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A word for each of us

Martedì 17 aprile la galleria Richter Fine Art ospita tre giovani talenti dell’arte pittorica transilvana: Dragoş Bădiţă, Răzvan Botiş e Tincuta Marin, nella seconda collettiva di questa stagione A word for each of us.

In linea con la ricerca che la galleria Richter Fine Art porta avanti attorno al linguaggio della pittura gli artisti romeni della Şcoala de la Cluj mostrano il loro approccio alla pittura contemporanea: fresco, unico, le cui opere riflettono non solo la società odierna, ma un modo singolare di costruire un discorso sulla pittura.

Tutti e tre gli artisti romeni si sono formati nell’Universitatea de Artă și Design din Cluj-Napoca (UAD), che negli ultimi vent’anni è diventata un punto di riferimento internazionale per l’arte contemporanea, soprattutto per la pittura, artisti di livello internazionale come Victor Man (1974), Radu Comșa (1975), Adrian Ghenie (1977), Mircea Cantor (1977), Ciprian Mureşan (1977), Șerban Savu (1978) e Ioana Nemeş (1979) si sono formati nella stessa Accademia.

Come afferma Antonello Tolve nel testo che accompagna la mostra: «Con esperienze di gusto assai diverse, animate tuttavia da uno stesso background il volto di Cluj-Napoca – una vera miniera di pittori di qualità – è fatto oggi di nuove leve dell’arte, di occhi vigili che guardano, che metabolizzano e, între tradiţii şi inovaţii (tra tradizioni e innovazioni), reinventano, arricchendo le immagini di contenuti sempre più aperti. Munita di grande determinazione e tecnica la generazione dei nati tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, presenta infatti un termometro la cui gradazione immaginifica assorbe al suo interno esperienze nazionali e estere, ricerca e di riflessone sulla pittura, luoghi della memoria collettiva e della storia sociale, spazi fisici e metafisici risucchiati spesso nella regione aperta dell’остранение (Šklovskij), di un processo narrativo in cui la realtà viene ribaltata da un punto di vista inconsueto».

Dragoș Bădiță, Răzvan Botiş e Tincuța Marin, il triunvirato radunato in questa mostra che Tommaso Richter dedica alle freschezze della Şcoala de la Cluj, sono campioni che delineano appieno lo scenario plurale di un paese dove la partecipazione collettiva avverte l’importanza della singolarità e dove il manuale e il mentale si intrecciano indissolubilmente per creare piacevoli e accattivanti stordimenti visivi.

Le opere di Dragoş Bădiţă (Horezu, 1987) riflettono sulla natura momentanea dell’esperienza e su come si collega a una più ampia comprensione della realtà, che porta in primo piano il rapporto con la natura, con il corpo, con le persone, con la natura fluttuante del sé, l’inevitabilità della decadenza e della dissoluzione, i limiti della comprensione dei mondi interiori degli altri.

Răzvan Botiş (Brașov, 1984) propone uno spaccato riflessivo senza laccature che ricuce al suo interno strati d’animo differenti: dalla cupezza del capitalismo e della corruzione planetaria all’alienazione dell’uomo contemporaneo, dalla perdita della certezza alla vetrinizzazione sociale, dalle periferie ai residui di una libertà condizionata dal potere.

Infine le opere di Tincuta Marin (Galați, 1995) presentano e incorporano elementi presi dalla street art e dall’espressionismo astratto. L’artista manipola frammenti della realtà, li destruttura e li ricompone per creare combinazioni magiche e dinamiche, completando i collage attraverso le basi del gesto pittorico, della linea, del punto e della forma.

Le sue opere sono piene di magia e immagini oniriche dalla forma alla composizione, alla metamorfosi dei filtri percettivi, ai personaggi deformati, con strani volti atipici.

 

 

Luogo: galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma

Inaugurazione: martedì 17 aprile dalle ore 18.30, ingresso libero

Durata mostra: 17 aprile – 25 maggio 2018

Orari: da mercoledì 18 aprile a venerdì 25 maggio: dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato

Sito internet: http://www.galleriarichter.com/

Email: tommaso.richter.85@gmail.com

Fb account: Galleria Richter Fine Art

Ufficio Stampa:

Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661

email: chiaracgiuliani@gmail.com

Il Mangiarsi Reciproco, doppia personale di Silvia Argiolas e Giuliano Sale

Dal 13 febbraio la galleria Richter Fine Art ospita la doppia personale Il Mangiarsi Reciproco di Silvia Argiolas e Giuliano Sale. I due artisti sardi, per la prima volta in mostra insieme, presentano un percorso di opere inedite ricreando l’atmosfera che si vive quotidianamente nel loro atelier. Vivono e lavorano a Milano da molti anni, sotto lo stesso tetto e nello stesso studio, i cavalletti a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, non si guardano, non si toccano, ma ognuno si riconosce nell’altro.

A dispetto delle apparenze Il Mangiarsi Reciproco non è una mostra di una coppia di artisti, ma un percorso dove il “mascolino” e il “femminino” confermano le loro autenticità in un’identità mutante a seconda delle situazioni, diventando trans.

Domenico Russo, nel testo che accompagna la doppia personale, spiega: «Penso a loro come a un unico essere dotato di doppia pelle, Yin e Yang, notte e giorno, due opposti nello stesso corpo. […] La loro quasi surreale espressività include senza censure la catastrofe sociale in uno schema pulsionale privato altamente erotico che fa di entrambi i capi fila di una “Altra Individualità”, dove la pittura è soprattutto adesione alla personale urgenza comunicativa prima che a una vera e propria attitudine di stile. Il segno che li accomuna si svolge principalmente nel legame con il reale e con i meccanismi indecifrabili attraverso cui questo fa presa su tutti, riuscendo a colmare quell’inadeguatezza attuale dell’arte a esprimere la vacuità della contemporaneità».

I due artisti, che rappresentano benissimo l’attuale pittura italiana, sono difficilmente etichettabili tra le categorie di maniera già definite.

La pittura di Silvia Argiolas è veritiera, con tratti selvaggi ed espressionisti, molto vicina alla bad painting londinese. Il suo mondo è popolato di personaggi colti al limite delle loro ossessioni e manie. A primo impatto il suo segno arrabbiato e punk può sembrare improvvisato, ma è tutto adeguatamente curato e costruito con logica, compiendo una vera e propria indagine sociologica contemporanea. “Dipinti contro le costrizioni culturali, che combattono l’atrofia dell’immaginazione con eccessi dirompenti e bizzosi”.

Mentre Giuliano Sale, con attitudini diverse preleva alcuni ingredienti della sua pittura dalla storia dell’arte, adattandoli alle esigenze contemporanee.

Nel suo linguaggio originale e unico, alterna precisione e gestualità, costruzione e scomposizione, ferocia ed eleganza. Prendendo spunto dalla realtà circostante, da persone, fatti reali ed esperienze, ma anche dalla grande arte del passato interpretata attraverso un procedimento di decontestualizzazione e riadattamento delle immagini a un nuovo tipo di espressività lontana dai canoni di bellezza e armonia classica.

 

 

Luogo: galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma

Inaugurazione: dalle ore 18.30, ingresso libero

Durata mostra: dal 13 febbraio al 24 marzo

Orari: dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato

 

Sito internet: http://www.galleriarichter.com/

Email: tommaso.richter.85@gmail.com

Fb account: Galleria Richter Fine Art

 

Ufficio Stampa:

Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661

email: chiaracgiuliani@gmail.com

Luca Grechi. C’è una volta

La galleria Richter Fine Art inaugura la nuova stagione espositiva, al suo secondo anno di attività, con C’è una volta, la personale di Luca Grechi.

L’artista, classe 1985, che già ha partecipato alla collettiva d’esordio lo scorso ottobre, propone una selezione di dipinti, disegni e installazioni, un esempio di tutti i generi e i supporti utilizzati da Grechi. Le opere sono tutte in relazione tra loro, tra le loro diverse dimensioni e genere in rapporto allo spazio espositivo, ma mai corrispondenti.

C’è una volta è l’evoluzione del mondo pittorico di Luca Grechi, da dove nasce e cosa fa nascere, come afferma l’artista: «Mi piace pensare che ogni opera “c’è una volta”, quella visione, quel momento, quella vibrazione da dove nasce l’idea dev’essere alimentata costantemente, per far sì che la prossima “volta” possa continuare ad essere colta».

L’esposizione è pensata esattamente come sono pensati i disegni dell’artista, senza indecisioni, ogni lavoro, accuratamente scelto, mostra un lato e un tempo del percorso dell’autore, parla da solo, come una sintesi di tutti i lavori che l’hanno preceduto su quello stesso tema e sulla stessa sfumatura di intendere l’arte. La mostra, come sempre allestita su due piani prevede accanto ad una tela di grande formato al piano di sopra, degli oggetti, dei disegni, e una tela di formato più piccolo nello studio; al piano interrato disegni e lavori in legno. Appena entrati una grande colonna bianca e sbilenca su cui poggiano due oggetti cattura l’attenzione del visitatore circondato a destra da una grande tela a tecnica mista e a sinistra da disegni. Il piano interrato invece accoglie una foresta fatta di legno, sculture in silhouette che riproducono la forma di piante e alberi. Una personale che nel suo minimalismo costringe l’osservatore a concentrarsi su ogni singolo pezzo, che a sua volta rappresenta una sfumatura diversa del modo di concepire l’arte di Grechi.

La pittura dell’artista grossetano è caratterizzata da una figurazione al tempo stesso precaria e poetica, con i soggetti – per lo più elementi vegetali e paesaggi naturali – colti in uno stato di sospensione tra definizione ed evanescenza, una volontà di incastrare fra gli strati di materia il mondo interiore dell’artista insieme alla realtà esterna.

Il disegno è una purificazione, un lavoro di tabula rasa, di annientamento del mondo alla ricerca di un segno puro e sintetico; mentre le installazioni sono “cose” trovate, lasciate decantare, trasformate e rivisitate, rese vive di nuovo attraverso assemblaggi, colori in contrasto o empatici. L’oggetto, che in alcuni casi rimane se stesso, riflette il passato, il presente e il futuro aprendosi semplicemente alla contemplazione. Le basi cilindriche e totemiche, nelle varianti cromatiche ed emotive, accolgono nella verticalità gli oggetti posati e diventano monadi, specchi viventi dotati di azione interna e in grado di riflettere una presa di coscienza.

Come afferma Isabella Vitale in dialogo con Francesco Angelucci nel testo che accompagna la mostra: « Le opere di Grechi cambiano sotto i nostri sguardi e le forme che esse evocano portano in sé sia i ricordi dell’artista sia del suo fruitore, secondo l’antico concetto di “empatia” o “simpatica simbolica”. […] Ma il titolo “c’è una volta” vuole appunto sottolineare l’imprescindibile legame con il presente, hic et nunc […] L’arte non può aspettare, ma l’artista deve saper aspettare. Ne nasce una sorta di compromesso, un patto tra arte e artista, che si instaura e si rinnova di continuo attraverso un tacito accordo».

La galleria Richter Fine Art, nata lo scorso ottobre a Roma per volontà di Tommaso Richter, prosegue anche quest’anno la sua attività laboratoriale e di sperimentazione attorno ai linguaggi della pittura e alle possibilità che il mezzo offre, presentando una proposta artistica internazionale.

 

 

Luogo: galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma

Durata mostra: 18 ottobre – 24 novembre

Orari: dal 19 ottobre al 24 novembre 2017: dalle 13.00 alle 19.30 dal martedì al venerdì e il sabato dalle 09.00 alle 20.00.

 

Sito internet: http://www.galleriarichter.com/

Email: tommaso.richter.85@gmail.com

Fb account: Galleria Richter Fine Art

 

 

Zanbagh Lotfi. È stato forse ieri

Dopo la mostra collettiva d’esordio di fine 2016, la galleria Richter Fine Art inaugura la stagione espositiva 2017 con un’esposizione personale – la prima in galleria – della pittrice Zanbagh Lotfi. Artista iraniana nata nel 1976, Lotfi si è formata dapprima a Teheran e successivamente in Italia, presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove vive e lavora.

Il titolo della mostra, È stato forse ieri, prende in prestito una dei passaggi più celebri dell’incipit del libro Lo straniero, pubblicato dal filosofo e scrittore francese Albert Camus nel 1942: la frase sintetizza in maniera incisiva lo stato di smarrimento e di languore che caratterizza il racconto, evocando una memoria che affiora in maniera inesatta, non “fotografica”.

La stessa “temperatura” si ritrova nelle opere di Lotfi: la sua è una pittura densa e potente, dove colore e immagine si contendono lo spazio della tela, dando origine a rappresentazioni vorticose e inquiete. Nel lavoro dell’artista iraniana si fondono autobiografia e storia collettiva, memoria individuale e condivisa; come osserva il critico Christian Caliandro, i lavori recenti di Lotfi costituiscono «un gioiello di comprensione, d’immersione, di compenetrazione di piani, di tempo ritrovato, di memoria ricreata, di gusto riattivato e di frammenti che si fondono e si ricompongono in vita nuova». È stato forse ieri, prima personale di Lotfi a Roma, sarà l’occasione per osservare l’ultima parte della sua produzione artistica, in particolare la serie di dipinti – di diverse dimensioni – Memory Vague, buona parte dei quali realizzati appositamente per la mostra.

L’esposizione è in programma fino al 21 marzo e sarà accompagnata da una pubblicazione con tutti i lavori presenti in mostra e una conversazione tra Christian Caliandro e Saverio Verini sulla poetica di Zanbagh Lotfi.

 

Dal 13 Febbraio 2017 al 21 Marzo 2017

Roma

Inaugurazione: lunedì 13 febbraio 2017 dalle ore 18.30

Luogo della mostra: Galleria Richter Fine Art

Costo del biglietto: ingresso gratuito

E-Mail info: tommaso.richter.85@gmail.com

Sito ufficiale: http://www.galleriarichter.com/