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Japanese Design Today 100: la cultura giapponese in 100 oggetti di design

Vento d’Oriente a Roma: dopo il grande successo della mostra dedicata al maestro Hokusai, l’Hanami e le esposizioni di Hiroshige e Shio Kusaka ancora in corso, arriva nella capitale l’ultimo evento dedicato al Giappone. Si tratta di Japanese Design Today 100, la mostra inaugurata lo scorso 12 aprile dall’Istituto Giapponese di Cultura.

La mostra, visitabile fino al 19 maggio con ingresso gratuito, espone una selezione di cento oggetti di design realizzati tra gli anni Cinquanta e oggi. Gli oggetti, creati attraverso l’incontro di tecniche raffinate e avanzate, praticità e grande senso estetico, sono suddivisi in diverse categorie, che spaziano dai mobili alla cucina, dall’abbigliamento e gli accessori ai prodotti per infanzia, alla cancelleria, al tempo libero, fino ai trasporti e agli strumenti sanitari.

La stessa mostra era già stata organizzata per la prima volta nel 2004, e aveva girato per anni in tutto il mondo. Quella riproposta quest’anno a Roma è una versione rinnovata, con un focus sui prodotti di tutti i giorni. Si tratta di una sorta di piccolo viaggio immaginario nel mondo nipponico, pensato in modo da aprire l’immaginario italiano e spingerlo oltre gli stereotipi comuni che limitano la cultura giapponese solo al sushi e ai manga.

Cento oggetti possono sembrare pochi rispetto a tutta la produzione di un Paese, eppure sono sufficienti per comprendere molti aspetti della sua cultura. Il design, in effetti, riflette come uno specchio lo stile di vita degli individui e delle società, è una fotografia sulla vita quotidiana delle persone. Japanese Design Today 100 perciò, insieme allo splendido edificio che la ospita, non mostra ai visitatori solamente i passati e recenti trend del design nipponico, ma allo stesso tempo anche le abitudini estetiche, economiche e sociali del Paese, rivelando qualcosa in più al pubblico romano sulla natura della misteriosa cultura giapponese.

 

 

Fino al 19 maggio 2018
Istituto Giapponese di Cultura
Via Antonio Gramsci, 74 – Roma

Ingresso gratuito

http://www.jfroma.it/japanese-design-today-100-12-aprile-19-maggio-2018/

 

 

Hiroshige. Visioni dal Giappone

Le Scuderie del Quirinale celebrano l’arte del grande maestro giapponese Utagawa Hiroshige con una grande mostra di circa 230 opere, provenienti da Italia, Giappone e Stati Uniti, curata da Rossella Menegazzo e da Sara E. Thompson.

Dopo l’antologica dedicata ad Hokusai al Museo dell’Ara Pacis nei mesi scorsi, il mondo nipponico torna ad essere protagonista del panorama museale romano.

Hiroshige, pseudonimo di Ando Tokutaro, visse e lavorò a cavallo tra il XVIII e il XX secolo. Scelse la carriera artistica, malgrado il padre fosse un samurai, e divenne un fine interprete dell’ambiente naturale e un fedele fotografo pittorico del paesaggio, diventando uno dei maggiori esponenti del genere ukiyo, il cosiddetto “mondo fluttuante”, stile che si focalizzava sulla rappresentazione di questi due temi, oltre che su scene di vita quotidiana. Uno stile poetico e raffinato il suo, capace di catturare in profondità lo spirito del mondo atmosferico, tanto da fargli guadagnare in patria l’appellativo di “Maestro della pioggia e della neve”.

Allievo di Utagawa Toyohiro dal 1811, deve al maestro la creazione del suo nome d’arte. La sua prima produzione si focalizza sulla rappresentazione di geishe e samurai, ma è dagli anni ’30 che inizia l’avventura artistica più matura di Hiroshige, che inizia a dedicarsi alla descrizione del paesaggio. Solo in seguito figure umane fecero la loro comparsa lungo i fiumi, sui prati, tra la neve, passaggio questo che donò al maestro ulteriore visibilità e popolarità.

Nella seconda metà del XIX secolo la fine dello Shogunato Tokugawa e l’apertura dei porti commerciali del Giappone all’occidente fece si che questo straordinario artista venne conosciuto anche in Europa, influenzando in maniera massiccia la pittura del tempo. Molti furono gli artisti Impressionisti e Post-impressionisti che risentirono dell’ influsso della grafica e dell’arte nipponica, primo fa tutti Vincent Van Gogh. Ma anche il mondo dei fumetti e del design moderno ha subito una chiara ispirazione dalla produzione nipponica, connotata da una forte linearità bidimensionale e da cromie quasi smaltate

Un percorso espositivo ricchissimo, che va dai lavori giovanili alle silografie, fino ad arrivare agli splendidi dipinti inchiostro su seta, che include alcuni inediti che per la prima volta escono dal Museum of Fine Arts di Boston, contribuendo a far immergere lo spettatore in un universo di personaggi e brani naturali appartenenti a un mondo lontano, quasi di fiaba.

 


Scuderie del Quirinale

Via Ventiquattro Maggio, 16, Roma

Dal 1° marzo al 29 luglio 2018

https://www.scuderiequirinale.it/

 

 

Arte insignificante. Yayoi Kusama

Yayoi Kusama è un’icona dell’artworld che ha fatto delle proprie ossessioni un brand immediatamente riconoscibile.
La ripetizione infinita di un unico segno, il punto, l’ha portata a raggiungere il suo sogno. Il suo scopo dichiarato non è mai stato quello di una ricerca personale o artistica bensì essere un’artista riconosciuta internazionalmente. Il fine della sua attività dunque non è dire qualcosa ma diventare qualcuno.

Guardando le sue opere è evidente la mancanza di un messaggio che vada al di là della decorazione giocosa. Ciò che è più interessante è proprio la persona o meglio il personaggio che, come possiamo apprezzare nel video, non cala la maschera neanche alla sua età avanzata e in condizioni di degenza psichiatrica. Personaggio ben confezionato che sembra in tutto e per tutto predecessore dei vip da reality show che a tutti i costi vogliono entrare a far parte di una cerchia ristretta. Non per poter assecondare una sincera inclinazione, pur non avendone le capacità adeguate, ma per ottenere uno status che gli faccia emergere dalla scomoda condizione della normalità.

Nel caso di Kusama l’inadeguatezza è nella sostanza mentre è invece invidiabile come ancora oggi la sua mano sia ben ferma nel disegnare senza alcuna esitazione.
Non stupisce dunque che la sua fortuna sia iniziata sotto la protezione del nume tutelare Andy Wharol, propagandatore di vacuità e condonatore di superficialità.

Kusama è l’incarnazione dell’immagine dell’artista pazzo, eccentrico e fuori dalla realtà. Figura esemplare di quell’idea di ispirazione come forza esterna che rapisce, nei confronti della quale si è succubi impotenti, che toglie il sonno e la facoltà di riflettere.
È una visione del processo creativo romantica e favolistica che mai ha avuto a che fare con l’arte, sempre bisognosa di un processo di razionalizzazione e produzione tecnica.
È invece banale strumento di chi vorrebbe spiegare l’arte senza avere, e a chi non ha, i mezzi intellettuali per comprenderla. È sempre facile spiegare qualcosa che non si conosce addebitandola a un intervento invisibile, che arriva da non si sa dove e per non si sa quale ragione.

Queste sono le figure eroiche contemporanee, che sfidano le difficoltà per fare l’unica cosa che vogliono fare e che, forse, sono in grado di fare. Non per uno scopo esterno alla propria persona o più alto dei propri piccoli interessi ma per esclusiva soddisfazione delle proprie voglie.
In questo Kusama riesce a rappresentare qualcosa oltre all’immediatamente visibile, non con i suoi pois stesi ovunque abbia il capriccio di posare il pennello bensì con la sua stessa vita. È perfetta raffigurazione della ricerca della fama che pervade la nostra società, con le sue parti di luce e quelle d’ombra. Eroe individualista che a nulla tiene se non alla sua stessa immagine pubblica.

Complessità contro Minimalismo. Noriko Ambe

I lavori di Noriko Ambe riportano la complessità dell’orografia territoriale in oggetti quotidiani quali risme di carta, cassettiere da ufficio o voluminosi cataloghi d’autore.
I fogli prodotti industrialmente di perfetto formato rettangolare e misure identiche vengono pazientemente tagliati a mano, riposizionati e incollati l’uno sull’altro. L’effetto finale non è più quello di semplici solidi euclidei ma ricordano piuttosto minuziosi modelli topografici, le nuvole barocche degli altari del seicento italiano o invece ancora frattali tridimensionali o corrosioni irregolari di materia.

Talvolta le nostre giornate e le nostre vite sono rigidamente ordinate in uno schema, in una forma chiara che ci facilita nel compiere i nostri doveri e ci assopisce nell’abitudine. La sveglia alla solita ora, la colazione, la stessa strada per arrivare all’ufficio, pausa pranzo, ancora lavoro, palestra, casa, serie tv, sonno notturno.
Tutti conduciamo vite dalla forma simile e semplificata, con angoli retti ben marcati che scandiscono il succedersi dei giorni, delle settimane, degli anni.
L’abitudine può sedimentarsi talmente tanto da ridurre l’orizzonte delle nostre possibilità, da farci scordare che esiste anche altro oltre alla micro porzione di mondo che frequentiamo assiduamente e dalla quale le vacanze, per quanto esotiche, non ci allontanano davvero se non per una quantità di tempo ininfluente.

Ogni opera di Noriko Ambe raffigura un mondo intero a portata di sguardo. Quelli stessi fogli bianchi ancora privi di un messaggio e in attesa di uno scopo di scarsa durata diventano parte di una complessita di forme che ci ricordano che il nostro mondo è una riduzione schematica. Comprensibile e confortevole ma pur sempre una riduzione, una delle tante possibili.

Il motivo dell’arte per Noriko Ambe è presentare nuovi scenari nella quotidianità, costruiti con semplicità e lentezza. Un po’ come il teatro o il buon cinema, che in una delle tante serate all’interno della nostra vita ben regolata ci mette di fronte alla rappresentazione di  dinamiche nascoste nelle pieghe della società, a forme di vita irregolari, complesse e affascinanti.

Immagini da: norikoambe.com

Hiroshi Sugimoto e l’amore per il vuoto

Risulta praticamente impossibile rappresentare il vuoto, eppure Sugimoto ne dà una personale interpretazione non attraverso linee geometriche, non grazie a suggestive astrazioni frutto della propria fantasia, né tramite la propria realtà interiore direttamente traslata su supporto. Egli cerca di arrivarci, invece, proprio attraverso la realtà oggettiva, per mezzo della natura, filtrata dalla sua macchina fotografica e dal suo spirito. Questo paradosso è ravvisabile nei Seascapes, arcani orizzonti marini ritratti con un rigore metodologico propriamente nipponico e da una impostazione concettuale. Sugimoto critica la presunta capacità della fotografia di ritrarre la storia con accuratezza, perciò egli la utilizza per rappresentare ciò che va al di là della storia, rimuovendo dai suoi scatti ogni elemento di distrazione, riducendo il prodotto a pura forma, allusione, evanescenza, sfumatura. I soggetti dei suoi ritratti marini sono elementi semplici: acqua e aria. Proprio perché semplici essi difficilmente attirano la nostra attenzione, sebbene siano fondamentali per la nostra esistenza. Per lo stesso Sugimoto l’inizio della vita è avvolta nel mito, tuttavia sia l’acqua che l’aria giocano un ruolo determinante: «i fenomeni della vita sono spontaneamente generati da acqua e aria in presenza di luce, ciò potrebbe altrettanto facilmente suggerire una coincidenza casuale». Nel vuoto dell’universo cerchiamo invano un pianeta che abbia le stesse caratteristiche ma, «mistero dei misteri, l’acqua e l’aria sono proprio lì di fronte a noi», basta guardare il mare. Il risultato dei suoi scatti sono immagini possenti e cariche ma, al contempo, delicate e distinte, che conducono ad una sensazione di vuoto cosmico. Questo amore per il vuoto potrebbe erroneamente portare a credere che esista una sottesa interpretazione pessimistica e nichilista della vita. Tutt’altro, poiché tale decodificazione sarebbe contraria alla Terra, l’unico pianeta per ora conosciuto in cui sia presente al contempo aria, acqua ed almeno un raggio di luce. «Ogni volta che osservo il mare, sento un senso di calma e di sicurezza, è come se visitassi la mia casa ancestrale».

sugimotohiroshi.com

TAKASHI MURAKAMI: MANGA, TRADIZIONE E POP ART

E’ chiamato il nuovo Andy Warhol. Proprio come la star della Pop Art, il giapponese Takashi Murakami unisce il consumismo e l’arte prendendo immagini della cultura di massa, riuscendo a trasformarle in opere d’arte originali. Le sue creazioni fanno parte di una corrente artistica, il Superflat, caratterizzata da elementi appiattiti e colori brillanti, un mondo fantastico che attinge dalle forme tradizionali dell’arte giapponese unendole alle Anime e ad i Manga e che al tempo stesso rifiuta l’illusione della prospettiva e della profondità. La sua arte è concepita in un modo tutto computerizzato, disegni e schizzi realizzati su un notebook tascabile, scannerizzati, photoshoppati, ripassati su tela e ridipinti con pittura acrilica. Un metodo che miscela il disegno tradizionale con le nuove innovazioni digitali.

I suoi lavori sono popolati di fiori sorridenti, funghi extra large, panda iper colorati e ragazzine manga over-sized con seni enormi, tutte immagini che in tono anche provocatorio incarnano distintamente il Giappone. L’arte di Murakami critica la società consumistica moderna e fa aumentare la consapevolezza della manipolazione della società fatta dai media.

Pur essendo una vera star nel sistema dell’arte contemporanea, Murakami investe le proprie opere pittoriche di significati molto profondi. Influenzato dalla storia recente del suo paese ed in particolare della tragedia di Fukushima, egli ha creato il ciclo degli Arhat (nel buddismo persone perfette, prossime al nirvana) ed alcuni autoritratti che con un suo personale linguaggio espressivo, con la serenità dei volti dipinti e con dei formati anche di 15 metri di lunghezza, è in grado di portare alla riflessione.

Siamo davanti ad un uomo che oltre d essere un’artista a 360°, è un vero e proprio business man che crede nel voler livellare la differenza tra high e low: una delle sue sculture può essere venduta milioni di dollari ma, al tempo stesso, lo stesso soggetto può essere riprodotto su un porta chiavi, una penna, un quaderno che valgono pochi spicci. Un modo per abbattere il confine tra un’arte d’élite e l’arte popolare, tra il passato ed il presente, tra la cultura orientale e quella occidentale.