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Lunar black is the new black. Danilo Bucchi al Macro di Roma

C’è tempo fino all’1 ottobre per visitare presso il Macro di Roma Lunar black, la mostra curata da Achille Bonito Oliva e dedicata a Danilo Bucchi.

La mostra, ospitata nella Project Room #2 del museo, è incentrata sulle ultime ricerche dell’artista romano, dedicate in particolare alla ricerca sul nero, o meglio sulla “nerità”, come l’ha definita Bonito Oliva. Le opere di Bucchi, in effetti, sono sempre giocate sui toni del bianco e del nero, che però in questo caso si fanno più assoluti, perdendo i tocchi di colore che le caratterizzavano in passato e orientandosi sempre più verso una totale predominanza di scuri.

Ad essere assenti in queste opere del resto non sono solo i colori, ma anche la profondità, e con essa ogni tentativo di emulazione della realtà esterna. È il gesto pittorico ad esserne infatti protagonista, grazie al quale l’artista, pur passando per una sorta di disegno generato attraverso sgocciolii da Action Painting, costruisce un suo linguaggio specifico e autoriferito.

Poche sono le opere in mostra, ma si sposano perfettamente con lo spazio che le accoglie. L’assoluta bicromia dei lavori di Bucchi si ripete infatti anche nell’ambiente circostante, e nessun altro colore a parte il bianco e il nero è ammesso nella sala. Le luci, inoltre, sottolineano i forti contrasti protagonisti delle opere, e li esaltano. Il linguaggio pittorico delle tele, infine, si trasferisce anche in un intervento site-specific: un murale che si estende sull’intera parete di fondo della sala, e che rispecchiandosi nel pavimento nero lucido crea un suggestivo impatto visivo. Del resto Bucchi non è estraneo a questo genere di interventi, egli ha infatti partecipato recentemente a diversi progetti dedicati alla Street art come forma di rigenerazione urbana, con alcuni dipinti murali di grandi dimensioni quali Il paese dei balocchi (2014), opera realizzata all’interno del MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, Minotauro (2015), creata nell’ambito dell’Emergenze Festival di Catania, e Assolo (2015), parte di Big City Life, progetto di grande successo mediatico e scelto per rappresentare l’Italia alla 15° Mostra interazionale di Architettura di Venezia.

 

 

Fino al 1 ottobre 2017

MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma

Via Nizza, 138

http://www.museomacro.org/mostre_ed_eventi/mostre/danilo_bucchi_lunar_black

http://www.danilobucchi.com/portfolio/lunar-black-2/

Philippe Pasqua, l’artista della vulnerabilità

«Io non voglio dipingere le persone come appaiono. Voglio dipingere le persone come sono». Lucian Freud.

La citazione del pittore Lucian Freud è la chiave di lettura che è stata scelta in questa sede per trattare l’esperienza artistica di un altro pittore e scultore, il francese Philippe Pasqua (1965), il quale operato è chiaramente influenzato dal lavoro di Freud, da Jenny Saville e da Francis Bacon, artisti che non solo possiedono la stessa energia nel tratto creativo, ma che, come Pasqua, hanno condotto un’attenta indagine intorno agli attimi intimi del corpo umano e alle emozioni facciali.

I ritratti di Philippe Pasqua danno all’osservatore la straordinaria sensazione di essere vivi, l’artista rende giustizia a ciò che è vulnerabile ritraendo persone portatrici della sindrome di Down, ciechi e transessuali, ovvero individui che ancora oggi purtroppo sconvolgono la società. Ogni volto rappresentato è il risultato di un continuo conflitto esistente tra ciò che la società tende a tollerare, quindi tra ciò che viene mostrato, e fra ciò che viene represso, ovvero fra quello che gli individui vorrebbero nascondere.

I volti rappresentati da Pasqua, in modo particolare i ritratti realizzati con le vernici, sono ben lontani dalla tendenza artistica secolare del rappresentare i volti così come sono realmente, l’artista non si cimenta nella banale riproduzione reale o per così dire “fotografica” dell’aspetto esterno, Pasqua propone invece una visione psicologica del soggetto, propone al pubblico il carattere fragile dell’uomo, la parte vulnerabile dell’essere umano, ponendo così in luce la debolezza che è celata nell’interiorità umana.

Concentrarsi sulla rappresentazione dei ritratti consente all’artista francese di prestare la massima attenzione al volto del soggetto, non concedendo attenzioni ad altri dettagli per non alterare l’immagine creata. E’ l’energia proposta dalla pittura di Pasqua a conferire carattere all’immagine, il gesto violento ma delicato allo stesso tempo e che conferisce lo stato di shock a chi osserva le opere permette all’interiorità del soggetto preso in esame di emergere in tutto il suo tragico splendore, facendo ricordare all’uomo, a quell’osservatore figlio di una società dominata dalla tecnologia e dal denaro, che esiste un’umanità vulnerabile, che esiste la caducità delle cose terrene.

Sempre alla Vanitas, ossia alla vulnerabilità, Pasqua dedica le sue opere scultoree, consistenti in teschi umani ricoperti, per esempio, di farfalle, simbolo per eccellenza della morte, della fugacità della vita, tematica che tende ad avvicinare l’artista francese all’operato del britannico Damien Hirst e che ancora una volta invita l’essere umano a riflettere sulla temporaneità dei beni materiali e sulla bellezza insita nella brevità della vita.

L’essere umano non è eterno e invincibile, non bisogna celare il suo essere fragile, così Philippe Pasqua propone un’arte indirizzata verso la reale essenza dell’essere vivente, dipinge e scolpisce l’uomo come è realmente, vulnerabile.

 

Il segno gestuale attraverso la corporeità performativa di Tino Sehgal

Immaginate una stanza, gli specchi opachi segnano l’ingresso in uno spazio in cui il protagonista non è lo spettatore, anzi ci si sente quasi a disagio quando davanti agli occhi due corpi si muovono all’unisono sul pavimento della sala uniti da un bacio che s’interrompe solo per qualche breve parola. Azione e gesto si prestano al minimo sforzo e tutto il resto sembra non esistere. È una coreografia? O si tratta, forse, di un momento intimo e privato? È performance! È il gesto intimo e docile di Tino Seghal, ricercatore per eccellenza della performatività in tutte le sue forme. Un’arte fatta di gesti e azioni, a volte difficilmente percettibili, che coinvolgono indirettamente i visitatori, immersi d’improvviso in un mondo diverso e alienante.

L’arte performativa di Tino Sehgal nasce dalla comunione di varie forme di gestualità: intuitive, sospese, in continuo divenire. Così come la sua arte sembra non avere mai una fine reale, così le forme di espressione dei corpi che prendono parte alle azioni dell’artista, non si spiegano mai del tutto. Il gesto, dunque, è per Sehgal la forma di comunicazione d’eccellenza che gli permette di creare frammenti d’arte attraverso altri corpi diversi dal suo. Questa non presenza dell’artista identifica una scelta stilistica molto pensata, che fa della sua arte una forma d’espressione in continuo mutamento. La sua presenza esiste sotto forma di regista e d’interlocutore. Sono, infatti, l’incontro e il dialogo, le due modalità di creazione che permettono a Tino Sehgal di conquistare ogni volta una generale acclamazione.

Si tratta, quindi, non solo di gesto ma di narrazioni intime e private, confidenze tra l’artista e i performer che permettono di creare delle atmosfere celate e sommesse. È un groviglio di pensieri e di emozioni ciò che porta, immancabilmente, a una riflessione postuma che si trascina da un corpo a un altro, in un movimento ostinato e continuo. Tino Seghal come un direttore d’orchestra, mette insieme i frammenti di ogni corpo e li traspone in un’unica musica che ha un senso solo se legata ad altri frammenti.

Un altro aspetto del suo modus operandi è il rifiuto di ogni forma di riproduzione multimediale che tramandi le sue esperienze performative in maniera globale e virale. La riservatezza e l’attenzione dell’artista fanno sì che il pubblico venga chiamato, invogliato a fare un viaggio che esula dalla forma tradizionale di arte e si apre, invece, a nuove forme di visione, creazioni della mente, gesti dell’espressività interiore e narrazione. I racconti che s’intrecciano tra loro tessono una storia che commuove, stranisce e fa pensare attraverso l’esperienza fisica di corpi in continuo dinamismo che raccolgono dei pensieri e li trasformano in arte.

 

Gruppo CoBrA. Gesto e inconscio sulla tela

Se all’improvviso un appassionato d’arte sente le parole della canzone di Donatella Rettore «il cobra non è un serpente…» gli verrà spontaneo sorridere, non per la scelta delle parole utilizzate dalla cantante, ma perché nell’ambito della storia dell’arte contemporanea si annovera, a partire dal 1949, una classe di artisti noti con l’appellativo di gruppo CoBrA.

Copenhagen, Bruxelles e Amsterdam sono le tre capitali nord europee che siglano, con le loro iniziali, il nome del gruppo, sono le città da cui provengono i maestri d’arte che ne fanno parte.

Libertà è la parola d’ordine del gruppo, gli artisti vogliono essere liberi di esprimersi attraverso l’esperienza artistica, desiderano sperimentare linguaggi diretti e intuitivi, quasi primitivi, rivendicando il diritto al piacere edonistico della creatività del gesto, diritto raggiunto tramite un neoespressionismo esasperato della materia pittorica. L’inconscio con le sue sollecitazioni viene portato sulla tela dagli artisti del gruppo, i quali si pongono come ultimi eredi romantici dello Sturm und Drang.

La violenza gestuale, tramutata in odio e disprezzo per la forma, conduce l’arte del gruppo CoBrA verso l’Informale, una tendenza che è possibile osservare nell’arte di Karel Appel, artista che non abbandona l’immagine figurata, quest’ultima caratterizzata da un’impronta di note beffarde e drammatiche. Il grottesco è l’elemento connotante le opere di Asger Jorn, mentre leggiadria ed elementi che ricordano il Surrealismo si riscontrano nell’arte di Pierre Alechinsky. Come nell’informale, la materia è protagonista dell’arte del gruppo nord europeo, nelle opere di Corneille colore e individualità delle forme si uniscono in un perfetto connubio, ove l’osservatore ha la possibilità di cogliere una certa componente simbolica.

Il gruppo CoBrA non si limita a proporre al pubblico dei gesti astratti, privi di forme riconoscibili, questi artisti del nord Europa intendono comunicare uno stato d’animo. Per utilizzare le parole di Alechinsky in riferimento a quanto dichiarato in precedenza «Si tratta di trovare uno stato d’animo, una attitudine dello spirito che permetta di attingere liberamente alle fonti vive dell’Immaginario e del Meraviglioso».

Come per l’Informale, è ancora una volta l’orrore della guerra, del nazismo, a gettare un drappo oscuro sull’interesse e sull’esplorazione dell’inconscio dell’uomo. Se il nazismo aveva dichiarato degenerati i malati di mente, CoBrA appare affascinato dai disegni creati proprio la questi individui dimenticati dalla società, l’arte tribale, la mitologia, la magia norvegese e i monumenti vichinghi sono elementi di ispirazione per l’arte del gruppo. L’uomo, a causa dello shock provocato dall’Olocausto e dalla guerra, viene disumanizzato, ecco perché la figura umana intesa in termini realistici non viene riprodotta dagli artisti del gruppo, è il divenire animale dell’essere umano a prendere forma in questo capitolo dell’arte contemporanea.

 

 

Informel. L’esperienza in Francia e Italia dell’arte senza forma

1951. E’ l’anno in cui il pittore francese Georges Mathieu utilizzò il termine informel (informale) per raggruppare quelle esperienze artistiche varie, aventi in comune la volontà di voler rinunciare a qualsiasi riferimento con il passato, superando ogni tipo di tradizione, figurativa e non.

L’arte informale nasce dal desiderio di abbandonare lo studio riguardante i rapporti fra gli elementi che costituiscono la rappresentazione, preferendo invece il contatto diretto fra la materia e l’artista, elementi fondamentali per la nascita dell’opera d’arte informale.

Le basi dell’arte informale europea furono poste in atto fin dal 1943 da Jean Fautrier con la serie Ostaggi. La materia pittorica è il cuore della ricerca dell’artista francese, il quale ancora non abbandona del tutto la figurazione, infatti, come allude il titolo della serie precedentemente nominata, l’immagine è tenuta in ostaggio dal segno creativo e soprattutto dalla materia senza forma, o informale. Cosa potrebbe aver condotto Fautrier a realizzare delle simili opere? Cosa potrebbero simboleggiare? Senza dubbio è un riferimento all’uomo, all’essere umano che è stato annientato dal dominio tedesco durante la guerra.

Ancora con Jean Dubuffet viene celebrato il trauma della guerra, con il quale la materia viene elaborata fino a ricavare immagini grezze rappresentanti corpi di donne dai lineamenti generici ed essenziali.

La guerra ha annientato l’uomo, fatto crollare città, così l’arte informale vuol far crollare il figurativismo. La forza del gesto, del segno, del colore della materia sono gli elementi che plasmano le opere d’arte informali, così Hans Hartung fa dell’energia del segno l’elemento portante dei suoi quadri.

L’informale viene accolto anche dagli artisti italiani. L’energia del gesto viene controllata da Lucio Fontana governando contemporaneamente materia e immagine, sabbie, vetri e lustrini vengono posti sulla tela e buchi e tagli, presenti nella serie delle Attese (1958) consentono all’artista italiano di superare la materia, di superare lo spazio conosciuto.

Le qualità della materia e l’abbandono del figurativismo sono le ricerche portate avanti dell’operato di Alberto Burri, grazie al quale materiali quali il legno, il ferro, la plastica o in generale i materiali di scarto assumono una nuova valenza estetica.

E’ evidente che l’uomo ha perso la propria centralità in quella che è possibile definire la civiltà meccanica, la sfiducia nei confronti del progresso, lo stesso progresso che ha condotto alla guerra con tutti i suoi orrori, è ben evidente all’interno dell’ampio panorama artistico che caratterizza l’Europa nell’immediato dopoguerra. La guerra ha distrutto la vita delle persone e i volti delle città, allo stesso modo schemi e costruzioni che portavano alla creazione di opere d’arte sono stati distrutti dagli artisti informali, traumatizzati dall’orrore della guerra.