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Exposition «Andy Summers. Une certaine étrangeté» | Pavillon Populaire – Montpellier

Al Pavillon Populaire, in pieno centro storico della bella città di Montpellier, è presente fino al 14 Aprile una mostra fotografica realizzata dal chitarrista del gruppo inglese The Police, il famoso Andy Summers, artista completo che ha condiviso la sua vita fra strumento a corde e macchina fotografica.
Fu nel ‘79 che Andy Summers scoprì la fotografia, in un’intervista sua (disponibile nel video della mostra) che descrive questo momento, quando annoiato in una camera d’albergo a New York, dopo concerti consecutivi, prese coscienza del bisogno di occuparsi una volta che la frenesia dei concerti fosse finita. Gli venne così l’idea di comprare una macchina fotografica.
La mostra, condivisa in due parti, espone al piano superiore del palazzo il periodo degli anni di successo del gruppo The Police fra il 1977 e il 1982, al piano terra, invece viaggiamo attraverso le varie città e capitali che l’artista ha visitato negli anni successivi alla separazione del gruppo. Durante il percorso, il nostro occhio può percepire, attraverso le varie immagini, il rallento del movimento, la sua ricerca col tempo della precisione, risultato dovuto molto probabilmente a una certa maturità e alla fine del ritmo indiavolato e rock’n’roll dei tour che facevano attraverso il mondo.
Gli altri membri, Sting e Stewart Copeland sono più volte presenti, come le numerose camere di albergo, le groupie e tante donne nude. Degli accordi di chitarra in fondo sonore ricordano l’importanza della musica per l’artista. Andy Summers spiegò come la musica e la fotografia sono per lui legate, «cercavo un equivalente fotografico alla creazione musicale».
La mostra gratuita visibile fino a metà Aprile 2019 è fatta per chi è amante di musica e di fotografia, facendo del Pavillon Populaire il posto giusto da visitare. Andy Summers regala ai nostri occhi un suo stile ispirato dai più grandi nomi dell’arte fotografica (Henri arter-Bresson, Brassaï…), ma soprattutto i suoi viaggi e un pezzo dell’intimità della sua vita, il rovescio dello specchio.

Pavillon Populaire. Esplanade Charles de Gaulle — 34000 Montpellier. +33 (0)4 67 66 13 46

Surrealist Lee Miller

Palazzo Pallavicini e ONO arte contemporanea sono lieti di presentare la mostra “Surrealist Lee Miller”, la prima italiana della retrospettiva dedicata ad una delle fotografe più importanti del Novecento.

Lanciata da Condé Nast, sulla copertina di Vogue nel 1927, Lee Miller fin da subito diventa una delle modelle più apprezzate e richieste dalle riviste di moda. Molti i fotografi che la ritraggono – Edward Steichen, George Hoyningen-Huene o Arnold Genthe – e innumerevoli i servizi fotografici di cui è stata protagonista, fino a quando – all’incirca due anni più tardi – la Miller non decide di passare dall’altra parte dell’obiettivo.

Donna caparbia e intraprendente, rimane colpita profondamente dalle immagini del fotografo più importante dell’epoca, Man Ray, che riesce ad incontrare diventandone modella e musa ispiratrice. Ma, cosa più importante, instaura con lui un duraturo sodalizio artistico e professionale che assieme li porterà a sviluppare la tecnica della solarizzazione.

Amica di Picasso, di Ernst, Cocteau, Mirò e di tutta la cerchia dei surrealisti, Miller in questi anni apre a Parigi il suo primo studio diventando nota come ritrattista e fotografa di moda, anche se il nucleo più importante di opere in questo periodo è certamente rappresentato dalle immagini surrealiste, molte delle quali erroneamente attribuite a Man Ray.

A questo corpus appartengono le celebri Nude bent forward, Condome Tanja Ramm under a bell jar, opere presenti in mostra, accanto ad altri celebri scatti che mostrano appieno come il percorso artistico di Lee Miller sia stato, non solo autonomo, ma tecnicamente maturo e concettualmente sofisticato.

Dopo questa prima parentesi formativa, nel 1932 Miller decide di tornare a New York per aprire un nuovo studio fotografico che, nonostante il successo, chiude due anni più tardi quando per seguire il marito – il ricco uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey – si trasferisce al Cairo.

Intraprende lunghi viaggi nel deserto e fotografa villaggi e rovine, iniziando a confrontarsi con la fotografia di reportage, un genere che Lee Miller porta avanti anche negli anni successivi quando, insieme a Roland Penrose – l’artista surrealista che sarebbe diventato il suo secondo marito – viaggia sia nel sud che nell’est europeo.

Poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, lascia l’Egitto per trasferirsi a Londra, ed ignorando gli ordini dall’ambasciata americana di tornare in patria, inizia a lavorare come fotografa freelance per Vogue. Documenta gli incessanti bombardamenti su Londra ma il suo contributo più importante arriverà nel 1944 quando è corrispondente accreditata al seguito delle truppe americane e collaboratrice del fotografo David E. Scherman per le riviste “Life” e “Time”.

Fu lei l’unica fotografa donna a seguire gli alleati durante il D-Day, a documentare le attività al fronte a durante la liberazione. Le sue fotografie ci testimoniano in modo vivido e mai didascalico l’assedio di St. Malo, la Liberazione di Parigi, i combattimenti in Lussemburgo e in Alsazia e, inoltre, la liberazione dei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald. È proprio in questi giorni febbrili che viene fatta la scoperta degli appartamenti di Hitler a Monaco di Baviera ed è qui che scatta quella che probabilmente è la sua fotografia più celebre: l’autoritratto nella vasca da bagno del Führer.

Dopo la guerra Lee Miller ha continuato a scattare per Vogue per altri due anni, occupandosi di moda e celebrità, ma lo stress post traumatico riportato in seguito alla permanenza al fronte contribuì al suo lento ritirarsi dalla scena artistica, anche se il suo apporto alle biografie scritte da Penrose su Picasso, Mirò, Man Ray e Tapiesfu fondamentale, sia come apparato fotografico che aneddotico.

La mostra, organizzata da Palazzo Pallavicini e curata da ONO arte contemporanea, si compone di 101 fotografie che ripercorrono l’intera carriera artistica della fotografa, attraverso quelli che sono i suoi scatti più famosi ed iconici, compresa la sessione realizzata negli appartamenti di Hitler, raramente esposte anche a livello internazionale e mai diffuse a mezzo stampa per l’uso improprio fattone negli anni da gruppi neonazisti.

Dal 14 Marzo 2019 al 09 Giugno 2019

Bologna

Luogo: Palazzo Pallavicini

Indirizzo: via San Felice 24

Orari: da giovedì a domenica 11-20 (ore 19 ultimo ingresso). Chiuso il lunedì, martedì e mercoledì. Aperture straordinarie: 22 e 25 aprile 11-20 (ore 19 ultimo ingresso) 1 maggio 11-20 (ore 19 ultimo ingresso) 2 giugno 11-20 (ore 19 ultimo ingresso)

Enti promotori:

Palazzo Pallavicini

ONO arte contemporanea

Telefono per informazioni: +39 3313471504

E-Mail info: info@palazzopallavicini.com

Sito ufficiale: http://www.palazzopallavicini.com

Davide Bramante | Inedite e ideali

La fotografia di Davide Bramante torna dopo quattro anni in mostra negli spazi della Galleria Anna Marra Contemporanea di Roma con circa venti opere esposte, integrate da una serie di piccole sculture. Si tratti di lavori di archivio e di immagini inedite, frutto delle recenti ricerche dell’artista siciliano, classe 1970, la cui produzione, negli ultimi 20 anni, si è contraddistinta per l’utilizzo della tecnica analogica dell’esposizione multipla in fase di ripresa (ossia la sovrapposizione di più scatti – da quattro a nove – sulla stessa porzione di pellicola).

La galleria Anna Marra diventa quindi filo conduttore delle ricerche passate e presenti di Davide Bramante, attraverso la presentazione delle sue nuove fotografie dedicate alla città di Roma, già protagonisti della prima personale che tenne in questa sede nel 2015.

Il titolo della mostra attualmente in corso ci fornisce una valida chiave di lettura per comprendere al il filo del percorso espositivo: Inedite infatti sono le immagini che ritraggono le città metropolitane di tutto il mondo, che ci appaiono in modo inusuale ed originale grazie alla sovrapposizione dei fotogrammi, in grado di regalarci punti di vista inconsueti, sottolineando scorci o impregnandosi di memorie personali dell’artista.

Ideali sono invece le opere su cui Davide Bramante lavora in modo nuovo, realizzando dei collage fotografici su cui poi interviene a livello pittorico. In questa serie più che gli elementi costruttivi ed urbanistici diventano protagoniste le persone: “Le città diventano Metropoli quando si arricchiscono di nuovi cittadini. Le nuove città ideali diventano tali non soltanto per le architetture, ma quando si mischiano gli stili di vita. Non è la grandezza che rende importante una città, ma quante più storie sono legate ad essa”. I collage esposti fungono inoltre da base per delle sculture ispirate allo Stomachion, un gioco matematico messo a punto da Archimede, qui presentato da Bramante per la prima volta al pubblico.

Accompagna la mostra un testo del filosofo Elio Cappuccio, attualmente presidente del Collegio Siciliano di Filosofia.

Anna Marra Contemporanea
Roma
Via di S. Angelo in Pescheria, 32
Fino al 2 marzo 2019
dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.30 (chiuso i festivi)
www.annamarracontemporanea.com

Sun, and Close Landscapes: Andrea Calabresi in mostra a Roma

Marzo sarà il Mese della fotografia a Roma (MFR19), numerosissime iniziative tra cui mostre, talk, incontri con gli autori e workshop verranno organizzate in tutta la città per omaggiare il mezzo e creare una rete sinergica tra le realtà fotografiche della capitale. Anche la galleria MAC Maja Arte Contemporanea aderisce alla manifestazione, proponendo la mostra Sun, and Close Landscapes, personale del fotografo romano Andrea Calabresi.

Calabresi è fotografo professionista dal 1990. Negli anni si è dedicato sempre più alla sperimentazione delle tecniche di stampa, affiancando all’attività di artista anche quella di insegnante, arrivando ad essere nominato visiting professor alla Syracuse University di New York (per chi avesse voglia di imparare, anche su Internet si possono trovare facilmente suoi tutorial didattici).

Protagonisti della mostra – che inaugurerà il prossimo giovedì 21 febbraio 2019 – saranno due progetti di lunga durata dell’artista: Close Landscape (2001-2009) e The Upper Half (2006-2018).

Close Landscape, di cui saranno esposte sei stampe vintage alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata (formato cm 60×120), è una serie dedicata alla descrizione del paesaggio, in cui campi, vigne, montagne e altri scenari naturali sono trasformati dall’artista in composizioni minimali, in bande orizzontali opposte: bianco e nero, chiaro e scuro, terra e cielo.

The Upper Half, invece, è un progetto che il pubblico della MAC conosce bene. La prima parte della serie, Moon, era già stata esposta infatti in galleria nel 2014 attraverso un’altra personale. Con questa mostra sarà invece presentata per la prima volta al pubblico la seconda parte: Sun. Di questa serie saranno esposte otto fotografie alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata (cm 50×50) e una stampa al pigmento di grande formato (cm 150×190) in edizione unica. Scopo del progetto è quello di esplorare i limiti della visione, indagando le fonti luminose per eccellenza. Protagonisti indiscussi sono accecanti cieli punteggiati di nuvole, che non possono non rimandare alla ricerca di un altro grande fotografo italiano: Luigi Ghirri.

I due progetti, frutto di un lungo percorso creativo, sembrano essere molto legati tra loro. Se nel primo l’artista già manifestava l’idea che cielo e terra fossero ugualmente interessanti ai suoi occhi, nel secondo – sua ideale prosecuzione, anche negli intenti estetici – alza definitivamente lo sguardo per concentrarsi unicamente sulla “parte alta” del mondo, spostando sempre più il suo interesse dal piano terreno a quello cosmico e immateriale.

Interessante in questi progetti è in particolare l’attenzione ai procedimenti di stampa antichi, iscrivibile in una tendenza generale di ritorno alla manualità e artigianalità della fotografia, probabilmente in reazione al bombardamento iconico e alla precarietà delle immagini sempre più forti nel mondo degli smartphone e del digitale.

21 febbraio – 18 marzo 2019
Inaugurazione giovedì 21 febbraio ore 18
MAC Maja Arte Contemporanea
via di Monserrato, 30
Roma

info@majartecontemporanea.com
www.majartecontemporanea.com

Effetto Museo. Intrusioni istantanee nei luoghi dell’arte. Fotografie di Massimo Pacifico

Selezionati tra le innumerevoli fotografie che popolano l’archivio di Massimo Pacifico, gli scatti in mostra ci offrono uno sguardo che “guarda chi guarda” le opere d’arte, il visitatore che “abita” il Museo.

Da osservatori, attraverso l’obiettivo privilegiato di Massimo Pacifico, possiamo così guardare indisturbati le emozioni che attraversano le persone che visitano i musei : la risata e la commozione, la gioia, espressa talora con passi di danza – quella a cui ad esempio si abbandonano una giovane mamma e il suo bambino in visita al Victoria & Albert Museum di Londra – la noia e il torpore che sembrano cogliere alcuni studenti universitari appollaiati su un divano dello Städelsches Kunstinstitut di Francoforte o il visitatore intento a dormire sdraiato sui sedili di una sala della Neue Pinakothek di Monaco.

Massimo Pacifico si insinua così nelle vite dei visitatori incontrati in viaggio catturandone, talvolta con ironia e sempre con grande discrezione e sensibilità, gesti ed espressioni mentre sono intenti ad osservare, ignorare o mimare statue e dipinti attorno a loro: se nella Gliptoteca di Monaco di Baviera il dramma delle monumentali sculture classiche sembra essere ignorato dall’uomo assorto nella lettura di un libro, di tutt’altra intensità è il coinvolgimento di un giovanissimo visitatore del Rijksmuseum di Amsterdam, che, alla vista del dipinto in cui la suora Geertrury Haeck, defunta, è inginocchiata in adorazione di Sant’Agnese, reagisce con lacrime di commozione.
Dal Metropolitan Museum di New York al Mercedes Benz Museum di Stoccarda, dal Prince of Wales Museum di Mumbai ai Musei d’Arte Moderna di Barcellona, Lipsia, Milano, dal Rijksmuseum di Amsterdam al Victoria & Albert Museum di Londra, gli scatti di Pacifico aggiungono esperienza visiva, permettendo una “visita” museale completamente originale e coinvolgente.

Massimo Pacifico è nato nel 1951 a Sulmona, in Abruzzo, la città natale del poeta latino Ovidio. Dopo gli studi classici si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Firenze. Fotografo professionista e giornalista dal 1977, ha sempre indirizzato il suo obiettivo sulle persone in cui si è imbattuto durante i suoi frequenti viaggi intorno al mondo. Autore di numerosi libri e articoli, Pacifico ha esposto in numerosi musei internazionali e diretto magazine come VERVE (2006/2010) e BOGART (2011); attualmente è direttore della rivista online BARNUM.

Dal 09 Gennaio 2019 al 24 Febbraio 2019

Firenze

Luogo: Museo Marino Marini

Indirizzo: piazza San Pancrazio

Curatori: Claudio Di Benedetto

Telefono per informazioni: +39 055.219432

E-Mail info: info@museomarinomarini.it

Sito ufficiale: http://www.museomarinomarini.it

It Plays Something Else

Diadora celebra un anniversario molto speciale: i 70 anni di attività, e per farlo sceglie la splendida cornice di Firenze, durante Pitti Immagine Uomo.

L’azienda ha deciso di rendere omaggio ai suoi 70 anni attraverso l’arte contemporanea e la cultura, realizzando l’esposizione It Plays Something Else.

Curata da Davide Giannella, la mostra celebra il marchio attraverso la produzione di una serie di opere d’arte e si sviluppa attorno all’idea di velocità come elemento comune ad ognuno degli sport di cui l’azienda è stata protagonista negli ultimi settant’anni grazie alla propria avanguardia stilistica e tecnologica, la manifattura e cura del prodotto made in Italy.

L’esibizione coinvolge una serie di artisti capaci di interpretare diversi linguaggi espressivi quali il design, la fotografia, le immagini in movimento e la scultura. I nomi coinvolti, tutti riconosciuti da parte di critica e pubblico sono: Ducati Monroe (Diego Perrone e Andrea Sala), Maisie Cousins, Gabber Eleganza, Invernomuto e Patrick Tuttofuoco.
La mostra, allestista nella splendida location della Stazione Leopolda, sarà inaugurata l’8 gennaio e nei due giorni successivi, il 9 e 10 gennaio, rimarrà aperta al pubblico dalle 11 alle 19 come omaggio alla città di Firenze.

Dal 08 Gennaio 2019 al 10 Gennaio 2019

Firenze

Luogo: Stazione Leopolda

Indirizzo: viale Fratelli Rosselli 5

Orari: 9-10 gennaio 2019 ore 11.00 – 19.00

Curatori: Davide Giannella

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Massimo Sestini. L’aria del tempo

E’ stata inaugura venerdì 7 dicembre la mostra Massimo Sestini. L’aria del tempo presso il WEGIL a Roma. L’esposizione, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da Contrasto in collaborazione con LAZIOcrea, è a cura di Alessandra Mauro e resterà aperta fino al 10 marzo 2019.

Come fotogiornalista tra i più importanti e apprezzati del nostro paese, in grado di realizzare sensazionali scoop da prima pagina, Massimo Sestini ha fotografato l’Italia in modo inusuale e accattivante. Dall’alto.

In mostra circa 40 fotografie di grande e medio formato.

In tanti anni di lavoro Sestini ha puntato molte volte l’obiettivo sulla nostra penisola e, col tempo, ha realizzato un preciso e appassionato itinerario alla scoperta del nostro paese.
Fatti di cronaca, bellezze naturali, drammi, avvenimenti politici, tragedie e momenti di svago: è riuscito a raccontare tutto con la sua macchina fotografica e tutto con un punto di vista nuovo e diverso.

Le immagini in mostra, alcune di grande formato, permettono di vivere e di sentire le visioni aeree ed eteree dei luoghi che l’autore ci propone. Sempre alla ricerca della “foto diversa”, nel corso degli anni Sestini ha perfezionato il suo metodo fino alla ripresa perpendicolare che gli permette di ottenere un impatto dimensionale amplificato. Con la visione zenitale il fotografo gioca nel capovolgere le nostre percezioni visive, fa navigare la Concordia spiaggiata, ribalta cielo e terra inseguendo un Eurofighter, osa nelle proiezioni delle ombre animate.

Dall’alto di un elicottero o di un aereo, attraverso la visione completa di un fatto di cronaca (il barcone dei migranti fotografato dal cielo: un’immagine che ha fatto storia e ha vinto numerosi premi come il prestigioso World Press Photo, o ancora l’affondamento della Costa Concordia all’isola del Giglio), di una consuetudine (il ferragosto sulla spiaggia di Ostia), di un dramma naturale (il terremoto del Centro-Italia), di avvenimenti storici e culturali (dalla strage di Capaci al funerale del Papa), nelle immagini di Sestini l’Italia svela in un modo unico le sue bellezze, le sue fragilità, la sua grandiosa complessità.

Nell’ambito dell’esposizione ci sarà anche un omaggio alla Regione Lazio con una piccola composizione di immagini dal titolo L’area del Lazio.

Nato a Prato nel 1963, Massimo Sestini è considerato tra i migliori fotoreporter italiani. I primi scoop arrivano a metà degli anni Ottanta, da Licio Gelli ripreso a Genova mentre è portato in carcere, all’attentato al Rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Sarà il solo a riprendere il primo, clamoroso bikini di Lady D; ma sarà anche testimone della tragedia della Moby Prince, e autore della foto dall’alto dell’attentato a Falcone e Borsellino. Nel 2014 è testimone delle operazioni di salvataggio “Mare Nostrum”, al largo delle coste libiche. Dopo dodici giorni di tempesta, riesce a riprendere dall’elicottero un barcone di migranti tratti in salvo. La foto vince il WPP nel 2015, nella sezione General News.

 

 

Fino al 10 Marzo 2019

Roma

Luogo: WEGIL

Curatori: Alessandra Mauro

Enti promotori:

  • Regione Lazio

Costo del biglietto: intero € 6, ridotto € 3, gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Telefono per informazioni: +39 334 6841506

E-Mail info: info@wegil.it

Sito ufficiale: http://www.wegil.it

Ibrahim Ahmed. Burn What Needs To Be Burned

La galleria z2o Sara Zanin Gallery ospita fino al prossimo 1° gennaio la mostra Burn What Needs To Be Burned, prima personale in galleria dell’artista Ibrahim Ahmed.

Nato in Kuwait, vissuto in Bahrain e negli Stati Uniti e ora residente in Egitto (paese di origine dei genitori), l’artista (classe 1984), che ha vissuto in contesti geografici e culturali molto diversi fra loro, affronta spesso nel suo lavoro il tema dell’identità e dei suoi canoni precostituiti all’interno delle varie società d’appartenenza.

In questa mostra ad esempio la sua attenzione si focalizza sul concetto di mascolinità, approfondito dall’artista negli ultimi due anni, su come venga considerato e vissuto da ottiche e mentalità differenti.

L’esposizione è composta da circa cinquanta fotografie e collage fotografici dove Ahmed usa il proprio corpo come schermo su cui proiettare le dinamiche simboliche e di potere associate alla figura maschile. Componenti meccaniche di motori di automobili formano strane creature ibride, metà uomo e metà motore, a simboleggiare la potenza aggressiva e muscolare, nel senso stretto del termine, associata di prassi al sesso maschile, anche detto infatti “sesso forte”, come da copione sociale.

In altre immagini il volto dell’artista appare coperto da maschere, a nascondere la vera identità dell’individuo in favore della rappresentazione di un banale stereotipo, il tutto a discapito di una sincera espressione dell’identità personale.

E ancora collages che mostrano l’artista scomparire nel mezzo di frammenti architettonici, fine polemica indirizzata verso la diffusa concezione – tradizione che l’architetto sia un mestiere destinato al sesso maschile, oppure colto in pose erotizzanti che lo trasformano in un dio antico, virile e sessualmente attraente secondo canoni ormai anacronistici che si rifanno a quella che l’artista definisce “mascolinità coloniale”, dove la virilità va di pari passo all’esercizio del potere sugli altri.

Burn what needs to be burned invita lo spettatore a sviluppare una nuova concezione dell’uomo e della sua energia al di fuori dagli schemi ormai desueti e a tratti risibili del passato, a interrogarsi sulle incongruenze che li caratterizzavano e a cercare un nuovo approccio al passo coi tempi.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery

via della Vetrina 21, Roma

Dal 1 dicembre 2018 al 19 gennaio 2019

www.z2ogalleria.it

Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 – 19:00 (o su appuntamento)

 

I non- luoghi di Gea Casolaro tra immagine fotografica, identità e memoria

Vedersi attraverso gli occhi degli altri e guardare il nuovo riscoprendone il passato, due ossimori per introdurre la figura di un’artista che è, prima di tutto, una ricercatrice e che ha affinato la sua ricerca artistica verso prototipi dell’essere che sopravvivono e si ancorano alle radici del passato. Stiamo parlando di Gea Casolaro, che ha dato un nuovo senso all’idea di immagine fotografica e tutto ciò che da un’immagine può scaturire. Il suo approccio, da sempre, tende ad affrontare gli aspetti socio-politici e culturali dello sguardo, ossia del nostro modo di guardare la realtà. Attraverso l’atto fotografico, Gea, introduce più livelli di visione che coinvolgono la memoria, l’identità e la cultura sociale dei luoghi a cui siamo o non siamo appartenuti.

Le opere di ricerca dell’artista, si esprimono sotto forma di immagini, a volte messe sottosopra come in South o a volte sovrapponendole come in Still Here. Punto focale è però la ricerca di un’interazione, di un cortocircuito che disattivi il modo in cui siamo abituati a guardare le cose e attivi, di conseguenza, un’appropriazione mentale e mnemonica dell’immagine. Si tratta di una terza memoria che non è più solo personale o solo collettiva, ma s’incastra perfettamente tra l’una e l’altra ridefinendone i bordi e talvolta valicandoli. Spesso infatti, nei lavori di Gea, la creazione di un’altra memoria è necessaria per contrastare l’assenza di un’esperienza vissuta, altre volte è necessaria per trovare dei punti di interconnessione in luoghi in cui esiste un gap storico o culturale tra presente e passato. La memoria è mezzo che crea connessioni e allo stesso assurge alla funzione di contenitore. Non si tratta di creazione fittizia, perché quei luoghi in cui si vedono spesso sovrapposte immagini in bianco e in nero, o luoghi bucolici rovesciati, sono tutte situazione del reale, di un quotidiano che si è consumato ma che ora rivive in una nuova dimensione temporale.

La produzione di una nuova memoria genera necessariamente una riflessione sull’identità e sull’idea stessa di appartenenza. Il culto dell’immagine crea connessioni e allo stesso tempo ne ridefinisce i confini, scardinando il suo utilizzo primario e obbligando lo spettatore a fare appello a tutti i suoi mezzi per l’utilizzo di nuove prospettive e molteplici punti di vista. L’appropriazione di luoghi, immagini o sguardi, che ne scaturisce attua connessioni, legami e incastri talvolta perfetti, talvolta disturbanti che generano riflessioni sulla propria identità e su quella dell’altro e dei luoghi vissuti o soltanto immaginati.

Il cinema, a cui l’artista fa così spesso appello, è come la fotografia lo strumento prediletto da cui attingere le proprie memorie visive permettendo alla cultura di essere il mezzo attraverso cui ancorare la conoscenza necessaria a superarne i suoi stessi confini e raccontarla in salti temporali. Guardando a un’immagine del presente, ci vedremo sempre un’altra del passato, in un esercizio mnemonico che non è solo visivo, ma piuttosto fisico ed emozionale.

 

 

Dal macro al micro, le topografie visive di Marco Maggi

Marco Maggi, rappresentate uruguayano alla 56° Biennale di Venezia (2015), lavora per un’arte che sconfina nello studio attento della percezione attraverso teorizzazioni e segni che hanno come focus principale la miopia come simbolo di percezione. Centro della sua produzione artistica è l’uso di materiali quotidiani come fogli di carta, alluminio o scarti di mele e buste. Questi materiali inanimati e di facile rinvenimento, sono utilizzati dall’artista per mettere in scena topografie dettagliate che vanno dal micro al macro, obbligando l’osservatore ad avvicinarsi e immergersi nella perentoria e labirintica costellazione di segni.

Il lavoro di Marco Maggi fonda le sue basi su delle teorizzazioni che hanno come centro l’appropriazione informale della “miopia” come elemento simbolico che costringe a una sovrapposizione forzata di segni, accatastati da una semantica che si fa sempre più piccola e, a tratti, impercettibile. Da lontano, la percezione è frammentata, faticosa e complessa, da vicino le forme caratterizzate da ombre e riflessi, si compongono e assumono connotati semantici che collegano labirintici rilievi e inducono al dubbio e alla perdita del sé. Le microscopiche costruzioni di Maggi, si attivano come haiku visivi, sintesi visuali di percezioni d’animo, ridefinendo nuovi confini in cui la comprensione assume l’unico vero valore intellettivo.

Attraverso un linguaggio che spesso si ripete e che si appropria di tecniche classiche come incisione, disegno, scultura, Maggi costringe ad abbandonare una visione generale della superficie a favore di una visione per dettagli. Le micro composizioni narrano, sottoforma di elementi, un’arte che si libera da qualsiasi condivisione frettolosa e superficiale, ma induce a fermarsi, a strizzare gli occhi. L’invito alla scoperta, implica inevitabilmente un’attenzione che richiede molta più concentrazione dall’osservatore, il quale viene immerso in una sospensione temporale e spaziale che lo ingloba e ne determina la percezione. Il tempo è qui in perpetuo lento rinnovamento, come in uno slow motion percettivo, le costruzioni di Maggi ne rallentano la realizzazione e determinano una pausa che lentamente sbroglia i dettagli.

In questo alfabeto visivo Maggi costringe a ridurre le distanze che esistono tra l’uomo e le cose, attiva invece la coscienza che celebra il ravvicinato e promuove l’invisibile, nascosto e talvolta esasperato. Il disegno, implica dunque di re-indirizzare e riformulare le idee, creando nuove temporalizzazioni che si snodano finalmente visibili all’occhio umano.