azione costruttiva portata avanti dall’essere umano nel passato. Sacred Places è il lavoro nato dopo questa esperienza, che influenzò Izu fino a spingerlo a fotografare i luoghi sacri più suggestivi, viaggiando per la Scozia, il Messico, la Cambogia, l’India, l’Indonesia, Siria e Tibet.

Izu non è interessato a creare qualcosa di nuovo attraverso il proprio lavoro, egli osserva con attenzione il soggetto da fotografare e quando lo immortala intende documentarlo in maniera precisa. Si tratta di una ricerca raffinata ed elegante, infatti osservando le opere fotografiche di Izu sembra di trovarsi sospesi in un mondo non ancora conosciuto, ove lo spazio è estraneo a chi è intento a contemplarlo.

E’ possibile avvertire il forte senso di misticismo osservando i lavori che hanno come soggetto i luoghi sacri asiatici, non si tratta di una banale fotografia contemporanea limitata a ritrarre un luogo solo per dimostrare che si è stati lì, come invece accade con la moda odierna dei selfie, inoltre, osservando le fotografie che hanno come soggetti fiori e piante è possibile subito capire che l’artista non è intenzionato a sviluppare un’analisi superficiale del mondo naturale.

Calma e silenzio sono gli elementi che emergono dall’operato di Izu, si tratta di due caratteristiche che conducono la mente del pubblico alla meditazione, la quale avviene in modo lento, il che consente di far apprezzare la vera bellezza della fotografia.

 

Nancy Goldin. The Ballad of Sexual Dependency

La prima mostra-evento promossa dal Museo di Fotografia Contemporanea presso La Triennale di Milano è The Ballad of Sexual Dependency della fotografa statunitense Nan Goldin, a cura di François Hébel: una delle pietre miliari della fotografia contemporanea. L’opera, dopo la recente tappa al MoMA di New York nei primi mesi del 2017 e la prima esposizione nel 1986 al Festival di Arles, approda per la prima volta in Italia alla Triennale di Milano, dal 19 settembre al 26 novembre 2017.

La Ballad è il lavoro più celebre e fortunato dell’artista statunitense Nan Goldin (Washington, 1953): un work in progress avviato agli inizi degli anni Ottanta e poi continuamente ampliato e aggiornato, che viene oggi ampiamente riconosciuto tra i capolavori della storia della fotografia. È un’opera immersiva, costituita da circa 700 immagini a colori montate in sequenza filmica, per una durata di 45 minuti, e accompagnate da una colonna sonora che spazia dal punk all’opera. Un diario visivo autobiografico e universale, intimo e corale sulla fragilità degli esseri umani, sulla tensione continua tra l’individualità e il bisogno di relazione. Un susseguirsi di immagini che raccontano di vita, sesso, trasgressione, droga, amicizia, solitudine.

Lo sguardo di Nan Goldin abbraccia ogni momento della propria quotidianità e del proprio vissuto. L’artista fotografa se stessa e le travagliate vicende dei suoi compagni, nella downtown di Boston, New York, Londra, Berlino, tra gli anni ’70 e ’80. La sua è una fotografia istintiva, incurante della bella forma, che va oltre l’apparenza, verso la profonda intensità delle situazioni, senza mediazione alcuna. Nella totale coincidenza del percorso artistico con le vicende di una biografia sofferta e affascinante Nan Goldin ha indubbiamente creato un genere: studiate, utilizzate e imitate in tutto il mondo, le sue immagini sono un modello rimasto intatto fino a oggi.

Tra biografia e ricerca artistica, si sviluppa anche il personaggio Nan Goldin, oggi tra le star indiscusse della fotografia mondiale. Il suo immaginario visivo conquista il mondo dell’arte e le case di moda, le sue immagini compaiono sulle copertine dei magazine più diffusi e nelle campagne realizzate per i grandi marchi di abbigliamento, profumi e accessori.

L’installazione è costituita da una scenografia ad anfiteatro che accoglie il pubblico e consente la visione dell’opera, un video che viene proiettato ogni ora. Completano l’esposizione materiali grafici e alcuni manifesti originali, utilizzati per le prime perfomance di Nan Goldin nei pub newyorkesi.

Nancy Goldin nasce a Washington nel 1953 da genitori ebrei appartenenti alla classe media americana. Cresce a Boston, dove frequenta la School of the Museum of Fine Arts e dove inizia ad avvicinarsi al mondo underground dei club notturni. Alla fine degli anni ’70 si trasferisce a New York per dedicarsi alla fotografia e alle sperimentazioni, che traggono ispirazione dalla sua vita e dalla sottocultura metropolitana dentro la quale è immersa, tra sesso, alcool e droga.  A partire dalla seconda metà degli anni ’80, dopo la morte di numerosi amici, Nan Goldin decide di dedicarsi completamente all’arte. Si sposta in Europa, vive a Berlino, lavora a Napoli, inizia a viaggiare molto tra Occidente e Oriente, Bangkok, Manila, Tokyo. Collabora con numerosi artisti affermati, pubblica diversi libri ed espone i suoi lavori nei principali musei del mondo. Nel 1996 il Whitney Museum di New York le dedica la sua prima grande retrospettiva, I’ll Be Your Mirror, sul suo sguardo diretto, specchio della società.

Nan Goldin ha vinto numerosi premi, sia cinematografici che di fotografia, ha ottenuto importanti committenze, ad esempio dal Musée du Louvre.

 

 

Dal 19 Settembre 2017 al 26 Novembre 2017

Milano

Luogo: Triennale di Milano

Curatori: François Hébel

Enti promotori:

  • Museo di Fotografia Contemporanea

Telefono per informazioni: +39 02 724341

E-Mail info: info@triennale.org

Sito ufficiale: http://www.triennale.org/