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La fotografia nelle Avanguardie europee del primo Novecento

La fotografia, fin dal momento della sua nascita, risalente alla seconda metà del XIX secolo, suscitò negli animi degli addetti ai lavori reazioni contrastanti.

In linea di massima il giudizio comune era di valutarla come una pericolosa avversaria della pittura o della scultura, in quanto in grado di dimezzare il tempo di esecuzione necessario a catturare un’immagine presa dal reale.

Altri invece, come ad esempio i membri del gruppo degli Impressionisti, ne videro le grandi potenzialità, e la usarono proprio per catturare velocemente dei momenti di vita vissuta che volevano poi riprodurre in pittura.

La fotografia entrò a far parte della sfera delle arti riconosciute grazie alle Avanguardie del primo Novecento.

Tra i primi passi in questa direzione va sicuramente ricordata la Fotodinamica di Anton Giulio Bragaglia, che si sviluppò per mano sua e dei suoi due fratelli Carlo Lodovico e Arturo intorno al 1910.

Bragaglia si muoveva nell’ambito del Futurismo italiano, ma non fu mai ben accolto dai membri dello stesso, che vedevano le sue sperimentazioni come mere riproduzioni meccaniche del reale, assolutamente prive di intenti conoscitivi.

I suoi esperimenti fotografici si focalizzavano sulla resa dei tempi del movimento, mostrando immagini sottoposte a lunghe esposizioni di persone colte in gesti, passi, moti.

Questi studi verranno poi presentati al pubblico nel volume fotografico intitolato Fotodinamismo futurista.

Quello che Bragaglia cercava di approfondire era proprio la genesi del movimento di un corpo nello spazio, ricerca affine a quella che veniva portata avanti in quello stesso periodo dai Futuristi stessi, malgrado le loro remore nei suoi confronti.

Ecco quindi che lo strumento fotografico aiuta nell’indagine obiettiva della sequenzialità dell’azione, che in alcune sue parti può essere persa dall’occhio umano mentre è assorto nella sua contemplazione.

Spostandoci oltralpe, nell’ ambito dell’avanguardia Dadaista berlinese, va sicuramente ricordato il contributo di Hannah Höch.

Il Dadaismo, movimento che nacque a Zurigo intorno agli anni ’20, celebrava un arte illogica, umoristica, volta a deridere più che a compiacere. La Hoch, esponente di questo gruppo artistico, scelse di cimentarsi attraverso il mezzo del collage fotografico , in netto anticipo sui tempi moderni, sperimentando a livello tecnico attraverso l’uso di immagini tratte da foto, ritagli di giornale, pubblicità. L’intenzione era quella di creare un mondo sarcastico e denso di significati di denuncia, un’iconografia graffiante che più che sorprendere lo spettatore intendeva fargli aprire gli occhi. Fotografia come mezzo di comunicazione sociale.

La Baushaus, la celebre scuola di architettura ed arti applicate che nacque e si sviluppò negli anni ’20 in tre diverse città della Germania, fu una fucina di sperimentazioni e di innovazioni.

Tra le discipline studiate al suo interno c’era anche la fotografia, e il suo rappresentante di spicco fu senza dubbio l’ungherese Laszlo Moholy-Nagy.

La sua ricerca era incentrata sulla resa di un’immagine finale che fosse un connubio tra il dato effettivo, frutto della registrazione da parte del nostro nervo ottico e il dato mentale, emotivo, ossia quelle associazioni che, dalla nostra interiorità vanno ad interferire con l’aspetto razionale e analitico della visione. Il tutto trasfigurato dalla luce, elemento indagato con grande interesse da Moholy-Nagy attraverso le tecniche della sovraimpressione e della sovraesposizione.

Fotografia quindi come studio del prodotto derivante dalla fusione di soggettivo ed oggettivo.

Man Ray fu inizialmente un artista Dada, per poi entrare a pieno titolo a far parte della compagine Surrealista. Questa avanguardia intendeva spostare l’attenzione dal dato reale a quello inconscio, onirico, giocando con associazioni fuorvianti , mirando al raggiungimento dei registri più profondi dell’interpretazione delle cose.

Ray fu un grande sperimentatore; si deve a lui l’invenzione della rayografia e della solarizzazione negli anni ’20, tecniche che scoprì casualmente mentre lavorava in camera oscura.

Le rayografie sono immagini che si ottengono poggiando degli oggetti di uso comune direttamente sulla superficie della carta sensibile ancora immersa nell’emulsione, illuminata dalla luce.

L’effetto straniante creato da questo procedimento è fortemente associabile alla poetica surrealista sopracitata; le componenti della realtà quotidiana assumono fattezze diverse, curiose, quasi paradossali. Cambia il registro di valutazione delle stesse, che diventano segni di un alfabeto semi sconosciuto che l’artista ha il compito di decifrare. La solarizzazione invece diventa un connubio tra disegno e fotografia: lo sviluppo della foto è disturbato sul finale da un colpo di luce che produce un effetto finale sorprendente. Il tratto, il controno tipico del disegno si inserisce nella foto, come è visibile nel suo Self-portrait. Fotografia come indagine degli strati altri della conoscenza e come sovvertimento del reale.

Questo sommario storico dedicato alla fotografia mostra come questa sia passata da essere considerata un semplice procedimento meccanico, ausiliario delle tecniche tradizionali ad arte a tutti gli effetti, con risvolti interessanti e di grande effetto comunicativo.

 

La fotografia tra ieri ed oggi

La fotografia, il mezzo per eccellenza per acquisire scatti di memorie o frammenti di realtà, è da sempre strumento predisposto a focalizzare l’attenzione su piccoli dettagli della vita. Ma non solo, l’arte della fotografia, negli anni, si è fatta portavoce dell’istantaneità e dell’immediatezza. Con l’avvento del XXI secolo persino la fotografia ha perso la sua unicità a favore di una semplicità del fare, permettendo a chiunque di immortalare attimi o addirittura manipolarli, modificarli e distribuirli attraverso le reti sociali. Che cosa distingue dunque la fotografia quotidiana, cui tutti possiamo far accesso, dalla fotografia d’arte? Che cosa è cambiato e cosa oggi determina la differenza tra una persona e un fotografo? Bisogna fare qualche passo indietro, al dopoguerra, quando le prime avanguardie, di recente nascita, avevano scardinato qualsiasi idea tradizionale di opera d’arte a favore di un totale cambiamento di rotta che avrebbe condotto alla perdita di ogni figuratività e fiducia. Allo stesso modo la fotografia aveva subito un repentino cambiamento, focalizzandosi nel racconto di reportage, foto documentarie della situazione sociale in cui versavano le popolazioni dopo i disastri della guerra.

Ben presto però questo interesse riservato al mezzo fotografico ha portato ad una innovazione dello stesso, permettendo alla fotografia di raggiungere e sperimentare nuove forme visive. Negli anni Settanta inizia a svilupparsi una tendenza che vede la catalogazione e l’archiviazione come punti cardine di una produzione fotografica fitta e progressiva. In particolare, nasce la necessità di una conservazione ossessiva di massa della memoria storica, scientifica, sociale. Basti citare Atlas (1962–2013) di Gerhard Richter, un immenso volume fotografico, un work in progess dagli anni Sessanta fino a oggi, o la produzione di ritratti fotografici che raccolgono e catturano esperienze umane, drammatiche del dopoguerra con Christian Boltanski. Meno drammatiche, ma più metafisiche le opere dell’atlante di Luigi Ghirri, Viaggio in Italia (1984), in cui si approfondisce un linguaggio fotografico sperimentale applicato a una poetica fatta di paesaggi sospesi e solitari.

A queste visioni si accompagnano nuovi modi di coinvolgere la macchina fotografia, che diventa il mezzo per eccellenza tramite cui creare visioni immaginarie e irreali in cui l’artista assume molteplici forme, ponendosi in relazione con il mezzo. Cindy Sherman, crea immagini irreali assumendo molteplici identità illusorie in Untitled film stills (1977–80), dando il via all’idea dell’immagine manipolata, fatta di citazione e metafore che anticipa e accompagna un’attitudine comune che attanaglia gli anni Novanta fino ad oggi, secondo cui la menzogna fotografica o l’attenzione agli avvenimenti internazionali creano racconti e narrazioni caratterizzate da una precisione totalizzante. Oliviero Toscani, invece, scatta immagini con intento disturbante, creando visioni scioccanti e legate al mondo della pubblicità; Toscani impagina, giustappone, inverte a favore di una spettacolarizzazione politica e sociale dell’attualità.

La fotografia nell’era digitale si contraddistingue per la facilità di rappresentazione ed è dettata dall’iper-dettaglio, un’estremizzazione dell’immagine senza uso di zoom, ma che mantiene la stessa capacità di centrare lo sguardo dell’osservatore su un dettaglio all’altro come avviene nelle opere di Candida Höfer con le sue riproduzioni di spazi sociali deputati a contenitori di memorie e circondati da un incredibile e appassionante silenzio. O Andreas Gursky, che predilige formati molto grandi scardinando e creando degli imponenti zoom sulle masse globalizzate. La manipolazione dell’atto fotografico e l’effetto illusorio o disturbante, definisce una nuova idea d’immagine digitale. Thomas Demand ha fatto della manipolazione uno dei processi prediletti per collocare sulla scena realtà dettagliate che mettono in crisi l’idea del mezzo fotografico come strumento di documentazione.

Oggi la fotografia si è spinta molto avanti, utilizzando tecniche nuove e sempre più precise, garantendo l’immediatezza di visione e una qualità formale eccellente. Il digitale ha favorito un avanzamento tecnologico che ha permesso agli artisti di sperimentare e trovare modi nuovi di vedere o immaginare realtà e sogni, compromettendo però la nobiltà del mezzo, riservato a una élite di amatori e professionisti portando chiunque a definirsi fotografi.

 

What Art Does in Me is Beyond Words. La fotografia di Wolfgang Tillmans

Quando si parla di fotografia contemporanea non si può non nominare uno dei fotografi più entusiasmanti del panorama europeo e meno convenzionali: Wolfgang Tillmans. Fotografo nato in Germania ma artista londinese d’adozione insignito nel 2000 del Turner Prize.

Sin dai suoi esordi, con immagini di riviste manipolate da una fotocopiatrice digitale in grado di ingrandire le immagini fino al 400 percento, ed il flusso di sperimentazioni fotografiche che trattano il ritratto, lo still life, i paesaggi e le foto realizzate senza l’utilizzo del mezzo fotografico, Tillmans ha esteso la sua ricerca visiva oltre il connubio tra astrazione e figurazione ed è riuscito ad avvicinare il confine tra fotografia commerciale e fotografia artistica. L’opera di Tillmans gioca sulla possibilità della riproduzione, della replica attraverso l’utilizzo di media differenti. Nelle occasioni espositive spesso le immagini si ripetono in diversi formati, contraddicendo il concetto di opera unica e occupando lo spazio espositivo nelle modalità più impensate.

I soggetti prediletti dall’artista nei primi anni ’90, che lo hanno reso famoso al grande pubblico, sono ragazzi e ragazze colti nella quotidianità delle loro abitazioni, fotografati in effusioni erotiche, nei club più underground di Londra, in pose goliardiche. Altre volte nessuno scatto di tipo figurativo ma solo tracce: vestiti buttati per terra, piattini con cicche, bicchieri e lattine consumate. Verrebbe da parlare di libertà, giovani liberi da qualsiasi obbligo, liberi di essere sessualizzati ed erotici, che non badano alla bellezza in se ma vanno oltre l’idea stessa di bellezza. Queste opere hanno fatto il giro del mondo ed hanno fatto emergere Tillmans come il vate di un’intera generazione.

In seguito la sua ricerca ha rivolto l’attenzione alle immagini di tipo astratto prodotte direttamente in camera oscura: utilizzando la luce per agire in modo diretto sulla superficie chimica della carta riesce a ricondurre il lavoro del fotografo alle basi , ricercando la vera essenza della fotografia. Immagini che non rimandano più a nessun tipo di realtà, se non alla propria, con effetti di palpabile fisicità e delicatezza. Dei veri e propri ibridi tra pittura e fotografia. Anche in questi lavori astratti vi è comunque sia un interesse per l’aspetto corporeo attraverso soggetti incarnati anche quando gli stesso risultano celestiali.

«Sei libero di usare gli occhi e di attribuire valore alle cose nel modo che vuoi. Gli occhi sono un grande strumento sovversivo perché tecnicamente non sottostanno a nessun controllo, sono liberi quando li usi liberamente».

Queste sue parole incarnano appieno quello che per rappresenta la sua fotografia: una inesauribile fonte di emozioni ed informazioni.

 

La Bangkok di Andreas Gursky arriva alla Gagosian di Roma

La sede romana della celebre Gagosian Gallery compie dieci anni. In occasione dell’evento è stata inaugurata lo scorso dicembre una mostra dedicata al fotografo tedesco Andreas Gursky, visitabile fino al 3 marzo.

L’esposizione si apre nell’atrio della galleria con una foto dalla serie Oceans (2010), una reinterpretazione dell’artista di una ripresa satellitare in alta definizione di una porzione di Oceano Atlantico. Le altre opere in mostra, invece, fanno parte della serie Bangkok, realizzata nel 2011 durante un viaggio nella capitale tailandese. La serie, esposta per la prima volta in Italia, rappresenta il fiume che attraversa la città: il Chao Phraya. La sua superficie si trasforma in queste opere in una composizione di grande eleganza formale, tanto da ricordare la pittura. A prima vista, infatti, entrando nella sala si ha la sensazione di visitare una mostra di qualche impressionista o di un espressionista astratto. Guardando Bangkok IV, ad esempio, si ha l’impressione di essere di fronte ad una tela di Monet, mentre Bangkok V ricorda molto da vicino le linee di Barnett Newman. Le increspature sulla superficie del fiume, inoltre, creano delle figurine biomorfe che rimandano a immagini surrealiste come quelle di Mirò o di Jean Arp, e che possono essere lette quasi come delle macchie di Rorschach. È sicuramente il formato monumentale ad avvicinare queste fotografie a dei dipinti e a sottolinearne l’eleganza compositiva, ma il fotografo stesso attribuisce l’associazione del suo lavoro con la pittura anche all’uso della tecnica digitale, dichiarando ad esempio: «Con l’introduzione del digitale non si può più dare una definizione univoca del termine «fotografia». Quando ho iniziato il mio lavoro, sentivo che sarei stato sempre dipendente dal mondo materiale. Sembrava più interessante essere un pittore nel proprio studio, libero di decidere cosa fare, come sviluppare la composizione. Non sono un pittore, ma ora ho la stessa libertà».

Osservando meglio le opere, però, si iniziano a mettere a fuoco i dettagli, e ci si accorge che il fiume che sembrava tanto bello da divenire il soggetto di una serie di dipinti è in realtà molto inquinato, pieno di rifiuti e di piante infestanti. Si passa così dal piano della bellezza formale a una seconda lettura, quella di denuncia di una realtà tossica. Il fiume Chao Phraya rivela infatti così la sua vera natura: quella di discarica e di riflesso della città contemporanea, inquinata e in flusso costante.

L’acqua, protagonista della mostra, si trasforma così da elemento simbolico e di grande forza estetica in spunto per una riflessione sulle minacce ambientali, come l’innalzamento degli oceani, suggerito nella prima opera esposta, e l’inquinamento, suggerito dalla serie dedicata a Bangkok.

Non è la prima volta che la Gagosian dedica una mostra ad Andreas Gursky: negli anni, infatti, gliene sono state dedicate numerose nelle sue varie sedi sparse per il mondo. Proprio in questi giorni, inoltre, una retrospettiva sul fotografo tedesco inaugura alla Hayward Gallery di Londra.

 

 

Fino al 3 marzo 2018

Gagosian Gallery

Via Francesco Crispi, 16 – Roma

https://www.gagosian.com/exhibitions/andreas-gursky–december-14-2017

La fotografia tra ieri ed oggi

La fotografia, il mezzo per eccellenza per acquisire scatti di memorie o frammenti di realtà, è da sempre strumento predisposto a focalizzare l’attenzione su piccoli dettagli della vita. Ma non solo, l’arte della fotografia, negli anni, si è fatta portavoce dell’istantaneità e dell’immediatezza. Con l’avvento del XXI secolo persino la fotografia ha perso la sua unicità a favore di una semplicità del fare, permettendo a chiunque di immortalare attimi o addirittura manipolarli, modificarli e distribuirli attraverso le reti sociali. Che cosa distingue dunque la fotografia quotidiana, cui tutti possiamo far accesso, dalla fotografia d’arte? Che cosa è cambiato e cosa oggi determina la differenza tra una persona e un fotografo? Bisogna fare qualche passo indietro, al dopoguerra, quando le prime avanguardie, di recente nascita, avevano scardinato qualsiasi idea tradizionale di opera d’arte a favore di un totale cambiamento di rotta che avrebbe condotto alla perdita di ogni figuratività e fiducia. Allo stesso modo la fotografia aveva subito un repentino cambiamento, focalizzandosi nel racconto di reportage, foto documentarie della situazione sociale in cui versavano le popolazioni dopo i disastri della guerra.

Ben presto però questo interesse riservato al mezzo fotografico ha portato ad una innovazione dello stesso, permettendo alla fotografia di raggiungere e sperimentare nuove forme visive. Negli anni Settanta inizia a svilupparsi una tendenza che vede la catalogazione e l’archiviazione come punti cardine di una produzione fotografica fitta e progressiva. In particolare, nasce la necessità di una conservazione ossessiva di massa della memoria storica, scientifica, sociale. Basti citare Atlas (1962–2013) di Gerhard Richter, un immenso volume fotografico, un work in progess dagli anni Sessanta fino a oggi, o la produzione di ritratti fotografici che raccolgono e catturano esperienze umane, drammatiche del dopoguerra con Christian Boltanski. Meno drammatiche, ma più metafisiche le opere dell’atlante di Luigi Ghirri, Viaggio in Italia (1984), in cui si approfondisce un linguaggio fotografico sperimentale applicato a una poetica fatta di paesaggi sospesi e solitari.

A queste visioni si accompagnano nuovi modi di coinvolgere la macchina fotografia, che diventa il mezzo per eccellenza tramite cui creare visioni immaginarie e irreali in cui l’artista assume molteplici forme, ponendosi in relazione con il mezzo. Cindy Sherman, crea immagini irreali assumendo molteplici identità illusorie in Untitled film stills (1977–80), dando il via all’idea dell’immagine manipolata, fatta di citazione e metafore che anticipa e accompagna un’attitudine comune che attanaglia gli anni Novanta fino ad oggi, secondo cui la menzogna fotografica o l’attenzione agli avvenimenti internazionali creano racconti e narrazioni caratterizzate da una precisione totalizzante. Oliviero Toscani, invece, scatta immagini con intento disturbante, creando visioni scioccanti e legate al mondo della pubblicità; Toscani impagina, giustappone, inverte a favore di una spettacolarizzazione politica e sociale dell’attualità.

La fotografia nell’era digitale si contraddistingue per la facilità di rappresentazione ed è dettata dall’iper-dettaglio, un’estremizzazione dell’immagine senza uso di zoom, ma che mantiene la stessa capacità di centrare lo sguardo dell’osservatore su un dettaglio all’altro come avviene nelle opere di Candida Höfer con le sue riproduzioni di spazi sociali deputati a contenitori di memorie e circondati da un incredibile e appassionante silenzio. O Andreas Gursky, che predilige formati molto grandi scardinando e creando degli imponenti zoom sulle masse globalizzate. La manipolazione dell’atto fotografico e l’effetto illusorio o disturbante, definisce una nuova idea d’immagine digitale. Thomas Demand ha fatto della manipolazione uno dei processi prediletti per collocare sulla scena realtà dettagliate che mettono in crisi l’idea del mezzo fotografico come strumento di documentazione.

Oggi la fotografia si è spinta molto avanti, utilizzando tecniche nuove e sempre più precise, garantendo l’immediatezza di visione e una qualità formale eccellente. Il digitale ha favorito un avanzamento tecnologico che ha permesso agli artisti di sperimentare e trovare modi nuovi di vedere o immaginare realtà e sogni, compromettendo però la nobiltà del mezzo, riservato a una élite di amatori e professionisti portando chiunque a definirsi fotografi.

 

[Articolo collegato alla mostra “Sguardi” che si è svolta a Serri (Sud Sardegna) a partire dal 29 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni “scatti” del fotografo Pier Paolo Fusciani. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

Oliviero Toscani. Più di cinquant’anni di magnifici fallimenti

Per celebrare la carriera di Oliviero Toscani è stata proposta una mostra da parte del Comune di Otranto e Theutra, la quale sarà presentata dall’artista stesso il 20 gennaio 2018 nelle sale del Castello Aragonese.

L’esposizione, curata da Nicolas Ballario e coordinata da Lorenzo Madaro, metterà in scena la potenza creativa e la carriera del fotografo grazie alla presentazione al pubblico delle sue immagini più note, che hanno fatto discutere il mondo su temi caldi quali razzismo, pena di morte, AIDS e guerra.

Tra i lavori in mostra sarà presente il celebre Bacio tra prete e suora, del 1991, i Tre Cuori White/Black/Yellow, del 1996, No-Anorexia,  del 2007,oltre a tantissime altre opere.

Nella mostra saranno presenti anche i lavori realizzati per il mondo della moda, che Oliviero Toscani ha contribuito a cambiare in modo radicale, si pensi ad esempio alle celebri fotografie di Donna Jordan fino a quelle di Monica Bellucci, ma anche ai ritratti di Mick Jagger, Lou Reed, Federico Fellini, o ancora ai più grandi protagonisti della cultura dagli anni Settanta in poi. In questa straordinaria galleria di ritratti non può certo mancare quello dedicato al genio di Nostra signora dei Turchi, Carmelo Bene.

Sarà possibile ammirare nel percorso espositivo anche alcune fotografie del progetto Razza Umana, che Oliviero Toscani da anni porta avanti realizzando ritratti nelle strade e nelle piazze del Mondo. «RAZZA UMANA è frutto di un soggetto collettivo – ha scritto il critico d’arte e curatore Achille Bonito Oliva – lo studio di Oliviero Toscani inviato speciale nella realtà della omologazione e della globalizzazione. Con la sua ottica frontale ci consegna una infinita galleria di ritratti che confermano il ruolo dell’arte e della fotografia: rappresentare un valore che è quello della coesistenza delle differenze».

 

 

Dal 20 Gennaio 2018 al 31 Marzo 2018

Otranto | Lecce

Luogo: Castello Aragonese

Enti promotori:

  • Theutra
  • Comune di Otranto

Costo del biglietto: mostra + castello 7 Euro intero, 5 Euro ridotto

 

Lo sguardo del fotografo: intervista a Pier Paolo Fusciani

Veneto di origine ma sardo di adozione, il fotografo Pier Paolo Fusciani è stato da poco protagonista della mostra Sguardi ospitata presso il Monte Granatico e il Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri. La mostra, inserita all’interno della manifestazione Artecracy.eu: l’arte contemporanea in Sardegna, indagava una vasta gamma di emozioni attraverso una serie di primi piani fotografici. Esperienze e sentimenti erano cioè raccontati solo attraverso le espressioni del volto dei soggetti rappresentati. Lo sguardo, infatti, ha spiegato lo stesso Fusciani, “riesce a trasmettere delle emozioni e delle sensazioni anche senza che queste vengano descritte, indipendentemente cioè dalla cultura, dal linguaggio parlato. La cosa bella è che gli sguardi non si possono fingere, e la fotografia ha il potere di congelarli”.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista per conoscere meglio la sua storia e il suo lavoro.

Come è nata la sua passione per la fotografia?

Ho la fortuna di ricordare perfettamente cosa mi è successo, quando mi è stato inoculato il virus. Io avevo uno zio fotografo che mi portava sempre in giro perché non aveva figli. Mi ricordo che un giorno siamo andati su un canale, nella Riviera del Brenta. Era una brutta giornata, c’era questa barca di legno da pescatore e io ero lì quando mio zio l’ha fotografata. Sul momento mi ricordo solo che faceva freddo, poi quando siamo andati a casa ha sviluppato il rullino, ha fatto questa stampa su carta baritata in bianco e nero e vedendo quell’immagine mi sono emozionato, l’ho trovata una cosa fighissima. Avevo dodici anni e vedere tutto il processo per me è stata una cosa bellissima. Secondo me è un’espressione di potenza il fatto di poter prendere quella cosa e portarsela a casa, mettersela al muro e poter ricreare delle sensazioni ogni volta che riguardi quell’immagine.

Quali sono i soggetti che preferisce?

Amo molto il ritratto perché mi interessano le persone, ma amo molto anche il paesaggio, mio malgrado. Diciamo che amo tutto quello che mi emoziona. Penso che la fotografia abbia questo grosso vantaggio, che ci permette di trasmettere su file (una volta era su carta) quello che i nostri occhi ci fanno vedere. Se non abbiamo la sensibilità per emozionarci di fronte a quello che vediamo non ci fermiamo a scattare. Abbiamo le lenti, le ottiche e così via, ma la fotografia si forma innanzitutto nella testa. Noi potremmo andare in giro a fotografare insieme per la città e scattare fotografie diverse pur nello stesso posto, perché dipende dalla nostra sensibilità, da ciò che ci colpisce.

Io sono veneziano, perciò sono anche particolarmente appassionato al carnevale di Venezia, su cui ho fatto diverse mostre. Mi piace la maschera perché è l’esatto opposto della street photography, in cui vediamo il viso e le persone si pongono esattamente come sono. Il carnevale è dissimulazione, è l’esagerazione della finzione, l’illusione personificata e autorizzata.

C’è qualche grande fotografo a cui è particolarmente legato?

A parte i grandi che hanno fatto la storia della fotografia come Cartier-Bresson, che mi piacciono per il loro talento naturale nel saper guardare e la loro capacità di linguaggio, dal punto di vista della narrazione e degli aspetti sociali mi piace molto Salgado. Quello che apprezzo della fotografia infatti è anche che riesce a farci vedere altri mondi, è un modo per condividere delle cose che altrimenti non si potrebbero vedere, che non si possono raccontare.

Lei scatta ancora in analogico o solo in digitale?

Io non sono uno di quei nostalgici che usano ancora l’analogico, anzi, ero uno che usava il computer già da prima. Il digitale ha semplificato l’esistenza dei fotografi, e se molte persone sono rimaste attaccate all’analogico non è per l’emozione della pellicola, ma perché erano in difficoltà a dover imparare a usare un computer, si sono trovati a non essere più detentori dei segreti del mestiere.

Sicuramente oggi fotografare è diventato più semplice, ormai si fanno le foto col telefonino e tutti sono fotografi. L’importante però è capire cosa si sta facendo, perché scattare in automatico qualsiasi cosa si veda diventa fastidioso, c’è uno spamming di immagini indiscriminato e siamo sottoposti quasi a una tortura. Se c’è condivisione, diffusione di una qualsiasi espressione artistica, io sono contento, però deve essere anche accompagnata da uno sviluppo della cultura in questo senso. Ci manca un po’ questo allenamento a guardare, perché è aumentato il numero di immagini che ci passano sotto gli occhi ma non è aumentato anche il nostro senso estetico, non abbiamo appreso cioè anche il linguaggio.

A proposito di questo, come è cambiato il mestiere del fotografo nell’epoca in cui tutti scattiamo centinaia di foto al giorno?

Non esiste più il mestiere, tutti sono fotografi. Quelli che ci si guadagnano da vivere sono solo i fotografi di matrimoni e quelli di moda. Adesso le immagini sono ovunque, ma è anche vero che vengono fruite e dimenticate in pochissimo tempo. Siamo diventati veramente voraci in questo senso, ma non so quanto di quello che ci arriva viene digerito. Mi deprime un po’ tutto questo. Chi fotografa poi normalmente non lo fa per un pubblico, lo fa per se stesso, come esigenza espressiva. Il problema però oggi non è solo che tutti si possono permettere un mezzo per fotografare, il problema è che abbiamo tutti un pubblico, cioè i nostri amici sui social. All’inizio questa mi sembrava una grande opportunità, i social mi sembravano di grandissima utilità per accorciare le distanze e raggiungere qualsiasi tipo di pubblico, ma adesso sta diventando tossico, non li frequento più molto.

Progetti per il futuro?

A metà mese parto per il Brasile e ho già un programma di cose che vorrei fare. C’è anche un progetto a cui ho iniziato a pensare due-tre anni fa che mi piacerebbe realizzare, ma è impegnativo dal punto di vista economico e quindi per ora rimarrà nel cassetto: quello della “fabbrica dei sogni”. Riguarda le scuole di samba che ogni anno si sfidano a chi fa la rappresentazione più bella durante il carnevale di Rio de Janeiro. Ogni anno viene dato un tema, su cui queste scuole lavorano tutto l’anno. Mi piacerebbe accompagnare dall’inizio il lavoro delle migliaia di persone che di anno in anno realizzano tutto il materiale che va in sfilata in quei tre-quattro giorni della festa, perché il carnevale non è solo l’esplosione di gioco e di follia che avviene in sfilata, crea tantissimi posti di lavoro anche a persone che molto spesso vivono nelle favelas e in questo modo riescono a portarsi a casa il pezzo di pane.

[Articolo collegato alla mostra “Sguardi” che si è svolta a Serri (Sud Sardegna) a partire dal 29 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni “scatti” del fotografo Pier Paolo Fusciani. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

Paper Gardens: la personale di Giorgio Coen Cagli allo Studio Co-Co

É ancora visitabile fino al 13 gennaio presso lo Studio Co-Co di Roma Paper Gardens, personale del giovane fotografo romano Giorgio Coen Cagli a cura di Giorgia Noto.

Inaugurata lo scorso dicembre nell’ambito delle Passeggiate Fotografiche Romane, tre giorni dedicata alla fotografia organizzata dal Ministero dei Beni Culturali, la mostra espone 10 scatti inediti dell’artista. Si tratta di fotografie appartenenti ad una serie ancora in evoluzione che l’artista porta avanti da circa un anno, dedicata alla scoperta di luoghi al confine tra naturale e antropizzato. I soggetti delle foto sono infatti luoghi abbandonati, rovine architettoniche di cui la natura ha ripreso possesso. Sono luoghi volutamente non specificati, dominati dal silenzio e in cui la figura umana è sempre totalmente assente, ma ne rimane l’eco attraverso i resti degli insediamenti dismessi. Non c’è però un intento ambientalista dietro la serie, nessuna volontà critica di creare dibattito, ma uno scopo puramente estetico, semplice attrazione per il fascino decadente della rovina e dell’abbandono. La natura dei paesaggi rappresentati, unita al bianco e nero e all’assenza di figure umane dona alle fotografie un’atmosfera surreale alla Eugène Atget.

La peculiarità della mostra è la stampa su carta washi, una carta inusuale di tradizione giapponese, che usata come supporto fotografico enfatizza la sua texture ed esalta i grigi. La forte attenzione alla carta e alla stampa alla base dell’esposizione è dovuta al luogo che la ospita, non una semplice galleria ma uno studio di progettazione grafica e arti applicate che si occupa principalmente di comunicazione visiva, design editoriale e web design. Per la stessa ragione la mostra è anche accompagnata da un pacchetto editoriale realizzato dallo studio in una edizione limitata di 30 copie, contenente tre fotografie del progetto, degli adesivi e i testi di Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese e Giorgia Noto.

Altra peculiarità è la modalità di esposizione dei lavori. Sono infatti esposti in Light boxes progettate appositamente dallo studio, realizzate in cartone (per rimanere in tema cartaceo) e motivo per il quale la mostra è visitabile solo di pomeriggio, dal tramonto in poi.

 

 

Fino al 13 gennaio

Studio Co-Co

Via Ruggero d’Altavilla, 10 – Roma

 

www.co-co.it

 

 

Asinara. Marco Delogu

La Fondazione di Sardegna presenta un progetto di arte contemporanea, condivisa in Sardegna.

Si tratta di un percorso progettuale volto alla valorizzazione di mostre dedicate alla storia dell’arte sarda, diffusa su tutto il territorio. Al centro del lavoro c’è il viaggio dell’artista sardo, alla scoperta dell’Asinara, isola nell’isola, colta nella sua identità più profonda attraverso gli scatti di Marco Delogu.

E’ possibile visitare la mostra fotografica fino al 28 febbraio 2018.

La natura e la storia dell’Asinara sono dunque raccontate attraverso le immagini e le parole dell’artista in grado di ricreare con scatti offuscati le suggestioni di un ambiente misterioso, segnato da un vissuto ricco di contraddizioni. L’approccio visivo dell’isola si distingue da una natura libera e incontaminata, una metamorfosi dell’umanità, in grado di paralizzare lo spettatore.

Le foto sono un percorso di molti tormenti passati che hanno condizionato la vita dell’autore. Una serie d’immagini leggermente mosse hanno il piacere di comunicare una sublime bellezza. Con le sue fotografie raggiunge un punto d’incontro, dove le tensioni estreme sono sospese nell’aria.
Le figure e i contorni si spogliano del loro significato da diventare meravigliosamente anonime. Le fotografie sono un’eterna bellezza della vita dell’artista, il bello e il sublime di un’estetica ormai dimenticata. La bellezza e il male dell’isola non sono eliminati ma conciliati nel loro insieme, come parte di una stessa essenza.

L’intensità della mostra permette a quelle forme di risplendere miracolosamente nell’oscurità.

La storia annullata con l’ambiente geografico dell’isola da un tenue e delicato bagliore che disegna appena il profilo delle cose, non corrisponde più al racconto della natura. Un mare di luci, un barlume di colori si creano nella pupilla dell’occhio, creando un gioco di luci e colori, dove il tumulto e le vibrazioni della vita si sono assottigliati non legati più a un evento o luogo straordinario, ma solo il ricordo di un piacevole viaggio. Le immagini create da Delogu si rivelano invece come una scenografia poetica dove i ricordi dolorosi in contrasto con la bellezza e liberta fiabesca.

La mostra è visitabile alla Fondazione di Sardegna
Via San Salvatore da Horta
Dalle 10:00 alle 20:00
Ingresso libero

Between Darkness and Light. Selected Works: South Africa 1994 – 2010. Jodi Bieber

Fondazione Carispezia inaugurerà sabato 2 dicembre la mostra personale di Jodi Bieber dal titolo Between Darkness and Light. Selected Works: South Africa 1994 – 2010, terza tappa del percorso dedicato alla fotografia contemporanea inaugurato dalla Fondazione nel 2015. L’esposizione a cura di Filippo Maggia è la prima grande personale in Italia della fotografa sudafricana, vincitrice nel 2011 del World Press Photo con il celebre ritratto di Bibi Aisha, giovane donna afghana con il volto sfigurato. L’artista sarà presente a La Spezia in occasione dell’apertura della mostra.

Jodi Bieber (Johannesburg 1966) è da numerosi anni una delle autrici di spicco della fotografia sudafricana, scuola che vanta lunghe tradizioni e importanti fotografi contemporanei come David Goldblatt, Santu Mofokeng, Zanele Muholi, Pieter Hugo, Guy Tillim. La mostra – che resterà aperta al pubblico fino al 4 marzo 2018 negli spazi espositivi della Fondazione – presenta 4 serie complete fra le più rilevanti dell’intera produzione di Bieber: Between dogs & wolves – Growing up with South Africa, Going home -Illegality and Repatriation, Women who murdered their husbands e Soweto. Una raccolta di oltre 100 fotografie in bianco e nero e a colori che tracciano la storia recente del Sudafrica. Dalla fine dell’apartheid sino quasi ai nostri giorni, le immagini di Bieber raccontano un paese in pieno sviluppo economico, riferimento per molte altre nazioni africane, ma ancora lacerato da vecchi conflitti sociali e da nuove tensioni derivanti proprio dalla modernità che avanza.

La serie Between dogs & wolves – Growing up with South Africa è il risultato di un lavoro durato dieci anni – iniziato nel 1994 all’indomani delle prime elezioni democratiche del paese – e realizzato all’interno delle comunità più povere dei sobborghi di Johannesburg. Le immagini di Bieber ci trasportano nel mondo delle giovani generazioni cresciute ai margini della società sudafricana, un mondo segnato da sogni e fallimenti, dominato dalle gang, dove i bambini convivono con l’HIV/Aids e dove le prostitute cambiano le tariffe in base al colore della pelle dei clienti. Un racconto sulla perdita dell’innocenza e sull’istinto di sopravvivenza, che diviene metafora della battaglia che lo stesso Sudafrica ha combattuto per decenni.

Nelle fotografie in bianco e nero che compongono la serie Going home – Illegality and Repatriation, vincitrice del Premio dell’Unione Europea per la fotografia documentaria, Bieber ha rappresentato il periodo immediatamente successivo alle terribili inondazioni che nel 2000 devastarono il Mozambico e che coincisero, nel vicino Sudafrica, con l’operazione Crackdown messa in atto dalla polizia per diminuire il tasso di criminalità nel paese. Per le persone ritratte – rinchiuse nei centri in attesa di essere rimpatriate o nei treni che le riportano al loro paese di origine, in una sorta di stato di transizione senza fine – attraversare i confini non rappresenta un semplice sogno, ma un atto dettato dal bisogno che si trasforma in un inutile e doloroso calvario.

Tra i lavori in mostra a La Spezia anche Women who murdered their husbands, una serie in cui emerge in maniera particolarmente evidente quella predisposizione di Bieber a stabilire rapporti forti e sinceri con i luoghi e le persone che racconta, che attraversa tutta la sua produzione. Le fotografie, realizzate all’interno della prigione femminile di Johannesburg, ritraggono alcune donne condannate per aver ucciso, molto spesso per legittima difesa, i loro mariti o compagni.

Soweto è, invece, una serie inaugurata da Bieber nel 2009 e dedicata alla celebrazione della vita nell’omonima area urbana della città di Johannesburg. Grazie al ruolo fondamentale svolto nella storia della lotta all’apartheid, Soweto oggi incarna, forse più di qualunque altro luogo, la lotta del Sudafrica per la libertà e rappresenta uno dei centri nodali del percorso di costruzione di una consapevolezza collettiva. Ma da Soweto provengono anche molte delle espressioni artistiche e culturali nelle quali si riconoscono le giovani generazioni: al di là delle grandi narrazioni, in questo luogo per sua natura vitale e cosmopolita c’è – e c’è sempre stato – un proliferare di espressioni artistiche, tra danza, arte, moda. Le immagini di Bieber raccontano questa realtà in fermento dove – qui come altrove – gli abitanti del Sudafrica reinventano in continuazione se stessi e il proprio spazio urbano.

La mostra Between Darkness and Light. Selected Works: South Africa 1994 – 2010 è accompagnata da un catalogo edito da Skira che contiene tutte le opere in esposizione e una conversazione fra Jodi Bieber e Filippo Maggia.

 

 

Dal 02 Dicembre 2017 al 04 Marzo 2018

LA SPEZIA

LUOGO: Fondazione Carispezia

CURATORI: Filippo Maggia

ENTI PROMOTORI:

  • Fondazione Carispezia

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0187 772335

E-MAIL INFO: feis@fondazionecarispezia.it

SITO UFFICIALE: http://www.fondazionecarispezia.it

Inaugurazione sabato 2 dicembre 2017 ore 17.30

Orari di apertura:
dal lunedì al venerdì 16.30-19.30; sabato e domenica 10.30-13 e 16.30-19.30; chiuso 25 dicembre 2017