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Biennale Foto Industria 2019 di Bologna

Dal 24 ottobre al 24 novembre 2019 torna la spettacolare Biennale Foto Industria 2019 di Bologna, la prima Biennale al mondo dedicata alla fotografia dell’Industria e del Lavoro, giunta alla sua quarta edizione con il titolo TECNOSFERA: L’UOMO E IL COSTRUIRE.

Si tratta di una manifestazione a valenza nazionale e internazionale, organizzata da Fondazione MAST con dieci mostre aperte gratuitamente in musei e palazzi del centro storico.

L’undicesima mostra  è al MAST, dove prosegue sino al 5 gennaio, visto il grande successo di pubblico e stampa, Anthropocenea cura di Sophie Hackett, Andrea Kunard e Urs Stahel, che indaga l’impatto dell’uomo sul pianeta attraverso le straordinarie immagini di Edward Burtynsky, i filmati di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier e le esperienze immersive di realtà aumentata.

Celebri protagonisti della storia della fotografia come Albert Renger-Patzsch e André Kertész, le cui immagini fanno ormai parte di un patrimonio iconico condiviso, saranno al fianco di grandi artisti contemporanei, italiani e internazionali come Luigi Ghirri, Lisetta Carmi, Armin Linke e David Claerbout e giovani autori affermati sulla scena internazionale come Matthieu Gafsou, Stephanie Syjuco, Yosuke Bandai e Delio Jasse, alternando tecniche che vanno dagli usi più puri e tradizionali della fotografia alle sperimentazioni  più innovative.

Protagonista di Foto/industria 2019 è il tema del costruire: un‘azione cruciale, intimamente radicata nella natura della specie umana che viene qui esplorata a tutto tondo, dalle sue radici storiche e filosofiche agli inevitabili risvolti scientifici. Dalle città alle industrie, dalle reti energetiche a quelle infrastrutturali, dai sistemi di comunicazione alle reti digitali, la Biennale intende indagare il complesso sistema dinamico del fare che caratterizza la presenza dell’uomo sul pianeta.

La Biennale ha quest’anno un nuovo direttore: Francesco Zanot, curatore di importanti mostre tra cui Give Me Yesterday e Stefano Graziani: Questioning Pictures alla Fondazione Prada Osservatorio di Milano, saggista di monografie dedicate a grandi fotografi e Direttore del Master in Fotografia di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, Milano.

 

 

Bologna

Fino al 24 novembre

Vivian Maier, The Self-portrait and its Double

Dal 20 luglio al 22 settembre 2019 il Magazzino delle Idee a Trieste presenta, per la prima volta in Italia, la mostra Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double, a cura di Anne Morin, realizzata e organizzata dall’Ente per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con diChroma photographyMadrid, John Maloof Collection e Howard Greenberg Gallery New York.

70 autoritratti, di cui 59 in bianco e nero e 11 a colori, questi ultimi mai esposti prima d’ora sul territorio italiano, raccontano la celebre fotografa attraverso i suoi autoritratti scattati quando ancora, da sconosciuta bambinaia, passava il tempo a fotografare senza la consapevolezza di essere destinata a diventare una vera e propria icona della storia della fotografia.

Nel suo lavoro ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di sconosciuti, il mondo dei bambini – il suo universo per così tanto tempo – e anche una predilezione per gli autoritratti, che abbondano nella produzione di Vivian Maier attraverso una moltitudine di forme e variazioni, al punto da essere quasi un linguaggio all’interno del suo linguaggio. Un dualismo.

L’interesse di Vivian Maier per l’autoritratto era più che altro una disperata ricerca della sua identità. Ridotta all’invisibilità, ad una sorta di inesistenza a causa dello status sociale, si mise a produrre prove inconfutabili della sua presenza in un mondo che sembrava non avere un posto per lei.

Il suo riflesso in uno specchio, la sua ombra che si estende a terra, o il contorno della sua figura: come in un lungo gioco a nascondino, tra ombre e riflessi, in mostra ogni autoritratto di Vivian Maier è un’affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento. Caratteristica ricorrente è l’ombra, diventata una firma inconfondibile nei suoi autoritratti. La sua silhouette, la cui caratteristica principale è il suo attaccamento al corpo, quel duplicato del corpo in negativo “scolpito dalla realtà”, ha la capacità di rendere presente ciò che è assente.

L’intenzione dell’esposizione – che ripercorre l’incredibile produzione di una fotografa che per tutta la vita non si è mai considerata tale, e che, anzi, nel mondo è sempre passata inosservata – è proprio quello di rendere omaggio a questa straordinaria artista, capace non solo di appropriarsi del linguaggio visivo della sua epoca, ma di farlo con uno sguardo sottile e un punto di vista acuto.

Una storia straordinaria. Vivian Maier (1926 – 2009) ha lavorato come bambinaia per 40 anni, a partire dai primi anni Cinquanta e per quattro decenni, a New York e a Chicago poi. Nel suo tempo libero, fotografava la strada, le persone, gli oggetti, i paesaggi; ritraeva tutto ciò che le destava sorpresa, che trovava inaspettato nel suo vivere quotidiano; catturando l’attimo raccontava la bellezza dell’ordinario, scovando le fratture impercettibili e le inflessioni sfuggenti della realtà nella quotidianità che la circondava.

Ha trascorso tutta la sua vita nell’anonimato fino al 2007, quando il suo corpus fotografico è venuto alla luce. Un lavoro immenso, composto da più di 150.000 negativi, super 8 e 16mm film, diverse registrazioni audio, alcune fotografie e centinaia di rullini non sviluppati, scoperto da un giovane immobiliarista, John Maloof. Grazie a lui il lavoro di Vivian Maier è venuto allo scoperto lentamente, da bauli, cassetti, dai luoghi più impensati, e la sua opera fotografica è stata resa nota in tutto il mondo.

Scattare ritratti era per Vivian Maier una necessità: il modo con cui definiva la propria posizione nel mondo, e quello con cui provava a restituire l’ordine delle cose. Quando i protagonisti dei ritratti erano poveri, lasciava loro una legittima distanza; quando invece appartenevano all’alta società metteva in atto azioni di disturbo facendo in modo che nello scatto risultassero infastiditi. La Maier aveva due facce: quella che accettava la propria condizione, e quella che invece la combatteva cercando di essere qualcun altro.

Ciò che sorprende nella storia di Vivian Maier – afferma Anne Morin, curatrice della mostra – è come questa donna da una parte accetti la sua condizione di bambinaia e, allo stesso tempo, trovi invece la sua libertà nell’essere qualcun altro, la fotografa di strada Vivian Maier; questo dualismo, generato dallo scontro tra le due anime, ha dato vita a una vicenda senza paragoni nella storia della fotografia, che in questa mostra viene raccontata per la prima volta in Italia attraverso i ritratti dell’autrice”.

Il colore. Inedito nel percorso espositivo il nucleo di immagini a colori. Per Vivian Maier, il passaggio al colore è stato accompagnato da un cambiamento dovuto all’utilizzo di una Leica all’inizio degli anni settanta. La fotocamera è leggera, facile da portare: le foto sono riprese direttamente a livello dell’occhio, a differenza della Rolleiflex che usava prima. Vivian Maier è così in grado di raccogliere il contatto visivo con gli altri e fotografare il mondo nella sua realtà colorata. Il suo lavoro a colori rimane singolare, libero e anche giocoso. Esplora le caratteristiche specifiche del linguaggio cromatico con una certa casualità, elabora il proprio vocabolario, ma soprattutto si diverte con il reale: sottolineando stridenti dettagli di colore, mostrando le discrepanze multicolore della moda o giocando con brillanti contrappunti.

Filmati SUPER 8 mm. Accompagna gli scatti fotografici in mostra una serie di filmati in super 8mm realizzati dalla stessa Vivian Maier, che ci permettono di seguire il movimento dell’occhio dell’artista. Nel 1960 inizia infatti a filmare scene di strada, eventi e luoghi. Il suo approccio cinematografico è strettamente legato al suo linguaggio da fotografa: è una questione di esperienza visiva, di un’osservazione discreta e silenziosa del mondo che la circonda. Non c’è narrazione, nessun movimento della macchina (l’unico movimento cinematografico è quello della carrozza o della metropolitana in cui si trova). Vivian Maier filma quello che la porta all’immagine fotografica: osserva, si ferma intuitivamente su un soggetto e lo segue. Ingrandisce con la lente per avvicinarsi senza avvicinarsi e concentrarsi su un atteggiamento o un dettaglio (come le gambe e le mani di individui in mezzo alla folla). Il film è sia una documentazione (un uomo mentre viene arrestato dalla polizia, oppure i danni causati da un tornado) sia un oggetto di contemplazione (la strana processione di pecore ai mattatoi di Chicago).

 

Dal 19 Luglio 2019 al 22 Settembre 2019

Trieste

Luogo: Magazzino delle Idee

Indirizzo: corso Cavour 2

Orari: martedì a domenica 10-20; lunedì chiuso. Aperture straordinarie: 15 agosto

Curatori: Anne Morin

Enti promotori:

  • Ente per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia

Telefono per informazioni: +39 040 3774783

E-Mail info: info@magazzinodelleidee.it

Sito ufficiale: http://www.magazzinodelleidee.it

Esposizione Collettiva di Fotografia

Dal 15 al 30 giugno si svolge nelle sale del Castello San Michele di Cagliari, l’Esposizione collettiva di fotografia dei corsi annuali della Scuola d’Arte Fotografica dello studio Fine Art, tenuti da Michelangelo Sardo, organizzata con la collaborazione del Consorzio Camù

In mostra una serie di opere fotografiche di Andrea Aversano, Rita Bacchiddu, Letizia Bruni, Alessandro Carrus, Maria Luisa Ciccu, Roberto Mulas, Silvania Piras, Dino Pistillo e Simone Porrà.

Ogni artista presenta un progetto individuale, realizzato in piena libertà formale e espressiva, attraverso il quale ci conduce lungo la propria ricerca, indagando ora percorsi inattesi, ora i piani più classici del linguaggio fotografico; la maggiore parte degli allievi ha voluto seguire il canovaccio minimo di un comune denominatore piegato lungo i percorsi del sogno, della memoria, della condizione umana in una lettura intimista ma non mancano forme di espressione più leggere.

I lavori sono maggiormente improntati al linguaggio del bianco e nero, che continua ad apparire indifferente alle insidie delle ultime tecnologie, con escursioni nell’indagine del linguaggio meno scontato del colore nel controllo completo della luce, dalla figura allo still life al paesaggio; le opere in esposizione sono realizzate nella conoscenza della evoluzione del linguaggio in questo campo e spaziano sui temi classici della fotografia.

La libertà di linguaggio che caratterizza la presente collettiva permette ai singoli artisti di esprimere diverse tecniche e linguaggi nell’uso consapevole dei mezzi propri e consolidati dell’espressione fotografica.

I progetti sono concepiti personalmente e ognuno rispecchia il percorso e la personalità di ogni artista.

La comunicazione, ambito naturale del linguaggio fotografico (che mantiene comunque una dimensione propria e colta), sembra oggi costituita esclusivamente di immagine ma nel contempo sembra essersi di questa disinteressata. L’immagine proposta oggi è in apparenza facile, immediata, alla portata di tutti: gli ultimi apparecchi sembrano quasi saper guardare e scattare autonomamente; è qui che la scuola indica una strada per distinguere il linguaggio specifico della fotografia, in cui l’espressione traspaia forte e intenzionale nella faticosa e selettiva ricerca di un linguaggio quanto mai alto e essenziale, senza per questo rimanere prigioniero di forme classiche o criptiche e per essere pienamente fruibile nella sua austerità e, allo stesso modo, novità e leggerezza.

Cagliari

Castello di San Michele

La mostra è visitabile secondo i seguenti orari: dal martedì alla domenica dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00. Chiuso il lunedì.

 

Divine Bovine. Mostra fotografica di Toni Meneguzzo

Ha inaugurato lo scorso 14 maggio presso l’Howtan Space di Roma la mostra fotografica di Toni Meneguzzo dal titolo Divine Bovine, a cura di Antonella Scaramuzzino e Fulvio Ravagnani, che vede protagoniste dei grandi ritratti esposti una serie di coloratissime mucche indiane.

Le 65 fotografie (che misurano 2 metri per 2) sono il frutto di un’interessante e personale ricerca dell’artista, che ha viaggiato dal 2008 al 2013 per le regioni dell’India immortalando questi animali, considerati come esseri sacri, alla stregua di divinità, protagonisti di una tradizione antichissima mantenuta nel tempo dalle popolazioni locali, che oggi sta però rischiando di scomparire. In occasione del raccolto infatti le mucche vengono donate al tempio dagli abitanti in segno di ringraziamento, adornate con paramenti e fiori e dipinte con colori brillanti e vivaci, per celebrare la fertilità e porgere un dono al cielo.

Le foto diventano potenti icone, dal sapore rurale e al contempo quasi magico, grazie anche al lavoro di ritaglio dello sfondo eseguito da Meneguzzo, che ha tolto i paesaggi agresti per lasciare un campo bianco, che toglie qualsiasi riferimento spazio-temporale rendendole idoli naturali, dall’aspetto saggio e protettivo.

La ricerca di Toni Meneguzzo, classe 1949, fotografo da quattro decadi, ha spaziato in vari campi, dalla moda, fino ad arrivare al design e all’architettura; Divine Bovine è invece un vero proprio reportage etno-antropologico, oltre che religioso, che offre allo spettatore uno spaccato legato a un mondo lontano ed affascinante.

Completa la mostra un video di backstage che illustra gli anni di viaggio e ricerca vissuti dall’artista che hanno reso possibile questo progetto di mostra.

HOWTAN SPACE

dal 14 maggio al 27 giugno 2019

Via dell’Arco de’ Ginnasi, 5 – Roma

Lunedi’ – Venerdì ore 12:00 – 19:00 Sabato e Domenica Chiuso

Eve Arnold. Tutto sulle donne – All about women

Che si tratti delle donne afroamericane del ghetto di Harlem, dell’iconica Marylin Monroe, di Marlene Dietrich o delle donne nell’Afghanistan del 1969, poco cambia. L’intensità e la potenza espressiva degli scatti di Eve Arnold raggiungono sempre livelli di straordinarietà. La fotografa americana ha sempre messo la sua sensibilità femminile al servizio di un mestiere troppo a lungo precluso alle donne e al quale ha saputo dare un valore aggiunto del tutto personale.
A questa intensa interprete dell’arte della fotografia, la Casa-Museo Villa Bassi, nel cuore di Abano Terme, dedica un’a ampia retrospettiva, interamente centrata sui suoi celebri ed originali ritratti femminili. Quella proposta in Villa Bassi dal Comune di Abano Terme e da Suasez, con la curatela di Marco Minuz, è la prima retrospettiva italiana su questo tema dedicata alla grande fotografa statunitense.
Eve Arnold, nata Cohen, figlia di un rabbino emigrato dalla Russia in America, contende ad Inge Morath il primato di prima fotografa donna ad essere entrata a far parte della Magnum. Furono infatti loro due le prime fotografe ad essere ammesse a pieno titolo nell’agenzia parigina fondata da Robert Capa nel 1947. Un’agenzia prima di loro, riservata a solo grandi fotografi uomini come Henri Cartier Bresson o Werner Bischof.
Ed è un caso fortunato che le due prime donne di Magnum siano protagoniste di altrettante retrospettive parallele in Italia entrambe promosse per iniziativa di Suazes: la Morath a Treviso, in Casa dei Carraresi, e ora la Arnold ad Abano Terme in questa mostra.
A chiamare Eve Arnold In Magnum fu, nel 1951, Henri Cartier -Bresson, colpito dagli scatti newyorkesi della fotografa. Erano le immagini di sfilate nel quartiere afroamericano di Harlem, a New York. Quelle stesse immagini rifiutate in America per essere troppo “scandalose”, vennero pubblicate dalla rivista inglese Picture Post.
Nel 1952 insieme alla famiglia Eve Arnold si trasferisce a Long Island, dove realizza uno dei reportage più toccanti della sua carriera: “A baby’s first five minutes”, raccontando i primi cinque minuti di vita dei piccoli nati al Mother Hospital di Port Jefferson. Nel 1956 si reca con un amica psicologa ad Haiti per documentare i segreti delle pratiche Woodoo.
Chiamata a sostituire il fotografo Ernst Haas per un reportage su Marlene Dietrich, inizia la frequentazione con le celebreties di Hollywood e con lo star system americano. Nel 1950 l’incontro con Marylin Monroe, inizio di un profondo sodalizio che fu interrotto solo dalla morte dell’attrice. Per il suo obiettivo Joan Crawford svela i segreti della sua magica bellezza. Nel 1960 documenta le riprese del celebre film ”The Misfits”, “Gli spostati”, con Marylin Monroe e Clark Gable, alla regia John Houston e alla sceneggiatura il marito dell’epoca di Marylin Arthur Miller.
Trasferitasi a Londra nel 1962, Eve Arnold continua a lavorare con e per le stelle del cinema, ma si dedica anche ai reportage di viaggio: in molti Paesi del Medio ed Estremo Oriente tra cui Afghanistan, Cina e Mongolia.
Fra il 1969 e il 1971 realizza il progetto “Dietro al velo”, che diventa anche un documentario, testimonianza della condizione della donna in Medio Oriente.
«Paradossalmente penso che il fotografo debba essere un dilettante nel cuore, qualcuno che ama il mestiere. Deve avere una costituzione sana, uno stomaco forte, una volontà distinta, riflessi pronti e un senso di avventura. Ed essere pronto a correre dei rischi.» Così Eve Arnold definisce la figura del fotografo. Benché il suo lavoro sia testimonianza di una lotta per uscire dalla definizione limitante di “fotografa donna”, la sua fortuna fu proprio quella capacità di farsi interprete della femminilità, come “donna fra le donne”.

Dal 17 Maggio 2019 al 08 Dicembre 2019

Abano Terme | Padova

Luogo: Casa-Museo Villa Bassi

Indirizzo: via Appia Monterosso 52

Curatori: Marco Minuz

Enti promotori:

Comune di Abano Terme

Suasez

World Press Photo 2019

E’ in corso presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma la 64° edizione del World Press Photo, il prestigioso premio annuale dedicato al fotogiornalismo mondiale, ideato dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam.
La mostra, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography, e promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, raccoglie gli scatti che meglio hanno saputo rappresentare le diverse categorie (sport, natura, attualità, ritratti, reportage), selezionate tra ben 4,783 fotografi provenienti da 129 paesi diversi, per totale di 78,801 immagini scelte da una giuria indipendente presieduta da Whitney C. Johnson, vicepresidente Visuals e Immersive Experiences presso il National Geographic.
In termini di fotogiornalismo e non solo il tema più rilevante dell’anno, quello che ha fatto più discutere, è stato senza dubbio quello dell’immigrazione, specialmente quella che si spinge dal Messico e da alcuni paesi del Sud America verso gli Stati Uniti. La foto dell’anno 2019 è infatti è lo scatto del fotografo John Moore dal titolo Crying Girl on the Border, che ci mostra la reazione disperata della piccola Yanela Sánchez che, partita dall’Honduras con la madre, viene fermata con la madre dalla polizia alla frontiera con gli Stati Uniti nel giugno dello scorso anno; l’immagine, fortemente iconica, commuove e torna a far discutere sulle rigide politiche applicate dal Presidente Donald Trump al fine di porre un freno all’immigrazione clandestina, con procedure molto discutibili riguardanti ad esempio la separazione tra genitori e figli (in molti casi parliamo di bambini di età inferiore ai 6 anni). Anche The Migrant Caravan, Press Photo Story of the Year, tocca lo stesso tema: l’autore, Pieter Ten Hoopen, immortala un gruppo di persone che corre verso un camion che si è fermato per dare loro un passaggio dal Messico agli Stati Uniti.
Immagini, volti, guerre, ritratti, attimi di vita vissuta: sono lo specchio di realtà spesso molto lontane da noi, a volte sconosciute, ma non per questo meno importanti; il World Press Photo si riconferma indispensabile mezzo di conoscenza oltre che fonte di nuovo valore dato al giornalismo di reportage, che vede l’occhio del fotografo spingersi oltre i consueti confini per offrire allo spettatore uno spaccato della vastità del mondo che ci circonda, con le sue atrocità ma anche con la sua grandissima bellezza.

Palazzo delle Esposizioni
Dal 25 aprile al 26 maggio 2019
Via Nazionale, Roma
Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00
Venerdì e sabato dalle ore 10.00 alle ore 22.30 – Lunedì chiuso.
www.palazzoesposizioni.it

Exposition «Andy Summers. Une certaine étrangeté» | Pavillon Populaire – Montpellier

Al Pavillon Populaire, in pieno centro storico della bella città di Montpellier, è presente fino al 14 Aprile una mostra fotografica realizzata dal chitarrista del gruppo inglese The Police, il famoso Andy Summers, artista completo che ha condiviso la sua vita fra strumento a corde e macchina fotografica.
Fu nel ‘79 che Andy Summers scoprì la fotografia, in un’intervista sua (disponibile nel video della mostra) che descrive questo momento, quando annoiato in una camera d’albergo a New York, dopo concerti consecutivi, prese coscienza del bisogno di occuparsi una volta che la frenesia dei concerti fosse finita. Gli venne così l’idea di comprare una macchina fotografica.
La mostra, condivisa in due parti, espone al piano superiore del palazzo il periodo degli anni di successo del gruppo The Police fra il 1977 e il 1982, al piano terra, invece viaggiamo attraverso le varie città e capitali che l’artista ha visitato negli anni successivi alla separazione del gruppo. Durante il percorso, il nostro occhio può percepire, attraverso le varie immagini, il rallento del movimento, la sua ricerca col tempo della precisione, risultato dovuto molto probabilmente a una certa maturità e alla fine del ritmo indiavolato e rock’n’roll dei tour che facevano attraverso il mondo.
Gli altri membri, Sting e Stewart Copeland sono più volte presenti, come le numerose camere di albergo, le groupie e tante donne nude. Degli accordi di chitarra in fondo sonore ricordano l’importanza della musica per l’artista. Andy Summers spiegò come la musica e la fotografia sono per lui legate, «cercavo un equivalente fotografico alla creazione musicale».
La mostra gratuita visibile fino a metà Aprile 2019 è fatta per chi è amante di musica e di fotografia, facendo del Pavillon Populaire il posto giusto da visitare. Andy Summers regala ai nostri occhi un suo stile ispirato dai più grandi nomi dell’arte fotografica (Henri Cartier-Bresson, Brassaï…), ma soprattutto i suoi viaggi e un pezzo dell’intimità della sua vita, il rovescio dello specchio.

Pavillon Populaire. Esplanade Charles de Gaulle — 34000 Montpellier. +33 (0)4 67 66 13 46

Surrealist Lee Miller

Palazzo Pallavicini e ONO arte contemporanea sono lieti di presentare la mostra “Surrealist Lee Miller”, la prima italiana della retrospettiva dedicata ad una delle fotografe più importanti del Novecento.

Lanciata da Condé Nast, sulla copertina di Vogue nel 1927, Lee Miller fin da subito diventa una delle modelle più apprezzate e richieste dalle riviste di moda. Molti i fotografi che la ritraggono – Edward Steichen, George Hoyningen-Huene o Arnold Genthe – e innumerevoli i servizi fotografici di cui è stata protagonista, fino a quando – all’incirca due anni più tardi – la Miller non decide di passare dall’altra parte dell’obiettivo.

Donna caparbia e intraprendente, rimane colpita profondamente dalle immagini del fotografo più importante dell’epoca, Man Ray, che riesce ad incontrare diventandone modella e musa ispiratrice. Ma, cosa più importante, instaura con lui un duraturo sodalizio artistico e professionale che assieme li porterà a sviluppare la tecnica della solarizzazione.

Amica di Picasso, di Ernst, Cocteau, Mirò e di tutta la cerchia dei surrealisti, Miller in questi anni apre a Parigi il suo primo studio diventando nota come ritrattista e fotografa di moda, anche se il nucleo più importante di opere in questo periodo è certamente rappresentato dalle immagini surrealiste, molte delle quali erroneamente attribuite a Man Ray.

A questo corpus appartengono le celebri Nude bent forward, Condome Tanja Ramm under a bell jar, opere presenti in mostra, accanto ad altri celebri scatti che mostrano appieno come il percorso artistico di Lee Miller sia stato, non solo autonomo, ma tecnicamente maturo e concettualmente sofisticato.

Dopo questa prima parentesi formativa, nel 1932 Miller decide di tornare a New York per aprire un nuovo studio fotografico che, nonostante il successo, chiude due anni più tardi quando per seguire il marito – il ricco uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey – si trasferisce al Cairo.

Intraprende lunghi viaggi nel deserto e fotografa villaggi e rovine, iniziando a confrontarsi con la fotografia di reportage, un genere che Lee Miller porta avanti anche negli anni successivi quando, insieme a Roland Penrose – l’artista surrealista che sarebbe diventato il suo secondo marito – viaggia sia nel sud che nell’est europeo.

Poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, lascia l’Egitto per trasferirsi a Londra, ed ignorando gli ordini dall’ambasciata americana di tornare in patria, inizia a lavorare come fotografa freelance per Vogue. Documenta gli incessanti bombardamenti su Londra ma il suo contributo più importante arriverà nel 1944 quando è corrispondente accreditata al seguito delle truppe americane e collaboratrice del fotografo David E. Scherman per le riviste “Life” e “Time”.

Fu lei l’unica fotografa donna a seguire gli alleati durante il D-Day, a documentare le attività al fronte a durante la liberazione. Le sue fotografie ci testimoniano in modo vivido e mai didascalico l’assedio di St. Malo, la Liberazione di Parigi, i combattimenti in Lussemburgo e in Alsazia e, inoltre, la liberazione dei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald. È proprio in questi giorni febbrili che viene fatta la scoperta degli appartamenti di Hitler a Monaco di Baviera ed è qui che scatta quella che probabilmente è la sua fotografia più celebre: l’autoritratto nella vasca da bagno del Führer.

Dopo la guerra Lee Miller ha continuato a scattare per Vogue per altri due anni, occupandosi di moda e celebrità, ma lo stress post traumatico riportato in seguito alla permanenza al fronte contribuì al suo lento ritirarsi dalla scena artistica, anche se il suo apporto alle biografie scritte da Penrose su Picasso, Mirò, Man Ray e Tapiesfu fondamentale, sia come apparato fotografico che aneddotico.

La mostra, organizzata da Palazzo Pallavicini e curata da ONO arte contemporanea, si compone di 101 fotografie che ripercorrono l’intera carriera artistica della fotografa, attraverso quelli che sono i suoi scatti più famosi ed iconici, compresa la sessione realizzata negli appartamenti di Hitler, raramente esposte anche a livello internazionale e mai diffuse a mezzo stampa per l’uso improprio fattone negli anni da gruppi neonazisti.

Dal 14 Marzo 2019 al 09 Giugno 2019

Bologna

Luogo: Palazzo Pallavicini

Indirizzo: via San Felice 24

Orari: da giovedì a domenica 11-20 (ore 19 ultimo ingresso). Chiuso il lunedì, martedì e mercoledì. Aperture straordinarie: 22 e 25 aprile 11-20 (ore 19 ultimo ingresso) 1 maggio 11-20 (ore 19 ultimo ingresso) 2 giugno 11-20 (ore 19 ultimo ingresso)

Enti promotori:

Palazzo Pallavicini

ONO arte contemporanea

Telefono per informazioni: +39 3313471504

E-Mail info: info@palazzopallavicini.com

Sito ufficiale: http://www.palazzopallavicini.com

Davide Bramante | Inedite e ideali

La fotografia di Davide Bramante torna dopo quattro anni in mostra negli spazi della Galleria Anna Marra Contemporanea di Roma con circa venti opere esposte, integrate da una serie di piccole sculture. Si tratti di lavori di archivio e di immagini inedite, frutto delle recenti ricerche dell’artista siciliano, classe 1970, la cui produzione, negli ultimi 20 anni, si è contraddistinta per l’utilizzo della tecnica analogica dell’esposizione multipla in fase di ripresa (ossia la sovrapposizione di più scatti – da quattro a nove – sulla stessa porzione di pellicola).

La galleria Anna Marra diventa quindi filo conduttore delle ricerche passate e presenti di Davide Bramante, attraverso la presentazione delle sue nuove fotografie dedicate alla città di Roma, già protagonisti della prima personale che tenne in questa sede nel 2015.

Il titolo della mostra attualmente in corso ci fornisce una valida chiave di lettura per comprendere al il filo del percorso espositivo: Inedite infatti sono le immagini che ritraggono le città metropolitane di tutto il mondo, che ci appaiono in modo inusuale ed originale grazie alla sovrapposizione dei fotogrammi, in grado di regalarci punti di vista inconsueti, sottolineando scorci o impregnandosi di memorie personali dell’artista.

Ideali sono invece le opere su cui Davide Bramante lavora in modo nuovo, realizzando dei collage fotografici su cui poi interviene a livello pittorico. In questa serie più che gli elementi costruttivi ed urbanistici diventano protagoniste le persone: “Le città diventano Metropoli quando si arricchiscono di nuovi cittadini. Le nuove città ideali diventano tali non soltanto per le architetture, ma quando si mischiano gli stili di vita. Non è la grandezza che rende importante una città, ma quante più storie sono legate ad essa”. I collage esposti fungono inoltre da base per delle sculture ispirate allo Stomachion, un gioco matematico messo a punto da Archimede, qui presentato da Bramante per la prima volta al pubblico.

Accompagna la mostra un testo del filosofo Elio Cappuccio, attualmente presidente del Collegio Siciliano di Filosofia.

Anna Marra Contemporanea
Roma
Via di S. Angelo in Pescheria, 32
Fino al 2 marzo 2019
dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.30 (chiuso i festivi)
www.annamarracontemporanea.com

Sun, and Close Landscapes: Andrea Calabresi in mostra a Roma

Marzo sarà il Mese della fotografia a Roma (MFR19), numerosissime iniziative tra cui mostre, talk, incontri con gli autori e workshop verranno organizzate in tutta la città per omaggiare il mezzo e creare una rete sinergica tra le realtà fotografiche della capitale. Anche la galleria MAC Maja Arte Contemporanea aderisce alla manifestazione, proponendo la mostra Sun, and Close Landscapes, personale del fotografo romano Andrea Calabresi.

Calabresi è fotografo professionista dal 1990. Negli anni si è dedicato sempre più alla sperimentazione delle tecniche di stampa, affiancando all’attività di artista anche quella di insegnante, arrivando ad essere nominato visiting professor alla Syracuse University di New York (per chi avesse voglia di imparare, anche su Internet si possono trovare facilmente suoi tutorial didattici).

Protagonisti della mostra – che inaugurerà il prossimo giovedì 21 febbraio 2019 – saranno due progetti di lunga durata dell’artista: Close Landscape (2001-2009) e The Upper Half (2006-2018).

Close Landscape, di cui saranno esposte sei stampe vintage alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata (formato cm 60×120), è una serie dedicata alla descrizione del paesaggio, in cui campi, vigne, montagne e altri scenari naturali sono trasformati dall’artista in composizioni minimali, in bande orizzontali opposte: bianco e nero, chiaro e scuro, terra e cielo.

The Upper Half, invece, è un progetto che il pubblico della MAC conosce bene. La prima parte della serie, Moon, era già stata esposta infatti in galleria nel 2014 attraverso un’altra personale. Con questa mostra sarà invece presentata per la prima volta al pubblico la seconda parte: Sun. Di questa serie saranno esposte otto fotografie alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata (cm 50×50) e una stampa al pigmento di grande formato (cm 150×190) in edizione unica. Scopo del progetto è quello di esplorare i limiti della visione, indagando le fonti luminose per eccellenza. Protagonisti indiscussi sono accecanti cieli punteggiati di nuvole, che non possono non rimandare alla ricerca di un altro grande fotografo italiano: Luigi Ghirri.

I due progetti, frutto di un lungo percorso creativo, sembrano essere molto legati tra loro. Se nel primo l’artista già manifestava l’idea che cielo e terra fossero ugualmente interessanti ai suoi occhi, nel secondo – sua ideale prosecuzione, anche negli intenti estetici – alza definitivamente lo sguardo per concentrarsi unicamente sulla “parte alta” del mondo, spostando sempre più il suo interesse dal piano terreno a quello cosmico e immateriale.

Interessante in questi progetti è in particolare l’attenzione ai procedimenti di stampa antichi, iscrivibile in una tendenza generale di ritorno alla manualità e artigianalità della fotografia, probabilmente in reazione al bombardamento iconico e alla precarietà delle immagini sempre più forti nel mondo degli smartphone e del digitale.

21 febbraio – 18 marzo 2019
Inaugurazione giovedì 21 febbraio ore 18
MAC Maja Arte Contemporanea
via di Monserrato, 30
Roma

info@majartecontemporanea.com
www.majartecontemporanea.com