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Wildlife Photographer of the Year

Dal 1° febbraio al 2 giugno 2020 si terrà al Forte di Bard, l’anteprima italiana della 55esima edizione del Wildlife Photographer of the Year, il più importante riconoscimento dedicato alla fotografia naturalistica promosso dal Natural History Museum di Londra.

In esposizione oltre cento emozionanti immagini vincitrici nelle 19 categorie del premio selezionate tra 48.000 scatti provenienti da 100 paesi del mondo, valutati da una giuria internazionale di stimati esperti e fotografi naturalisti.

Vincitore del prestigioso titolo Wildlife Photographer of the Year 2019 il fotografo cinese Yongqing Bao con lo scatto “The Moment”. L’immagine ritrae lo scontro tra una volpe e una marmotta, uscita dalla sua tana dopo il letargo, sull’altopiano del Qinghai, in Tibet.

La foto cattura il dramma e l’intensità della natura: il potere del predatore che mostra i suoi denti, il terrore della sua preda, l’intensità della vita e della morte scritte sui loro volti.

Il quattordicenne Cruz Erdmann, Nuova Zelanda, invece, ha ricevuto il premio per lo Young Wildlife Photographer of the Year 2019 con il suo scatto “Night glow” fatto durante una immersione notturna al largo di Sulawesi, in Indonesia. L’immagine raffigura un calamaro durante un corteggiamento.

Tra i vincitori anche due italiani: il giovane Riccardo Marchegiani con “Early riser”, categoria 15-17 anni, e l’altoatesino Manuel Plaickner con “Pondworld”, per la categoria Behaviour: Amphibians and Reptiles.

Protagonista dello scatto di Riccardo Marchegiani una femmina di babbuino Gelada con il suo cucciolo all’alba su un altopiano nel Parco Nazionale del Simien in Etiopia, dove era andato con suo padre e un suo amico.

La foto di Manuel Plaickner, invece, immortala delle rane comuni in uno stagno durante il periodo dell’accoppiamento. Il fotografo ha seguito ogni primavera, per oltre un decennio, la migrazione di massa delle rane in Alto Adige.

Presenti in mostra anche le foto Little Leapers di Stefano Unterthiner, The Frozen Spires di Roberto Zanette e Migrant Megamoths di Lorenzo Shoubridge.

 

 

SCHEDA

Wildlife Photographer of the Year

Forte di Bard, Valle d’Aosta

1° febbraio – 2 giugno 2020

 

Orari

Dal 1° febbraio al 1° marzo
feriali: 10.00 | 17.00
sabato, domenica, festivi: 10.00 | 18.00
lunedì chiuso

Dal 2 marzo l’apertura è prolungata di un’ora

 

Tariffe

Intero: 8,00 euro

Ridotto (over 65 e 6-18 anni): 7,00  euro

Scuole: 5,00 euro

 

Informazioni al pubblico

Associazione Forte di Bard

  1. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | www.fortedibard.it

Uniform into the work/out of the work

La Fondazione MAST presenta UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK, il nuovo progetto espositivo curato da Urs Stahel dedicato alle uniformi da lavoro che, attraverso oltre 600 scatti di grandi fotografi internazionali, mostra le molteplici tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali differenti.

Nate per distinguere chi le indossa, le uniformi da un lato mostrano l’appartenenza a una categoria, ad un ordinamento o a un corpo, senza distinzioni di classe e di censo, dall’altro possono evidenziare la separazione dalla collettività di chi le porta. Le parole “uniforme” e “divisa” rivelano, allo stesso tempo, inclusione ed esclusione.

UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK comprende una mostra collettiva sulle divise da lavoro nelle immagini di 44 fotografi e un’esposizione monografica di Walead Beshty, che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte incontrati dall’artista per i quali l’abbigliamento professionale è segno distintivo, una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.

UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK

LA DIVISA DA LAVORO NELLE IMMAGINI DI 44 FOTOGRAFI

La mostra collettiva “La divisa da lavoro nelle immagini di 44 fotografi”, allestita nella PhotoGallery, raccoglie gli scatti di 44 artisti: celebri protagonisti della storia della fotografia tra cui, Manuel Alvarez Bravo, Walker Evans, Arno Fischer, Irving Penn, Herb Ritts, August Sander e fotografi contemporanei come Paola Agosti, Sonja Braas, Song Chao, Clegg & Guttmann, Hans Danuser, Barbara Davatz, Roland Fischer, Andrè Gelpke, Helga Paris, Tobias Kaspar, Herline Koelbl, Paolo Pellegrin, Timm Rautert, Oliver Sieber, Sebastião Salgado, immagini tratte da album di collezionisti sconosciuti e otto contributi video di Marianne Müeller.

In tutto il mondo si distingue ancora oggi tra “colletti blu” e “colletti bianchi”, due espressioni che si sono imposte in molte lingue della società industrializzata. Ispirandosi all’abbigliamento da lavoro, si opera una distinzione tra diverse forme e categorie professionali e poi sociali: da un lato la casacca o la tuta blu degli operai delle fabbriche, dall’altro il colletto bianco quale simbolo del completo giacca e pantaloni, camicia bianca e cravatta di coloro che svolgono funzioni amministrative e direttive.

La mostra è un viaggio tra le uniformi, che sollecita una riflessione sull’essere e sull’apparire: le casacche da lavoro fotografate da Graciela Iturbide, i grembiuli protagonisti dei “piccoli mestieri” – come li chiama Irving Penn – del pescivendolo e dei macellai, le tute degli scaricatori di carbone nel porto de L’Avana ritratti da Walker Evans, gli abiti dei contadini negli scatti a colori di Albert Tübke, le tute da lavoro delle operaie nelle officine di montaggio della Fiat, a Torino, nelle fotografie di Paola Agosti.

Nelle immagini di Barbara Davatz gli abiti da lavoro dei collaboratori di una piccola fabbrica svizzera  si confrontano con le uniformi degli apprendisti del più grande rivenditore di generi alimentari “Migros” della Svizzera fotografati da Marianne Müller, i colletti bianchi di Florian Van Roekel fanno da contrappunto alle tute nere dei minatori nelle foto del cinese Song Chao e alle lavoratrici di una fabbrica di abbigliamento immortalate da Helga Paris. L’abbigliamento da lavoro comprende anche gli indumenti protettivi, che sono al centro delle immagini sia del messicano Manuel Álvarez Bravo, sia di Hitoshi Tsukiji che si sofferma sui guanti di sicurezza della Toshiba, sia di Sonja Braas, di Hans Danuser e Doug Menuez che si concentrano sulle tute.

L’abito non rispecchia solo la diversa occupazione, né obbedisce esclusivamente alla funzionalità del lavoro, ma indica anche una distinzione di classe e di status come mostra il grande Ritratto di gruppo dei dirigenti di una multinazionale di Clegg & Guttmann dove la luce illumina solo i volti, le mani e i triangoli sfolgoranti formati dai risvolti, dalle camicie bianche e dalle cravatte.

Nei nove ritratti di August Sander, considerato uno dei più famosi ritrattisti del XX secolo, emerge la simbiosi tra persona, professione e ruolo sociale più che l’essenza dei singoli individui. L’attenzione del fotografo è infatti sulla funzione sociale, piuttosto che estetica della fotografia, con l’intento di costruire un’immagine fedele della propria epoca.

L’esposizione ci guida dall’abbigliamento da lavoro all’uniforme con i sette imponenti ritratti del soldato “Olivier” di Rineke Dijkstra, le uniformi civili delle serie di Timm Rautert, abiti del monaco e della suora fotografati da Roland Fischer fino ad arrivare ai ritratti di Angela Merkel nelle nove fotografie di Herlinde Koelbl, la celebre artista tedesca che ha dedicato un progetto pluriennale, “Traces of Power” alla raffigurazione anno per anno di alcuni dei maggiori leader politici tedeschi, a partire dal 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino.

Sebastião Salgado immortala il riposo di un operaio della Safety Boss Company, in Kuwait, impegnato nelle operazioni di spegnimento dei pozzi petroliferi dati alle fiamme dagli iracheni nel 1991 durante la Guerra del Golfo.

Le opere di Olivier Sieber, Andreas Gelpke, Andri Pol, Paolo Pellegrin, Herb Ritts e Weronika Gesicka descrivono la progressiva trasformazione dell’abbigliamento da lavoro e dell’uniforme in stile e moda assieme alla serie “Beauty lies within” di Barbara Davatz che fotografa alcuni commessi di H&M fuori dal contesto lavorativo. Le fotografie dei ricami di Tobias Kaspar, tratti dagli archivi di un produttore tessile svizzero, chiudono idealmente la mostra.

Su grandi monitor otto addetti alla sicurezza in uniforme di servizio, protagonisti di altrettanti video di Marianne Müller, “vigilano” sui visitatori.

WALEAD BESHTY “RITRATTI INDUSTRIALI”

La mostra monografica del fotografo americano WALEAD BESHTY “RITRATTI INDUSTRIALI”, allestita nella Gallery/Foyer, raccoglie 364 ritratti, suddivisi in sette gruppi di 52 fotografie ciascuno: artisti, collezionisti, curatori, galleristi, tecnici, altri professionisti, direttori e operatori di istituzioni museali.

Sono fotografie di persone con cui l’artista è entrato in contatto nel suo ambiente di lavoro, mentre realizzava la sua arte o preparava le mostre. Nel corso degli ultimi dodici anni Walead Beshty ha fotografato circa 1400 persone con una macchina di piccolo formato e pellicola analogica di 36 mm, per lo più in bianco e nero. Dal totale degli scatti effettuati il fotografo ha scelto un ritratto per ogni singolo soggetto, per la mostra al MAST ne sono stati selezionati 364.

L’obiettivo di Walead Behsty, ispirandosi al lavoro di inizi del ‘900 del ritrattista August Sander, non è quello di esprimere l’aspetto, il carattere o la natura della persona fotografata – scopi che il ritratto in studio ha perseguito fin dagli albori della fotografia – ma è quello di rappresentare le persone nel loro ambiente di lavoro (che è anche il

suo), la loro funzione e il ruolo professionale che svolgono in seno al mondo e al mercato dell’arte. É da qui che deriva il titolo della sua opera “Industrial Portraits”. “Da un lato in questo titolo possiamo riconoscere il riflesso di una tecnica per certi aspetti standardizzata, dall’altro possiamo dire che i ritratti in mostra e la serie nel suo insieme (1400-1500 elementi in continuo aumento) costituiscono a loro volta una sorta di “ritratto” di una specifica realtà industriale, cioè l’industria dell’arte nel suo complesso. In questo senso, gli “Industrial Portraits” rendono visibili e mettono in evidenza gli attori che si muovono in questo settore che si ritiene tendenzialmente libero da strutture gerarchiche”, spiega il curatore della mostra Urs Stahel

I 364 ritratti di Beshty evidenziano la riluttanza dei protagonisti per l’uniformità dell’abbigliamento professionale. Non bisogna apparire come l’altro, uniformati, omologati.

Con il rischio però che questa definizione in negativo si riveli nuovamente, per tutti gli attori che operano in quell’ambiente, un atteggiamento uniformato e standardizzato. Nonostante lo sforzo con cui ogni singolo individuo ritratto mira a mostrare una presenza e un’immagine unica, personale e originale, i protagonisti pare rimangano dipendenti dal contesto, prigionieri del loro atteggiamento individualistico.

Apertura al pubblico: sabato 25 gennaio ore 10.00

Ingresso gratuito

Orari di apertura

Martedì – Domenica 10.00 – 19.00

 

In occasione di Arte Fiera:

sabato 25 gennaio > 10.00 – 24.00*

domenica 26 gennaio > 10.00 – 20.00

 

MAST.

via Speranza 42, Bologna

25 gennaio – 3 maggio 2020

www.mast.org

 

 

 

Quando il pubblico diventa arte (e viceversa): i musei francesi nelle fotografie di Nicolas Sibertin-Blanc

Una modella che si scatta un selfie, un asiatico con strumenti ipertecnologici, bambini speranzosi di riuscire a toccare qualcosa, qualcuno che sbadiglia stanco o che chiacchiera animatamente: quante volte esplorando le sale di un museo affollato capita di essere distratti da curiosi visitatori che attirano l’attenzione più delle opere stesse? Un giovane fotografo francese, Nicolas Sibertin-Blanc, ha trasformato questa tendenza in qualcosa di molto interessante. Nella sua nuova serie di fotografie, infatti, ritrae i più noti musei francesi attraverso una ambigua combinazione di opere e pubblico.

Usando la tecnica dell’immagine nell’immagine, l’artista crea fotografie in cui i diversi piani (realtà e finzione, vivente e inanimato, opera e contesto, ecc.) sono uniti sapientemente in un’unica immagine perfettamente coerente. Accade così che in alcune foto il pubblico sembri entrare a far parte di famosi quadri, e che in altre siano invece i personaggi dipinti a sembrare partecipi di scene reali. Bellissimi ad esempio Les Noces de Cana, in cui la folla di visitatori del Louvre si mescola ai convitati dipinti nel Cinquecento da Veronese, o Une séance du jury de peinture, in cui un ragazzo con cappellino Gucci sembra quasi specchiarsi nei borghesi col cilindro di Henri Gervex, che peraltro a loro volta guardano dei quadri, moltiplicando così le immagini e triplicando i livelli di lettura.

Attraverso questo gioco combinatorio e citazionista, l’artista attiva inoltre un cortocircuito tra fotografia e pittura, nemiche-amiche da sempre contrapposte nel famoso “combattimento per un’immagine”, per citare una storica mostra del 1973. Riesce inoltre a rivisitare il già visto e a rinnovare perfino il fin troppo noto, riportandoli in circolazione sotto una diversa prospettiva, come a voler dire che in questo momento storico – caratterizzato da un fortissimo inquinamento visivo – la mole di immagini già esistenti debba essere riutilizzata, in un certo senso riciclata, e impiegata come fondamento per costruirne di nuove.

Al contrario di quello che potrebbe sembrare, inoltre, nessuna delle foto che compongono la serie è un fotomontaggio, come l’artista stesso tiene a specificare. Rievocando il suo compatriota Cartier-Bresson, infatti, Sibertin-Blanc cerca e aspetta il momento decisivo nei musei della sua città, e sul suo sito si legge a grandi lettere “None of the showcased photographs is photoshoped. The pictures are taken on the spot. I want to show you what I see”. Le immagini sono quindi frutto di abilità esercitate in fase di ripresa e non in postproduzione, e mostrano semplicemente il punto di vista dell’artista (del resto ormai sempre più artisti prediligono questa modalità di operare, in contrasto con l’evidente artificializzazione della vita contemporanea).

Negli ultimi mesi Nicolas Sibertin-Blanc è stato uno dei protagonisti dell’annuale Salon des Beaux Arts di Parigi e ha ricevuto diversi premi. Per conoscere meglio il suo lavoro: www.nicolas-sibertin.com.

Biennale Foto Industria 2019 di Bologna

Dal 24 ottobre al 24 novembre 2019 torna la spettacolare Biennale Foto Industria 2019 di Bologna, la prima Biennale al mondo dedicata alla fotografia dell’Industria e del Lavoro, giunta alla sua quarta edizione con il titolo TECNOSFERA: L’UOMO E IL COSTRUIRE.

Si tratta di una manifestazione a valenza nazionale e internazionale, organizzata da Fondazione MAST con dieci mostre aperte gratuitamente in musei e palazzi del centro storico.

L’undicesima mostra  è al MAST, dove prosegue sino al 5 gennaio, visto il grande successo di pubblico e stampa, Anthropocenea cura di Sophie Hackett, Andrea Kunard e Urs Stahel, che indaga l’impatto dell’uomo sul pianeta attraverso le straordinarie immagini di Edward Burtynsky, i filmati di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier e le esperienze immersive di realtà aumentata.

Celebri protagonisti della storia della fotografia come Albert Renger-Patzsch e André Kertész, le cui immagini fanno ormai parte di un patrimonio iconico condiviso, saranno al fianco di grandi artisti contemporanei, italiani e internazionali come Luigi Ghirri, Lisetta Carmi, Armin Linke e David Claerbout e giovani autori affermati sulla scena internazionale come Matthieu Gafsou, Stephanie Syjuco, Yosuke Bandai e Delio Jasse, alternando tecniche che vanno dagli usi più puri e tradizionali della fotografia alle sperimentazioni  più innovative.

Protagonista di Foto/industria 2019 è il tema del costruire: un‘azione cruciale, intimamente radicata nella natura della specie umana che viene qui esplorata a tutto tondo, dalle sue radici storiche e filosofiche agli inevitabili risvolti scientifici. Dalle città alle industrie, dalle reti energetiche a quelle infrastrutturali, dai sistemi di comunicazione alle reti digitali, la Biennale intende indagare il complesso sistema dinamico del fare che caratterizza la presenza dell’uomo sul pianeta.

La Biennale ha quest’anno un nuovo direttore: Francesco Zanot, curatore di importanti mostre tra cui Give Me Yesterday e Stefano Graziani: Questioning Pictures alla Fondazione Prada Osservatorio di Milano, saggista di monografie dedicate a grandi fotografi e Direttore del Master in Fotografia di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, Milano.

 

 

Bologna

Fino al 24 novembre

Vivian Maier, The Self-portrait and its Double

Dal 20 luglio al 22 settembre 2019 il Magazzino delle Idee a Trieste presenta, per la prima volta in Italia, la mostra Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double, a cura di Anne Morin, realizzata e organizzata dall’Ente per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con diChroma photographyMadrid, John Maloof Collection e Howard Greenberg Gallery New York.

70 autoritratti, di cui 59 in bianco e nero e 11 a colori, questi ultimi mai esposti prima d’ora sul territorio italiano, raccontano la celebre fotografa attraverso i suoi autoritratti scattati quando ancora, da sconosciuta bambinaia, passava il tempo a fotografare senza la consapevolezza di essere destinata a diventare una vera e propria icona della storia della fotografia.

Nel suo lavoro ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di sconosciuti, il mondo dei bambini – il suo universo per così tanto tempo – e anche una predilezione per gli autoritratti, che abbondano nella produzione di Vivian Maier attraverso una moltitudine di forme e variazioni, al punto da essere quasi un linguaggio all’interno del suo linguaggio. Un dualismo.

L’interesse di Vivian Maier per l’autoritratto era più che altro una disperata ricerca della sua identità. Ridotta all’invisibilità, ad una sorta di inesistenza a causa dello status sociale, si mise a produrre prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembrava non avere un posto per lei.

Il suo riflesso in uno specchio, la sua ombra che si estende a terra, o il contorno della sua figura: come in un lungo gioco a nascondino, tra ombre e riflessi, in mostra ogni autoritratto di Vivian Maier è un’affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. Caratteristica ricorrente è l’ombra, diventata una firma inconfondibile nei suoi autoritratti. La sua silhouette, la cui caratteristica principale è il suo attaccamento al corpo, quel duplicato del corpo in negativo “scolpito dalla realtà”, ha la capacità di rendere presente ciò che è assente.

L’intenzione dell’esposizione – che ripercorre l’incredibile produzione di una fotografa che per tutta la vita non si è mai considerata tale, e che, anzi, nel mondo è sempre passata inosservata – è proprio quello di rendere omaggio a questa straordinaria artista, capace non solo di appropriarsi del linguaggio visivo della sua epoca, ma di farlo con uno sguardo sottile e un punto di vista acuto.

Una storia straordinaria. Vivian Maier (1926 – 2009) ha lavorato come bambinaia per 40 anni, a partire dai primi anni Cinquanta e per quattro decenni, a New York e a Chicago poi. Nel suo tempo libero, fotografava la strada, le persone, gli oggetti, i paesaggi; ritraeva tutto ciò che le destava sorpresa, che trovava inaspettato nel suo vivere quotidiano; catturando l’attimo raccontava la bellezza dell’ordinario, scovando le fratture impercettibili e le inflessioni sfuggenti della realtà nella quotidianità che la circondava.

Ha trascorso tutta la sua vita nell’anonimato fino al 2007, quando il suo corpus fotografico è venuto alla luce. Un lavoro immenso, composto da più di 150.000 negativi, super 8 e 16mm film, diverse registrazioni audio, alcune fotografie e centinaia di rullini non sviluppati, scoperto da un giovane immobiliarista, John Maloof. Grazie a lui il lavoro di Vivian Maier è venuto allo scoperto lentamente, da bauli, cassetti, dai luoghi più impensati, e la sua opera fotografica è stata resa nota in tutto il mondo.

Scattare ritratti era per Vivian Maier una necessità: il modo con cui definiva la propria posizione nel mondo, e quello con cui provava a restituire l’ordine delle cose. Quando i protagonisti dei ritratti erano poveri, lasciava loro una legittima distanza; quando invece appartenevano all’alta società metteva in atto azioni di disturbo facendo in modo che nello scatto risultassero infastiditi. La Maier aveva due facce: quella che accettava la propria condizione, e quella che invece la combatteva cercando di essere qualcun altro.

Ciò che sorprende nella storia di Vivian Maier – afferma Anne Morin, curatrice della mostra – è come questa donna da una parte accetti la sua condizione di bambinaia e, allo stesso tempo, trovi invece la sua libertà nell’essere qualcun altro, la fotografa di strada Vivian Maier; questo dualismo, generato dallo scontro tra le due anime, ha dato vita a una vicenda senza paragoni nella storia della fotografia, che in questa mostra viene raccontata per la prima volta in Italia attraverso i ritratti dell’autrice”.

Il colore. Inedito nel percorso espositivo il nucleo di immagini a colori. Per Vivian Maier, il passaggio al colore è stato accompagnato da un cambiamento dovuto all’utilizzo di una Leica all’inizio degli anni settanta. La fotocamera è leggera, facile da portare: le foto sono riprese direttamente a livello dell’occhio, a differenza della Rolleiflex che usava prima. Vivian Maier è così in grado di raccogliere il contatto visivo con gli altri e fotografare il mondo nella sua realtà colorata. Il suo lavoro a colori rimane singolare, libero e anche giocoso. Esplora le caratteristiche specifiche del linguaggio cromatico con una certa casualità, elabora il proprio vocabolario, ma soprattutto si diverte con il reale: sottolineando stridenti dettagli di colore, mostrando le discrepanze multicolore della moda o giocando con brillanti contrappunti.

Filmati SUPER 8 mm. Accompagna gli scatti fotografici in mostra una serie di filmati in super 8mm realizzati dalla stessa Vivian Maier, che ci permettono di seguire il movimento dell’occhio dell’artista. Nel 1960 inizia infatti a filmare scene di strada, eventi e luoghi. Il suo approccio cinematografico è strettamente legato al suo linguaggio da fotografa: è una questione di esperienza visiva, di un’osservazione discreta e silenziosa del mondo che la circonda. Non c’è narrazione, nessun movimento della macchina (l’unico movimento cinematografico è quello della carrozza o della metropolitana in cui si trova). Vivian Maier filma quello che la porta all’immagine fotografica: osserva, si ferma intuitivamente su un soggetto e lo segue. Ingrandisce con la lente per avvicinarsi senza avvicinarsi e concentrarsi su un atteggiamento o un dettaglio (come le gambe e le mani di individui in mezzo alla folla). Il film è sia una documentazione (un uomo mentre viene arrestato dalla polizia, oppure i danni causati da un tornado) sia un oggetto di contemplazione (la strana processione di pecore ai mattatoi di Chicago).

 

Dal 19 Luglio 2019 al 22 Settembre 2019

Trieste

Luogo: Magazzino delle Idee

Indirizzo: corso Cavour 2

Orari: martedì a domenica 10-20; lunedì chiuso. Aperture straordinarie: 15 agosto

Curatori: Anne Morin

Enti promotori:

  • Ente per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia

Telefono per informazioni: +39 040 3774783

E-Mail info: info@magazzinodelleidee.it

Sito ufficiale: http://www.magazzinodelleidee.it

Esposizione Collettiva di Fotografia

Dal 15 al 30 giugno si svolge nelle sale del Castello San Michele di Cagliari, l’Esposizione collettiva di fotografia dei corsi annuali della Scuola d’Arte Fotografica dello studio Fine Art, tenuti da Michelangelo Sardo, organizzata con la collaborazione del Consorzio Camù

In mostra una serie di opere fotografiche di Andrea Aversano, Rita Bacchiddu, Letizia Bruni, Alessandro Carrus, Maria Luisa Ciccu, Roberto Mulas, Silvania Piras, Dino Pistillo e Simone Porrà.

Ogni artista presenta un progetto individuale, realizzato in piena libertà formale e espressiva, attraverso il quale ci conduce lungo la propria ricerca, indagando ora percorsi inattesi, ora i piani più classici del linguaggio fotografico; la maggiore parte degli allievi ha voluto seguire il canovaccio minimo di un comune denominatore piegato lungo i percorsi del sogno, della memoria, della condizione umana in una lettura intimista ma non mancano forme di espressione più leggere.

I lavori sono maggiormente improntati al linguaggio del bianco e nero, che continua ad apparire indifferente alle insidie delle ultime tecnologie, con escursioni nell’indagine del linguaggio meno scontato del colore nel controllo completo della luce, dalla figura allo still life al paesaggio; le opere in esposizione sono realizzate nella conoscenza della evoluzione del linguaggio in questo campo e spaziano sui temi classici della fotografia.

La libertà di linguaggio che caratterizza la presente collettiva permette ai singoli artisti di esprimere diverse tecniche e linguaggi nell’uso consapevole dei mezzi propri e consolidati dell’espressione fotografica.

I progetti sono concepiti personalmente e ognuno rispecchia il percorso e la personalità di ogni artista.

La comunicazione, ambito naturale del linguaggio fotografico (che mantiene comunque una dimensione propria e colta), sembra oggi costituita esclusivamente di immagine ma nel contempo sembra essersi di questa disinteressata. L’immagine proposta oggi è in apparenza facile, immediata, alla portata di tutti: gli ultimi apparecchi sembrano quasi saper guardare e scattare autonomamente; è qui che la scuola indica una strada per distinguere il linguaggio specifico della fotografia, in cui l’espressione traspaia forte e intenzionale nella faticosa e selettiva ricerca di un linguaggio quanto mai alto e essenziale, senza per questo rimanere prigioniero di forme classiche o criptiche e per essere pienamente fruibile nella sua austerità e, allo stesso modo, novità e leggerezza.

Cagliari

Castello di San Michele

La mostra è visitabile secondo i seguenti orari: dal martedì alla domenica dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00. Chiuso il lunedì.

 

Divine Bovine. Mostra fotografica di Toni Meneguzzo

Ha inaugurato lo scorso 14 maggio presso l’Howtan Space di Roma la mostra fotografica di Toni Meneguzzo dal titolo Divine Bovine, a cura di Antonella Scaramuzzino e Fulvio Ravagnani, che vede protagoniste dei grandi ritratti esposti una serie di coloratissime mucche indiane.

Le 65 fotografie (che misurano 2 metri per 2) sono il frutto di un’interessante e personale ricerca dell’artista, che ha viaggiato dal 2008 al 2013 per le regioni dell’India immortalando questi animali, considerati come esseri sacri, alla stregua di divinità, protagonisti di una tradizione antichissima mantenuta nel tempo dalle popolazioni locali, che oggi sta però rischiando di scomparire. In occasione del raccolto infatti le mucche vengono donate al tempio dagli abitanti in segno di ringraziamento, adornate con paramenti e fiori e dipinte con colori brillanti e vivaci, per celebrare la fertilità e porgere un dono al cielo.

Le foto diventano potenti icone, dal sapore rurale e al contempo quasi magico, grazie anche al lavoro di ritaglio dello sfondo eseguito da Meneguzzo, che ha tolto i paesaggi agresti per lasciare un campo bianco, che toglie qualsiasi riferimento spazio-temporale rendendole idoli naturali, dall’aspetto saggio e protettivo.

La ricerca di Toni Meneguzzo, classe 1949, fotografo da quattro decadi, ha spaziato in vari campi, dalla moda, fino ad arrivare al design e all’architettura; Divine Bovine è invece un vero proprio reportage etno-antropologico, oltre che religioso, che offre allo spettatore uno spaccato legato a un mondo lontano ed affascinante.

Completa la mostra un video di backstage che illustra gli anni di viaggio e ricerca vissuti dall’artista che hanno reso possibile questo progetto di mostra.

HOWTAN SPACE

dal 14 maggio al 27 giugno 2019

Via dell’Arco de’ Ginnasi, 5 – Roma

Lunedi’ – Venerdì ore 12:00 – 19:00 Sabato e Domenica Chiuso

Eve Arnold. Tutto sulle donne – All about women

Che si tratti delle donne afroamericane del ghetto di Harlem, dell’iconica Marylin Monroe, di Marlene Dietrich o delle donne nell’Afghanistan del 1969, poco cambia. L’intensità e la potenza espressiva degli scatti di Eve Arnold raggiungono sempre livelli di straordinarietà. La fotografa americana ha sempre messo la sua sensibilità femminile al servizio di un mestiere troppo a lungo precluso alle donne e al quale ha saputo dare un valore aggiunto del tutto personale.
A questa intensa interprete dell’arte della fotografia, la Casa-Museo Villa Bassi, nel cuore di Abano Terme, dedica un’a ampia retrospettiva, interamente centrata sui suoi celebri ed originali ritratti femminili. Quella proposta in Villa Bassi dal Comune di Abano Terme e da Suasez, con la curatela di Marco Minuz, è la prima retrospettiva italiana su questo tema dedicata alla grande fotografa statunitense.
Eve Arnold, nata Cohen, figlia di un rabbino emigrato dalla Russia in America, contende ad Inge Morath il primato di prima fotografa donna ad essere entrata a far parte della Magnum. Furono infatti loro due le prime fotografe ad essere ammesse a pieno titolo nell’agenzia parigina fondata da Robert Capa nel 1947. Un’agenzia prima di loro, riservata a solo grandi fotografi uomini come Henri Cartier Bresson o Werner Bischof.
Ed è un caso fortunato che le due prime donne di Magnum siano protagoniste di altrettante retrospettive parallele in Italia entrambe promosse per iniziativa di Suazes: la Morath a Treviso, in Casa dei Carraresi, e ora la Arnold ad Abano Terme in questa mostra.
A chiamare Eve Arnold In Magnum fu, nel 1951, Henri Cartier -Bresson, colpito dagli scatti newyorkesi della fotografa. Erano le immagini di sfilate nel quartiere afroamericano di Harlem, a New York. Quelle stesse immagini rifiutate in America per essere troppo “scandalose”, vennero pubblicate dalla rivista inglese Picture Post.
Nel 1952 insieme alla famiglia Eve Arnold si trasferisce a Long Island, dove realizza uno dei reportage più toccanti della sua carriera: “A baby’s first five minutes”, raccontando i primi cinque minuti di vita dei piccoli nati al Mother Hospital di Port Jefferson. Nel 1956 si reca con un amica psicologa ad Haiti per documentare i segreti delle pratiche Woodoo.
Chiamata a sostituire il fotografo Ernst Haas per un reportage su Marlene Dietrich, inizia la frequentazione con le celebreties di Hollywood e con lo star system americano. Nel 1950 l’incontro con Marylin Monroe, inizio di un profondo sodalizio che fu interrotto solo dalla morte dell’attrice. Per il suo obiettivo Joan Crawford svela i segreti della sua magica bellezza. Nel 1960 documenta le riprese del celebre film ”The Misfits”, “Gli spostati”, con Marylin Monroe e Clark Gable, alla regia John Houston e alla sceneggiatura il marito dell’epoca di Marylin Arthur Miller.
Trasferitasi a Londra nel 1962, Eve Arnold continua a lavorare con e per le stelle del cinema, ma si dedica anche ai reportage di viaggio: in molti Paesi del Medio ed Estremo Oriente tra cui Afghanistan, Cina e Mongolia.
Fra il 1969 e il 1971 realizza il progetto “Dietro al velo”, che diventa anche un documentario, testimonianza della condizione della donna in Medio Oriente.
«Paradossalmente penso che il fotografo debba essere un dilettante nel cuore, qualcuno che ama il mestiere. Deve avere una costituzione sana, uno stomaco forte, una volontà distinta, riflessi pronti e un senso di avventura. Ed essere pronto a correre dei rischi.» Così Eve Arnold definisce la figura del fotografo. Benché il suo lavoro sia testimonianza di una lotta per uscire dalla definizione limitante di “fotografa donna”, la sua fortuna fu proprio quella capacità di farsi interprete della femminilità, come “donna fra le donne”.

Dal 17 Maggio 2019 al 08 Dicembre 2019

Abano Terme | Padova

Luogo: Casa-Museo Villa Bassi

Indirizzo: via Appia Monterosso 52

Curatori: Marco Minuz

Enti promotori:

Comune di Abano Terme

Suasez

World Press Photo 2019

E’ in corso presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma la 64° edizione del World Press Photo, il prestigioso premio annuale dedicato al fotogiornalismo mondiale, ideato dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam.
La mostra, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography, e promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, raccoglie gli scatti che meglio hanno saputo rappresentare le diverse categorie (sport, natura, attualità, ritratti, reportage), selezionate tra ben 4,783 fotografi provenienti da 129 paesi diversi, per totale di 78,801 immagini scelte da una giuria indipendente presieduta da Whitney C. Johnson, vicepresidente Visuals e Immersive Experiences presso il National Geographic.
In termini di fotogiornalismo e non solo il tema più rilevante dell’anno, quello che ha fatto più discutere, è stato senza dubbio quello dell’immigrazione, specialmente quella che si spinge dal Messico e da alcuni paesi del Sud America verso gli Stati Uniti. La foto dell’anno 2019 è infatti è lo scatto del fotografo John Moore dal titolo Crying Girl on the Border, che ci mostra la reazione disperata della piccola Yanela Sánchez che, partita dall’Honduras con la madre, viene fermata con la madre dalla polizia alla frontiera con gli Stati Uniti nel giugno dello scorso anno; l’immagine, fortemente iconica, commuove e torna a far discutere sulle rigide politiche applicate dal Presidente Donald Trump al fine di porre un freno all’immigrazione clandestina, con procedure molto discutibili riguardanti ad esempio la separazione tra genitori e figli (in molti casi parliamo di bambini di età inferiore ai 6 anni). Anche The Migrant Caravan, Press Photo Story of the Year, tocca lo stesso tema: l’autore, Pieter Ten Hoopen, immortala un gruppo di persone che corre verso un camion che si è fermato per dare loro un passaggio dal Messico agli Stati Uniti.
Immagini, volti, guerre, ritratti, attimi di vita vissuta: sono lo specchio di realtà spesso molto lontane da noi, a volte sconosciute, ma non per questo meno importanti; il World Press Photo si riconferma indispensabile mezzo di conoscenza oltre che fonte di nuovo valore dato al giornalismo di reportage, che vede l’occhio del fotografo spingersi oltre i consueti confini per offrire allo spettatore uno spaccato della vastità del mondo che ci circonda, con le sue atrocità ma anche con la sua grandissima bellezza.

Palazzo delle Esposizioni
Dal 25 aprile al 26 maggio 2019
Via Nazionale, Roma
Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00
Venerdì e sabato dalle ore 10.00 alle ore 22.30 – Lunedì chiuso.
www.palazzoesposizioni.it

Exposition «Andy Summers. Une certaine étrangeté» | Pavillon Populaire – Montpellier

Al Pavillon Populaire, in pieno centro storico della bella città di Montpellier, è presente fino al 14 Aprile una mostra fotografica realizzata dal chitarrista del gruppo inglese The Police, il famoso Andy Summers, artista completo che ha condiviso la sua vita fra strumento a corde e macchina fotografica.
Fu nel ‘79 che Andy Summers scoprì la fotografia, in un’intervista sua (disponibile nel video della mostra) che descrive questo momento, quando annoiato in una camera d’albergo a New York, dopo concerti consecutivi, prese coscienza del bisogno di occuparsi una volta che la frenesia dei concerti fosse finita. Gli venne così l’idea di comprare una macchina fotografica.
La mostra, condivisa in due parti, espone al piano superiore del palazzo il periodo degli anni di successo del gruppo The Police fra il 1977 e il 1982, al piano terra, invece viaggiamo attraverso le varie città e capitali che l’artista ha visitato negli anni successivi alla separazione del gruppo. Durante il percorso, il nostro occhio può percepire, attraverso le varie immagini, il rallento del movimento, la sua ricerca col tempo della precisione, risultato dovuto molto probabilmente a una certa maturità e alla fine del ritmo indiavolato e rock’n’roll dei tour che facevano attraverso il mondo.
Gli altri membri, Sting e Stewart Copeland sono più volte presenti, come le numerose camere di albergo, le groupie e tante donne nude. Degli accordi di chitarra in fondo sonore ricordano l’importanza della musica per l’artista. Andy Summers spiegò come la musica e la fotografia sono per lui legate, «cercavo un equivalente fotografico alla creazione musicale».
La mostra gratuita visibile fino a metà Aprile 2019 è fatta per chi è amante di musica e di fotografia, facendo del Pavillon Populaire il posto giusto da visitare. Andy Summers regala ai nostri occhi un suo stile ispirato dai più grandi nomi dell’arte fotografica (Henri Cartier-Bresson, Brassaï…), ma soprattutto i suoi viaggi e un pezzo dell’intimità della sua vita, il rovescio dello specchio.

Pavillon Populaire. Esplanade Charles de Gaulle — 34000 Montpellier. +33 (0)4 67 66 13 46