Articoli

Effetto Museo. Intrusioni istantanee nei luoghi dell’arte. Fotografie di Massimo Pacifico

Selezionati tra le innumerevoli fotografie che popolano l’archivio di Massimo Pacifico, gli scatti in mostra ci offrono uno sguardo che “guarda chi guarda” le opere d’arte, il visitatore che “abita” il Museo.

Da osservatori, attraverso l’obiettivo privilegiato di Massimo Pacifico, possiamo così guardare indisturbati le emozioni che attraversano le persone che visitano i musei : la risata e la commozione, la gioia, espressa talora con passi di danza – quella a cui ad esempio si abbandonano una giovane mamma e il suo bambino in visita al Victoria & Albert Museum di Londra – la noia e il torpore che sembrano cogliere alcuni studenti universitari appollaiati su un divano dello Städelsches Kunstinstitut di Francoforte o il visitatore intento a dormire sdraiato sui sedili di una sala della Neue Pinakothek di Monaco.

Massimo Pacifico si insinua così nelle vite dei visitatori incontrati in viaggio catturandone, talvolta con ironia e sempre con grande discrezione e sensibilità, gesti ed espressioni mentre sono intenti ad osservare, ignorare o mimare statue e dipinti attorno a loro: se nella Gliptoteca di Monaco di Baviera il dramma delle monumentali sculture classiche sembra essere ignorato dall’uomo assorto nella lettura di un libro, di tutt’altra intensità è il coinvolgimento di un giovanissimo visitatore del Rijksmuseum di Amsterdam, che, alla vista del dipinto in cui la suora Geertrury Haeck, defunta, è inginocchiata in adorazione di Sant’Agnese, reagisce con lacrime di commozione.
Dal Metropolitan Museum di New York al Mercedes Benz Museum di Stoccarda, dal Prince of Wales Museum di Mumbai ai Musei d’Arte Moderna di Barcellona, Lipsia, Milano, dal Rijksmuseum di Amsterdam al Victoria & Albert Museum di Londra, gli scatti di Pacifico aggiungono esperienza visiva, permettendo una “visita” museale completamente originale e coinvolgente.

Massimo Pacifico è nato nel 1951 a Sulmona, in Abruzzo, la città natale del poeta latino Ovidio. Dopo gli studi classici si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Firenze. Fotografo professionista e giornalista dal 1977, ha sempre indirizzato il suo obiettivo sulle persone in cui si è imbattuto durante i suoi frequenti viaggi intorno al mondo. Autore di numerosi libri e articoli, Pacifico ha esposto in numerosi musei internazionali e diretto magazine come VERVE (2006/2010) e BOGART (2011); attualmente è direttore della rivista online BARNUM.

Dal 09 Gennaio 2019 al 24 Febbraio 2019

Firenze

Luogo: Museo Marino Marini

Indirizzo: piazza San Pancrazio

Curatori: Claudio Di Benedetto

Telefono per informazioni: +39 055.219432

E-Mail info: info@museomarinomarini.it

Sito ufficiale: http://www.museomarinomarini.it

It Plays Something Else

Diadora celebra un anniversario molto speciale: i 70 anni di attività, e per farlo sceglie la splendida cornice di Firenze, durante Pitti Immagine Uomo.

L’azienda ha deciso di rendere omaggio ai suoi 70 anni attraverso l’arte contemporanea e la cultura, realizzando l’esposizione It Plays Something Else.

Curata da Davide Giannella, la mostra celebra il marchio attraverso la produzione di una serie di opere d’arte e si sviluppa attorno all’idea di velocità come elemento comune ad ognuno degli sport di cui l’azienda è stata protagonista negli ultimi settant’anni grazie alla propria avanguardia stilistica e tecnologica, la manifattura e cura del prodotto made in Italy.

L’esibizione coinvolge una serie di artisti capaci di interpretare diversi linguaggi espressivi quali il design, la fotografia, le immagini in movimento e la scultura. I nomi coinvolti, tutti riconosciuti da parte di critica e pubblico sono: Ducati Monroe (Diego Perrone e Andrea Sala), Maisie Cousins, Gabber Eleganza, Invernomuto e Patrick Tuttofuoco.
La mostra, allestista nella splendida location della Stazione Leopolda, sarà inaugurata l’8 gennaio e nei due giorni successivi, il 9 e 10 gennaio, rimarrà aperta al pubblico dalle 11 alle 19 come omaggio alla città di Firenze.

Dal 08 Gennaio 2019 al 10 Gennaio 2019

Firenze

Luogo: Stazione Leopolda

Indirizzo: viale Fratelli Rosselli 5

Orari: 9-10 gennaio 2019 ore 11.00 – 19.00

Curatori: Davide Giannella

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Massimo Sestini. L’aria del tempo

E’ stata inaugura venerdì 7 dicembre la mostra Massimo Sestini. L’aria del tempo presso il WEGIL a Roma. L’esposizione, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da Contrasto in collaborazione con LAZIOcrea, è a cura di Alessandra Mauro e resterà aperta fino al 10 marzo 2019.

Come fotogiornalista tra i più importanti e apprezzati del nostro paese, in grado di realizzare sensazionali scoop da prima pagina, Massimo Sestini ha fotografato l’Italia in modo inusuale e accattivante. Dall’alto.

In mostra circa 40 fotografie di grande e medio formato.

In tanti anni di lavoro Sestini ha puntato molte volte l’obiettivo sulla nostra penisola e, col tempo, ha realizzato un preciso e appassionato itinerario alla scoperta del nostro paese.
Fatti di cronaca, bellezze naturali, drammi, avvenimenti politici, tragedie e momenti di svago: è riuscito a raccontare tutto con la sua macchina fotografica e tutto con un punto di vista nuovo e diverso.

Le immagini in mostra, alcune di grande formato, permettono di vivere e di sentire le visioni aeree ed eteree dei luoghi che l’autore ci propone. Sempre alla ricerca della “foto diversa”, nel corso degli anni Sestini ha perfezionato il suo metodo fino alla ripresa perpendicolare che gli permette di ottenere un impatto dimensionale amplificato. Con la visione zenitale il fotografo gioca nel capovolgere le nostre percezioni visive, fa navigare la Concordia spiaggiata, ribalta cielo e terra inseguendo un Eurofighter, osa nelle proiezioni delle ombre animate.

Dall’alto di un elicottero o di un aereo, attraverso la visione completa di un fatto di cronaca (il barcone dei migranti fotografato dal cielo: un’immagine che ha fatto storia e ha vinto numerosi premi come il prestigioso World Press Photo, o ancora l’affondamento della Costa Concordia all’isola del Giglio), di una consuetudine (il ferragosto sulla spiaggia di Ostia), di un dramma naturale (il terremoto del Centro-Italia), di avvenimenti storici e culturali (dalla strage di Capaci al funerale del Papa), nelle immagini di Sestini l’Italia svela in un modo unico le sue bellezze, le sue fragilità, la sua grandiosa complessità.

Nell’ambito dell’esposizione ci sarà anche un omaggio alla Regione Lazio con una piccola composizione di immagini dal titolo L’area del Lazio.

Nato a Prato nel 1963, Massimo Sestini è considerato tra i migliori fotoreporter italiani. I primi scoop arrivano a metà degli anni Ottanta, da Licio Gelli ripreso a Genova mentre è portato in carcere, all’attentato al Rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Sarà il solo a riprendere il primo, clamoroso bikini di Lady D; ma sarà anche testimone della tragedia della Moby Prince, e autore della foto dall’alto dell’attentato a Falcone e Borsellino. Nel 2014 è testimone delle operazioni di salvataggio “Mare Nostrum”, al largo delle coste libiche. Dopo dodici giorni di tempesta, riesce a riprendere dall’elicottero un barcone di migranti tratti in salvo. La foto vince il WPP nel 2015, nella sezione General News.

 

 

Fino al 10 Marzo 2019

Roma

Luogo: WEGIL

Curatori: Alessandra Mauro

Enti promotori:

  • Regione Lazio

Costo del biglietto: intero € 6, ridotto € 3, gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Telefono per informazioni: +39 334 6841506

E-Mail info: info@wegil.it

Sito ufficiale: http://www.wegil.it

Ibrahim Ahmed. Burn What Needs To Be Burned

La galleria z2o Sara Zanin Gallery ospita fino al prossimo 1° gennaio la mostra Burn What Needs To Be Burned, prima personale in galleria dell’artista Ibrahim Ahmed.

Nato in Kuwait, vissuto in Bahrain e negli Stati Uniti e ora residente in Egitto (paese di origine dei genitori), l’artista (classe 1984), che ha vissuto in contesti geografici e culturali molto diversi fra loro, affronta spesso nel suo lavoro il tema dell’identità e dei suoi canoni precostituiti all’interno delle varie società d’appartenenza.

In questa mostra ad esempio la sua attenzione si focalizza sul concetto di mascolinità, approfondito dall’artista negli ultimi due anni, su come venga considerato e vissuto da ottiche e mentalità differenti.

L’esposizione è composta da circa cinquanta fotografie e collage fotografici dove Ahmed usa il proprio corpo come schermo su cui proiettare le dinamiche simboliche e di potere associate alla figura maschile. Componenti meccaniche di motori di automobili formano strane creature ibride, metà uomo e metà motore, a simboleggiare la potenza aggressiva e muscolare, nel senso stretto del termine, associata di prassi al sesso maschile, anche detto infatti “sesso forte”, come da copione sociale.

In altre immagini il volto dell’artista appare coperto da maschere, a nascondere la vera identità dell’individuo in favore della rappresentazione di un banale stereotipo, il tutto a discapito di una sincera espressione dell’identità personale.

E ancora collages che mostrano l’artista scomparire nel mezzo di frammenti architettonici, fine polemica indirizzata verso la diffusa concezione – tradizione che l’architetto sia un mestiere destinato al sesso maschile, oppure colto in pose erotizzanti che lo trasformano in un dio antico, virile e sessualmente attraente secondo canoni ormai anacronistici che si rifanno a quella che l’artista definisce “mascolinità coloniale”, dove la virilità va di pari passo all’esercizio del potere sugli altri.

Burn what needs to be burned invita lo spettatore a sviluppare una nuova concezione dell’uomo e della sua energia al di fuori dagli schemi ormai desueti e a tratti risibili del passato, a interrogarsi sulle incongruenze che li caratterizzavano e a cercare un nuovo approccio al passo coi tempi.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery

via della Vetrina 21, Roma

Dal 1 dicembre 2018 al 19 gennaio 2019

www.z2ogalleria.it

Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 – 19:00 (o su appuntamento)

 

I non- luoghi di Gea Casolaro tra immagine fotografica, identità e memoria

Vedersi attraverso gli occhi degli altri e guardare il nuovo riscoprendone il passato, due ossimori per introdurre la figura di un’artista che è, prima di tutto, una ricercatrice e che ha affinato la sua ricerca artistica verso prototipi dell’essere che sopravvivono e si ancorano alle radici del passato. Stiamo parlando di Gea Casolaro, che ha dato un nuovo senso all’idea di immagine fotografica e tutto ciò che da un’immagine può scaturire. Il suo approccio, da sempre, tende ad affrontare gli aspetti socio-politici e culturali dello sguardo, ossia del nostro modo di guardare la realtà. Attraverso l’atto fotografico, Gea, introduce più livelli di visione che coinvolgono la memoria, l’identità e la cultura sociale dei luoghi a cui siamo o non siamo appartenuti.

Le opere di ricerca dell’artista, si esprimono sotto forma di immagini, a volte messe sottosopra come in South o a volte sovrapponendole come in Still Here. Punto focale è però la ricerca di un’interazione, di un cortocircuito che disattivi il modo in cui siamo abituati a guardare le cose e attivi, di conseguenza, un’appropriazione mentale e mnemonica dell’immagine. Si tratta di una terza memoria che non è più solo personale o solo collettiva, ma s’incastra perfettamente tra l’una e l’altra ridefinendone i bordi e talvolta valicandoli. Spesso infatti, nei lavori di Gea, la creazione di un’altra memoria è necessaria per contrastare l’assenza di un’esperienza vissuta, altre volte è necessaria per trovare dei punti di interconnessione in luoghi in cui esiste un gap storico o culturale tra presente e passato. La memoria è mezzo che crea connessioni e allo stesso assurge alla funzione di contenitore. Non si tratta di creazione fittizia, perché quei luoghi in cui si vedono spesso sovrapposte immagini in bianco e in nero, o luoghi bucolici rovesciati, sono tutte situazione del reale, di un quotidiano che si è consumato ma che ora rivive in una nuova dimensione temporale.

La produzione di una nuova memoria genera necessariamente una riflessione sull’identità e sull’idea stessa di appartenenza. Il culto dell’immagine crea connessioni e allo stesso tempo ne ridefinisce i confini, scardinando il suo utilizzo primario e obbligando lo spettatore a fare appello a tutti i suoi mezzi per l’utilizzo di nuove prospettive e molteplici punti di vista. L’appropriazione di luoghi, immagini o sguardi, che ne scaturisce attua connessioni, legami e incastri talvolta perfetti, talvolta disturbanti che generano riflessioni sulla propria identità e su quella dell’altro e dei luoghi vissuti o soltanto immaginati.

Il cinema, a cui l’artista fa così spesso appello, è come la fotografia lo strumento prediletto da cui attingere le proprie memorie visive permettendo alla cultura di essere il mezzo attraverso cui ancorare la conoscenza necessaria a superarne i suoi stessi confini e raccontarla in salti temporali. Guardando a un’immagine del presente, ci vedremo sempre un’altra del passato, in un esercizio mnemonico che non è solo visivo, ma piuttosto fisico ed emozionale.

 

 

Dal macro al micro, le topografie visive di Marco Maggi

Marco Maggi, rappresentate uruguayano alla 56° Biennale di Venezia (2015), lavora per un’arte che sconfina nello studio attento della percezione attraverso teorizzazioni e segni che hanno come focus principale la miopia come simbolo di percezione. Centro della sua produzione artistica è l’uso di materiali quotidiani come fogli di carta, alluminio o scarti di mele e buste. Questi materiali inanimati e di facile rinvenimento, sono utilizzati dall’artista per mettere in scena topografie dettagliate che vanno dal micro al macro, obbligando l’osservatore ad avvicinarsi e immergersi nella perentoria e labirintica costellazione di segni.

Il lavoro di Marco Maggi fonda le sue basi su delle teorizzazioni che hanno come centro l’appropriazione informale della “miopia” come elemento simbolico che costringe a una sovrapposizione forzata di segni, accatastati da una semantica che si fa sempre più piccola e, a tratti, impercettibile. Da lontano, la percezione è frammentata, faticosa e complessa, da vicino le forme caratterizzate da ombre e riflessi, si compongono e assumono connotati semantici che collegano labirintici rilievi e inducono al dubbio e alla perdita del sé. Le microscopiche costruzioni di Maggi, si attivano come haiku visivi, sintesi visuali di percezioni d’animo, ridefinendo nuovi confini in cui la comprensione assume l’unico vero valore intellettivo.

Attraverso un linguaggio che spesso si ripete e che si appropria di tecniche classiche come incisione, disegno, scultura, Maggi costringe ad abbandonare una visione generale della superficie a favore di una visione per dettagli. Le micro composizioni narrano, sottoforma di elementi, un’arte che si libera da qualsiasi condivisione frettolosa e superficiale, ma induce a fermarsi, a strizzare gli occhi. L’invito alla scoperta, implica inevitabilmente un’attenzione che richiede molta più concentrazione dall’osservatore, il quale viene immerso in una sospensione temporale e spaziale che lo ingloba e ne determina la percezione. Il tempo è qui in perpetuo lento rinnovamento, come in uno slow motion percettivo, le costruzioni di Maggi ne rallentano la realizzazione e determinano una pausa che lentamente sbroglia i dettagli.

In questo alfabeto visivo Maggi costringe a ridurre le distanze che esistono tra l’uomo e le cose, attiva invece la coscienza che celebra il ravvicinato e promuove l’invisibile, nascosto e talvolta esasperato. Il disegno, implica dunque di re-indirizzare e riformulare le idee, creando nuove temporalizzazioni che si snodano finalmente visibili all’occhio umano.

 

Il mare di Hull. I nudi blu di Spencer Tunick

Risale al 9 luglio 2016 la nuova iniziativa di Spencer Tunick (1967), artista statunitense specializzato nella fotografia collettiva rappresentante persone nude, che grazie all’ausilio di 3.200 volontari completamente nudi e dipinti in quattro diverse tonalità di blu ha potuto realizzare l’opera intitolata Il mare di Hull. E’ stata la Ferens Art Gallery di Hull a commissionare le fotografie al celebre artista americano per rendere omaggio alla città, nominata capitale britannica della cultura del 2017.

L’effetto scenografico della performance artistica è sorprendente, viene offerta all’osservatore la vista di un mare umano che scorre fra le vie della città, una marea senza acqua ma carica di emozioni variopinte, una distesa d’acqua umana che celebra il rapporto tra Hull e il mare. Il flusso umano suscita reazioni emotive non solo nello spettatore che ammira l’opera d’arte contemporanea ma anche fra gli stessi membri che hanno contribuito la realizzazione del mare umano. “Siamo diventati un mare di silenziosi monoliti blu, di fronte a un obbiettivo quasi invisibile. Siamo diventati acqua che fluisce attraverso una città che una volta era stata inondata”: queste sono le parole di Hannah Tomes su Il Post, una ragazza di 23 anni che ha preso parte all’opera di Spencer Tunick, spinta dall’entusiasmo di essere immortalata dal fotografo statunitense.

Il divertimento, la passione per l’arte e il desiderio di esibizionismo sono i motivi che hanno indotto le persone a prendere parte in modo volontario all’iniziativa artistica. Partecipare come volontari per realizzare Il mare di Hull significa che bisogna affrontare il problema della nudità, l’individuo deve eliminare i tabù che vivono intorno all’essere nudi, si deve superare l’imbarazzo di mostrare il proprio corpo nudo a migliaia di persone estranee, il corpo viene celebrato, non esiste la parola censura per Tunick. L’essere umano è colui che coltiva la cultura e questa non deve avere limiti, il nudo celebrato da Tunick non viene celato, viene fatto marciare silenziosamente tra le vie cittadine ed è ammirato con stupore, lo stesso stupore provato da un qualunque individuo mentre si sofferma ad ammirare l’immensità della natura del mare.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998

Dal 6 settembre 2018 al 6 gennaio 2019, la Casa dei Tre Oci di Venezia rende omaggio al grande fotografo francese Willy Ronis (1910-2009), con la più completa retrospettiva mai tenuta in Italia.

L’esposizione, curata da Matthieu Rivallin, coprodotta dal Jeu de Paume di Parigi e dalla Médiathèque de l’architecture et du patrimoine, Ministry of culture – France, con la partecipazione della Fondazione di Venezia, organizzata da Civita Tre Venezie, presenta 120 immagini vintage, tra cui una decina inedite dedicate a Venezia, in grado di ripercorre l’intera carriera di uno dei maggiori interpreti della fotografia del Novecento e protagonista della corrente umanista francese, insieme a maestri quali Brassaï, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Raymond Depardon, Robert Doisneau, Izis, André Kertész, Jacques-Henri Lartigue e Marc Riboud.

Pur non essendo un movimento codificato da un manifesto programmatico, quello umanista dimostrava il suo interesse verso la condizione umana e la quotidianità più semplice e umile, per scoprirvi un significato esistenziale universale.
Attraverso le sue immagini, Ronis sviluppa una sorta di micro-racconti costruiti partendo dai personaggi e dalle situazioni tratte dalla strada e dalla vita di tutti i giorni, che lo portano a estasiarsi davanti alla realtà e a osservare la fraternità dei popoli.

Se è vero che le sue fotografie corrispondono, in una certa misura, a una visione ottimista della condizione umana, Ronis non ne cela l’ingiustizia sociale e s’interessa alle classi più povere. La sua sensibilità nei confronti delle lotte quotidiane per la sopravvivenza in un contesto professionale, familiare e sociale precario, rivela che le sue convinzioni politiche, militante comunista, lo conducevano a un impegno attivo, attraverso la produzione e la circolazione di immagini della condizione e delle lotte operaie.
Sebbene la maggior parte delle sue immagini più riprodotte siano state scattate in Francia, sin dalla sua giovinezza Ronis non ha smesso di viaggiare e fotografare altri luoghi.
Il suo stile resta intimamente legato al suo vissuto e al suo modo di intendere la fotografia. Non esitava, infatti, a rievocare la sua vita e il suo contesto politico e ideologico. I suoi scatti e i suoi testi raccontano un artista desideroso prima di tutto di esplorare il mondo, spiandolo in segreto, aspettando pazientemente che esso gli sveli i suoi misteri. Ai suoi occhi è più importante ricevere le immagini che andarle a cercare, assorbire il mondo esteriore piuttosto che coglierlo e, da qui, costruire la sua storia.

 

 

Dal 06 Settembre 2018 al 06 Gennaio 2019

Venezia

Luogo: Casa dei Tre Oci

Curatori: Matthieu Rivallin

Costo del biglietto: 12 € intero, 10 € ridotto studenti under 26 anni, over 65, titolari di apposite convenzioni, 8 € ridotto speciale, 5 € scuole. Gratuito, bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, disabili e accompagnatore, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti con tessera, guide turistiche

Telefono per informazioni: +39 041 24 12 332

E-Mail info: info@treoci.org

Sito ufficiale: http://www.treoci.org/

La caccia al tesoro fotografica

Sabato 22 settembre 2018 si svolgerà a Firenze La caccia al tesoro fotografica, realizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale DISTURbo, nell’ambito del festival L’Eredità delle Donne. Le nostre giornate del Patrimonio. Un format di puro divertimento che combina la passione per la fotografia con il piacere di vivere in modo nuovo la città.

Il format è semplice: all’inizio del gioco verrà consegnata a tutti i partecipanti – che dovranno iscriversi preventivamente in Team di due persone – una lista di 20 obiettivi da fotografare nel centro di Firenze in un tempo massimo di 3 ore.

Tra questi si troveranno luoghi d’interesse storico e culturale, donne dell’antichità da riscoprire, oggetti da cercare e prove da superare che prevedono il coinvolgimento e l’interazione con i passanti e i turisti dando così libero sfogo alla creatività dei partecipanti. Per spostarsi durante il percorso, sarà consentito solo l’utilizzo di mezzi di trasporto pubblici ed eco-friendly (biciclette, monopattini, rollerblades etc).

La caccia al tesoro è aperta a tutti: amanti della fotografia e chiunque abbia voglia di mettersi in gioco. Non ci sono limiti di età o di professione infatti sarà possibile competere anche solo con l’utilizzo del proprio smartphone.

L’appuntamento è sabato 22 settembre 2018 alle ore 15.00 in Piazza Santa Maria Novella. I partecipanti, che avranno a disposizione un solo mezzo fotografico (macchina fotografica digitale o cellulare o polaroid), dovranno tornare in Piazza entro le ore 18:00. Al loro arrivo sarà presente lo staff de “L’Eredità delle Donne” che avrà cura di scaricare sul momento le foto realizzate.

Saranno premiate le 3 coppie che per prime consegneranno tutte le 20 foto eseguite correttamente nel minor tempo. Inoltre l’Eredità delle donne metterà in palio anche premi per lo scatto più originale, lo scatto più divertente, il mezzo di trasporto più fantasioso. Premi extra saranno dedicati a coloro che posteranno fotografie su Instagram utilizzando l’hashtag (#) lanciato appositamente per l’occasione: #ereditadelledonne

La premiazione si svolgerà domenica 23 settembre, durante la quale verranno consegnati ai vincitori: macchine fotografiche, giftcard, cene e molti altri premi offerti dai prestigiosi sponsor che sostengono l’iniziativa.

L’Eredità delle Donne è un’assoluta new entry nel panorama nazionale dei festival che, dal 21 al 23 settembre, abbraccerà a 360° numerosi ambiti della cultura in una chiave di lettura tutta al femminile per evidenziare il valore, la preziosa eredità e la grande influenza che le donne hanno dato e continuano a dare in diversi ambiti. Il festival, con la direzione artistica di Serena Dandini, affronterà, in maniera del tutto originale e per la prima volta in Italia, il tema dell’empowerment femminile attraverso la cultura, l’informazione e l’intrattenimento.

 

 

TITOLO: L’Eredita’ delle Donne – La caccia al tesoro fotografica

QUANDO: 22 settembre 2018 ore 15:00

PREMIAZIONI: 23 settembre 2018

DOVE: FirenzePartenza e arrivo Piazza Santa Maria Novella

ISCRIZIONE ALL’EVENTO: 5€ a persona

 

CONTATTI:

DISTURBO – info@disturbo.net

 

LINK DI RIFERIMENTO:

SITO – ereditadelledonne.eu

FACEBOOK- https://www.facebook.com/ereditadelledonne/

TWITTER –  https://twitter.com/ereditadonne

INSTAGRAM – https://www.instagram.com/ereditadelledonne/

 

Un fotografo in viaggio. Gianni Berengo Gardin e la Sardegna Nuragica

Fino al 31 agosto 2018 è possibile visitare la mostra fotografica dell’artista ligure Gianni Berengo Gardin, inaugurata dalla Fondazione di Sardegna attraverso la collaborazione di Milano.

Milano dedica una grande mostra alla civiltà nuragica della Sardegna prestorica, la città di Cagliari ospita una grande esposizione, dedicata all’archeologia misteriosa dell’isola, ideata per celebrare il più grande archeologo sardo, Giovanni Lilliu.

L’isola e le fotografie di Gianni Berengo Gardin tornano a essere come un palco d’immagini per raccontare angoli remoti di una terra ancora poco nota, da diventare una pellicola cinematografica e fotografica, in bianco e nero, di un viaggio alla scoperta dei luoghi sconosciuti della Sardegna.

Grazie all’impegno della Fondazione di Sardegna e attraverso la supervisione scientifica della Soprintendenza di Cagliari diventa un progetto di scatti dedicati ad altrettanti monumenti, selezionati con cura per avere una panoramica ampia e variegata delle tante sfaccettature dell’architettura nuragica; nuraghi, templi, pozzi, fonti sacre, necropoli e villaggi si susseguono in una lunga carrellata armoniosa nel cuore della Sardegna.

Le fotografie si susseguono in una danza di luci, suoni, come un fenomeno unico e favoloso di un territorio dell’isola percorso senza risparmio.

Cagliari finalmente dedica un progetto di mostra a Gianni Berengo Gardin, un reportage per raccontare la storia del suo passato.

Per ritrovare nel bianco e nero delle sue immagini la persistente grandezza dei propri monumenti che guardano lo spettatore indifferente e allo stesso tempo affascinato da quel mondo incantevole, come in un viaggio dei luoghi raggiunti attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica.

L’artista attraverso il suo sguardo rigoroso ha raccontato in bianco e nero, il nostro tempo e il nostro paese. Ha creato un sodalizio tra la fotografia e l’ambiente, per restituire le immagini umanizzati attraverso la presenza delle persone che hanno creato gli spazi.

Era stato uno dei primi a raccontare la remota Sardegna con il suo paesaggio prestorico e le sue anime antiche.

Le immagini come ragazzini che viaggiano alla scoperta del mondo.

Le fotografie dell’artista ligure fedeli all’arte della pittura con la luce e l’ombra, suscitano questi struggenti emozioni.

 

 

Fondazione Banco di Sardegna fino al 31/08/2018

Dal lunedì al venerdì

Dalle 10,00 alle 19,00