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Quando le carte ispirano l’arte

I giochi di carte sono stati la fonte d’ispirazione per alcune delle opere d’arte più celebri del mondo. Sul tema si sono cimentati artisti del calibro di Picasso, Cézanne e Caravaggio e nel corso del tempo, con sfumature sempre diverse, la pittura è stata capace di trattare l’argomento in forme sempre nuove e complesse.

Perché in fin dei conti non solo i giochi di carte come il poker, ma anche tutte quelle attività dove l’uomo, divagandosi, applica il proprio estro, in qualche maniera possono essere considerati una forma d’arte. A riprova di ciò il MoMA di New York presenta dal 2012 una mostra permanente sui videogiochi. Diversi critici si sono chiesti se anche questo prodotto della mente umana meriti di essere nobilitato in una galleria d’arte. Andando un po’ più a fondo nella questione si scopre che proprio uno dei più grandi artisti di tutti i tempi era un appassionato giocatore e che uno dei suoi più celebri e discussi quadri è dedicato proprio all’antesignano del Poker.

Ne I bari di Caravaggio è infatti possibile comprendere la profonda conoscenza e l’amore che il Merisi doveva avere per lo zarro, un antico gioco di carte di origine persiana, che nella tela dell’artista viene praticato con un mazzo di carte liguri da tre persone, due delle quali sono immortalate nell’atto di frodare un terzo partecipante. Pare che alla base del famoso omicidio di Ranuccio Tomassoni, che costrinse Caravaggio a fuggire da Roma riparando a Napoli sotto la protezione dei Colonna, ci fossero proprio alcuni debiti contratti al gioco delle carte. Forse quello che portò il Merisi a compiere un gesto tanto eclatante fu proprio un raggiro subito al tavolo da gioco simile a quello rappresentato nella sua tela. Curioso notare come a distanza di diversi anni proprio questo quadro è stato protagonista di un altro eclatante “bluff”. Nel 2007 il collezionista Lancelot William Thwaytes cedette alla galleria Sotheby’s di South Kensington per 42.000 una versione dei bari considerata come una copia coeva. Poco tempo dopo  l’opera venne autenticata, risultando un originale dell’artista milanese (oggi conservato presso il museo dell’ordine di San Giovanni a Clerkenwell) del valore di diversi milioni di sterline.


Non c’è invece nessun tentativo di truffa nel dipinto post-impressionista I giocatori di carte di Paul Cézanne ma la tematica resta più o meno sempre la stessa. In quella che sembra un’osteria, due uomini sono a tavola, impegnati in una partita che il pennello dell’artista ci suggerisce si stia giocando con carte francesi. In questa istantanea ad olio su tela, la postura dei protagonisti detta l’andamento del gioco. L’uomo di destra è evidentemente indeciso sul da farsi: proteso verso le sue carte, sembra studiare una mossa che possa liberarlo dall’impasse. Quello di sinistra dev’essere invece stato baciato dalla fortuna. Ha la schiena dritta, fuma tranquillamente una pipa e tiene le carte in posizione aperta, quasi a dimostrare la forza della sua mano. Un capolavoro forse ingiustamente troppo poco celebrato che Cézanne deve per giunta avere particolarmente amato, dal momento che dello stesso esistono ben cinque versioni tutte firmate dal genio di Aix-en-provence.
Segue la stessa traccia anche Cani che giocano a Poker (Dogs playing Poker) di Cassius Marcellus Coolidge. L’artista statunitense è famoso soprattutto per questa sua sequenza di nove quadri dove viene elaborata una mano di poker giocata su un tavolo verde dove i protagonisti sono un gruppo di cani di diverse razze. Realizzata nella prima decade del XX° secolo, la serie ha avuto larga diffusione grazie soprattutto alle numerose citazioni ricevute da cartoni animati, film, show televisivi e persino canzoni.

Più recentemente, in un quadro del 1991 intitolato Giocatori di carte, anche i rotondi soggetti rappresentati dal pittore colombiano Fernando Botero Angulo, si sono seduti al tavolo da gioco. In quest’opera si vedono tre persone, due uomini e una donna svestita, seduti al tavolo verde mentre una quarta persona osserva da dietro una tenda lo svolgersi di quella che, vista la presenza della donna denudata, sembrerebbe essere uno spogliarello. L’intento dell’artista è senz’altro quello di esprimere voluttuosità, attraverso i colori (la tenda viola, la lampadina incandescente e la tovaglia rossasopra al tavolo) ma anche con la figura del “guardone” che scruta in disparte e la donna nuda. Una satirica denuncia ai vizi dell’alta società sudamericana.

Adelita Husni-bei e i giochi di potere

Abbiamo già parlato di Rossella Biscotti e la sua vincita alla sedicesima edizione della Quadriennale di Roma, conquistando il primo premio col tema del viaggio, ma chi sono stati gli altri vincitori?

Tra gli under 35 si è aggiudicata il premio Illy Adelita Husni-Bey. AGENCY- Giochi di potere è l’opera che, nata nel 2014, ha colpito per la sua grande originalità. Dopo il successo alla galleria Laveronica di Modica (Sicilia), nel mese di aprile dello stesso anno ha preso corpo al Museo MAXXI di Roma.

Un gioco, un progetto. Adelita, ispirata ad un workshop usato in Inghilterra per lo studio della cittadinanza, propone ad un gruppo di studenti del liceo Manara di Roma di creare una simulazione che spiegasse attraverso relazioni di dominanza l’Italia contemporanea. Quaranta ragazzi, divisi in cinque gruppi: giornalisti, politici, lavoratori, attivisti e banchieri. Tre giorni di simulazione, di gioco, in cui i ragazzi scegliendo la categoria si sono immersi totalmente nella società odierna, comprendendo le vere astrusità che oggi investono l’Italia. Ognuno di loro con massima libertà di interpretazione, ha cercato di crearsi delle risposte. I giornalisti erano i responsabili di un rapporto sul progresso: ad ogni ora un telegiornale spiegava gli accaduti. Al termine della simulazione i ragazzi si assegnavano dei punti di potere, così da poter capire chi dei ragazzi era riuscito a conquistare il potere effettivo nella società che aveva creato. Le categorie in questo modo hanno cercato di simulare ciò che succede nella società italiana. Un gioco di ruolo? Quasi, ma un gioco che propone forme alternative di rappresentazione della vita politica e sottolinea il ruolo fondamentale dell’istruzione come base di fratellanza. Attraverso un’intensa partecipazione del gruppo di adolescenti, l’opera propone una serie di scene che descrivono le pieghe della realtà ed esamina come le decisioni sono prese nella società, per arrivare ad un risultato ricco di domande e risposte. Nel mese precedente il workshop, sono stati organizzati diversi incontri tra gli studenti con selezionati giornalisti, attivisti, economisti, sindacalisti e gli editori, per approfondire la conoscenza delle categorie scelte degli studenti.

Da un lato i banchieri, i politici e gli attivisti, dominati dalla fame di potere, dal gioco dei soldi, d’altra parte i lavoratori. «Noi eravamo i più deboli, sottomessi dalla classe dirigente, non avevamo obiettivi perché dovevamo reagire, dovevamo difenderci, ma ci rendevamo conto delle manovre politiche». Così parla una ragazza che ha fatto parte dei lavoratori, sostenendo di esser riuscita a sentirsi in una situazione reale. Se l’obiettivo fosse stato la ricerca del bene della comunità, sicuramente si sarebbero ottenuti risultati diversi, si sarebbe creata una situazione del tutto diversa. Ma al centro del progetto c’era il potere. Il potere che mangia gli uomini, che rende sempre più deboli, per poi far ricadere questa debolezza sulla società.

La scuola italiana deve aprirsi o no a questo tipo di didattica? Il museo è solo un’entità di “arte antica” o deve esser studiato anche come luogo per questo tipo di progetti? Una buona didattica si deve fermare allo studio del greco e del latino o deve andare oltre?