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Il “mondo fluttuante” di Anna Onesti in mostra alla Casina delle Civette

La storia della carta in Giappone affonda le sue radici in epoche lontane, passando dai contatti con la Cina all’avvento del Buddhismo. La carta di produzione artigianale, così come l’impiego dei colori naturali, conserva però ancora oggi in Oriente una tradizione manifatturiera straordinariamente viva, e questi materiali di altissima qualità insieme alla loro ritualità senza tempo continuano a resistere in un mondo dominato dalla tecnologia e dal progresso.

La mostra Un mondo fluttuante. Opere su carta di Anna Onesti, che inaugura il prossimo 3 ottobre alla Casina delle Civette di Roma, riflette proprio su queste materie preziose e uniche. L’artista e restauratrice Anna Onesti, che da oltre vent’anni si dedica ad approfondire tradizioni artistiche diverse e lontane, presenterà infatti otto arazzi e otto aquiloni in carta giapponese, frutto del suo recente lavoro. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio della Fondazione Italia Giappone, la mostra è a cura di Alessia Ferraro e Maria Grazia Massafra.

Tutte le opere in mostra, in un dichiarato omaggio al Giappone, sono realizzate su carta washi (o “carta giapponese”) e con colori di origine vegetale, utilizzando tecniche decorative ispirate alla tintura tradizionale dei tessuti, come l’itajimezome, lo shiborizome e il katazome. Attraverso queste opere l’artista vuole gettare un ponte tra tradizioni artistiche diverse e tra culture lontane, ma anche tra passato e presente, unendo tecniche antiche a una manualità contemporanea.

«Sopraffatti dall’elemento naturale, che permea così tanto le opere di Anna Onesti – scrive la curatrice Alessia Ferraro – si è tentati, addirittura, di allungare l’olfatto e tendere l’udito fino a sentirsi completamente immersi nell’incanto del paesaggio giapponese, che quest’artista sa raccontare così bene. Il mondo in cui Anna Onesti ci trascina è un mondo fluttuante. È una realtà “liquida” e in continuo mutamento quella che oggi viviamo e da cui siamo circondati e che, con la sua irrequietezza, tende talvolta a sopraffarci. Una realtà che le opere su carta di questa illuminata artista, ci insegnano a vivere con la leggerezza e la spensieratezza di un bambino che affida all’aria, per la prima volta, il suo aquilone».

Nell’ambito della mostra si svolgeranno alcuni eventi collaterali che saranno fruibili in modalità a distanza o secondo le prescrizioni delle leggi in vigore. La partecipazione agli eventi collaterali è gratuita, il calendario verrà comunicato in data prossima all’apertura della mostra.

Un mondo fluttuante. Opere su carta di Anna Onesti
3 ottobre 2020 – 10 gennaio 2021
Musei di Villa Torlonia, Museo della Casina delle Civette
Via Nomentana, 70 – Roma
www.museivillatorlonia.it
www.museiincomuneroma.it

Quando il Giappone scoprì l’Italia. Storie di incontri (1585 – 1890)

«Quando il Giappone scoprì l’Italia» si propone di illustrare, mediante alcuni casi esemplari, i primi rapporti tra l’Italia e il mondo giapponese e, attraverso di essi, indagare l’immaginario che, da entrambe le parti, veniva formandosi in un momento importantissimo di apertura dell’Europa al mondo, fase in cui molti studiosi identificano gli albori della globalizzazione.
Alla base del progetto è l’ambizione di restituire ai visitatori gli snodi storici principali che determinano e caratterizzano l’incontro tra le due culture. Il percorso, suddiviso in due sezioni principali, indaga così la curiosità occidentale verso il Giappone, i primi momenti di contatto e le differenti modalità di relazione tra i due paesi dal 1585 al 1890.

La prima sezione, dedicata a “Ito Mancio e le ambascerie giapponesi 1585 – 1615” , racconta gli inizi della mutua conoscenza tra i due paesi, che risalgono alla mediazione dei missionari Gesuiti, i cui viaggi e la cui opera di evangelizzazione del «Cipango» ebbero un rilevante impatto sulla società nipponica del XVI secolo.
In quello stesso periodo nasce l’arte nanban (dei barbari del sud), ovvero la produzione di oggetti con tecniche giapponesi ma forme occidentali, spesso con connotazione cristiana, di cui sono esposti in mostra splendidi esemplari. In questo contesto, Alessandro Valignano, tra i responsabili della missione gesuita in Giappone, organizza un viaggio di giovani nobili giapponesi convertiti al cristianesimo, verso l’allora centro del mondo cristiano: Roma e l’Italia. In questa sezione viene esposto, per la prima volta in Europa, il celeberrimo ritratto di Ito Mancio, realizzato da Domenico Tintoretto. Oltre all’approfondimento sulla prima ambasciata, un secondo focus viene dedicato alla seconda ambasceria del 1615 che pur non arrivando a Milano, costituisce un’altra importante tappa dei rapporti tra l’Italia e il Giappone prima della chiusura definitiva dei porti giapponesi e l’adozione della politica di isolamento (sakoku), dal 1641 al 1853.

La seconda sezione “Un Museo giapponese in Lombardia”, dedicata alle collezioni giapponesi raccolte dal conte Giovanni Battista Lucini Passalacqua e ora appartenenti al MUDEC, presenta ai visitatori il periodo di riapertura dei porti giapponesi, sul finire del diciannovesimo secolo, e il conseguente rinnovato interesse, commerciale e culturale, verso questo paese. Dal 1860, anche come conseguenza delle forti relazioni che i commercianti lombardi della seta hanno con l’Asia, cresce infatti l’interesse verso la cultura orientale e l’arrivo di grandi quantità di oggetti e opere d’arte si riflette nella costituzione di musei privati di arte giapponese e in esposizioni pubbliche organizzate sotto la forma di mostre d’arte industriale.

La mostra racconta al pubblico l’interessante figura del conte Lucini Passalacqua, strettamente legato all’aristocrazia milanese, che nel 1871 realizzò un Tour du monde ispirato dall’amico Ferdinando Meazza, esperto di seta e veterano dei viaggi in Asia, acquistando numerosi oggetti e opere d’arte. Al rientro in Italia il Conte presentò la sua collezione all’Esposizione Storica d’Arte Industriale di Milano nel 1874 e, successivamente, realizzò il suo Museo giapponese all’interno della sua dimora sul lago di Como a Moltrasio. Gli oggetti raccolti da Lucini Passalacqua, acquistati nel 1898-1899 da parte del Comune di Milano e confluiti nelle collezioni del Mudec, vengono esposti nella loro interezza per la prima volta dall’apertura del Museo. Oltre 150 opere tra bronzi, tessuti, porcellane e lacche, che ben rappresentano i tipici oggetti collezionati durante gli anni della più assidua presenza italiana in Giappone (1869-1874).

La mostra è stata ideata e progettata dallo staff scientifico del Mudec composto dalla Dr.ssa Anna Maria Montaldo, dalle conservatrici Dr.ssa Carolina Orsini e Dr.ssa Giorgia Barzetti, e dall’assistente conservatrice Dr.ssa Anna Antonini, avvalendosi della stretta collaborazione di numerosi studiosi di livello internazionale.
In particolare il dottor Francesco Morena, storico dell’arte, affermato specialista di arte orientale, ha collaborato alla curatela della seconda parte dell’esposizione , relativa alla collezione Passalacqua.
Un team di studiosi ha dato invece vita ad un comitato scientifico per la sezione dedicata a Ito Mancio e le ambascerie giapponesi:
Presidente: Prof. Corrado Molteni, già addetto culturale presso l’ambasciata d’Italia a Tokyo, docente all’Università degli Studi di Milano e già presidente dell’Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi (AISTUGIA)
Dr.ssa Paola Di Rico, archivista Fondazione Trivulzio
Prof.ssa Marisa Di Russo, già docente presso l’Università di Studi Stranieri di Tokyo
Prof.ssa Rossella Menegazzo, docente all’Università degli Studi di Milano di archeologia, storia dell’arte e filosofie dell’Asia orientale
Mons. Alberto Rocca, Dottore ordinario, direttore Classe di Studi Borromaici, Veneranda Biblioteca Ambrosiana
Dott. Marino Viganò, direttore Fondazione Trivulzio

 

 

Dal 01 Ottobre 2019 al 02 Febbraio 2020

Milano

Luogo: MUDEC Museo delle Culture

Indirizzo: via Tortona 56

Orari: Lun 14.30-19.30 Mar, Mer, Ven, Dom 09.30-19.30; Gio, Sab 9.30-22.30

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 0254917

E-Mail info: info@mudec.it

Sito ufficiale: http://www.mudec.it

Giappone. Terra di geisha e samurai

Giappone. Terra di geisha e samurai, curata da Francesco Morena, affascinerà chiunque conosca la raffinatezza e l’originalità della cultura giapponese classica.

Il percorso espositivo propone uno spaccato delle arti tradizionali dell’arcipelago estremo-orientale attraverso una precisa selezione di opere databili tra il XIV e il XX secolo, tutte provenienti dal fondo privato di Valter Guarnieri, appassionato collezionista trevigiano che ha creato nel corso degli ultimi decenni una raccolta di grande qualità e molto vasta per materiali, tecniche di realizzazione e soggetti iconografici.

La mostra, prodotta da ARTIKA, è proposta dal 4 aprile al 30 giugno 2019 presso Casa dei Carraresi con la collaborazione di Fondazione Cassamarca e il patrocinio della Città di Treviso.

Il percorso si sviluppa per isole tematiche, approfondendo da un lato i molteplici aspetti relativi ai costumi e alle attività tradizionali del popolo giapponese, dall’altro creando dei focus sulle peculiarità e sulla storia della collezione.

L’apertura dell’esposizione non poteva che essere dedicata al binomio Geisha e Samurai. Il Giappone tradizionale è infatti un paese popolato di bellissime donne, le geisha, e audaci guerrieri, i samurai. La classe militare ha dominato il paese del Sol Levante per lunghissimo tempo, dal XII alla metà del XIX secolo, imponendo il proprio volere politico ed elaborando una cultura molto raffinata la cui eco si avverte ancora oggi in molti ambiti. La geisha, o più in generale la beltà femminile così come la intendiamo noi (volto ovale cosparso di cipria bianca, abiti elegantissimi e modi cadenzati), ha rappresentato per il Giappone un topos culturale altrettanto radicato, dalle coltissime dame di corte del periodo Heian (794-1185) alle cortigiane vissute tra XVII e XIX secolo, così ben immortalate da Kitagawa Utamaro (1753-1806), il pittore che meglio di ogni altro ha restituito la vivacità dei quartieri dei piaceri di Edo (attuale Tokyo).

Dal mondo degli uomini a quello, affollatissimo, degli dei, sintesi di credenze autoctone e influenze provenienti dal continente asiatico. Il Buddhismo, in particolare, di origini indiane, giunse nell’arcipelago per tramite di Cina e Corea. Esso ha permeato profondamente il pensiero giapponese, soprattutto nella sua variante dello Zen, che in questa sezione è testimoniata da un gruppo di dipinti nel formato del rotolo verticale raffiguranti Daruma, il mitico fondatore di questa setta.

Questo affascinante avvicinamento all’arte e alla cultura nipponica continua introducendo alla quotidianità del suo popolo: dalle attività di intrattenimento come il teatro Kabuki, dall’utilizzo del kimono alla predilezione degli artisti giapponesi per la micro-scultura. Di quest’ultima troviamo esempio nel nucleo di accessori legati al consumo del fumo di tabacco.
Non meno affascinante è il percorso che vede le storie tradizionali e i temi legati alla letteratura, diventare raffinati soggetti di dipinti.

Il clou della grande mostra è riservato al rapporto tra i giapponesi e la natura, che nello Shintoismo, la dottrina filosofica e religiosa autoctona dell’arcipelago, è espressione della divinità. Questa relazione privilegiata con la Natura viene qui indagata attraverso una serie di dipinti su rotolo verticale, parte dei quali realizzati tra Otto e Novecento, agli albori del Giappone moderno.

A metà dell’Ottocento, dopo oltre due secoli di consapevole isolamento, il paese decise di aprirsi al mondo. Così, nel volgere di pochi decenni, il Giappone avanzò con convinzione verso la modernità. Intanto europei e statunitensi cominciarono ad apprezzare le arti sopraffini di quel popolo e molti giunsero a scoprire il mitico arcipelago. Il mutato scenario portò molti artisti ad adottare tecniche e stili stranieri, e molti artigiani a produrre opere esplicitamente destinate agli acquirenti forestieri.
Tra le forme d’arte inedite per il Giappone di quei tempi, la fotografia d’autore occupa senz’altro un posto d’elezione. Gli stranieri che visitavano l’arcipelago molto spesso acquistavano fotografie per serbare e condividere un ricordo di quel paese misterioso e bellissimo. È il caso dello sconosciuto che acquisì il nucleo esposto in mostra, il quale annotò in lingua spagnola, a margine delle fotografie, le descrizioni dei luoghi e delle attività raffigurate nei suoi scatti.

L’ultima sala è riservata ad una delle forme d’arte più complesse e insieme più affascinanti del Giappone, la scrittura. Grandi paraventi ornati di potenti calligrafie concludono l’esaltante percorso espositivo.

Dal 04 Aprile 2019 al 30 Giugno 2019

Treviso

Luogo: Casa dei Carraresi

Indirizzo: via Palestro 33/35

Orari: dal martedì al venerdì 10-19; sabato, domenica e festivi 10-20

Curatori: Francesco Morena

Enti promotori:

Con il patrocinio della Città di Treviso

Costo del biglietto: Intero € 12, Ridotto € 10 (gruppi min. 10 persone, soci Fai, Arci e Touring Club, possessori biglietto Trenitalia con destinazione Treviso), Ridotto speciale € 8 (studenti dai 6 ai 26 anni), Ridotto famiglia € 8 (min. 2 adulti e 1 minorenne) Gratuito: giornalisti previo accredito presso l’ufficio stampa (gestione3@studioesseci.net), guide turistiche con tesserino, insegnanti accompagnatori, disabili non autosufficienti con accompagnatore

Telefono per informazioni: +39 0422 513150

E-Mail info: mostre@artikaeventi.com

Japanese Design Today 100: la cultura giapponese in 100 oggetti di design

Vento d’Oriente a Roma: dopo il grande successo della mostra dedicata al maestro Hokusai, l’Hanami e le esposizioni di Hiroshige e Shio Kusaka ancora in corso, arriva nella capitale l’ultimo evento dedicato al Giappone. Si tratta di Japanese Design Today 100, la mostra inaugurata lo scorso 12 aprile dall’Istituto Giapponese di Cultura.

La mostra, visitabile fino al 19 maggio con ingresso gratuito, espone una selezione di cento oggetti di design realizzati tra gli anni Cinquanta e oggi. Gli oggetti, creati attraverso l’incontro di tecniche raffinate e avanzate, praticità e grande senso estetico, sono suddivisi in diverse categorie, che spaziano dai mobili alla cucina, dall’abbigliamento e gli accessori ai prodotti per infanzia, alla cancelleria, al tempo libero, fino ai trasporti e agli strumenti sanitari.

La stessa mostra era già stata organizzata per la prima volta nel 2004, e aveva girato per anni in tutto il mondo. Quella riproposta quest’anno a Roma è una versione rinnovata, con un focus sui prodotti di tutti i giorni. Si tratta di una sorta di piccolo viaggio immaginario nel mondo nipponico, pensato in modo da aprire l’immaginario italiano e spingerlo oltre gli stereotipi comuni che limitano la cultura giapponese solo al sushi e ai manga.

Cento oggetti possono sembrare pochi rispetto a tutta la produzione di un Paese, eppure sono sufficienti per comprendere molti aspetti della sua cultura. Il design, in effetti, riflette come uno specchio lo stile di vita degli individui e delle società, è una fotografia sulla vita quotidiana delle persone. Japanese Design Today 100 perciò, insieme allo splendido edificio che la ospita, non mostra ai visitatori solamente i passati e recenti trend del design nipponico, ma allo stesso tempo anche le abitudini estetiche, economiche e sociali del Paese, rivelando qualcosa in più al pubblico romano sulla natura della misteriosa cultura giapponese.

 

 

Fino al 19 maggio 2018
Istituto Giapponese di Cultura
Via Antonio Gramsci, 74 – Roma

Ingresso gratuito

http://www.jfroma.it/japanese-design-today-100-12-aprile-19-maggio-2018/

 

 

Hiroshige. Visioni dal Giappone

Le Scuderie del Quirinale celebrano l’arte del grande maestro giapponese Utagawa Hiroshige con una grande mostra di circa 230 opere, provenienti da Italia, Giappone e Stati Uniti, curata da Rossella Menegazzo e da Sara E. Thompson.

Dopo l’antologica dedicata ad Hokusai al Museo dell’Ara Pacis nei mesi scorsi, il mondo nipponico torna ad essere protagonista del panorama museale romano.

Hiroshige, pseudonimo di Ando Tokutaro, visse e lavorò a cavallo tra il XVIII e il XX secolo. Scelse la carriera artistica, malgrado il padre fosse un samurai, e divenne un fine interprete dell’ambiente naturale e un fedele fotografo pittorico del paesaggio, diventando uno dei maggiori esponenti del genere ukiyo, il cosiddetto “mondo fluttuante”, stile che si focalizzava sulla rappresentazione di questi due temi, oltre che su scene di vita quotidiana. Uno stile poetico e raffinato il suo, capace di catturare in profondità lo spirito del mondo atmosferico, tanto da fargli guadagnare in patria l’appellativo di “Maestro della pioggia e della neve”.

Allievo di Utagawa Toyohiro dal 1811, deve al maestro la creazione del suo nome d’arte. La sua prima produzione si focalizza sulla rappresentazione di geishe e samurai, ma è dagli anni ’30 che inizia l’avventura artistica più matura di Hiroshige, che inizia a dedicarsi alla descrizione del paesaggio. Solo in seguito figure umane fecero la loro comparsa lungo i fiumi, sui prati, tra la neve, passaggio questo che donò al maestro ulteriore visibilità e popolarità.

Nella seconda metà del XIX secolo la fine dello Shogunato Tokugawa e l’apertura dei porti commerciali del Giappone all’occidente fece si che questo straordinario artista venne conosciuto anche in Europa, influenzando in maniera massiccia la pittura del tempo. Molti furono gli artisti Impressionisti e Post-impressionisti che risentirono dell’ influsso della grafica e dell’arte nipponica, primo fa tutti Vincent Van Gogh. Ma anche il mondo dei fumetti e del design moderno ha subito una chiara ispirazione dalla produzione nipponica, connotata da una forte linearità bidimensionale e da cromie quasi smaltate

Un percorso espositivo ricchissimo, che va dai lavori giovanili alle silografie, fino ad arrivare agli splendidi dipinti inchiostro su seta, che include alcuni inediti che per la prima volta escono dal Museum of Fine Arts di Boston, contribuendo a far immergere lo spettatore in un universo di personaggi e brani naturali appartenenti a un mondo lontano, quasi di fiaba.

 


Scuderie del Quirinale

Via Ventiquattro Maggio, 16, Roma

Dal 1° marzo al 29 luglio 2018

https://www.scuderiequirinale.it/

 

 

Arte insignificante. Yayoi Kusama

Yayoi Kusama è un’icona dell’artworld che ha fatto delle proprie ossessioni un brand immediatamente riconoscibile.
La ripetizione infinita di un unico segno, il punto, l’ha portata a raggiungere il suo sogno. Il suo scopo dichiarato non è mai stato quello di una ricerca personale o artistica bensì essere un’artista riconosciuta internazionalmente. Il fine della sua attività dunque non è dire qualcosa ma diventare qualcuno.

Guardando le sue opere è evidente la mancanza di un messaggio che vada al di là della decorazione giocosa. Ciò che è più interessante è proprio la persona o meglio il personaggio che, come possiamo apprezzare nel video, non cala la maschera neanche alla sua età avanzata e in condizioni di degenza psichiatrica. Personaggio ben confezionato che sembra in tutto e per tutto predecessore dei vip da reality show che a tutti i costi vogliono entrare a far parte di una cerchia ristretta. Non per poter assecondare una sincera inclinazione, pur non avendone le capacità adeguate, ma per ottenere uno status che gli faccia emergere dalla scomoda condizione della normalità.

Nel caso di Kusama l’inadeguatezza è nella sostanza mentre è invece invidiabile come ancora oggi la sua mano sia ben ferma nel disegnare senza alcuna esitazione.
Non stupisce dunque che la sua fortuna sia iniziata sotto la protezione del nume tutelare Andy Wharol, propagandatore di vacuità e condonatore di superficialità.

Kusama è l’incarnazione dell’immagine dell’artista pazzo, eccentrico e fuori dalla realtà. Figura esemplare di quell’idea di ispirazione come forza esterna che rapisce, nei confronti della quale si è succubi impotenti, che toglie il sonno e la facoltà di riflettere.
È una visione del processo creativo romantica e favolistica che mai ha avuto a che fare con l’arte, sempre bisognosa di un processo di razionalizzazione e produzione tecnica.
È invece banale strumento di chi vorrebbe spiegare l’arte senza avere, e a chi non ha, i mezzi intellettuali per comprenderla. È sempre facile spiegare qualcosa che non si conosce addebitandola a un intervento invisibile, che arriva da non si sa dove e per non si sa quale ragione.

Queste sono le figure eroiche contemporanee, che sfidano le difficoltà per fare l’unica cosa che vogliono fare e che, forse, sono in grado di fare. Non per uno scopo esterno alla propria persona o più alto dei propri piccoli interessi ma per esclusiva soddisfazione delle proprie voglie.
In questo Kusama riesce a rappresentare qualcosa oltre all’immediatamente visibile, non con i suoi pois stesi ovunque abbia il capriccio di posare il pennello bensì con la sua stessa vita. È perfetta raffigurazione della ricerca della fama che pervade la nostra società, con le sue parti di luce e quelle d’ombra. Eroe individualista che a nulla tiene se non alla sua stessa immagine pubblica.

Complessità contro Minimalismo. Noriko Ambe

I lavori di Noriko Ambe riportano la complessità dell’orografia territoriale in oggetti quotidiani quali risme di carta, cassettiere da ufficio o voluminosi cataloghi d’autore.
I fogli prodotti industrialmente di perfetto formato rettangolare e misure identiche vengono pazientemente tagliati a mano, riposizionati e incollati l’uno sull’altro. L’effetto finale non è più quello di semplici solidi euclidei ma ricordano piuttosto minuziosi modelli topografici, le nuvole barocche degli altari del seicento italiano o invece ancora frattali tridimensionali o corrosioni irregolari di materia.

Talvolta le nostre giornate e le nostre vite sono rigidamente ordinate in uno schema, in una forma chiara che ci facilita nel compiere i nostri doveri e ci assopisce nell’abitudine. La sveglia alla solita ora, la colazione, la stessa strada per arrivare all’ufficio, pausa pranzo, ancora lavoro, palestra, casa, serie tv, sonno notturno.
Tutti conduciamo vite dalla forma simile e semplificata, con angoli retti ben marcati che scandiscono il succedersi dei giorni, delle settimane, degli anni.
L’abitudine può sedimentarsi talmente tanto da ridurre l’orizzonte delle nostre possibilità, da farci scordare che esiste anche altro oltre alla micro porzione di mondo che frequentiamo assiduamente e dalla quale le vacanze, per quanto esotiche, non ci allontanano davvero se non per una quantità di tempo ininfluente.

Ogni opera di Noriko Ambe raffigura un mondo intero a portata di sguardo. Quelli stessi fogli bianchi ancora privi di un messaggio e in attesa di uno scopo di scarsa durata diventano parte di una complessita di forme che ci ricordano che il nostro mondo è una riduzione schematica. Comprensibile e confortevole ma pur sempre una riduzione, una delle tante possibili.

Il motivo dell’arte per Noriko Ambe è presentare nuovi scenari nella quotidianità, costruiti con semplicità e lentezza. Un po’ come il teatro o il buon cinema, che in una delle tante serate all’interno della nostra vita ben regolata ci mette di fronte alla rappresentazione di  dinamiche nascoste nelle pieghe della società, a forme di vita irregolari, complesse e affascinanti.

Immagini da: norikoambe.com

Hiroshi Sugimoto e l’amore per il vuoto

Risulta praticamente impossibile rappresentare il vuoto, eppure Sugimoto ne dà una personale interpretazione non attraverso linee geometriche, non grazie a suggestive astrazioni frutto della propria fantasia, né tramite la propria realtà interiore direttamente traslata su supporto. Egli cerca di arrivarci, invece, proprio attraverso la realtà oggettiva, per mezzo della natura, filtrata dalla sua macchina fotografica e dal suo spirito. Questo paradosso è ravvisabile nei Seascapes, arcani orizzonti marini ritratti con un rigore metodologico propriamente nipponico e da una impostazione concettuale. Sugimoto critica la presunta capacità della fotografia di ritrarre la storia con accuratezza, perciò egli la utilizza per rappresentare ciò che va al di là della storia, rimuovendo dai suoi scatti ogni elemento di distrazione, riducendo il prodotto a pura forma, allusione, evanescenza, sfumatura. I soggetti dei suoi ritratti marini sono elementi semplici: acqua e aria. Proprio perché semplici essi difficilmente attirano la nostra attenzione, sebbene siano fondamentali per la nostra esistenza. Per lo stesso Sugimoto l’inizio della vita è avvolta nel mito, tuttavia sia l’acqua che l’aria giocano un ruolo determinante: «i fenomeni della vita sono spontaneamente generati da acqua e aria in presenza di luce, ciò potrebbe altrettanto facilmente suggerire una coincidenza casuale». Nel vuoto dell’universo cerchiamo invano un pianeta che abbia le stesse caratteristiche ma, «mistero dei misteri, l’acqua e l’aria sono proprio lì di fronte a noi», basta guardare il mare. Il risultato dei suoi scatti sono immagini possenti e cariche ma, al contempo, delicate e distinte, che conducono ad una sensazione di vuoto cosmico. Questo amore per il vuoto potrebbe erroneamente portare a credere che esista una sottesa interpretazione pessimistica e nichilista della vita. Tutt’altro, poiché tale decodificazione sarebbe contraria alla Terra, l’unico pianeta per ora conosciuto in cui sia presente al contempo aria, acqua ed almeno un raggio di luce. «Ogni volta che osservo il mare, sento un senso di calma e di sicurezza, è come se visitassi la mia casa ancestrale».

sugimotohiroshi.com

TAKASHI MURAKAMI: MANGA, TRADIZIONE E POP ART

E’ chiamato il nuovo Andy Warhol. Proprio come la star della Pop Art, il giapponese Takashi Murakami unisce il consumismo e l’arte prendendo immagini della cultura di massa, riuscendo a trasformarle in opere d’arte originali. Le sue creazioni fanno parte di una corrente artistica, il Superflat, caratterizzata da elementi appiattiti e colori brillanti, un mondo fantastico che attinge dalle forme tradizionali dell’arte giapponese unendole alle Anime e ad i Manga e che al tempo stesso rifiuta l’illusione della prospettiva e della profondità. La sua arte è concepita in un modo tutto computerizzato, disegni e schizzi realizzati su un notebook tascabile, scannerizzati, photoshoppati, ripassati su tela e ridipinti con pittura acrilica. Un metodo che miscela il disegno tradizionale con le nuove innovazioni digitali.

I suoi lavori sono popolati di fiori sorridenti, funghi extra large, panda iper colorati e ragazzine manga over-sized con seni enormi, tutte immagini che in tono anche provocatorio incarnano distintamente il Giappone. L’arte di Murakami critica la società consumistica moderna e fa aumentare la consapevolezza della manipolazione della società fatta dai media.

Pur essendo una vera star nel sistema dell’arte contemporanea, Murakami investe le proprie opere pittoriche di significati molto profondi. Influenzato dalla storia recente del suo paese ed in particolare della tragedia di Fukushima, egli ha creato il ciclo degli Arhat (nel buddismo persone perfette, prossime al nirvana) ed alcuni autoritratti che con un suo personale linguaggio espressivo, con la serenità dei volti dipinti e con dei formati anche di 15 metri di lunghezza, è in grado di portare alla riflessione.

Siamo davanti ad un uomo che oltre d essere un’artista a 360°, è un vero e proprio business man che crede nel voler livellare la differenza tra high e low: una delle sue sculture può essere venduta milioni di dollari ma, al tempo stesso, lo stesso soggetto può essere riprodotto su un porta chiavi, una penna, un quaderno che valgono pochi spicci. Un modo per abbattere il confine tra un’arte d’élite e l’arte popolare, tra il passato ed il presente, tra la cultura orientale e quella occidentale.