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Le opere da vivere di Grazia Varisco

Grazia Varisco è nata a Milano nel 1937, frequenta l’Accademia di Brera dal 1956 al 1960 ed è cofondatrice del Gruppo T ( poetica sulla variazione dell’immagine nella sequenza temporale) durante gli anni sessanta. Promotrice del movimento dell’Avanguardia, partecipa a molte mostre firmate Miriorama e nel 1962 le sue opere d’arte sono esposte alla mostra di Arte Programmata organizzata da Bruno Munari ( artista, designer e scrittore italiano) dove curatore dell’introduzione è Umberto Eco. La Varisco espone all’estero dal 1963 alla mostra Le Nouvelle Tendence, rassegna del movimento e della luce. Alla fine degli anni sessanta la vediamo in stretto contatto con l’ufficio della Rinascente di Milano, nella progettazione grafica che le viene affidata. L’accademia di San Luca le conferisce il suo premio nel 2007.

Grazia aderisce all’Arte Cinetica e Programmata con una prima produzione di immagini che proponevano la variazione della luce, estensione e contrazione nelle forme delle superfici dando vita allo Schema Luminoso Variabile. Attraverso una serie di interviste rilasciate dall’artista possiamo capire più a fondo il significato delle sue opere come i Quadri Comunicanti: cornici che ospitano al loro interno un riflesso acquatico e che danno la percezione del movimento. L’istallazione può essere ampliata o ristretta a seconda delle occasioni e della disposizione dello spazio da allestire.

Non solo all’interno di musei o gallerie d’arte, Grazia Varisco è riuscita a dare un tocco di colore e di sua personalità anche ai parchi e agli spazi verdi delle città che hanno ospitato le sue opere IF. Istallazioni di tavole magnetiche sulle quali sono presenti elementi geometrici che creano un ordine disordine, ordine e caos; caos che non possiamo trascurare nella vita poiché parte di ognuno di noi e che mette in moto la quotidianità. Fondamentale è l’uso della mano nell’opera Risonanze al tocco, dove è la testa che guida la mano dell’osservatore che diventa parte integrante dell’opera d’arte, creando così suoni.

Concludo riportando una frase dell’artista che si adatta bene a questi tempi da noi vissuti: «Artista?! Dicono… e io me la godo! Perché la parola Artista non mi chiude in un’attività definita e limitata, mi concede uno spazio più ampio e libero; anche perché vale ugualmente al maschile e femminile e non è poco ancor oggi».

Per chiarirci un po’ le idee. Che cos’è l’arte cinetica programmata? La loro definizione non è univoca anzi presenta delle differenze concettuali non trascurabili. L’Arte Cinetica introduce nell’opera d’arte, quadro o scultura, il movimento, che può essere reale o virtuale ottenuto dallo spostamento dell’osservatore e di conseguenza dal punto di vista stesso. Dall’altra per Arte Programmata, si intende un’opera realizzata in base ad un programma di calcolo, che permette all’opera stessa di variare forma e cromia, quindi sequenze figurali secondo un ordine temporale.

 

Federica Meloni

 

Mounir Fatmi. Transition State

Dal 26 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018, la galleria Officine dell’Immagine di Milano inaugura la nuova sede di via Carlo Vittadini 11, ospitando la più ampia personale mai realizzata in Italia di Mounir Fatmi (Tangeri, Marocco, 1970), a cura di Silvia Cirelli. Molto noto a livello internazionale, Mounir Fatmi è tra i protagonisti dell’attuale Biennale di Venezia con una doppia partecipazione al Padiglione Tunisino, all’interno della mostra The Absence of Paths, e al NSK State Pavilion.

Artista poliedrico, Mounir Fatmi si relaziona costantemente con temi di attualità come l’identità, la multiculturalità, le ambiguità del potere e della violenza. Negli anni è riuscito a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare una notevole abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, tracciando importanti passaggi della storia contemporanea.

La mostra milanese, dal titolo Transition State, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica, ponendo l’accento sul concetto di “ibridazione” culturale, una combinazione di preconcetti e stereotipi svelati e poi screditati, che rafforzano una visione d’insieme costruita sul dialogo fra religione, scienza, le ambivalenze del linguaggio e quanto queste si trasformino nel corso della storia.

Un chiaro esempio del potere del linguaggio sulla verità è Martyrs, un dittico realizzato su neri pannelli di legno, la cui superficie è tagliata da una moltitudine di linee che sembrano muoversi come ferite sulla pelle di un corpo. L’emblematico titolo gioca sulle varianti semantiche di questa parola che, nel corso della storia, hanno trasformato il suo significato. Dall’antico greco martus “testimone”, a colui che sacrifica se stesso in nome della fede, fino ad arrivare all’accezione di oggi, quando viene erroneamente affiancato al concetto di kamikaze.

Il tema del martirio torna anche nel video The Silence of Saint Peter Martyr (2011), con protagonista San Pietro Martire, anche noto come Pietro da Verona, un prete del XIII secolo appartenente all’Ordine dei Domenicani, che fu giustiziato atrocemente a causa della sua forte opposizione agli eretici. La quiete della scena, che vede il soggetto muovere lentamente il dito mimando il pacifico gesto del silenzio, si contrappone violentemente all’audio del video stesso, un sottofondo disturbante e aggressivo.

L’ispirazione di materia religiosa si riconferma nella serie fotografica Blinding Light (2013), un progetto che vede la manipolazione sia concettuale che visiva della cosiddetta “Guarigione del Diacono Giustiniano”, un miracolo immortalato anche in un noto dipinto del Beato Angelico. La storia narra di due santi, Cosma e Damiano – celebri per le loro capacità mediche – che una notte entrarono nella stanza di Giustiniano e gli scambiarono la gamba malata con quella di un etiope appena deceduto. Al risveglio Giustiniano si accorse quindi di avere la gamba destra guarita, ma di colore. Giocata sulle sovrapposizioni fra il dipinto antico e scene di chirurgia odierna, Mounir Fatmi sorprende per l’abilità lessicale con la quale riesce ad affrontare temi di grande richiamo come l’identità etnica, l’ibridazione e la nozione di diversità con una sorprendete sensibilità culturale.

La visione sensoriale dello spettatore viene poi esortata nel video Technologia del 2010, dove il susseguirsi convulso di dettagli geometrici e motivi calligrafici arabi di natura religiosa, danno vita a un processo dal forte carattere ipnotico. Lo sguardo dello spettatore a fatica riesce a resistere, così come anche il suo udito, messo alla prova da suoni stridenti.

La giustapposizione fra oggetto, il suo utilizzo e il suo significato culturale si conferma centrale nell’installazione Civilization(2013), realizzata semplicemente con un paio di scarpe nere da uomo poste sopra un libro che riporta la scritta “civilization”. Con questi due oggetti, spesso utilizzati come indicatori del livello di civilizzazione delle persone, l’artista marocchino s’interroga sulla seduzione della materialità e sul suo ingannevole potere nella cultura contemporanea.

Durante l’inaugurazione, giovedì 26 ottobre alle ore 19.00, si terrà una performance costruita attorno all’installazione Constructing Illusions, un’opera partecipativa che gioca sugli equilibri fra immaginazione e realtà, concetti che spesso si mescolano fra loro, fino ad arrivare anche a scambiarsi completamente di significato.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 07 Gennaio 2018

Inaugurazione: giovedì 26 ottobre, ore 19

Milano

Luogo: Officine dell’Immagine

Curatori: Silvia Cirelli

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 91638758

E-Mail info: info@officinedellimmagine.com

Sito ufficiale: http://www.officinedellimmagine.com/

Non solo meteorologia! Fujiko Nakaya e le installazioni di nebbia

Nebbia: fenomeno meteorologico caratterizzato dalla presenza di una nube formatasi a contatto col suolo, la quale è costituita da gocce d’acqua allo stato liquido o cristalli di ghiaccio sospesi nell’aria.

Questa definizione esprime in maniera scientifica il significato del termine nebbia, ma in questa sede non ci possiamo limitare a una semplice definizione di carattere enciclopedico in quanto l’arte contemporanea è un campo di ampie vedute, infatti il termine nebbia non è associato solo ed esclusivamente a un tipico fenomeno della meteorologia, esso è legato a un’artista dell’arte contemporanea, Fujiko Nakaya, realizzatrice delle suggestive installazioni di nebbia.

La nebbia consente di ammirare l’acqua allo stato gassoso, l’acqua che è l’elemento in grado di offrire la vita, è possibile osservarne l’evoluzione, come accade per l’esistenza di un qualunque essere vivente, che pian piano tende a dissolversi per poi scomparire del tutto, una vera e propria metafora della vita.

Le installazioni di Fujiko Nakaya sono delle vere e proprie sculture di vapore, catturano l’osservatore trasportandolo al proprio interno, in un mondo sublime, esterno alle pareti del tradizionale museo, un’esperienza in grado di far riflettere colui che fruisce dell’opera sulla possibilità di estendere il classico percorso museale al di fuori dell’edificio, nello spazio esterno, in quanto è possibile catturare anche in questo modo i sensi del pubblico, rendendolo parte integrante dell’installazione artistica.

Chi viene immerso dall’opera dell’artista giapponese non può fare a meno di pensare al sublime, al romanticismo ottocentesco, ove la nebbia era un elemento cardine di tale poetica, in grado di suscitare emozioni nell’intimo dell’uomo. Fujiko Nakaya intende celebrare in modo positivo il fenomeno meteorologico, infatti non è intenzione dell’artista far riflettere l’uomo intorno alle concezioni negative che vengono associate alla nebbia, per esempio all’idea di smog nata in seguito alla Rivoluzione industriale. L’artista celebra la bellezza del fenomeno facendo rivivere al pubblico l’intensità pittoresca del passato romantico.

 

 

La dimensione della luce nelle installazioni di Anila Quayyum Agha

Vincitrice di ambitissimi premi, come ArtPrize 2014 e numerosi riconoscimenti, Anila Quayyum Agha è una tra le artiste più talentuose degli ultimi anni. Nata a Lahore, in Pakistan, ad oggi vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo lavoro mette insieme la tradizione dell’arte islamica, con le tecniche più semplici contemporanee. Attraverso la sua operazione di esemplificazione e riproduzione tenta di esplorare e rielaborare in maniera del tutto immateriale, attenti e minuziosi intagli che creano giochi in cui la contrapposizione tra luce e ombra diventa padrona. Gli ambienti creati da Agha sono frammenti di reale che esplodono e irrompono all’interno di strutture, tipicamente white cube, capovolgendo la normale visione e inglobando la diversità in tante ripetizioni.

Le sue imponenti installazioni l’hanno consacrata come artista internazionale e le piccole ripetizioni geometriche che adornano lo splendido palazzo dell’Alhambra a Granada, perla del sud della Spagna, sono quelle che l’artista riproduce in cubi dalle grandi dimensioni. Attraverso il suo attento lavoro, riesce a dare vita al giusto equilibrio tra contemporaneo e tradizione, in modo che il centro di tutta la sua rappresentazione sia la luce, elemento essenziale e centrale per la cultura islamica, e l’assenza della figura umana.

I muqarnas, sono alcuni dei patterns a cui l’artista fa riferimento, bidimensionali e in continuo mutamento, sono composti da strati molteplici e si offrono allo spettatore in sembianze sempre diverse riflettendo fonti luminose. La luce non è però mai in rapporto con il nostro sguardo, come succede per le installazioni di Agha, non ci osserva, ma interferisce con lo spazio abbattendo ogni relazione fisica e diventando il tramezzo che regola e disegna le geometriche composizioni.

Il corpo, non ha alcuna rilevanza, ciò che è protagonista assoluto sono le mille traiettorie di luce che non ci guardano, ma ci penetrano e ci invitano a farne esperienza. Questa tipologia di pensiero artistico è ciò che fa della produzione artistica di Agha, uno spettacolare racconto per traiettorie, geometrie e luce.

La cultura islamica è tutta nella composizione e nella relazione tra le cose, tutto il resto è luce e la sua capacità di modificare le cose intorno a sé. La contemporaneità è la capacità di raccontare attraverso l’immateriale, tematiche a livello globale. Le strutture di Agha, infatti, descrivono da lontano una società in cui alle donne non è permesso di accedere alle affascinanti moschee islamiche che sono costrette, invece, alla preghiera domestica. Non a caso, la potenza emotiva si confonde con la coscienza d’animo e la necessità di dare una voce attraverso l’immateriale e l’intimo racconto di sé.

 

Palatino contemporaneo: Duchamp, Cattelan e gli altri in mostra all’interno dell’area archeologia

Gli antichi complessi architettonici romani tornano ad ospitare l’arte contemporanea, con una grandiosa esposizione allestita all’interno del Palatino. Dopo Post Classici (2013) e Par Tibi, Roma, Nihil (2016), è infatti attualmente in corso nella capitale la mostra Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino, curata da Alberto Fiz e visitabile fino al 29 ottobre.

Non si tratta, per fortuna, della classica mostra “acchiappa pubblico” povera di reali contenuti, ma di una rassegna di valore ed estremamente densa di opere significative. Sono in mostra infatti ben 100 opere, alcune delle quali site-specific, appartenenti a ogni genere e realizzate da alcuni tra i massimi nomi dell’arte contemporanea, dai grandi maestri alle generazioni più recenti. Sono tutte opere provenienti dal museo ALT di Alzano Lombardo (Bergamo) creato dall’architetto Tullio Leggeri, uno dei massimi collezionisti e mecenati italiani. La mostra offre pertanto una straordinaria opportunità per tutti i romani di ammirare una collezione di tale valore senza dover attraversare il paese, oltre che un punto di vista insolito sulle invece solite rovine.

Le opere, che per l’occasione lasciano il loro abituale contesto di archeologia industriale (il museo ALT è infatti ospitato all’interno dell’ex opificio Italcementi) per trasferirsi in una cornice archeologica vera e propria, sono distribuite in tutto il complesso monumentale. Tre sono le sezioni principali in cui la mostra può essere suddivisa: le mani, i ritratti e le grandi installazioni. Le sezioni dedicate alle mani e ai ritratti sono concentrate in alcuni ambienti coperti del peristilio della Domus Augustana, e si configurano quasi come una sorta di indipendenti “mostre nella mostra”. Nella sala dedicata al tema delle mani sono raccolte un gran numero di opere di artisti di fama più che consolidata come Giuseppe Penone, Richard Long, Luca Maria Patella, Andres Serrano, Felix Gonzalez-Torres e Shirin Neshat, solo per citarne alcuni. Le sale riservate ai ritratti ospitano nomi altrettanto importanti, quali Giulio Paolini, Marina Abramovic, Gilbert e George, Thomas Ruff e Barbara Kruger, le cui opere ben si addicono alla tipologia di esposizione nella quale si inseriscono, in quanto appartenenti ad un genere in cui gli antichi romani sono stati indiscussi maestri. Le installazioni, infine, si trovano disseminate in tutta l’area archeologica, dal viale d’accesso alle Arcate Severiane e alle terrazze sovrastanti, fino allo Stadio e alla Domus Augustana. È in quest’ultima sezione che meglio si esprime ovviamente l’accostamento tra arte contemporanea e antichità, grazie agli effetti scenografici ottenuti dalla tipologia delle opere e dalle loro grandi dimensioni. In questa sezione troviamo opere come il Luogo di raccoglimento multiconfessionale laico di Pistoletto, i Rotoreliefs di Duchamp, lo Specchio di Cattelan, la Madonna del miracolo di Gino de Dominicis e Vettor Pisani, Il cosmo e gli elementi di Schifano, la Bear sculpture di Paul McCarthy, e così via.

Ben riuscito risulta insomma questa volta l’abbinamento tra opere contemporanee e contesto archeologico. Le opere dell’esposizione, non è una frase retorica, si sposano perfettamente con le maestose architetture imperiali del Palatino, che allo stesso tempo si prestano da perfetto scenario ma ne vengono in cambio rivitalizzate, a dimostrazione del fatto che antico e contemporaneo non solo possono condividere lo stesso spazio, ma possono addirittura trarre reciproco vantaggio da questa feconda convivenza.

 

 

Palatino contemporaneo. Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

Fino al 29 ottobre 2017

Palatino Via di San Gregorio, 30 – Roma

 

Karen Klimnik tra realtà e fantasia

Karen Kilimnik è un’artista nata nel 1962 a Philadelphia, dove ancora oggi vive e lavora. Dopo essersi laureata nel 1984, inizia a dedicarsi all’affascinante mondo delle installazioni ambientali, includendo dipinti in progetti site-specific. Il messaggio che vuole trasmettere è ben preciso: un mondo reale contrapposto alla favola, un romanticismo che ormai è soppiantato dalla società consumistica. Tramite l’opera la Klimnik racconta come siamo ormai torturati dai miti e dai nostri stessi modelli creati da questa società. Il linguaggio, talvolta complesso, si estende al di là della tela, l’artista considera l’ambiente in cui si colloca la sua opera come parte essenziale dell’opera creata: i dipinti sono spesso accompagnati da estratti musicali e si completano con l’azione della pittura sull’ambiente in cui sono installati.

Nei ritratti scompare l’ambientazione, e lo spazio accoglie il primo piano di persone accompagnate talvolta da allegorie storiche. Quasi drammatici, malinconici, violenti dalle pennellate veloci, ma ricchissimi di colori accesi, i dipinti nascondono una poesia e una nostalgica bellezza, un umorismo non indifferente.

I ritratti sono spesso di personaggi famosi, attori, modelli e ballerini che incarnano figure storiche o letterarie: ad esempio Paris Hilton come Marie Antoinette, Leonardo di Caprio come il principe azzurro della Bella addormentata e Nureyev come il Principe delle Nevi, prendendo la forma di autoritratti più o meno realistici che per l’artista sono sintomo di fantasia. Un particolare aspetto per Kilimnik è la miscelazione di ritratti reali e immaginati: nelle pitture iconiche, le moderne icone pop-culturali vengono inserite in composizioni storiche composte, dando origine ad un incantato tipo di irrealtà, vedi la presenza di pipistrelli colorati in un ritratto medievale in bianco e nero, o la costante presenza di gatti come adorazioni.

Questa vena fantastica vale anche per le installazioni. Fontana della Gioventù, è un’installazione costituita da sei piedi di siepi di boxwood, erba, edera e una fontana da giardino in pietra e bottiglie di profumo di vetro. La galleria inferiore include un’installazione a tema cineseerie dove i disegni precoci appendono con carta da parati personalizzata, mobili, sedili da giardino, ventilatori e lanterne.

Interessante è The Hellfire Club, un’installazione del 1989 che fa riferimento alla serie televisiva britannica del 1960, The Avengers (I vendicatori). Una messa in scena di fotocopie, fotografie di star e oggetti incorniciati da tende in velluto e due disegni neri delle case di campagna britanniche, cornici d’oro, specchi, ragnatele, spade, ascia; questi elementi si combinano con un pisello, i Beatles, e altre immagini stereotipate britanniche, formando il ritratto artistico dei presupposti artificialmente esagerati che hanno reso l’esposizione televisiva così coinvolgente.

 

Have a Nice Time. Da Kounellis a Shiota

Si è inaugurata sabato 20 maggio a Palazzo San Francesco di Domodossola la mostra Have a Nice Time. Da Kounellis a Shiota a cura di Antonio D’Amico. Promossa e realizzata dalla Città di Domodossola, Assessorato alla Cultura, nell’ambito delle iniziative dell’Associazione Musei d’Ossola, l’iniziativa è, inoltre, sostenuta dall’Associazione Ruminelli e dalla Fondazione Comunitaria del VCO. In collaborazione con Mimmo Scognamiglio, la rassegna presenta un nucleo di 24 opere e installazioni.

Il progetto espositivo è una finestra che si apre sulla storia artistica dell’ultimo ventennio, e si presenta come spazio privilegiato dove fermarsi a guardare e compenetrare le ricerche e le tematiche poste in essere da alcuni fra i più significativi artisti del panorama dell’arte contemporanea italiano e mondiale. Le opere in mostra tentano di rispondere a una preponderante domanda che si pone la nostra contemporaneità: “a cosa serve l’arte?”, la riposta a questo interrogativo è: “a trovare se stessi”, una risposta implicita – anche se non del tutto -, che si scorge nelle opere, nelle performance e nelle installazioni dell’ultimo ventennio. Può sembrare una risposta banale, retorica, ma è profonda e reale, tanto più che questa considerazione non è soltanto tale per chi crea arte ma anche per chi la propone sul mercato, ovvero il gallerista, e quindi per chi la compra, dunque il collezionista. Un circolo vizioso e allettante in cui i protagonisti sembrano alla ricerca di uno specchio nel quale incontrare e riconoscere qualcosa di se stessi. Da questo girotondo seduttivo si può uscire sconfitti dalla tanta imperfezione, smarriti dall’assenza di punti di riferimenti, divertiti dalle molte stimolazioni, Have a Nice Time, ovvero trovare se stessi nello spazio dell’arte, o ritrovarsi salvati dall’immersione nell’ignoto per ritrovarvi il nuovo, come suggerirebbe Baudelaire.

Nel panorama artistico degli ultimi vent’anni, ricco di nuove modalità di pensiero visuale e di idee, si inseriscono il lavoro e la passione di Mimmo Scognamiglio che in questo girotondo è un anello di congiunzione tra artisti in grado di cavalcare linguaggi e proporre nuove letture del reale e dell’Io e i collezionisti, sempre alla ricerca di immagini entro cui ritrovarsi.

La mostra, infatti, propone il lavoro e le passioni di Mimmo Scognamiglio, il gallerista che tra Napoli e Milano ha tracciato con le sue scelte artistiche uno spaccato di storia dell’arte contemporanea, tra Kounellis e Shiota. Dal 1995 a oggi, si sono susseguiti nelle sue gallerie artisti che oggi calcano il panorama dell’arte internazionale e dettano ondate di pensiero che sarà possibile vedere radunati nella suggestiva cornice di Palazzo San Francesco a Domodossola. In quella che è stata un’antica chiesa medioevale e oggi sede della Pinacoteca Civica, potremo soffermarci dinanzi a un racconto per immagini che diventa il fissante di istanti di vita vissuta, di pensieri sconnessi tra loro che si lasciano ricomporre o dipanare dal pubblico con singolarissime interpretazioni e chiavi di letture. Le opere sono frutto di un percorso mentale intrapreso dall’artista che rimane pur sempre fascinosamente misterioso, tanto è vero che ogni opera assume il suo valore reale soltanto grazie al messaggio che ne recepisce chi guarda. Dunque a Domodossola sarà possibile ritrovare vicini tra loro tanti percorsi mentali visibili nelle opere di Maddalena Ambrosio, Chiharu Shiota, Antony Gormley, Peppe e Lucio Perone, Jason Martin, Mimmo Paladino, Joerg Lozek, Daniel Canogar, Jannis Kounellis, Jenni Hiltunnen, Jaume Plensa, Anneé Olofsson, Bernardi Roig, Marcus Harvey, Gavin Turk, Giovanni Manfredini, Ximena Garrido Lecca, Spencer Tunick, Julian Opie, Max Neumann, Massimo Kaufmann, Franco Rasma.

È certamente uno spaccato caotico, ma pieno di fermento della cultura artistica del così detto “secolo breve”, non sempre ben definibile entro un linguaggio riconoscibile e univoco, ma che ha portato questi artisti a sovvertire il vecchio concetto di “bellezza” e a definire inediti percorsi che mettono in relazione mondi empirici e sistematici.

Fino al 15 Ottobre 2017

DOMODOSSOLA | VERBANO-CUSIO-OSSOLA

LUOGO: Palazzo San Francesco

Orari: dalle ore 10 alle ore 12:30 e dalle ore 16 alle ore 19. Giorni di chiusura: lunedì e martedì; mercoledì su prenotazione

CURATORI: Antonio D’Amico

ENTI PROMOTORI:

  • Città di Domodossola – Assessorato alla Cultura

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0324 492313-312

E-MAIL INFO: cultura@comune.domodossola.vb.it

SITO UFFICIALE: http://www.comune.domodossola.vb.it

Lucia Leuci. Materia prima

La Fondazione Adolfo Pini presenta la mostra Materia prima, un nuovo progetto d’arte contemporanea site specific realizzato dall’artista Lucia Leuci, in programma dal 19 maggio al 14 luglio 2017.

Questa mostra prodotta e promossa dalla Fondazione, a cura dell’artist-run- project /77 con la supervisione di Adrian Paci, propone una serie di interventi artistici all’interno delle quattro vetrine della casa museo. Dopo il primo intervento site specific The Missing Link di Michele Gabriele, ospitato fino allo scorso gennaio, con Materia Prima la Fondazione prosegue il proprio percorso dedicato all’arte contemporanea con l’obiettivo di porsi quale nuovo luogo di incontro e valorizzazione della scena dell’arte giovanile a Milano.

L’opera di Lucia Leuci è un’installazione unitaria che si articola in una serie di piatti in ceramica bianca contenenti sculture inedite in resina traslucida, insieme a cibi veri. Le sculture, realizzate con materie sintetiche, riproducono in modo artificioso le pietanze dei singoli piatti, facendo emergere le imperfezioni delle materie prime scelte per la composizione degli stessi. La struttura estetica delle opere rievoca quella dei piatti di alta cucina. L’artista immagina le vetrine, tre delle quali si trovano nell’ambiente un tempo adibito a sala da pranzo quando la casa ancora svolgeva la sua funzione originale, come isole a sé stanti, intervenendo al loro interno senza privarle della loro funzione estetica originale. Alle luci delle vetrine Lucia Leuci applica gelatine colorate, creando atmosfere diverse a seconda dell’opera inserita al loro interno.

Cardine dell’intervento artistico è la dicotomia tra natura e rappresentazione edulcorata del reale, unite in un lessico gastronomico. La commistione degli elementi presenti nelle opere di Lucia Leuci è esplicativa della ricerca estetica perseguita dall’artista, che si propone di stimolare il visitatore a una fruizione viscerale delle opere, suscitando in chi le osserva ricordi di un vissuto non solo visivo ma anche tattile ed olfattivo. La mostra trasmette quindi la lenta evoluzione delle opere nel tempo poiché le sculture in resina rimarranno invariate, mentre quelle organiche lentamente deperiranno offrendo ai visitatori delle opere ogni giorno diverse e inedite.

Fino al 14 Luglio 2017

MILANO

LUOGO: Fondazione Adolfo Pini

CURATORI: /77

ENTI PROMOTORI:

  • Fondazione Adolfo Pini

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 874502

SITO UFFICIALE: http://www.fondazionepini.it

Lina Condes. Extraterrestrial Odyssey

CondesArt in collaborazione con PDG Arte Communications presenta Extraterrestrial Odyssey di Lina Condes a cura di Paolo De Grandis, Tamara Li, Magdalena Gabriel.

Lina Condes è una pioniera nell’utilizzo della tecnologia, dell’architettura e delle biologia applicata alla pratica artistica. Ha ideato iSculpture una serie di opere concepite e sviluppate sfruttando i recenti studi tecnologici e multimediali. Ed è proprio dalla iSculpture che la sua ricerca si è sviluppata di recente per dar forma a composizioni in cui la tecnologia e l’architettura non sono solo il medium; le installazioni, i disegni, le immagini animate, le proiezioni interagiscono e si cortocircuitano per creare un processo espressivo di interazione con il pubblico. Da questa pratica nascono installazioni potenti in grado di tradurre stati d’animo, sensazioni, emozioni, riflessioni che portano lo spettatore verso l’animo dell’autore.

La tecnologia, il cui etimo porta con sé lo stretto intreccio del rapporto con l’arte, ha influenzato da sempre la creazione artistica stabilendo le possibilità di espressione degli artisti e determinando anche il passaggio a funzioni diverse dell’arte cambiandone le modalità di fruizione. Ed è proprio così che nelle opere di Lina Condes si libera un’immagine, un simbolo, un frame attraverso quella combinazione di tecnologie che permettono un viaggio verso scoperte importanti. Il messaggio diventa comprensibile attraverso il nuovo mezzo espressivo che ne indaga il significato e lo riporta su un piano di comprensione “altro” dove l’architettura entra in gioco proprio per la sua necessaria percorrenza al suo esterno e al suo interno. Essendo il linguaggio dell’architettura basato sulla forma e sulla composizione, sulla scelta degli elementi e sull’articolazione degli spazi, tale incursione nell’opera di Lina Condes diviene un ponte tra la creatività e la ricerca tecnologica.

In occasione di questo nuovo progetto a Venezia, Lina Condes espone Sphinx, una iSculpture emblematica, interattiva, fusione iconografica di un occhio attivato su un corpo stilizzato. Ed è proprio il simbolo dell’occhio che, riportandoci in quel territorio legato a miti antichi, evoca nella sua accezione positiva la luce, la conoscenza, l’espressione e la forza spirituale.

L’occhio come interfaccia tra il mondo esterno e quello interno. Qui sensore unico in grado di percepire il mondo e le sue contraddizioni, elemento disturbante. L’occhio come organismo vivente che in sé riunisce e palesa, somatizzandole, le contraddizioni dell’esistenza e che si fa veicolo di pulsioni e sentimenti.

Fino al 26 Novembre 2017

VENEZIA

LUOGO: Palazzo Pisani – Conservatorio Benedetto Marcello

CURATORI: Paolo De Grandis, Tamara Li, Magdalena Gabriel

Lorenzo Quinn. Support

E’ stata inaugurata venerdì 12 maggio, alla presenza del Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, la nuova scultura monumentale di Lorenzo Quinn, artista tra i più apprezzati a livello internazionale, figlio dell’attore hollywoodiano Anthony Quinn e della seconda moglie, la costumista veneziana Iolanda Addolori.

L’interessante progetto artistico, un’installazione che emerge dall’acqua in Canal Grande nell’area di Rialto, tra la Ca’ D’Oro e Campo Santa Sofia, è patrocinato dal Comune di Venezia e promosso da Halcyon Gallery con il sostegno di Ca’ Sagredo Hotel.

L’opera monumentale – un’installazione tra gli 8 e i 9 metri di altezza – rappresenta due mani che sostengono simbolicamente il Palazzo Ca’ Sagredo di fronte al quale emergono; la scultura segna l’evoluzione artistica di Quinn e la sua sperimentazione con nuovi materiali e nuove prospettive orientate a trasmettere la sua passione per i valori eterni e le emozioni autentiche. Esempio di un’arte armonica ed equilibrata, è stata concepita per rappresentare le più recenti riflessioni dell’artista sulle problematiche ambientali e sulle variazioni del clima che oggi la nostra società si trova ad affrontare.

Meditando sull’ambivalenza della natura umana, con le sue potenzialità di creazione e distruzione, e sulla capacità dell’uomo di influenzare con il suo operato il corso degli eventi e l’ambiente, Quinn ci parla dell’opportunità concreta di raggiungere un maggior equilibrio con il nostro Pianeta, in termini sia economici sia ambientali sia sociali.

Le mani, strumenti che possono tanto distruggere il mondo quanto salvarlo, trasmettono un istintivo sentimento di nobiltà e grandezza in grado anche di generare inquietudine, poiché il gesto generoso di sostenere l’edificio ne evidenzia la fragilità.

L’installazione sarà visibile al pubblico dal 13 maggio al 26 novembre; per tutto il periodo dell’esposizione di Support, all’interno dell’Hotel Ca’ Sagredo saranno in mostra alcune versioni di altre opere di Lorenzo Quinn, fra cui Leap of Faith, esposto all’Hermitage Museum di San Pietroburgo nel 2011, The Four Loves e Love,collocate in Berkeley Square e Millbank a Londra nel 2017.

Per Quinn, la scultura è strumento di comunicazione, una forma artistica attraverso la quale intende promuovere la tolleranza, la comprensione reciproca e l’armonia.

Fino al 26 Novembre 2017

VENEZIA

LUOGO: Hotel Ca’ Sagredo

ENTI PROMOTORI:

  • Halcyon Gallery
  • Patrocinato dal Comune di Venezia

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 041 2413111

E-MAIL INFO: info@casasagredohotel.com