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Le installazioni “impossibili” di Paola Pivi, tra utopia e assurdo

Nella visione utopica dell’arte, l’assurdo si unisce spesso a un sentimento ancestrale di visioni che inducono il dubbio della percezione del reale. Paola Pivi, classe ‘71, ha definito questa concezione di valore artistico attraverso una produzione fatta da mezzi differenti, stimolata da un’urgente riflessione sul rapporto tra l’uomo e la natura circostante.

Animali in mezzo al mare, orsi dai colori sgargianti, gigantesche scale multi cromatiche, scatti fotografici privi di un ritocco digitale, accompagnano l’itinerante produzione artistica e visiva dell’artista che con il suo spirito nomade ha ridefinito il concetto di “impossibile”.

Quelle realizzate da Pivi sono installazioni che mirano a un’improbabilità di successo, una sfida che attraversa trasversalmente tutta la sua produzione e che è il motore portante di un intento che mira a ridefinire l’oggetto, astraendolo, mutandolo e dandogli nuovi significati. Le opere, che virano verso una linea duchampiana, sembrano assumere i connotati d’immagini mentali e visioni fantastiche, precedute da una componente puramente ludica. L’uso della performance permette all’artista di interagire, manipolare e giocare attivamente con la realtà. Spesso la performance sconfina nel video, annullando qualsiasi tipo di suddivisione pratica e spiazzando il fruitore che si ritrova così senza alcuna certezza e si domanda dove sia il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

Paola Pivi riflette su tematiche politiche e ambientali attraverso l’ironia, il non-sense e l’assurdo. Le sue costruzioni si caratterizzano anche per dimensioni molto grandi che permettono ai suoi personaggi di interagire con lo spazio circostante e, contemporaneamente, ridefinirne lo status statico e primordiale a favore di una visione nuova e ribelle. L’artista rivisita e giustappone elementi allo stesso tempo familiari e archetipi in un mondo iconografico utopico. Questi elementi si rivelano attraverso una luce onirica e surreale che permette al fruitore non solo di esserne spiazzato, ma anche di ritrovarsi di fronte ad aspetti del reale, parte della vita quotidiana, analizzati da un punto di vista lontano e vagabondo.

Paola Pivi crea immagini mentali che sotto forma di narrazione disorientano e, allo stesso tempo, invadono lo spazio e la relazione con il fruitore, attraverso un’aurea poetica e suggestiva. Grazie al suo lavoro, Pivi riporta l’attenzione su una dimensione ludica dell’arte che anche usufruendo di elementi visibilmente fantastici, ha la capacità di raccontare la potenza di un’interazione contingente che si fonda sull’idea che non esistono limiti formali, ma anzi l’impossibile, a volte, può diventare possibile.

 

 

L’invisibile che diventa percezione nelle installazioni ambientali di Shay Frisch

Campi elettromagnetici, adattatori composti e assemblati, corrente elettrica e infine la luce che illumina l’invisibile e lo rende improvvisamente percettibile. Queste le principali chiavi di lettura da tenere a mente quando si parla di Shay Frisch, artista e industrial designer, che ha fatto della riflessione tra arte e scienza il suo biglietto da visita. L’intervento al limite tra artistico e industriale che mette in atto Shay Frisch, racconta di un graduale spostamento della linea che separa il campo cognitivo da quello emotivo, alla ricerca di una nuova frontiera tra arte e scienza. Attraverso l’utilizzo perentorio di prese elettriche e collegamenti energetici, l’artista tenta di creare un fil rouge che anziché dividere i due campi, tenta di metterli sullo stesso piano, inglobandoli e, in definitiva, annientandoli.

Fulcro dell’azione non è la luce generata da questi assemblaggi puramente industriali e quasi home-made, ma l’energia che origina, trasforma, manipola e modella. La luce è dunque solo il prodotto che, da ultimo, fa da connettore e svela un prodotto di per sé invisibile, ossia, l’energia. Essa scorre ovunque ma si percepisce solo lì dove delle lampadine ne rivelano la “forma” effimera e intuitiva. I campi elettromagnetici rivelano dunque che l’invisibile prevale nettamente sul visibile, ed è quella forza, quella vitalità che permette di far coincidere emozione e conoscenza su pari livello, inducendo lo spettatore a fare esperienza diretta con qualcosa che va al di là del proprio raziocinio.

Shay Frisch, mette in pratica un dinamismo inatteso e imprevedibile che porta a osservare e a percepire gli ambienti in maniera differente ed esperienziale. In particolare, i campi messi in moto dall’artista modellano anche l’idea di superfice che qui assume i connotati di un continuum e annullano dunque ogni separazione tra oggetto e spazio. Tutto è trasformabile e tutto vive su uno stesso livello emozionale e visivo. Gli assemblaggi di Shay Frisch, lavorano anche sullo spazio – ambiente o meglio su quel contenitore che accoglie e, tante volte, tende a coccolare il pubblico predisponendo oggetti o manufatti di facile interpretazione. In questo caso, il fruitore è invitato ad attivare il senso intrinseco dell’opera generando esso stesso energia emotiva. Avvolgere lo spettatore e immergerlo attraverso proiezioni di luce intensa ha l’obiettivo unico di guardare alla forza e all’elemento dell’elettricità sotto un aspetto innovativo e inatteso. Le intermittenze luminose permettono allo spettatore di sentire e percepire il movimento che si cela dietro questi meccanismi di materia inerte.

Shay Frisch permette all’aspetto immateriale di rivelarsi e allo stesso tempo rende consapevoli del fatto che spesso per poter sentire e percepire l’energia, l’arte o la materia non è necessario vederla o toccarla.

 

The Dream Machine is Asleep

Pirelli Hangar Bicocca presenta The Dream Machine is Asleep fino al 22 luglio 2018, mostra personale di Eva Kot’átková, un percorso onirico e labirintico in cui vengono messe in scena dall’artista le fantasie individuali, le paure e le sfide della società contemporanea.

L’opera di Eva Kot’átková (1982) indaga le forze intrinseche ed estrinseche che influiscono sul comportamento umano, in particolare le norme e i sistemi educativi che possono determinare le caratteristiche di ogni individuo, influendo così sulla propria personalità.

In The Dream Machine is Asleep Kot’átková vengono presentate installazioni coinvolgenti, sculture, opere performative e collage, che vertono sulla concezione del corpo umano come macchina e organo che continua a svolgere le sue funzioni durante il sonno, creando mondi interiori, paralleli.

Considerando le esperienze personali dell’artista e del suo recente corpus di opere – come l’installazione video Stomach of the World (2017) – l’artista trasforma lo spazio espositivo in un organismo labirintico attraverso il quale esplorare pensieri privati, visioni intime e sogni, ma anche le paure e le sfide della società contemporanea.

Viene rievocata l’estetica Dada dell’Europa dell’Est e delle mostre surrealiste, nella mostra incluse performance, conversazioni e narrazioni orali tenute dai personaggi che la animano. Tra questi giocano un ruolo chiave bambini e ragazzi, che occuperanno uno spazio a loro dedicato, definito “Children office”, dove creeranno un archivio dei sogni.

 

 

Dal 14 Febbraio 2018 al 02 Luglio 2018

Milano

Luogo: Pirelli HangarBicocca

Curatori: Roberta Tenconi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 66 11 15 73

E-Mail info: info@hangarbicocca.org

Sito ufficiale: http://www.hangarbicocca.org

Le installazioni di Ugo Rondinone: quesiti universali della condizione umana

Secondo il pensiero esistenzialista, l’uomo vive in una repentina condizione di solitudine dettato dal suo carattere precario, irrazionale e vuoto. La natura, dal canto suo, può rispecchiare in brevi momenti i simboli della ricerca costante del sé, attraverso l’immediata percezione, l’individuo, tende a dare delle risposte a delle necessità primordiali e disparate. Il tentativo di conoscenza e riconoscimento è il concetto base della produzione artistica di Ugo Rondinone, artista di origine Svizzera che oggi vive e lavora a New York. Per Rondinone la condizione umana e la solitudine che essa comporta, sono il presupposto di una riflessione immediata e non ricercata. L’artista si concentra sull’uomo in continua evoluzione che, nel suo perenne movimento, è caratterizzato da una solitudine intrinseca che si manifesta nell’azione del quotidiano. Non a caso, in una delle sue installazioni più coinvolgenti, l’artista dispone nello spazio più di una ventina di clown dai colori sfavillanti, con gli occhi chiusi, ricurvi o in piedi pensierosi. Attraverso i suoi soggetti, Rondinone, mette in mostra le varie facce dell’esistenza. I clown, d’altro canto, rappresentano la metafora della solitudine, quella inadeguatezza individuale che rispecchia uomini e donne in atmosfere collettive.

Ugo Rondinone crea dei personaggi che, seppur inanimati, rispecchiano la quotidianità e l’intima disperazione dell’essere. La principale e necessaria tendenza della sua arte non è quella di indurre a pensare, ma bensì rendere visibile a tuti la brutale riflessione del chi siamo e perché siamo al mondo. Il pensiero è immediato e non indotto.

Le opere di Rondinone, sono però dettate anche da un costante dualismo e paradosso: dai colori sgargianti e vivaci dell’arcobaleno che disegnano i clown malinconici, alle posizioni statiche ma che allo stesso tempo inducono all’imperturbabile moto, azione perenne e dinamica, delle rocce che suggeriscono un movimento continuo tra l’artificiale e il naturale. Gli elementi creati dall’artista, sono definiti delle metafore statiche di passaggio, in perenne mutamento, un paradosso forte ma fulmineo. Ogni piccola azione suggerita dalle strutture ambigue e stratificate di Rondinone, sembra inglobata in una percezione temporale repentina. L’aura di un istantaneo fluire del tempo, induce alla necessità di fare esperienza e farla ora, tempestivamente. L’esigenza esistenzialista delle opere dell’artista svizzero è un appello immediato, una richiesta di una reazione, una risposta agli interrogativi della vita attraverso l’arte, con la sua capacità selettiva e immediata di porre un problema davanti all’umanità.

Ugo Rondinone è negli ultimi giorni, al centro della visione contemporanea, con la recente inaugurazione della retrospettiva sul suo lavoro dagli anni Novanta ad oggi al The Bass, museo di arte contemporanea di Miami Beach che ha deciso, con questa mostra, di celebrare lo stile e l’approccio profondo e paradossale dell’artista svizzero.

Naviganti: il “monumento all’immaginazione” di Davide Dormino

Semplici pezzi di ferro possono diventare dei remi, un muro scrostato diventare il fianco di una nave, il cielo trasformarsi in mare. Perché questo avvenga c’è bisogno solamente di una cosa: l’immaginazione. È proprio a questa splendida facoltà umana che l’artista e docente della Rome University of Fine Arts Davide Dormino erge un monumento con la sua ultima opera, Naviganti, installata lo scorso 2 dicembre a piazza Copernico a Roma. È l’immaginazione, infatti, ci mostra Dormino, spesso anche aiutata dall’arte, a permettere di capovolgere la realtà, di abbattere muri e spostare i confini mentali e fisici che spesso ci costringono.

L’installazione, realizzata nell’ambito della prima edizione di Creature, il festival della creatività romana, è composta solo da sette grandi remi di ferro appoggiati sul recinto di un ex spazio produttivo abbandonato e rivolti verso l’alto. Sette come le Pleiadi, la costellazione dei naviganti. Nonostante la sua dura essenzialità, però, l’opera presenta molteplici livelli di lettura. Come si diceva, con un po’ di fantasia la realtà si capovolge, e quel recinto si trasforma in una nave che solca un mare azzurro come il cielo di Roma. La dedica però è ai “naviganti”, che possono essere intesi in diversi modi. Un riferimento è sicuramente ai grandi geografi, cartografi e astronomi a cui sono intitolate le strade del quartiere Pigneto in cui è installata, ma i naviganti possono essere anche tutti coloro che viaggiano con la fantasia, che sono capaci di vedere con gli occhi di un bambino un cielo diventare mare. In questo periodo storico, però, viene spontaneo anche un altro tipo di lettura, che intravede un significato politico nell’intervento di Dormino. In un’opera che si propone di abbattere le barriere, spontaneo è infatti il pensiero verso i confini che ultimamente si stanno creando e irrigidendo sempre più nel mondo, e i naviganti a cui è dedicata diventano automaticamente coloro che ogni giorno si avventurano in mare cercando di superarli. L’opera allora non è più solo un esercizio d’immaginazione ma anche di riflessione, che ci ricorda, per usare delle metafore navali, di non restare ancorati ai pregiudizi e di evitare di creare barriere perché, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

A proposito di migranti, l’opera stessa è pensata per migrare, resterà infatti solo qualche mese in piazza Copernico per poi salpare a inizio estate verso nuove destinazioni.

L’installazione è stata realizzata con il supporto del gruppo creativo SonoFrankie per il terzo appuntamento del Festival Creature, organizzato dall’associazione Open City Roma nell’ambito di Contemporaneamente 2017. Per maggiori informazioni: http://www.creaturefestival.it/

Le opere da vivere di Grazia Varisco

Grazia Varisco è nata a Milano nel 1937, frequenta l’Accademia di Brera dal 1956 al 1960 ed è cofondatrice del Gruppo T ( poetica sulla variazione dell’immagine nella sequenza temporale) durante gli anni sessanta. Promotrice del movimento dell’Avanguardia, partecipa a molte mostre firmate Miriorama e nel 1962 le sue opere d’arte sono esposte alla mostra di Arte Programmata organizzata da Bruno Munari ( artista, designer e scrittore italiano) dove curatore dell’introduzione è Umberto Eco. La Varisco espone all’estero dal 1963 alla mostra Le Nouvelle Tendence, rassegna del movimento e della luce. Alla fine degli anni sessanta la vediamo in stretto contatto con l’ufficio della Rinascente di Milano, nella progettazione grafica che le viene affidata. L’accademia di San Luca le conferisce il suo premio nel 2007.

Grazia aderisce all’Arte Cinetica e Programmata con una prima produzione di immagini che proponevano la variazione della luce, estensione e contrazione nelle forme delle superfici dando vita allo Schema Luminoso Variabile. Attraverso una serie di interviste rilasciate dall’artista possiamo capire più a fondo il significato delle sue opere come i Quadri Comunicanti: cornici che ospitano al loro interno un riflesso acquatico e che danno la percezione del movimento. L’istallazione può essere ampliata o ristretta a seconda delle occasioni e della disposizione dello spazio da allestire.

Non solo all’interno di musei o gallerie d’arte, Grazia Varisco è riuscita a dare un tocco di colore e di sua personalità anche ai parchi e agli spazi verdi delle città che hanno ospitato le sue opere IF. Istallazioni di tavole magnetiche sulle quali sono presenti elementi geometrici che creano un ordine disordine, ordine e caos; caos che non possiamo trascurare nella vita poiché parte di ognuno di noi e che mette in moto la quotidianità. Fondamentale è l’uso della mano nell’opera Risonanze al tocco, dove è la testa che guida la mano dell’osservatore che diventa parte integrante dell’opera d’arte, creando così suoni.

Concludo riportando una frase dell’artista che si adatta bene a questi tempi da noi vissuti: «Artista?! Dicono… e io me la godo! Perché la parola Artista non mi chiude in un’attività definita e limitata, mi concede uno spazio più ampio e libero; anche perché vale ugualmente al maschile e femminile e non è poco ancor oggi».

Per chiarirci un po’ le idee. Che cos’è l’arte cinetica programmata? La loro definizione non è univoca anzi presenta delle differenze concettuali non trascurabili. L’Arte Cinetica introduce nell’opera d’arte, quadro o scultura, il movimento, che può essere reale o virtuale ottenuto dallo spostamento dell’osservatore e di conseguenza dal punto di vista stesso. Dall’altra per Arte Programmata, si intende un’opera realizzata in base ad un programma di calcolo, che permette all’opera stessa di variare forma e cromia, quindi sequenze figurali secondo un ordine temporale.

 

Federica Meloni

 

Mounir Fatmi. Transition State

Dal 26 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018, la galleria Officine dell’Immagine di Milano inaugura la nuova sede di via Carlo Vittadini 11, ospitando la più ampia personale mai realizzata in Italia di Mounir Fatmi (Tangeri, Marocco, 1970), a cura di Silvia Cirelli. Molto noto a livello internazionale, Mounir Fatmi è tra i protagonisti dell’attuale Biennale di Venezia con una doppia partecipazione al Padiglione Tunisino, all’interno della mostra The Absence of Paths, e al NSK State Pavilion.

Artista poliedrico, Mounir Fatmi si relaziona costantemente con temi di attualità come l’identità, la multiculturalità, le ambiguità del potere e della violenza. Negli anni è riuscito a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare una notevole abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, tracciando importanti passaggi della storia contemporanea.

La mostra milanese, dal titolo Transition State, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica, ponendo l’accento sul concetto di “ibridazione” culturale, una combinazione di preconcetti e stereotipi svelati e poi screditati, che rafforzano una visione d’insieme costruita sul dialogo fra religione, scienza, le ambivalenze del linguaggio e quanto queste si trasformino nel corso della storia.

Un chiaro esempio del potere del linguaggio sulla verità è Martyrs, un dittico realizzato su neri pannelli di legno, la cui superficie è tagliata da una moltitudine di linee che sembrano muoversi come ferite sulla pelle di un corpo. L’emblematico titolo gioca sulle varianti semantiche di questa parola che, nel corso della storia, hanno trasformato il suo significato. Dall’antico greco martus “testimone”, a colui che sacrifica se stesso in nome della fede, fino ad arrivare all’accezione di oggi, quando viene erroneamente affiancato al concetto di kamikaze.

Il tema del martirio torna anche nel video The Silence of Saint Peter Martyr (2011), con protagonista San Pietro Martire, anche noto come Pietro da Verona, un prete del XIII secolo appartenente all’Ordine dei Domenicani, che fu giustiziato atrocemente a causa della sua forte opposizione agli eretici. La quiete della scena, che vede il soggetto muovere lentamente il dito mimando il pacifico gesto del silenzio, si contrappone violentemente all’audio del video stesso, un sottofondo disturbante e aggressivo.

L’ispirazione di materia religiosa si riconferma nella serie fotografica Blinding Light (2013), un progetto che vede la manipolazione sia concettuale che visiva della cosiddetta “Guarigione del Diacono Giustiniano”, un miracolo immortalato anche in un noto dipinto del Beato Angelico. La storia narra di due santi, Cosma e Damiano – celebri per le loro capacità mediche – che una notte entrarono nella stanza di Giustiniano e gli scambiarono la gamba malata con quella di un etiope appena deceduto. Al risveglio Giustiniano si accorse quindi di avere la gamba destra guarita, ma di colore. Giocata sulle sovrapposizioni fra il dipinto antico e scene di chirurgia odierna, Mounir Fatmi sorprende per l’abilità lessicale con la quale riesce ad affrontare temi di grande richiamo come l’identità etnica, l’ibridazione e la nozione di diversità con una sorprendete sensibilità culturale.

La visione sensoriale dello spettatore viene poi esortata nel video Technologia del 2010, dove il susseguirsi convulso di dettagli geometrici e motivi calligrafici arabi di natura religiosa, danno vita a un processo dal forte carattere ipnotico. Lo sguardo dello spettatore a fatica riesce a resistere, così come anche il suo udito, messo alla prova da suoni stridenti.

La giustapposizione fra oggetto, il suo utilizzo e il suo significato culturale si conferma centrale nell’installazione Civilization(2013), realizzata semplicemente con un paio di scarpe nere da uomo poste sopra un libro che riporta la scritta “civilization”. Con questi due oggetti, spesso utilizzati come indicatori del livello di civilizzazione delle persone, l’artista marocchino s’interroga sulla seduzione della materialità e sul suo ingannevole potere nella cultura contemporanea.

Durante l’inaugurazione, giovedì 26 ottobre alle ore 19.00, si terrà una performance costruita attorno all’installazione Constructing Illusions, un’opera partecipativa che gioca sugli equilibri fra immaginazione e realtà, concetti che spesso si mescolano fra loro, fino ad arrivare anche a scambiarsi completamente di significato.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 07 Gennaio 2018

Inaugurazione: giovedì 26 ottobre, ore 19

Milano

Luogo: Officine dell’Immagine

Curatori: Silvia Cirelli

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 91638758

E-Mail info: info@officinedellimmagine.com

Sito ufficiale: http://www.officinedellimmagine.com/

Non solo meteorologia! Fujiko Nakaya e le installazioni di nebbia

Nebbia: fenomeno meteorologico caratterizzato dalla presenza di una nube formatasi a contatto col suolo, la quale è costituita da gocce d’acqua allo stato liquido o cristalli di ghiaccio sospesi nell’aria.

Questa definizione esprime in maniera scientifica il significato del termine nebbia, ma in questa sede non ci possiamo limitare a una semplice definizione di carattere enciclopedico in quanto l’arte contemporanea è un campo di ampie vedute, infatti il termine nebbia non è associato solo ed esclusivamente a un tipico fenomeno della meteorologia, esso è legato a un’artista dell’arte contemporanea, Fujiko Nakaya, realizzatrice delle suggestive installazioni di nebbia.

La nebbia consente di ammirare l’acqua allo stato gassoso, l’acqua che è l’elemento in grado di offrire la vita, è possibile osservarne l’evoluzione, come accade per l’esistenza di un qualunque essere vivente, che pian piano tende a dissolversi per poi scomparire del tutto, una vera e propria metafora della vita.

Le installazioni di Fujiko Nakaya sono delle vere e proprie sculture di vapore, catturano l’osservatore trasportandolo al proprio interno, in un mondo sublime, esterno alle pareti del tradizionale museo, un’esperienza in grado di far riflettere colui che fruisce dell’opera sulla possibilità di estendere il classico percorso museale al di fuori dell’edificio, nello spazio esterno, in quanto è possibile catturare anche in questo modo i sensi del pubblico, rendendolo parte integrante dell’installazione artistica.

Chi viene immerso dall’opera dell’artista giapponese non può fare a meno di pensare al sublime, al romanticismo ottocentesco, ove la nebbia era un elemento cardine di tale poetica, in grado di suscitare emozioni nell’intimo dell’uomo. Fujiko Nakaya intende celebrare in modo positivo il fenomeno meteorologico, infatti non è intenzione dell’artista far riflettere l’uomo intorno alle concezioni negative che vengono associate alla nebbia, per esempio all’idea di smog nata in seguito alla Rivoluzione industriale. L’artista celebra la bellezza del fenomeno facendo rivivere al pubblico l’intensità pittoresca del passato romantico.

 

 

La dimensione della luce nelle installazioni di Anila Quayyum Agha

Vincitrice di ambitissimi premi, come ArtPrize 2014 e numerosi riconoscimenti, Anila Quayyum Agha è una tra le artiste più talentuose degli ultimi anni. Nata a Lahore, in Pakistan, ad oggi vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo lavoro mette insieme la tradizione dell’arte islamica, con le tecniche più semplici contemporanee. Attraverso la sua operazione di esemplificazione e riproduzione tenta di esplorare e rielaborare in maniera del tutto immateriale, attenti e minuziosi intagli che creano giochi in cui la contrapposizione tra luce e ombra diventa padrona. Gli ambienti creati da Agha sono frammenti di reale che esplodono e irrompono all’interno di strutture, tipicamente white cube, capovolgendo la normale visione e inglobando la diversità in tante ripetizioni.

Le sue imponenti installazioni l’hanno consacrata come artista internazionale e le piccole ripetizioni geometriche che adornano lo splendido palazzo dell’Alhambra a Granada, perla del sud della Spagna, sono quelle che l’artista riproduce in cubi dalle grandi dimensioni. Attraverso il suo attento lavoro, riesce a dare vita al giusto equilibrio tra contemporaneo e tradizione, in modo che il centro di tutta la sua rappresentazione sia la luce, elemento essenziale e centrale per la cultura islamica, e l’assenza della figura umana.

I muqarnas, sono alcuni dei patterns a cui l’artista fa riferimento, bidimensionali e in continuo mutamento, sono composti da strati molteplici e si offrono allo spettatore in sembianze sempre diverse riflettendo fonti luminose. La luce non è però mai in rapporto con il nostro sguardo, come succede per le installazioni di Agha, non ci osserva, ma interferisce con lo spazio abbattendo ogni relazione fisica e diventando il tramezzo che regola e disegna le geometriche composizioni.

Il corpo, non ha alcuna rilevanza, ciò che è protagonista assoluto sono le mille traiettorie di luce che non ci guardano, ma ci penetrano e ci invitano a farne esperienza. Questa tipologia di pensiero artistico è ciò che fa della produzione artistica di Agha, uno spettacolare racconto per traiettorie, geometrie e luce.

La cultura islamica è tutta nella composizione e nella relazione tra le cose, tutto il resto è luce e la sua capacità di modificare le cose intorno a sé. La contemporaneità è la capacità di raccontare attraverso l’immateriale, tematiche a livello globale. Le strutture di Agha, infatti, descrivono da lontano una società in cui alle donne non è permesso di accedere alle affascinanti moschee islamiche che sono costrette, invece, alla preghiera domestica. Non a caso, la potenza emotiva si confonde con la coscienza d’animo e la necessità di dare una voce attraverso l’immateriale e l’intimo racconto di sé.

 

Palatino contemporaneo: Duchamp, Cattelan e gli altri in mostra all’interno dell’area archeologia

Gli antichi complessi architettonici romani tornano ad ospitare l’arte contemporanea, con una grandiosa esposizione allestita all’interno del Palatino. Dopo Post Classici (2013) e Par Tibi, Roma, Nihil (2016), è infatti attualmente in corso nella capitale la mostra Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino, curata da Alberto Fiz e visitabile fino al 29 ottobre.

Non si tratta, per fortuna, della classica mostra “acchiappa pubblico” povera di reali contenuti, ma di una rassegna di valore ed estremamente densa di opere significative. Sono in mostra infatti ben 100 opere, alcune delle quali site-specific, appartenenti a ogni genere e realizzate da alcuni tra i massimi nomi dell’arte contemporanea, dai grandi maestri alle generazioni più recenti. Sono tutte opere provenienti dal museo ALT di Alzano Lombardo (Bergamo) creato dall’architetto Tullio Leggeri, uno dei massimi collezionisti e mecenati italiani. La mostra offre pertanto una straordinaria opportunità per tutti i romani di ammirare una collezione di tale valore senza dover attraversare il paese, oltre che un punto di vista insolito sulle invece solite rovine.

Le opere, che per l’occasione lasciano il loro abituale contesto di archeologia industriale (il museo ALT è infatti ospitato all’interno dell’ex opificio Italcementi) per trasferirsi in una cornice archeologica vera e propria, sono distribuite in tutto il complesso monumentale. Tre sono le sezioni principali in cui la mostra può essere suddivisa: le mani, i ritratti e le grandi installazioni. Le sezioni dedicate alle mani e ai ritratti sono concentrate in alcuni ambienti coperti del peristilio della Domus Augustana, e si configurano quasi come una sorta di indipendenti “mostre nella mostra”. Nella sala dedicata al tema delle mani sono raccolte un gran numero di opere di artisti di fama più che consolidata come Giuseppe Penone, Richard Long, Luca Maria Patella, Andres Serrano, Felix Gonzalez-Torres e Shirin Neshat, solo per citarne alcuni. Le sale riservate ai ritratti ospitano nomi altrettanto importanti, quali Giulio Paolini, Marina Abramovic, Gilbert e George, Thomas Ruff e Barbara Kruger, le cui opere ben si addicono alla tipologia di esposizione nella quale si inseriscono, in quanto appartenenti ad un genere in cui gli antichi romani sono stati indiscussi maestri. Le installazioni, infine, si trovano disseminate in tutta l’area archeologica, dal viale d’accesso alle Arcate Severiane e alle terrazze sovrastanti, fino allo Stadio e alla Domus Augustana. È in quest’ultima sezione che meglio si esprime ovviamente l’accostamento tra arte contemporanea e antichità, grazie agli effetti scenografici ottenuti dalla tipologia delle opere e dalle loro grandi dimensioni. In questa sezione troviamo opere come il Luogo di raccoglimento multiconfessionale laico di Pistoletto, i Rotoreliefs di Duchamp, lo Specchio di Cattelan, la Madonna del miracolo di Gino de Dominicis e Vettor Pisani, Il cosmo e gli elementi di Schifano, la Bear sculpture di Paul McCarthy, e così via.

Ben riuscito risulta insomma questa volta l’abbinamento tra opere contemporanee e contesto archeologico. Le opere dell’esposizione, non è una frase retorica, si sposano perfettamente con le maestose architetture imperiali del Palatino, che allo stesso tempo si prestano da perfetto scenario ma ne vengono in cambio rivitalizzate, a dimostrazione del fatto che antico e contemporaneo non solo possono condividere lo stesso spazio, ma possono addirittura trarre reciproco vantaggio da questa feconda convivenza.

 

 

Palatino contemporaneo. Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

Fino al 29 ottobre 2017

Palatino Via di San Gregorio, 30 – Roma