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Dal macro al micro, le topografie visive di Marco Maggi

Marco Maggi, rappresentate uruguayano alla 56° Biennale di Venezia (2015), lavora per un’arte che sconfina nello studio attento della percezione attraverso teorizzazioni e segni che hanno come focus principale la miopia come simbolo di percezione. Centro della sua produzione artistica è l’uso di materiali quotidiani come fogli di carta, alluminio o scarti di mele e buste. Questi materiali inanimati e di facile rinvenimento, sono utilizzati dall’artista per mettere in scena topografie dettagliate che vanno dal micro al macro, obbligando l’osservatore ad avvicinarsi e immergersi nella perentoria e labirintica costellazione di segni.

Il lavoro di Marco Maggi fonda le sue basi su delle teorizzazioni che hanno come centro l’appropriazione informale della “miopia” come elemento simbolico che costringe a una sovrapposizione forzata di segni, accatastati da una semantica che si fa sempre più piccola e, a tratti, impercettibile. Da lontano, la percezione è frammentata, faticosa e complessa, da vicino le forme caratterizzate da ombre e riflessi, si compongono e assumono connotati semantici che collegano labirintici rilievi e inducono al dubbio e alla perdita del sé. Le microscopiche costruzioni di Maggi, si attivano come haiku visivi, sintesi visuali di percezioni d’animo, ridefinendo nuovi confini in cui la comprensione assume l’unico vero valore intellettivo.

Attraverso un linguaggio che spesso si ripete e che si appropria di tecniche classiche come incisione, disegno, scultura, Maggi costringe ad abbandonare una visione generale della superficie a favore di una visione per dettagli. Le micro composizioni narrano, sottoforma di elementi, un’arte che si libera da qualsiasi condivisione frettolosa e superficiale, ma induce a fermarsi, a strizzare gli occhi. L’invito alla scoperta, implica inevitabilmente un’attenzione che richiede molta più concentrazione dall’osservatore, il quale viene immerso in una sospensione temporale e spaziale che lo ingloba e ne determina la percezione. Il tempo è qui in perpetuo lento rinnovamento, come in uno slow motion percettivo, le costruzioni di Maggi ne rallentano la realizzazione e determinano una pausa che lentamente sbroglia i dettagli.

In questo alfabeto visivo Maggi costringe a ridurre le distanze che esistono tra l’uomo e le cose, attiva invece la coscienza che celebra il ravvicinato e promuove l’invisibile, nascosto e talvolta esasperato. Il disegno, implica dunque di re-indirizzare e riformulare le idee, creando nuove temporalizzazioni che si snodano finalmente visibili all’occhio umano.

 

Il mare di Hull. I nudi blu di Spencer Tunick

Risale al 9 luglio 2016 la nuova iniziativa di Spencer Tunick (1967), artista statunitense specializzato nella fotografia collettiva rappresentante persone nude, che grazie all’ausilio di 3.200 volontari completamente nudi e dipinti in quattro diverse tonalità di blu ha potuto realizzare l’opera intitolata Il mare di Hull. E’ stata la Ferens Art Gallery di Hull a commissionare le fotografie al celebre artista americano per rendere omaggio alla città, nominata capitale britannica della cultura del 2017.

L’effetto scenografico della performance artistica è sorprendente, viene offerta all’osservatore la vista di un mare umano che scorre fra le vie della città, una marea senza acqua ma carica di emozioni variopinte, una distesa d’acqua umana che celebra il rapporto tra Hull e il mare. Il flusso umano suscita reazioni emotive non solo nello spettatore che ammira l’opera d’arte contemporanea ma anche fra gli stessi membri che hanno contribuito la realizzazione del mare umano. “Siamo diventati un mare di silenziosi monoliti blu, di fronte a un obbiettivo quasi invisibile. Siamo diventati acqua che fluisce attraverso una città che una volta era stata inondata”: queste sono le parole di Hannah Tomes su Il Post, una ragazza di 23 anni che ha preso parte all’opera di Spencer Tunick, spinta dall’entusiasmo di essere immortalata dal fotografo statunitense.

Il divertimento, la passione per l’arte e il desiderio di esibizionismo sono i motivi che hanno indotto le persone a prendere parte in modo volontario all’iniziativa artistica. Partecipare come volontari per realizzare Il mare di Hull significa che bisogna affrontare il problema della nudità, l’individuo deve eliminare i tabù che vivono intorno all’essere nudi, si deve superare l’imbarazzo di mostrare il proprio corpo nudo a migliaia di persone estranee, il corpo viene celebrato, non esiste la parola censura per Tunick. L’essere umano è colui che coltiva la cultura e questa non deve avere limiti, il nudo celebrato da Tunick non viene celato, viene fatto marciare silenziosamente tra le vie cittadine ed è ammirato con stupore, lo stesso stupore provato da un qualunque individuo mentre si sofferma ad ammirare l’immensità della natura del mare.

Willy Ronis. Fotografie 1934-1998

Dal 6 settembre 2018 al 6 gennaio 2019, la Casa dei Tre Oci di Venezia rende omaggio al grande fotografo francese Willy Ronis (1910-2009), con la più completa retrospettiva mai tenuta in Italia.

L’esposizione, curata da Matthieu Rivallin, coprodotta dal Jeu de Paume di Parigi e dalla Médiathèque de l’architecture et du patrimoine, Ministry of culture – France, con la partecipazione della Fondazione di Venezia, organizzata da Civita Tre Venezie, presenta 120 immagini vintage, tra cui una decina inedite dedicate a Venezia, in grado di ripercorre l’intera carriera di uno dei maggiori interpreti della fotografia del Novecento e protagonista della corrente umanista francese, insieme a maestri quali Brassaï, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Raymond Depardon, Robert Doisneau, Izis, André Kertész, Jacques-Henri Lartigue e Marc Riboud.

Pur non essendo un movimento codificato da un manifesto programmatico, quello umanista dimostrava il suo interesse verso la condizione umana e la quotidianità più semplice e umile, per scoprirvi un significato esistenziale universale.
Attraverso le sue immagini, Ronis sviluppa una sorta di micro-racconti costruiti partendo dai personaggi e dalle situazioni tratte dalla strada e dalla vita di tutti i giorni, che lo portano a estasiarsi davanti alla realtà e a osservare la fraternità dei popoli.

Se è vero che le sue fotografie corrispondono, in una certa misura, a una visione ottimista della condizione umana, Ronis non ne cela l’ingiustizia sociale e s’interessa alle classi più povere. La sua sensibilità nei confronti delle lotte quotidiane per la sopravvivenza in un contesto professionale, familiare e sociale precario, rivela che le sue convinzioni politiche, militante comunista, lo conducevano a un impegno attivo, attraverso la produzione e la circolazione di immagini della condizione e delle lotte operaie.
Sebbene la maggior parte delle sue immagini più riprodotte siano state scattate in Francia, sin dalla sua giovinezza Ronis non ha smesso di viaggiare e fotografare altri luoghi.
Il suo stile resta intimamente legato al suo vissuto e al suo modo di intendere la fotografia. Non esitava, infatti, a rievocare la sua vita e il suo contesto politico e ideologico. I suoi scatti e i suoi testi raccontano un artista desideroso prima di tutto di esplorare il mondo, spiandolo in segreto, aspettando pazientemente che esso gli sveli i suoi misteri. Ai suoi occhi è più importante ricevere le immagini che andarle a cercare, assorbire il mondo esteriore piuttosto che coglierlo e, da qui, costruire la sua storia.

 

 

Dal 06 Settembre 2018 al 06 Gennaio 2019

Venezia

Luogo: Casa dei Tre Oci

Curatori: Matthieu Rivallin

Costo del biglietto: 12 € intero, 10 € ridotto studenti under 26 anni, over 65, titolari di apposite convenzioni, 8 € ridotto speciale, 5 € scuole. Gratuito, bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, disabili e accompagnatore, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti con tessera, guide turistiche

Telefono per informazioni: +39 041 24 12 332

E-Mail info: info@treoci.org

Sito ufficiale: http://www.treoci.org/

La caccia al tesoro fotografica

Sabato 22 settembre 2018 si svolgerà a Firenze La caccia al tesoro fotografica, realizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale DISTURbo, nell’ambito del festival L’Eredità delle Donne. Le nostre giornate del Patrimonio. Un format di puro divertimento che combina la passione per la fotografia con il piacere di vivere in modo nuovo la città.

Il format è semplice: all’inizio del gioco verrà consegnata a tutti i partecipanti – che dovranno iscriversi preventivamente in Team di due persone – una lista di 20 obiettivi da fotografare nel centro di Firenze in un tempo massimo di 3 ore.

Tra questi si troveranno luoghi d’interesse storico e culturale, donne dell’antichità da riscoprire, oggetti da cercare e prove da superare che prevedono il coinvolgimento e l’interazione con i passanti e i turisti dando così libero sfogo alla creatività dei partecipanti. Per spostarsi durante il percorso, sarà consentito solo l’utilizzo di mezzi di trasporto pubblici ed eco-friendly (biciclette, monopattini, rollerblades etc).

La caccia al tesoro è aperta a tutti: amanti della fotografia e chiunque abbia voglia di mettersi in gioco. Non ci sono limiti di età o di professione infatti sarà possibile competere anche solo con l’utilizzo del proprio smartphone.

L’appuntamento è sabato 22 settembre 2018 alle ore 15.00 in Piazza Santa Maria Novella. I partecipanti, che avranno a disposizione un solo mezzo fotografico (macchina fotografica digitale o cellulare o polaroid), dovranno tornare in Piazza entro le ore 18:00. Al loro arrivo sarà presente lo staff de “L’Eredità delle Donne” che avrà cura di scaricare sul momento le foto realizzate.

Saranno premiate le 3 coppie che per prime consegneranno tutte le 20 foto eseguite correttamente nel minor tempo. Inoltre l’Eredità delle donne metterà in palio anche premi per lo scatto più originale, lo scatto più divertente, il mezzo di trasporto più fantasioso. Premi extra saranno dedicati a coloro che posteranno fotografie su Instagram utilizzando l’hashtag (#) lanciato appositamente per l’occasione: #ereditadelledonne

La premiazione si svolgerà domenica 23 settembre, durante la quale verranno consegnati ai vincitori: macchine fotografiche, giftcard, cene e molti altri premi offerti dai prestigiosi sponsor che sostengono l’iniziativa.

L’Eredità delle Donne è un’assoluta new entry nel panorama nazionale dei festival che, dal 21 al 23 settembre, abbraccerà a 360° numerosi ambiti della cultura in una chiave di lettura tutta al femminile per evidenziare il valore, la preziosa eredità e la grande influenza che le donne hanno dato e continuano a dare in diversi ambiti. Il festival, con la direzione artistica di Serena Dandini, affronterà, in maniera del tutto originale e per la prima volta in Italia, il tema dell’empowerment femminile attraverso la cultura, l’informazione e l’intrattenimento.

 

 

TITOLO: L’Eredita’ delle Donne – La caccia al tesoro fotografica

QUANDO: 22 settembre 2018 ore 15:00

PREMIAZIONI: 23 settembre 2018

DOVE: FirenzePartenza e arrivo Piazza Santa Maria Novella

ISCRIZIONE ALL’EVENTO: 5€ a persona

 

CONTATTI:

DISTURBO – info@disturbo.net

 

LINK DI RIFERIMENTO:

SITO – ereditadelledonne.eu

FACEBOOK- https://www.facebook.com/ereditadelledonne/

TWITTER –  https://twitter.com/ereditadonne

INSTAGRAM – https://www.instagram.com/ereditadelledonne/

 

Un fotografo in viaggio. Gianni Berengo Gardin e la Sardegna Nuragica

Fino al 31 agosto 2018 è possibile visitare la mostra fotografica dell’artista ligure Gianni Berengo Gardin, inaugurata dalla Fondazione di Sardegna attraverso la collaborazione di Milano.

Milano dedica una grande mostra alla civiltà nuragica della Sardegna prestorica, la città di Cagliari ospita una grande esposizione, dedicata all’archeologia misteriosa dell’isola, ideata per celebrare il più grande archeologo sardo, Giovanni Lilliu.

L’isola e le fotografie di Gianni Berengo Gardin tornano a essere come un palco d’immagini per raccontare angoli remoti di una terra ancora poco nota, da diventare una pellicola cinematografica e fotografica, in bianco e nero, di un viaggio alla scoperta dei luoghi sconosciuti della Sardegna.

Grazie all’impegno della Fondazione di Sardegna e attraverso la supervisione scientifica della Soprintendenza di Cagliari diventa un progetto di scatti dedicati ad altrettanti monumenti, selezionati con cura per avere una panoramica ampia e variegata delle tante sfaccettature dell’architettura nuragica; nuraghi, templi, pozzi, fonti sacre, necropoli e villaggi si susseguono in una lunga carrellata armoniosa nel cuore della Sardegna.

Le fotografie si susseguono in una danza di luci, suoni, come un fenomeno unico e favoloso di un territorio dell’isola percorso senza risparmio.

Cagliari finalmente dedica un progetto di mostra a Gianni Berengo Gardin, un reportage per raccontare la storia del suo passato.

Per ritrovare nel bianco e nero delle sue immagini la persistente grandezza dei propri monumenti che guardano lo spettatore indifferente e allo stesso tempo affascinato da quel mondo incantevole, come in un viaggio dei luoghi raggiunti attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica.

L’artista attraverso il suo sguardo rigoroso ha raccontato in bianco e nero, il nostro tempo e il nostro paese. Ha creato un sodalizio tra la fotografia e l’ambiente, per restituire le immagini umanizzati attraverso la presenza delle persone che hanno creato gli spazi.

Era stato uno dei primi a raccontare la remota Sardegna con il suo paesaggio prestorico e le sue anime antiche.

Le immagini come ragazzini che viaggiano alla scoperta del mondo.

Le fotografie dell’artista ligure fedeli all’arte della pittura con la luce e l’ombra, suscitano questi struggenti emozioni.

 

 

Fondazione Banco di Sardegna fino al 31/08/2018

Dal lunedì al venerdì

Dalle 10,00 alle 19,00

 

La Famiglia in Italia

Sabato 16 giugno 2018 verrà inaugurata la mostra La Famiglia in Italia al CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2), a partire dalle ore 17,30. La mostra rimarrà poi aperta fino a domenica 9 settembre 2018.

Lo scopo del progetto LA FAMIGLIA IN ITALIA è quello di documentare e interpretare la famiglia italiana contemporanea alla luce delle trasformazioni epocali che hanno riguardato i diversi ruoli dei suoi componenti, le identità sessuali, le esigenze economiche, il ruolo della donna, la presenza di immigrati e italiani di nuova generazione e molti altri aspetti che modificano continuamente un’idea di famiglia che per molti anni era apparsa congelata nelle sue statiche certezze.

Se l’articolo 29 della Costituzione Italiana afferma che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio”, è lecito domandarsi l’attualità dell’affermazione: le trasformazioni sociali hanno messo in discussione sia l’esistenza di un’unica forma naturale di famiglia, sia il matrimonio come suo istituto fondativo per eccellenza. Dalle famiglie allargate fine alle coppie di fatto e le unioni civili, le nuove famiglie si presentano in maniera poliforme: Cosa è dunque oggi famiglia? Partendo da tale interrogativo, la ricognizione fotografica collettiva della FIAF ha inteso esplorare e rappresentare la famiglia italiana in tutte le sue declinazioni, tracciandone i nuovi confini. Ogni Autore ha affrontato la tematica del progetto partendo dalla propria esperienza personale, con uno sguardo intimo verso la realtà della propria condizione affettiva, oppure ha voluto aprirsi al racconto delle famiglie degli altri, senza alcuna preclusione linguistica.

Il progetto ha incoraggiato la ricerca della molteplicità e delle specificità familiari, chiarendo che per famiglia italiana si doveva intendere la famiglia che vive stabilmente in Italia, indipendentemente dalla nazionalità di origine dei suoi componenti. I campi di indagine hanno riguardato tematiche classiche come la nascita della coppia, le modalità di convivenza, il rapporto con l’esterno e gli equilibri interni, i figli o la loro mancanza, il rapporto tra fratelli, i rapporti con i genitori e con gli anziani, le risorse condivise (la casa, i mezzi di spostamento, etc.), gli spazi privati della famiglia e del singolo, le affinità, i vincoli, i rapporti tra padre/madre e figli, il ruolo dei nonni e degli zii, insieme a tematiche relativamente nuove quali l’omosessualità e la riproduzione assistita, la discriminazione, il ricorso alle terapie di sostegno, le famiglie allargate, quelle mono-genitoriali, le famiglie cosiddette “miste”, le comunità, le case famiglia e tutto quanto la sensibilità e la ricerca degli Autori fotografici potesse portare a scoprire nei mille universi dei nuclei famigliari contemporanei.

 

 

Dal 16 Giugno 2018 al 09 Settembre 2018

Bibbiena | Arezzo

Luogo: CIFA – Centro Italiano della Fotografia d’Autore

Enti promotori:

  • FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 0575 1653924

Sito ufficiale: http://www.fiaf.net/lafamigliainitalia

Gabriele Basilico. La città e il territorio

L’esposizione rende omaggio al grande fotografo Gabriele Basilico (Milano, 1944-2013) attraverso duecento fotografie, tra le quali una cospicua selezione di immagini dedicate alla Valle d’Aosta.

L’itinerario espositivo, diviso per nuclei di ricerca e non strettamente cronologico, prende l’avvio da uno dei suoi lavori più noti, quei Milano Ritratti di fabbriche (1978-1980) che hanno segnato l’inizio delle sue indagini sulle città del mondo. Sono inoltre esposte immagini a colori inedite di Beirut ricostruita (2011) e di alcune metropoli del mondo (Shanghai, Rio, Istanbul, Mosca) e le trasformazioni del paesaggio contemporaneo con due serie di immagini dedicate alla montagna, alla Valle d’Aosta e al passo del San Gottardo, in Svizzera.

Novantasei foto provengono dal lavoro Sezioni del paesaggio italiano, realizzato in collaborazione con Stefano Boeri per la Biennale di Architettura di Venezia, nel 1998. Fa seguito un’ampia indagine realizzata in collaborazione con l’architetto Luigi Snozzi in una cittadina svizzera, Monte Carasso (1996), oggi periferia di Bellinzona, che documenta la trasformazione della città grazie agli interventi operati dallo stesso Snozzi. Conclude l’itinerario una selezione di immagini di paesaggio, realizzate in luoghi e occasioni diverse, tra le quali quelle realizzate per incarico della Mission Photographique de la DATAR (1984-1985) in Francia.

L’allestimento è accompagnato da alcuni video dedicati a Gabriele Basilico.

 

 

Dal 28 Aprile 2018 al 23 Settembre 2018

Aosta

Luogo: Museo Archeologico Regionale

Curatori: Angela Madesani

Telefono per informazioni: +39 0165.275937

E-Mail info: u-mostre@regione.vda.it

Sito ufficiale: http://www.regione.vda.it/

I corpi nudi di Spencer Tunick tra installazione e azione

Fotografo statunitense, meglio conosciuto per gli scatti di masse di corpi nudi immortalati in scene comune di sfondo urbano, Spencer Tunick è l’artista che ha imposto un nuovo obbligo visivo ai consumatori e amatori dello scatto digitale: il corpo nudo. Milioni e milioni di volontari, gente comune, attivisti ecc, ricercati e ingaggiati dall’artista, si uniscono in un atto performativo in cui il corpo diventa oggetto estetico che nella totalità di visione appare come elegante addobbo pittorico di una più grande rappresentazione che unisce urbano e umano. Il corpo nudo, dunque, nelle opere di Spencer Tunick è il simbolo di una liberazione, una forma di vulnerabilità sostenuta da una forza unica e imperturbabile.

Intrappolate nel confine labile tra installazione e azione, gli ambienti fotografici di Tunick celano una filosofia legata alla nudità delle forme fisiche di qualsiasi sesso o etnia, che si divide in due percezioni di visione: la prima legata a quella sociale, ovvero come gli altri, o meglio la società, vedono il nostro corpo e la seconda che invece riflette sulla percezione del corpo senza relazioni o comparazioni, il corpo visto da sé stessi. Spencer Tunick fa propria questa idea secondo cui attraverso la nudità, il corpo non è “etichettabile”, ma acquista un senso di unione e allo stesso tempo di emancipazione, un’indipendenza estetica da qualsiasi forma di oppressione o repressione sessuale o intellettuale. Ogni singola persona che decide, come atto libero anch’esso, di prendere parte a questa iniziativa non solo artistica, ma sociale, diventa parte di un’entità più grande e indefinibile immortalata da uno scatto minuzioso, attento e dettagliato. L’atto ultimo che impone all’artista di scattare e immortalare la scena è definito dalla volontà di Tunick di far emergere o eventualmente coprire o anche estendere un paesaggio che sia esso urbano, immerso nella natura o in spazi architettonici.

Spencer Tunick esplora la forma, il contorno e l’aspetto del corpo umano, facendo del disadorno e dell’osceno una metamorfosi che lo traduce in oggetto pittorico rimuovendo qualsiasi appellativo o considerazione legato ad un uso sessuale del corpo, ma utilizzandolo come unica intenzione artistica di un’esplorazione sensibile e ravvicinata del fisico umano senza preconcetti. Il modo di osservare e considerare il corpo di Tunick è spesso in radicale contraddizione con alcune visioni della nudità, per questa ragione l’artista decide di sfidare questa difficoltà di percezione invitandoci a liberare il nostro corpo e osservarlo da un punto di vista estetico, razionale e critico, come attraverso la veduta di un obiettivo.

 

 

Dario Picariello. A fuoco continuo

Sabato 24 febbraio alle ore 18, TRA Treviso Ricerca Arte inaugura la mostra personale ‘A fuoco continuo’ di Dario Picariello, a cura di Stefano Volpato.

In occasione della propria personale a TRA, Dario Picariello realizza un’installazione composta da alcuni scatti fotografici di grandi dimensioni, allestiti con oggetti tipici del backstage fotografico come stativi e pannelli riflettenti, disposti lungo un binario che attraversa il piano nobile di Ca’ dei Ricchi.

Le fotografie sono realizzate presso la Fornace Guerra-Gregorj a Sant’Antonino (Treviso), diretta, tra XIX e XX secolo, dall’illuminato Gregorio Gregorj. Egli ha l’intuizione di modernizzare la produzione industriale di laterizi, al fine di sostenerne una specificamente artistica. Per fare questo, chiama intorno a sé i più promettenti pittori e scultori, integrando all’attività della Fornace quella della Sala degli Artisti: qui muove i primi, decisivi passi il giovanissimo Arturo Martini.

La suggestione esercitata dall’azione e dal pensiero del capitano d’industria è il fil rouge dell’operazione di Dario Picariello. Promuovendo due laboratori propedeutici, in collaborazione con il Liceo Artistico di Treviso e l’attuale proprietaria della Fornace, Luisa Gregorj, l’artista ha metaforicamente riattivato il luogo, riportandovi l’attività febbrile del lavoro e ripercorrendone le tracce del ricordo e degli affetti.

Nella sua serie fotografica, Picariello restituisce un ritratto dell’“oscuro fornaciaio”, come lo stesso Gregorio si definisce, nel tentare un’operazione in partenza fallimentare: ricreare la Sala degli Artisti. Alcuni elementi presenti nelle sale abbandonate, colti o ricomposti in raffinati e precari equilibri, divengono oggetto di una calibrata costruzione formale. Un uso sapiente della luce, che richiama suggestioni quasi bizantine, colloca la narratività delle scene che si sviluppa nei vari componenti dell’installazione in uno stato atemporale ambiguamente sospeso, in bilico tra passato e presente.

Perché se esiste la possibilità del fallimento, la parabola di Gregorj e del suo opificio, testimonia oggi il suo straordinario valore. Interrogando le tracce del luogo e della storia, il lavoro del giovane artista irpino non solo riaccende metaforicamente la Fornace, sulle macerie di ciò che resta, ma contestualmente ne prosegue poeticamente la ricerca sul significato del proprio stesso operare e sulla propria identità.

 

 

Dal 25 Febbraio 2018 al 08 Aprile 2018

Treviso

Luogo: TRA Treviso Ricerca Arte

Curatori: Stefano Volpato

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 0422419990

E-Mail info: segreteria@trevisoricercaarte.org

Sito ufficiale: http://www.trevisoricercaarte.org

Il ritratto fotografico

Pensando al ritratto fotografico vengono in mente splendidi capolavori che hanno segnato la storia e la storia dell’arte, capaci di catturare espressioni ed emozioni inspiegabili a parole e di trasformare volti in immagini iconiche. Ma il ritratto fotografico è anche uno strumento che usiamo quotidianamente, più di quanto ci rendiamo realmente conto. Anche senza accorgercene, infatti, lo usiamo più volte al giorno, per i motivi più diversi. Oltre che come mezzo di espressione artistica, infatti, lo usiamo per conservare il ricordo di eventi importanti come matrimoni, compleanni e nascite, ma lo usiamo anche in maniera più automatica per dimostrare la nostra identità, con le fototessere sui documenti. Per lo stesso motivo è usato anche per le foto segnaletiche o per compiangere i defunti.

Ultimamente, poi, ha assunto anche per una nuova funzione: affermare la nostra stessa esistenza. Negli ultimi anni, infatti, la pratica della condivisione su Internet ha reso le fotografie, in particolare i ritratti e gli autoritratti (i cosiddetti “selfie”), non solo un modo alternativo per comunicare ma soprattutto l’unico metodo per affermare la propria presenza nel mondo.

Tutto quello che facciamo, in altre parole, esiste solo se veniamo fotografati mentre lo stiamo facendo. Questo fenomeno, anche se frutto dello sviluppo attuale della tecnologia e del peso che ha raggiunto nelle nostre vite, ha le sue radici nel ruolo che è stato da sempre attribuito alla fotografia: la capacità di registrare l’esistenza di qualcosa o di qualcuno. È stata proprio questa sua caratteristica, infatti, a rendere la fotografia un’invenzione tanto fondamentale nella vita dell’uomo.

La possibilità di ritrarre la figura umana, il fatto che per la prima volta nella storia tutti avessero la possibilità di lasciare traccia di sé, cioè, sono stati la ragione principale della portata rivoluzionaria di questa invenzione. Solo quando i tempi di esposizione sono stati abbastanza brevi da poter catturare la figura umana, infatti, la fotografia ha preso realmente piede e messo radici nella società ottocentesca.

Il ritratto ovviamente esisteva già prima del 1839, ma era un procedimento lungo e costoso riservato a pochi. Presentandosi come uno strumento accessibile a tutti e capace di riprodurre fedelmente e rapidamente la realtà, invece, la fotografia divenne presto il perfetto sostituto democratico al ritratto pittorico e scultoreo, tanto da essere definita (con una frase di Oliver Wendell Holmes che passò alla storia) uno “specchio dotato di memoria”. Questa sua facoltà di trasmettere l’immagine di qualunque persona anche oltre la sua stessa esistenza, una conquista fino a pochi anni prima impensabile, venne vista inizialmente quasi come una magia, tanto che alcune credenze popolari lo ritennero un modo per rubare l’anima del soggetto ritratto. Nel corso degli anni, invece, questa sua capacità ha permesso di registrare la storia, iconizzare volti e anche di tramandare ai posteri fatti e personaggi che diversamente sarebbero rimasti sconosciuti o sarebbero stati dimenticati. Non è un caso, infatti, che si dice che la fotografia “immortala”.