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Gio Ponti. Amare l’architettura

In mostra al MAXXI di Roma l’ingegno e la creatività poliedrica di Gio Ponti, in una grande mostra curata da Maristella Casciato, Fulvio Irace, Margherita Guccione, Salvatore Licitra e Francesca Zanella che celebra l’attività del grande architetto e designer a quarant’anni dalla sua scomparsa.

La mostra è divisa in segmenti tematici: in Verso la casa esatta sarà possibile comprendere la nascita e lo sviluppo del progetto omonimo, che ha interessato Ponti per gran parte della sua vita, destinato alla creazione di un’unità abitativa moderna e funzionale, che fosse davvero a misura d’uomo e che ha avuto la sua celebrazione finale nell’appartamento Ponti in via Dezza.

Il dialogo e l’interazione tra materiali costruttivi e il verde, la costante presenza di balconi, logge e verande nei progetti dell’architetto milanese sono oggetto di approfondimento nei documenti esposti in Abitare la natura; il verde entra da fuori e si fa parte costituente del nucleo abitativo. I progetti realizzati negli anni ’30 per una serie di concorsi pubblici destinati alla realizzazione, tra gli altri, del Palazzo dell’Acqua e della Luce all’E42 o della Scuola di Matematica nella Città Universitaria di Roma sono i protagonisti della sezione intitolata Classicismi: lavori caratterizzati dal convincente connubio tra attenzione al dato macroscopico e cura per il dettaglio.

La tradizionale volumetria associata all’architettura viene spesso declinata da Ponti in piani bidimensionali: questo il tema sviscerato nella sezione di mostra Architettura della superficie, che vede protagonisti i suoi progetti di edifici caratterizzati da facciate leggere, traforate, scavate al fine di alleggerire i volumi a favore di un concept legato al valore costruttivo del less is more. Tema questo che torna a essere approfondito in Facciate leggere, dove la trama materica viene alleggerita attraverso elementi di apertura e respiro, come accade nella Con-cattedrale di Taranto o negli edifici governativi a Islamabad.

Ne Lo spettacolo delle città e Apparizioni di grattacieli l’attenzione è puntata invece sulla predilezione di Ponti per uno sviluppo verticale dell’architettura, il suo essere anticipatore del prototipo del moderno grattacielo, che trova la sua realizzazione più compiuta nel famoso Pirellone di Milano.

Chiude la mostra Sguardi contemporanei, omaggio fotografico alle opere architettoniche di Ponti, con una serie di immagini realizzate da Filippo Romano, Delfino Sisto Legnani, Stefano Graziani, Paolo Rosselli, Allegra Martin, Michele Nastasi e Giovanni Silva.

Dal piccolo al grande, dallo spazio pubblico al design di interni, la produzione di Gio Ponti ha sconfinato in settori diversi, dando prova di una mente attenta alle esigenze dell’individuo moderno, con una costante proiezione verso il futuro che ha dato al suo lavoro una valenza estremamente attuale, quasi senza tempo.

 

Maxxi – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Galleria 5

Dal 27 Novembre 2019 al 13 Aprile 2020

Via Guido Reni 4A, Roma

Martedì, venerdì e sabato 11:00 – 20:00 Mercoledì, giovedì e domenica 11:00 – 19:00

www.maxxiart.com

 

L’architettura a Milano negli anni ’20 del Novecento

Milano, anni ’20. Immaginiamo un gruppo di architetti, tutti diversi fra loro, ma con un fattore in comune, l’appartenenza al Club degli Urbanisti. Di che si tratta? In cosa credono e cosa sostengono questi architetti? Viene elogiata l’arte del costruire le città in connessione alla formazione di uno spirito civico, si crede fortemente nell’importanza dell’architettura come espressione di una disciplina. Ma dove è possibile trovare dei modelli d’ispirazione? Sicuramente nella Milano del Settecento e degli inizi dell’Ottocento.

“Neoclassici” è l’appellativo che distingue gli architetti milanesi, i quali hanno come fine il far rivivere la Milano illuminista e alto borghese. Fra essi si annoverano Giovanni Muzio (1893 – 1982), Giuseppe De Finetti (1892 – 1951) e Giò Ponti (1891 – 1979), che hanno come committenti i membri delle famiglie dell’industria e della finanza di Milano.

Il primo architetto che decise di intraprendere una strada artistica differente dallo stile Liberty fu Giovanni Muzio, che fra il 1919 e il 1923 realizzò la Ca’ brüta, ovvero la casa brutta di via Moscova, come venne definita dai milanesi. Quando a Giovanni Muzio fu affidato il lavoro di decorazione della facciata era già presente la struttura muraria dell’edificio. L’architetto scelse di collocare sulla nuda muratura una serie di elementi architettonici, quali timpani, modanature, cornici, nicchie, sfere e medaglioni, organizzati in modo da individuare in modo chiaro i singoli appartamenti, una soluzione geniale che permette sia alla struttura architettonica sia ai suoi abitanti di emergere dall’anonimato che spesso caratterizza la ripetitività delle facciate tutte uguali. Questa soluzione pone in risalto l’identità del cittadino, che grazie al lavoro del Muzio può riconoscere la propria abitazione anche dall’esterno dell’edificio.

A differenza di Giovanni Muzio, l’architettura di Giuseppe De Finetti mira all’utile e al pratico, con il superamento del decorativismo superfluo. «La via della cultura è la via dall’ornato al disadorno» è la lezione di Adolf Loos alla quale De Finetti guardò con interesse. Fra il 1924 e il 1925 l’architetto realizzò la Casa della Meridiana, un’architettura che riassume il pensiero di De Finetti e che mette in luce il rispetto per colui che abita nella casa. L’esterno della casa non mostra elementi decorativi, è disadorno, la qualità emerge all’interno, l’ambiente in cui l’abitante ha l’occasione di esprimere la propria ricchezza interiore.

Fu Giò Ponti infine a rivolgersi alla crescente massa di pubblico che a partire dagli anni ’20 mostrò interesse per le produzioni d’arte. Lo scopo di questo architetto, giornalista e scrittore di architettura fu quello di sensibilizzare ed educare il pubblico a far proprio lo stile della propria casa attraverso l’arredamento, con il raggiungimento di uno stile di vita basato su comfort e praticità.