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La rivoluzione della visione. Verso il Bauhaus. Moholy-Nagy e i suoi contemporanei ungheresi

A 125 anni dalla nascita di Lazlo Moholy-Nagy la Galleria d’Arte Moderna di Roma dedica al pittore e fotografo ungherese una mostra con dipinti, fotografie e tre film girati dell’artista, esponendo un corpus di opere che copre i primi quarant’anni del ‘900 e che permette di analizzare tutti i passaggi di stile della sua produzione, fino ad arrivare agli esiti più innovativ,i legati all’esperienza della Bauhaus.

Curata da Katalin Nagy T., la mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dall’Accademia d’Ungheria in Roma ed è stata realizzata in collaborazione con il Museo della Fotografia Ungherese di Kecskemét e l’Istituto Luce-Cinecittà, oltre che dal Museo Déri di Debrecen.

Dalle prove espressioniste alle sperimentazioni d’avanguardia, la mostra approfondisce il cammino dell’artista, che trova il suo sviluppo più completo all’interno della Bauhaus di Weimar. Qui lo studio dei meccanismi della visione e dei giochi di luce trova la sua più audace definizione nell’arte fotografica, che lo porta a produrre una serie di immagini ormai iconiche denotate da una modernità impressionante, a metà tra il collage, la grafica pubblicitaria e il fotogramma cinematografico.

Oltre al particolare focus centrato sui lavori di Mohoyl-Nagy, la mostra si allarga ad esplorare l’operato di una serie di artisti appartenenti all’Avanguardia ungherese, includendo nel percorso espositivo la sezione Budapest a Roma. Artisti ungheresi nella Capitale fra le due guerre, che presenta opere appartenenti alla collezione permanente della Galleria d’Arte Moderna.

Completa la mostra l’installazione Ologrammi gotici di Sandòr Vàly, allestita nel giardino del museo, che propone una riflessione sull’influenza della luce nella visione: una serie di scatole vitree, più o meno trasparenti, cela o mostra corpi o oggetti al loro interno. E’ infatti la luce e le sue variazioni a determinare la possibilità conoscitiva dello spazio e della materia: l’effetto ottico contribuisce a svelare piuttosto che a tenere segreta l’immagine o la volontà dell’artista.

Foto autrice

 

Galleria d’Arte Moderna di Roma
Via Francesco Crispi, 24
Fino al 15 marzo 2020
Da martedì a domenica ore 10.00-18.30
www.galleriaartemodernaroma.it

 

Francesco Trombadori. L’essenziale verità delle cose

La Galleria d’Arte Moderna di Roma espone, fino al prossimo febbraio, la mostra monografica su Francesco Trombadori, pittore siciliano di nascita ma romano d’adozione.

Un corpus di 90 opere, che vanno dai dipinti ai disegni, passando per materiale documentario, libri, articoli di giornale, oggetti (molte delle testimonianze cartacee esposte provengono dall’archivio dell’artista situato presso Villa Strohl-Fern Villa, che fu suo studio, oggi Casa Museo), il tutto a corredo di una mostra esaustiva che indaga l’intero suo operato artistico.

Roma fu il centro propulsore della sua arte, fu la città dove visse e partecipò ai circoli culturali più importanti dell’epoca, frequentando importanti salotti letterari ed entrando così a contatto con diverse figure chiave del periodo, sia in campo pittorico ma anche e soprattutto in quello poetico e letterario. Oltre che come pittore infatti, Trombadori lavorò come critico d’arte, scrivendo per diverse testate del settore, che includevano tra i loro collaboratori, come nel caso della rivista Circoli, poeti conosciutissimi come Giuseppe Ungaretti e Eugenio Montale.

La luce, la sua resa trasparente ed avvolgente è il punto dominante della serena pittura di questo artista, che affrontò le diverse correnti che si affacciavano in quegli anni, sperimentandole per passare immediatamente dopo a una ricerca sua personale, intima, che si lascia affascinare dall’effetto luministico, dal dato cromatico, dall’esattezza pittorica che cattura lo sguardo dello spettatore.

Il percorso espositivo propone una corposa quantità di opere, a partire dai paesaggi della terra natia, fino ad arrivare ad una carrellata di splendidi ritratti femminili che strizzano l‘occhio ai dettami del Realismo Magico in voga negli anni ’20, figure perfette nella stesura compatta dei colori, quasi smaltati, fredde e irraggiungibili, talmente esatte da sembrare irreali e proprio per questo stranianti, sono ritratti di donne con nome e cognome chiaramente identificati ma stranamente non collocabili in un contesto temporale o spaziale definito.

Ma sono i paesaggi capitolini che primeggiano; piazze, fontane, monumenti facilmente riconoscibili, scorci entrati ormai nell’immaginario collettivo, non solo in quello dei romani, assumono qui fattezze diverse, punti di vista inusuali, inesattezze topografiche che sconfinano nell’onirico: ciò che conta è la visione del pittore, è come l’immagine si trasfigura nel suo occhio di osservatore attento nelle ore calde di un pigro pomeriggio estivo piuttosto che nella bruma umida del mattino, per poi essere resa sulla tela come un riflesso della memoria, che non ha mai connotati nostalgici o malinconici ma riesce piuttosto a renderne affettuosamente il riverbero attraverso il ricordo.

Galleria d’Arte Moderna di Roma – Via Francesco Crispi, 24 – Roma

Fino all’ 11 febbraio 2018
Dal martedì alla domenica ore 10.00 – 18.30