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Un ingegno pluridisciplinare: Claudia Losi

 

Installazioni site-specific, sculture, video mapping, lavori su tessuto e su carta, una grande varietà di media abbraccia la ricerca artistica di Claudia Losi. Nata a Piacenza nel 1971, la Losi si è diplomata all’Accademia di Belle Arti e laureata in Lingue a Bologna, avendo trascorso sei mesi in Francia con l’Erasmus. Nell’estate del 1998 è stata selezionata per il Corso Superiore di Arte Visiva della Fondazione Antonio Ratti di Como, dove segue uno stage con l’artista Hamish Fulton.

Interessata da subito a progetti pluridisciplinari, scienze naturali, etnologia, geologia, cartografia, poesia e letteratura, la sua indagine si focalizza sul rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’individuo e la collettività, sulla esplorazione come esperienza di conoscenza. Losi parla e racconta attraverso l’arte, il cucito e la scrittura, impiegando spesso il suo lavoro come innesco per creare nuovi orizzonti, per abbattere più confini possibili tra un’arte e l’altra.

Fondamentale nella sua opera, in contrapposizione alla frenesia della vita, è il ricamo lo strumento prediletto, lento, che richiede manualità e precisione. La maggior parte dei progetti da lei ideati infatti nascono dall’incontro con un luogo che lentamente prende la forma di un’opera: sia essa un ricamo, una scultura, un’installazione. L’opera di Claudia Losi abbraccia un caleidoscopio di progetti che descrivono al meglio l’arte da lei concepita come work in progress. La qualità che caratterizza le sue opere traduce in maniera poetica la ricchezza della sua ricerca, dell’aspetto straordinario che si nasconde dietro un tessuto, e la relazione con la scienza e l’interesse per la natura, che sono sempre stati fondamentali nella sua opera, le hanno permesso di focalizzare l’attenzione sul “camminare” inteso come pratica artistica e strumento ideale per elaborare le sue riflessioni emotive ed analitiche sul panorama artistico.

Tra le opere che scaturirono più successo, nei primi anni ’90: vi sono una serie di progetti di gruppo, arte partecipata e collettiva, basati sulla volontà di coinvolgere le persone ad eseguire dei ricami. Nominiamo ad esempio la comunità del parco Nazionale del Pollino, alla quale chiese di raccontare un ricordo fornendo immagini, disegni o fotografie, che poi sono state cucite su pezze di tessuto. Tavole vegetali, una serie di licheni durante alcuni viaggi riprodotti su un supporto in tessuto; Ciottoli, pietre ricamate in tessuto, Paesaggi, mappe disegnate sui muri con filo di juta, Onde-Progetto Belgrado, un’immagine ricamata con fotografie della risacca di un’ondata marina, eseguito da tre donne in un campo profughi, Marmagne, fotografie stampate su tela, che riguardavano un allevamento di trote. Degli anni 2000 abbiamo Etna Project, disegno degli anni Ottanta di una colata di lava del vulcano siciliano, riportata sempre su stoffa in sedici parti, ognuna affidata a due gruppi di donne, sei peruviane e sei marocchine. Tra le installazioni più celebri sicuramente Balena project , una balenottera in tessuto cucito di lana a dimensioni reali, che riproduce il più fedelmente possibile le caratteristiche anatomiche del cetaceo. L’opera ha avuto un enorme successo, venne esposta in molte città italiane e non solo, anche in Ecuador e Inghilterra.

 

Cai Guo-Qiang: la pirotecnica ricongiunzione celeste

Polvere da sparo e ritualità collettiva sono due degli elementi principali che fanno dell’operato artistico di Cai Guo-Qiang una vera e propria rivoluzione primordiale, che crea connessioni ispirate da una forte matrice orientale, luogo di provenienza dell’artista.

Il fuoco è da sempre un elemento in bilico tra l’esoterico e lo spirituale, si presenta come luce che con la sua forza distrugge e allo stesso tempo vivifica. Quest’aspetto ibrido dell’elemento del fuoco rappresenta in toto la necessità artistica di Cai Guo-Qiang, che esprime, attraverso lo scoppiettio intermittente della polvere da sparo, la testimonianza degli anni del cambiamento maoista tra distruzione e ricostruzione. Il fuoco, infatti, nella sua apparente inconsistenza, nasconde la propria forza distruttrice che produce e trasforma, elevandosi anche a simbolo di purificazione e liberazione. I piccoli cambiamenti che si verificano a seguito del graduale incendiarsi dei pioli lasciano trame e residui che creano magie ed eventi inaspettati del reale. La cenere, ad esempio, da sempre simbolo di penitenza rappresenta nel caso specifico la rinascita, una nuova genesi dell’essere nel mondo.

Attraverso i giochi pirotecnici, tele esplosive di un’arte che muta, l’artista cinese tenta una riconnessione tra la terra e l’universo dove l’uomo può assumere il controllo della propria esistenza in un allineamento ancestrale con le proprie radici e il cielo che sovrasta alto qualsiasi continente.

I lavori di Cai Guo-Qiang non sono però legati solo a un’arte da “testa in su”, ma condividono l’inaspettato e il sorprendente. Così come accade nelle sue installazioni che invadono le sale espositive in danze virtuali che ricordano, da lontano, i disegni caotici creati dalla polvere da sparo. Mantenendo fermo uno sguardo e un’attenzione nei confronti della cultura cinese, Cai Guo-Qiang realizza opere con un unico filo conduttore che celebra la vita e riflette sulla morte. L’azzeramento temporale che l’artista crea nelle sue costruzioni tra uomo e natura, garantisce un’istantaneità quasi fotografica che permette al fruitore di immedesimarsi e compiere quel cambiamento di rotta e ritorno al primordiale a cui auspica l’artista.

Cai Guo-Qiang è senza dubbio una delle stelle dell’arte degli ultimi tempi, riconosciuto a livello mondiale da numerosi premi, la sua arte mantiene la purezza tradizionale che permette di essere partecipi di un viaggio collettivo verso il Cielo e la creazione. Le sue opere sono delle sintesi di visione e lo straniamento di cui si compongono, permette di fare esperienza diretta di ciò che sta davanti agli occhi nella vivida capacità di essere parte di un mondo congiunto nella celeste verità universale.

 

Allegro non troppo. La giungla tessile di Bruna Esposito

Uno stretto corridoio, una folla di gente. Si sta stretti, ma un profumo acre di agrumi accoglie il visitatore distraendolo, per un momento, dalla confusione e dalla difficoltà nel raggiungere la sala centrale. All’improvviso, nella semi oscurità si avvicina una giungla tessile colorata e profumata. Un improbabile sovrapposizione di reti, amache, aghi di pino, bitume, catrame, annunci discount, avvolge in un’atmosfera dalle fattezze allegre, ma non troppo. Si tratta della prima personale dell’artista del paradosso e dell’improbabile Bruna Esposito negli spazi dello studio Stefania Miscetti. La mostra porta non a caso il titolo di Allegro non troppo ed è stata inaugurata di recente nel cuore trasteverino della capitale già scenario di innumerevoli esplosioni di contemporaneità internazionale e a tutto tondo.

Bruna Esposito in questa mostra riflette ed elabora due corpi di lavori in cui riprendere temi a lei cari. Attraverso un elaborato assemblaggio site specific intesse un dialogo formalmente insensato e al limite tra il claustrofobico e l’incanto. Le trappole di materiale apparentemente innocue celano tensioni che innescano disagi e paure. Tutto intorno l’atmosfera ricorda tende circensi, colori sgargianti che rendono lo spazio improvvisamente allegro, spensierato, mentre al suo interno tutto tende all’oscuro che attanaglia attraverso scelte che sollecitano significati dettati dall’insensatezza della quotidianità che si fa spazio tra i grovigli di materie per suscitare dinamiche ostinate e audaci.

Bruna Esposito è l’artista che ha fatto della capacità di calibrare in modo sapiente connessioni illogiche, la sua cifra stilistica. Le costruzioni che provengono dalla sua sensibilità artistica sembrano ricercare più un senso di rigore che una dedizione alla spettacolarizzazione dell’arte o delle sue declinazioni. Attraverso la scelta consapevole di prediligere un’economicità materica a una ricerca ostentata del particolare, crea visioni irreali dal gusto ironico e, allo stesso tempo, poetico che evocano la forza della fragilità umana.

Nello specifico Bruna Esposito crea un’unione spaziale che interrompe il cammino libero dello spettatore che si ritrova incastrato tra i grovigli di reti che lo spingono ai lati della stanza in una sorta di ribellione materica che invade, attira e allontana chiunque si avvicini. L’installazione dell’artista è la riappropriazione della materia sull’insensatezza dell’uomo, frenato dalla prepotente presenza di una giungla di sensi, odori, colori in un’atmosfera paradossale e allo stesso tempo allegra, ma non troppo.

 

 

 

Studio Stefania Miscetti

9 marzo 2017 – 30 giugno 2017

via delle Mantellate, 14 – 00165 Roma

Orari: dal martedì al sabato dalle 16.00 alle 20.00

Ingresso: libero

A Roma la pittura prende corpo con l’opera di Aljoscha

Forme iper-leggere, sospese e apparentemente instabili sono le protagoniste dell’opera dell’artista di origine ucraina Aljoscha, per la prima volta in mostra a Roma con una installazione site-specific allestita presso la Sala Santa Rita, visitabile fino al 13 marzo.

La sala, ex chiesa barocca posizionata in pieno centro monumentale, è per l’occasione totalmente invasa e rivoluzionata nel segno dall’arte contemporanea. Sotto la cura di Sala 1 in collaborazione con Natalia Gershevskaya, la monumentale e immersiva installazione ideata da Aljoscha converte lo spazio espositivo in un ambiente estremamente suggestivo, capace di catturare in maniera immediata la curiosità del pubblico, in un affascinante gioco di pieni e vuoti e di luci e ombre.

L’aspetto più interessante dell’opera in mostra è l’inconsueto metodo di realizzazione. Essa è infatti generata dall’artista solidificando e modellando della vernice acrilica, in un’operazione che ricorda una evoluzione tridimensionale dell’action painting. In questa sorta di esperimento sullo studio della materia, la pittura abbandona il suo stato liquido per assumere una connotazione più corporea, si emancipa dalla tela e prende forma nello spazio.

Quello che ne viene fuori è una forma d’arte difficile da classificare. È allo stesso tempo pittura, scultura e installazione, e non va sottovalutato poi anche il suo carattere performativo, rintracciabile non solo nella modalità di realizzazione, ma soprattutto nell’interazione che mette in atto con spazio e pubblico, aspetto imprescindibile di tutta l’operazione.

L’opera, infatti, pendendo dal soffitto e occupando tutto lo spazio occupabile, interagisce sia con l’ambiente che la ospita, sia con il pubblico, in una seducente esperienza di coinvolgimento totale. Con le sue protuberanze che arrivano quasi a toccare terra, costringe lo spettatore a girarvi attorno o a passarvi attraverso, e soprattutto si offre alla visione da infiniti punti di vista, ognuno dei quali ugualmente sorprendente e suggestivo, superando l’idea di contemplazione statica in favore di un approccio attivo e dinamico.

Fondamentale per questo carattere immersivo dell’esposizione e per la riuscita del suo effetto altamente scenografico è poi anche l’illuminazione, sapientemente studiata per accendere i colori e proiettare ombre estremamente decorative sulle pareti, a creare un interessante dialogo con gli stucchi e i marmi dell’arredo seicentesco.

 

 

Aljoscha. A notion of cosmic teleology

Fino al 13 marzo 2017

Sala Santa Rita

Via Montanara (ad. Piazza Campitelli) – Roma

Ingresso libero

Orari di apertura: tutti i giorni dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 19.

 

http://www.comune.roma.it/pcr/it/newsview.page?contentId=NEW1400946

L’esposizione è un gioco: Cornelia Baltes

Cornelia Baltes è una delle migliori rivelazioni di questo decennio. L’artista tedesca si è fatta conoscere per la sua eccezionale espressività creativa resa attraverso segni semplici e forme giocose. La sua vena irriverente si manifesta non solo con un continuo dialogo tra pittura e scultura, dove alcune volte le due cose vanno praticamente a coincidere, ma anche attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico nell’invenzione degli ambienti espositivi. Uno straordinario esempio di questo è la mostra del 2015 dal titolo Turner.

Alla Northern Gallery for Contemporary Art di Sunderland la Baltes ha escogitato un sistema che permette al visitatore di spostare le opere a proprio piacimento, trasformando uno spazio statico, come può essere il classico ambiente espositivo, in uno spazio animato in continuo mutamento. Disponendo i dipinti orizzontalmente sul pavimento e dotandoli di piccole rotelle si è resa possibile al pubblico un’interazione totale con l’allestimento, dove tutto può mutare di forma e di significato a seconda di chi osserva e da dove osserva.

In condizioni canoniche nelle esposizioni le opere vengono posizionate con un certo grado di isolamento (più o meno ampio a seconda di come vengono pensati l’ordinamento e l’allestimento in funzione di ciò che si vuole raccontare) per far risaltare la qualità intrinseca di ogni singolo pezzo e facilitarne la lettura al pubblico. In Turner invece ogni individualismo è completamente annullato, non c’è un punto di vista privilegiato, non c’è gerarchia tra il centro e la periferia degli spazi.

L’insieme delle opere va a formare una vera e propria installazione dove il pubblico è parte integrante della performance. L’idea del pavimento come superficie espositiva per i dipinti è stata applicata anche in un’altra mostra del 2016 dal titolo Drunk Octopus wants to fight svoltasi alla Limoncello Gallery di Londra. Anche qui Cornelia Baltes si è divertita a sfidare i canoni dell’allestimento museale, dimostrando ancora una volta la sua straordinaria intelligenza nel saper sfruttare la resa estetica delle sue creazioni al fine di comporre ambienti totalmente fuori dagli schemi senza rovinare la qualità espositiva nel complesso. In aggiunta a questo allestimento orizzontale sono presenti nelle sue mostre tanti altri tricks museografici molto interessanti sia dal punto di vista meramente artistico sia da un punto di vista più tecnico. Non c’è dubbio: Cornelia Baltes è un’autentica scultrice di ambienti.

 

Jana’S, l’arte tessile in chiave contemporanea

Ingegno, dote artistica, passione. Stiamo parlando di Daniela Frongia, artista giovanissima nata nel 1981 a San Gavino in Sardegna. Fin dalla sua adolescenza ha mantenuto la passione per l’arte e la creatività, così dopo aver frequentato l’Istituto d’arte Contini di Oristano vola in Toscana per perfezionare i suoi studi all’Accademia delle Belle Arti di Firenze.

Al termine degli studi ha iniziato subito a lavorare, promuovendo la propria arte nel territorio toscano. Ha partecipato ad un progetto volto a promuovere l’arte contemporanea giovanile, attraverso workshop con personalità internazionali quali John Duncan, Melissa Pasut, Stefanos Tsivopoulos.

Daniela, in arte Jana’S, è riuscita a crearsi un bagaglio ricchissimo. Si è occupata di attività molto varie quali pittura e disegno, fotografia e video, installazioni e performance, ma ha sempre portato con se il fascino del vero artigianato sardo e in particolare della manifattura tessile. Così, una volta tornata in Sardegna ha sentito l’esigenza di toccare con mano questa eccellenza dell’arte tessile, per coinvolgere il suo pubblico verso il magico mondo dei tessuti. Lana, lino, cotone, canapa, tutte materie prime che Jana’S prende in mano per creare vere e proprie opere d’arte.

Un giorno, pochi anni fa, durante una passeggiata tra i nuraghi della sua terra, le cade l’occhio su della lana di agnello. Una scoperta, un istinto: la raccoglie. Grazie alla sua fervida creatività costruisce poi un fuso e un telaio. Così inizia a lavorare la lana, dando vita in questo modo alla sua prima creazione: un libro cucito interamente a mano.

Jana’S continua su questo panorama, e con grande manualità e devozione mantiene viva una delle più grandi antiche tradizioni della sua terra, riproponendo in chiave contemporanea la nobile arte della tessitura.

In prima persona si occupa dell’intero processo di lavorazione: dalla raccolta al filato, dalla macerazione alla essicazione, dalla gramolatura alla filatura. Le opere, raccontano il lungo percorso compiuto dalla fibra: prima seme, poi fiore e infine filo. Trama e ordito si danno da fare nella tela, si mettono in gioco con forte impatto visivo, creando un segno, una forma. L’azione del telaio che lavora il tessuto, l’ago che fora la pezza, uno sviluppo regolare che definisce le cuciture creando un suono del tutto armonico e ritmico.

L’originale rapporto di Jana’S con la natura caratterizza questa sua fase produttiva, spingendola verso altri orizzonti: come ad esempio le venature delle pietre e le ragnatele. Procede in questo modo una frenetica traiettoria di ricerca, che porta l’artista alla costruzione di telai sperimentali e installazioni che rielaborano antiche tradizioni, ma sempre in chiave moderna.

Ora, fino al 27 Febbraio 2017, in occasione della III° Expo del Turismo Culturale in Sardegna, presso il Centro di Comunicazione e Promozione del Patrimonio Culturale “Giovanni Lilliu”, è possibile visitare la mostra personale di Daniela Frongia dal titolo Perfiloepersegno, curata da Anna Rita Punzo.

 

perfiloepersegno.

#perfiloepersegnoPersonale di Daniela Frongia Jana S a cura di Anna Rita PunzoBARUMINI : Su Nuraxi - Casa Zapata - Centro Giovanni LilliuProrogata fino al 27 Febbraio 2017Music: River Flows in You - Yiruma (2001)

Geplaatst door Perfiloepersegno op donderdag 5 januari 2017

 

 

Manuel Felisi. Tempo immobile

Dal 17 febbraio al 25 marzo 2017, Fabbrica Eos di Milano (p.le Baiamonti 2) ospita la personale di Manuel Felisi (Milano, 1976) dal titolo Tempo immobile.

L’esposizione, curata da Alberto Mattia Martini, presenta tre installazioni che indagano la tematica della memoria, quella personale e intima dell’artista e quella collettiva.

Quello di Felisi, afferma Alberto Maria Martini, è «un tempo quasi metafisico, solo apparentemente statico, ma in continuo divenire, che parte dal passato, dal ricordo, per poi modificarsi e quindi evolversi nel presente».

Per attuare questa reminiscenza, Felisi ha spesso fatto uso dell’acqua facendola scendere in forma di pioggia su oggetti per modificarne l’identità. Proprio l’acqua sarà la protagonista della prima installazione Una sola presentata alla Fabbrica Eos, composta da una sola goccia che cade dal soffitto della galleria il cui suono sarà amplificato da un microfono e diffuso per tutto l’ambiente.

La seconda opera Tana consiste in un ambiente appositamente costruito per l’occasione, al quale si accede attraverso l’anta di un vecchio armadio. Al suo interno si trova una serie di abiti appesi che immediatamente richiamano al passato, alla storia particolare di chi ha indossato quegli indumenti, ovvero alla memoria collettiva che scaturisce dalla visione di questi vestiti e dalla percezione dell’assenza dei corpi che li hanno portati.
 
La terza installazione Tempo immobile propone un congelatore dalle pareti in vetro, al cui interno trovano posto vecchi abiti appartenuti a Felisi stesso, che verranno eternati dal ghiaccio stesso. Con questo, l’artista si propone di bloccare il tempo, facendo in modo che i ricordi associati a essi non svaniscano ma rimangano fissati per sempre.

Manuel Felisi, Tempo immobile, 2016, Fonte arte.it

Dal 16 Febbraio 2017 al 25 Marzo 2017

Milano

Luogo: Fabbrica Eos

Curatori: Alberto Mattia Martini

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Inaugurazione: giovedì 16 febbraio 2017 ore 18.30

Francesca Leone. Giardino

Diciotto grate di alluminio a comporre un’unica installazione, con lo spettatore che interagisce con l’opera camminando su una grande piattaforma. Si chiama Giardino la mostra personale di Francesca Leone che, dopo il successo ottenuto l’anno scorso alla Triennale di Milano, arriva a Roma negli spazi del Museo MACRO dal 3 febbraio al 26 marzo 2017 ed è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

L’installazione è stata realizzata con il contributo inconsapevole di centinaia di persone che hanno sparso per le strade rifiuti e oggetti. Dalle fessure delle grate emergono le testimonianze del loro passaggio: mozziconi di sigarette, plastiche, sassi, carta, chiavi, rifiuti e monete sono il racconto di storie quotidiane e di un tempo fermato.

Il lavoro dell’artista romana, tra realtà e denuncia con un’attenzione profonda ai temi dell’ambiente e dell’ecosistema, rispetto all’installazione milanese, si arricchisce di tre grandi opere in cemento frutto del lavoro di approfondimento e ricerca che la Leone ha continuato a fare dopo la mostra alla Triennale. Inoltre, a rendere ancora più unico il progetto, è la scelta dell’artista di fare un libro-opera, edito in 150 copie firmate e numerate, con testo di  Danilo Eccher: un’opera nell’opera in cui una piccola grata diventa uno scrigno.

Giardino è una mostra complessa che sfrutta la ruvidità di un linguaggio essenziale, crudo, violento, per esprimere una poesia della quotidianità; una mostra che realizza un allestimento minimale, capace di utilizzare la scenografia asettica delle sale museali per comporre una recita di assoluto realismo.

Francesca Leone, dettaglio Grata, Fonte arte.it

Inaugurazione: giovedì 2 febbraio 2017 ore 18

Dal 02 Febbraio 2017 al 26 Marzo 2017

Roma

Luogo: MACRO – Museo di Arte Contemporanea Roma

Enti promotori:

  • Roma Capitale
  • Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Costo del biglietto: intero € 11, ridotto € 9, residenti € 10 / € 8

Telefono per informazioni: +39 060608

Sito ufficiale: http://www.museomacro.org/

La magia di Field of Light

Una coperta di luci ha invaso il deserto ai piedi dell’Uluru, il più imponente massiccio roccioso del Territorio del Nord australiano. Si chiama Field of Light, è l’installazione ideata da Bruce Munro, artista britannico conosciuto in tutto il mondo per le sue numerose installazioni luminose site specific.

Protagonisti indiscussi sono oltre cinquanta mila steli collocati nella superficie del deserto, nel bel mezzo dell’ Uluru-Kata Tjuta National Park. Alla sommità degli steli sono applicate delle sfere radianti di vetro smerigliato che collegate con una fibra ottica illuminata, cavi lunghi circa 380 km, ed alimentate ad energia solare, come per magia fioriscono ogni giorno al tramonto.

«Field of Light è un progetto che ho coltivato per molto tempo».

Munro racconta di aver concepito l’idea già dal 1992, quando insieme alla moglie si era recato in viaggio ad Ayers Rock, ed è lì che ha iniziato ad immaginare un paesaggio di fiori illuminati, per usare le sue parole «semi addormentati nel deserto prima che scenda il buio, pronti a fiorire con i ritmi dolci della luce, sotto una coperta sfolgorante di stelle».

La popolazione locale ha ribattezzato l’opera Tili Wiru Tjuta Nyakutjaku, che significa “Guardando tante belle luci”. Da soli, con amici, col proprio partner, si può contemplare questo magico campo di luci in diversi modi, a piedi, in cammello, al tramonto e all’alba, l’emozione che genera è a dir poco commovente. Seguendo alcuni sentieri di sabbia si può entrare nel campo, così da vivere l’opera quasi a tu per tu, restando avvolti dai colori protagonisti di questa performance, che assieme alla volta stellata rende ancora più magica e romantica la scena.

L’installazione prima di tornare nel luogo dove è stata ideata, ha scaturito un enorme successo per la prima volta nel 2004 al Victoria and Albert Museum di Londra, negli Stati Uniti e infine in Messico, catturando sempre l’attenzione di migliaia di visitatori che si recavano spinti dal desiderio di immergersi in questo cielo capovolto di luci. «Ho l’onore e il privilegio di ricreare questa opera proprio nel luogo che l’ha ispirata. Un lavoro concepito nel deserto rosso che ritorna nel suo luogo di nascita scaturendo dal terreno stesso».

Visibile fino al 31 Marzo 2017, Field of Light è un simbolo personale che rappresenta le cose belle della vita.

 

 

Il viaggio premiato alla XVI Quadriennale di Roma

Rossella Biscotti, giovane discepola dell’arte visiva italiana, famosa per le sue performance e installazioni, ha vinto con l’opera Il Viaggio il Premio Quadriennale 16 di Roma, la più importante esposizione nazionale dedicata all’arte contemporanea in Italia.

Altri tempi, altri miti è stato il titolo della sedicesima edizione dedicata alle tendenze più affascinanti dell’arte italiana dopo il Duemila. L’evento ha voluto offrire al visitatore un insieme di risorse per studiare chiavi di lettura del nostro presente. L’opera di Rossella centra appieno l’attualità italiana, occupando la sezione curata da Matteo Lucchetti intitolata De rerum rurale.

Il profilo creativo della Biscotti è uno studio su eventi sociali e politici che diventano il punto di partenza per una ricerca di identità e di memoria, individuale o collettiva che sia. L’opera vincente, dal titolo Il viaggio, non è altro che un documento discendente da questo studio.

Si tratta di un pannello a parete costituito da un testo e una stampa fotografica: è la descrizione due viaggi. Il primo non è altro che un viaggio concettuale di un corpo solido, descritto da un elenco di leggi, il secondo è una mappa del tragitto dalla Libia alla Sicilia, ben conosciuto oramai. I due viaggi sembrano non avere alcun legame, ma in realtà si richiamano l’un l’altro incrociandosi in modo immaginario. Nel 2010 l’artista aveva vinto alla Biennale di Carrara il “Premio Michelangelo”, un prestigioso blocco di marmo di grandi dimensioni. Decide così di utilizzarlo in modo artistico immaginando un affondamento nel Mediterraneo come simbolico omaggio alle vittime del traffico di migranti: il suo desiderio era infatti quello di creare un’azione di naufragio. Tale suo progetto però trova riscontro con diverse difficoltà, e soprattutto con le disposizioni legislative vigenti, per l’esigenza di individuare il corretto smaltimento.

La mappa invece si riferisce al vero e proprio viaggio drammaticamente reale di esseri umani che per disperazione rischiano la propria vita, è la riproduzione di un reperto che l’artista ha trovato nelle sue ricerche negli archivi della marina militare: una carta nautica sui resti di una imbarcazione di legno distrutta dalle acque, disegnata a mano dagli scafisti per segnalare ostacoli e pericoli che avrebbero dovuto evitare per non essere intercettati. Tematiche attualissime: migranti e inquinamento, argomenti che meglio rappresentano l’Italia contemporanea.

Trentasei anni, di origine pugliese e ora residente tra Amsterdam e Bruxelles, la Biscotti ha colpito nel profondo la giuria internazionale composta da celebri direttori: Ferran Barenblit, Volker W. Feierabend, e Susanne Pfeffer, «…un’opera che, attraverso diversi livelli di significato, dà visibilità al dramma umano che si consuma ogni giorno nel Mar Mediterraneo. A partire da un precedente premio vinto alla Biennale di Carrara, la Biscotti genera un processo vicino alla realtà e attento a come l’arte opera. Il lavoro rovescia e ripoliticizza le pratiche artistiche che discendono dal minimalismo e dall’arte concettuale degli anni Sessanta, rivelandone tutto il potenziale e la complessità».