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I “micromondi” onirici di Simona Cozzupoli

Simona Cozzupoli è un’artista milanese contemporanea, che è possibile definire come una realizzatrice di “bacheche”, le prime delle quali sono risalenti al 2014. Si tratta di scatole lignee chiuse nella parte anteriore da una superficie in vetro, generalmente di piccole dimensioni, all’interno delle quali è possibile ammirare e rimanere affascinati da “micromondi” onirici, che, come ha spiegato l’artista, sono popolati da bamboline souvenir, figure delle carte da gioco ambientate in giardini fiabeschi, oggetti disparati che creano “Rebus oggettuali” da risolvere, “Templum” e “Templa” con uccellini origami in miniatura, realizzati a partire da un foglio quadrato di cm 2 x 2, ispirati alla tecnica divinatoria etrusca degli auspici, “Nature morte contemplative”, totalmente azzurre, da con-templare, tutti attraversati dal filo conduttore della meraviglia, intesa nel suo senso filosofico originario di accesso alla conoscenza.

A evocare  l’universo caleidoscopico delle Wunderkammer sono le farfalle e i pesci di carta. Le farfalle sono infilzate da spilli e catalogate in virtù dell’originale nomenclatura scientifica, una tecnica illusoria che inganna anche i più esperti. Tutto è nato da un vecchio libro illustrato di farfalle trovato in una libreria dell’usato. L’artista è rimasta colpita dalla verosimiglianza delle illustrazioni e ha giocato sul rapporto tra realtà e rappresentazione (gioco in cui gli artisti si cimentano da sempre), ritagliandole e collocandole dentro a scatole o cornici profonde che ne esaltassero l’apparente tridimensionalità ottenuta piegando le ali. L’artista aggiunge: «In queste opere la meraviglia induce ad una riflessione sulla percezione: siamo sicuri che la conoscenza del mondo attraverso i cinque sensi sia veritiera? A volte la rappresentazione della realtà può sovrapporsi ingannevolmente alla realtà stessa: l’illustrazione di una farfalla può essere scambiata per una vera farfalla. Sapere che i sensi possono ingannare per molteplici motivi (weltanschauung, abitudini percettive, conoscenze pregresse, aspettative, ecc.) può essere uno stimolo a indagare la realtà in maniera più approfondita».

Quando si parla di farfalle viene spontaneo pensare al tema della Vanitas, associando così le farfalle a quelle di Damien Hirst. Simona Cozzupoli però ammette di non aver pensato consapevolmente all’arte di Hirst, infatti crede che il concetto di “vanitas” sia strettamente intrecciato con quello di illusionismo ottico e di illusorietà e transitorietà del mondo materiale percepibile dai sensi. Si tratta di una tematica attuale in una società consumistica dominata dall’obsolescenza sempre più rapida delle sue merci. L’utilizzare materiali recuperati nei mercatini dell’usato è una reazione a questa condizione effimera degli oggetti moderni che hanno un ciclo vitale brevissimo.

Gli “Acquari” invece sono plasmati con pesci di carta creanti un effetto optical, in quanto collocati a diverse profondità all’interno della scatola.

Joseph Cornell è l’artista americano che maggiormente ha colpito l’immaginazione di Simona Cozzupoli, in particolar modo con le shadow boxes, scatole di legno chiuse da un vetro, contenenti gli oggetti più disparati trovati nei robivecchi durante i suoi vagabondaggi per le strade di New York e poi assemblaticasualmente”. L’aspetto più affascinante delle “scatole” di Cornell per la Cozzupoli è il ruolo riconosciuto al caso nel processo creativo. Ella si sente molto vicina a questo suo modo di vivere e di concepire l’arte, in quanto l’idea di cercare legami e corrispondenze tra gli oggetti sparpagliati in un mercatino dell’usato per poi creare una bacheca è uno dei metodi impiegati nel proprio procedimento artistico.

Ammirando le opere create da Simona Cozzupoli diventa spontaneo chiederle da cosa viene colpito maggiormente il pubblico quando si trova di fronte alla sue creazioni artistiche. Lei ha risposto così:

«Alcune persone sono colpite prevalentemente dall’esecuzione tecnica dei particolari più minuziosi, come gli origami in miniatura o le onde fatte con il cartoncino arrotolato a spirale.

Altre si soffermano sulle idee che sono dietro alle opere: gli archetipi; il legame tra il mondo dell’infanzia e quello delle origini dell’essere umano (rapporto micro-macro, ontogenesi-filogenesi); l’importanza dell’immaginazione; la divinazione dei popoli antichi che, vivendo in simbiosi con la natura, la consideravano una pratica quotidiana per conoscere la realtà; la dimensione onirica e le sue relazioni con la divinazione.

Qualcun altro invece è colpito dalla meraviglia che suscitano gli accostamenti bizzarri tra gli oggetti, come nei “rebus oggettuali”, o la loro decontestualizzazione, come nelle bacheche con le figure delle carte da gioco, che ho ritagliato e ricontestualizzato in ambienti tridimensionali vari, come teatri o giardini.In generale, la domanda più frequente che ricevo è: “come ti vengono in mente?”».

 

 

 

Sacco e Bianco (1953) – Alberto Burri

L’opera dell’artista italiano Alberto Burri può sembrare a prima vista un’opera senza emozione, come una semplice tela di juta estesa su un pezzo d’intonaco… Almeno fu così che mi comparì quando la vidi per la prima volta alla Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze durante la mostra Nascita di una Nazione a cura di Massimo Barbero. Di fatto, non fui molto attratta finché scoprì la vita dell’artista nato nel 1915, che non aveva nemmeno una formazione artistica ma proveniva da una formazione scientifica, di medicina.

Durante la Seconda guerra mondiale, Burri, servì l’esercito italiano – essendo sé stesso legato al partito fascista – questi anni di guerra furono per lui l’occasione di confrontarsi con l’assurdità del mondo, della violenza, della morte; essendo allora medico, fu in prima linea nell’orrore con il compito di occuparsi e guarire i soldati feriti. Alla fine della guerra, con il Piano Marshall, Burri fu mandato in un campo di lavoro in America. I sacchi da lui usati nelle sue opere, furono quelli ricevuti dallo stato americano per i prigionieri, fu in questo periodo che maturò la convinzione di dedicarsi alla pittura.

Sacco e Bianco ricorda le ferite lasciate dalla guerra e dei viveri inviati dal Piano Marshall. Quei sacchi diventarono la materia, il supporto per l’artista di rappresentare l’immagine dell’uomo a lui contemporaneo segnato dalle tragedie della guerra. Come se fosse una pelle estesa su un tavolo di chirurgia, il sacco è stato esteso, inciso, lacerato, cosciuto… e come del sangue, delle macchie rosse sono presente su alcune parte dell’opera. L’opera è l’immagine della ferita, quella della memoria del trauma della guerra. Di fatto l’opera ora mi parla.

La città futurista di Antonio Sant’Elia

«Noi dobbiamo inventare e fabbricare ex novo la città moderna simile ad un immenso cantiere tumultuante, agile, mobile, dinamico in ogni sua parte, e la casa moderna simile ad una macchina gigantesca».
Antonio Sant’Elia, giugno 1914.

Antonio Sant’Elia (1888 – 1916) fu un architetto e pittore italiano, esponente di spicco del Futurismo. Sempre più legato al contesto storico in cui vive, il suo stile sviluppa una ricerca formale nell’ambito dell’industrializzazione, tenendo conto dei nuovi materiali edilizi, quali cemento armato, vetro o armature in ferro. Il suo maestro e fonte d’ispirazione fu il secessionista viennese Otto Wagner.
L’evoluzione del suo stile era legato al contesto storico in cui l’architetto era immerso, ovvero quello dell’industrializzazione. Le macchine stavano cambiando il modo in cui si percepiva il mondo circostante, non solo rendendo più semplice la produzione industriale, ma anche facendo sbocciare nella gente un senso di accelerazione verso l’avvenire.
La sua concezione dell’architettura futurista si evince in modo limpido da ciò che scrive nel suo manifesto: «L’architettura futurista è l’architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza».
Fra i numerosi schizzi dell’architetto si ricorda Studio per la Città Nuova, iniziati nel 1909, ove a dominare sono la volumetria netta delle forme, l’uso costante di contrafforti, scalinate che conferiscono un andamento piramidale alle costruzioni e grandi superfici dalla forma a cupola. In quest’opera la principale ispirazione dell’architetto italiano è la metropoli, con i suoi elementi caratterizzanti, quali la monumentalità e la grandiosità delle forme, la cui forte verticalità corrisponde alle numerose comunicazioni orizzontali attinenti il traffico, la velocità delle automobili e della linea ferroviaria. La città diventa, nell’immaginazione di Antonio Sant’Elia, un grande cantiere caotico e dinamico, nel quale è possibile dar sfogo all’inventività grazie all’ausilio di materiali innovativi.
Le due sole opere di Antonio Sant’Elia realizzate, in quanto morì durante la guerra, furono la villa Elisi, progettata nel 1912, a San Maurizio sopra Como e il monumento ai caduti, realizzato sempre a Como.

Disegno Italiano del Novecento

Giovedì 22 novembre, alle ore 18.00, inaugura a Roma, presso la Galleria Russo, la mostra “Disegno Italiano del Novecento”, a cura di Fabio Benzi, che propone al visitatore un ricco corpus di disegni eseguiti dagli artisti più importanti del secolo scorso.

Il percorso espositivo contiene una carrellata completa dei vari movimenti artistici del Novecento e dei loro maggiori esponenti, le cui caratteristiche sono qui espresse attraverso il disegno. Gli artisti esposti sono nomi importantissimi della storia dell’arte italiana: si va da Umberto Boccioni, presente in questa sede con il ritratto di Nerina Piaggio, eseguito lo stesso anno della sua prematura morte, agli studi sull’espressione e sul dinamismo di Giacomo Balla, fino ad arrivare al rimando al mondo classico della pittura di Giorgio De Chirico, presente in mostra con un ritratto, insieme al fratello Alberto Savinio, esponente di un surrealismo onirico ed enigmatico. E ancora l’eleganza di Duilio Cambellotti, le prove di aeropittura di Geraredo Dottori, i volti di Amedeo Modigliani, i disegni di Casorati, Carrà, Severini e Morandi. Presente anche la Scuola Romana con delle opere di Scipione e Mafai, fino ad arrivare all’espressione forte e innovativa di Afro, Capogrossi e alle cromie intense di Guttuso. Sul fronte più recente non mancano le testimonianze di Schifano, Cucchi, Dorazio e Paladino, completando così in maniera totale questo excursus storico lungo cento anni.

Arricchisce la mostra un catalogo a colori edito dalla Manfredi Edizioni di Imola, sempre a cura di Fabio Benzi. Sono proprio le parole del curatore a raccontarci meglio il significato di questa mostra, che si incentra su medium del disegno: «Attraverso il disegno si coglie lo stato nascente dell’idea e la vera maestria dell’artista, in una sintesi massima del significato dell’arte […] il meccanismo primario del pensiero artistico, la matrice della creazione».

 

 

Galleria Russo

Via Alibert, 20 Roma

Dal 22 novembre al 12 dicembre 2018

Lunedì : 16.30 – 19.30 – Martedì – Sabato : 10.00 – 19.30

Info: www.galleriarusso.com

 

 

Mario Schifano. Sperimentare la vita

Sperimentare, tentare, trasgredire. Questi sono stati i capisaldi della pittura di Mario Schifano, artista italiano di punta della seconda metà del secolo scorso. La sua onnivora curiosità verso le più svariate forme d’arte, nonché verso tutte le esperienze che la vita poteva offrirgli, lo ha portato ad essere sempre un passo avanti rispetto ai suoi contemporanei. Sporgersi oltre, letteralmente, permette una visuale migliore, ma comporta anche dei rischi; sempre parlando per simboli, sappiamo che si può perdere l’equilibrio e, nel peggiore dei casi, anche precipitare giù. Schifano è caduto, alla fine, dopo una vita di eccessi, ma l’ha fatto al termine di una parabola luminosa e rumorosa, come quella di un fuoco d’artificio; il suo Senza titolo (Fibre ottiche), potrebbe anche essere un efficace autoritratto, una sintesi autobiografica che si fa guizzo di luce.

La sua parabola artistica inizia negli anni ’60, in quella temperie che anche in Italia prende il nome di Pop art; famose sono le sue reinterpretazioni dei grandi colossi pubblicitari stranieri, primo fra tutti quello della Coca cola; il noto marchio viene piazzato davanti agli occhi dello spettatore, gocciolante colore, come a trasudare la linfa stessa della pittura, che diventa liquida come la bevanda rappresentata. Se la Coca cola è il simbolo americano per eccellenza, l’arte pop di Schifano si rifà a quello che è il nostro di emblema nazionale: la tradizione storico-artistica italiana. Futurismo rivisitato, del 1965, è un’opera di un’attualità sconcertante. Schifano rielabora la famosa foto di gruppo che ritraeva il primo nucleo degli artisti futuristi, riproducendone le silhouette con lo spray: una vera e propria prefigurazione dell’odierna e tanto acclamata street art. Detto tra noi, Bansky non si è inventato nulla di nuovo. Riesce a rendere pop un elemento del passato e a trasformarlo in un’icona moderna.

Dello stesso periodo è la serie dei Paesaggi anemici, che ci mostra tele coperte da lievi cromie, linee e onde che suggeriscono piuttosto che indicare topografie riconoscibili. Progressiva perdita di forma, che a volte però torna preponderante, con un gesto esaltato, quasi infantile, come in Tutte stelle del 1967, dove il paesaggio notturno diviene immediatamente riconoscibile grazie a un manto di astri grandi e brillanti come quelli che disegnano i bambini. Si torna a sognare.

Successivamente i paesaggi si evolvono, da anemici diventano alfabetici, subentra anche il linguaggio, come indicazione supplementare: Mare del 1978 è un’ironica rappresentazione dello stesso, ottenuta ribaltando completamente i termini con i quali di solito riconsociamo la massa d’acqua che porta questo nome. L’immagine sta dritta in verticale, diventa uno schermo, quasi una tv che proietta il suo riflesso; il colore, blu intenso, alla Klein, ci dà un ulteriore dritta per riconoscere l’elemento di cui parliamo; e se ciò non bastasse, te lo scrivo sopra, così da fugare ogni dubbio residuo.

Schifano si cimenta anche nella musica e nel cinema; lui è l’artista, e la versatilità del suo operare diventa declinazione linguistica multistrato. Ciò che conta è comunicare un messaggio, il mezzo varia a seconda del momento, o magari dell’umore; poco importa. Ciò che si deve fare è provare, aprire un’altra porta, andare dove non si è ancora stati, usare nuovi colori; vivere davvero forse significa assaggiare tutto, almeno una volta.

 

 

Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943

Fondazione Prada presenta nella sede di Milano il progetto espositivo Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943, dal 18 febbraio al 25 giugno 2018. La mostra, a cura di Germano Celant, esplora il sistema dell’arte e della cultura in Italia tra le due guerre mondiali, partendo dalla ricerca e dallo studio di documenti e fotografie storiche che rivelano il contesto spaziale, temporale, sociale e politico in cui le opere d’arte sono state create, messe in scena, nonché vissute e interpretate dal pubblico dell’epoca.

Il periodo storico tra il 1918 e il 1943 è caratterizzato in Italia dalla crisi dello stato liberale e dall’affermazione del fascismo, nonché da una costante interdipendenza tra ricerca artistica, dinamiche sociali e attività politica. Come ha sottolineato Jacques Rancière nel suo libro Le partage du sensible. Esthétique et politique (2000), l’arte non esiste mai in astratto, ma si forma e prende forma in un determinato contesto storico e culturale. In questo senso l’aspetto politico e quello estetico sono inscindibili. Partendo da questo assunto, le testimonianze fotografiche e testuali che sono all’origine della selezione delle opere in mostra, documentano la produzione artistica e culturale del periodo tenendo conto di una pluralità di aspetti e ambienti in cui è realizzata ed esposta: dall’atelier d’artista alle collezioni private, dalle grandi manifestazioni pubbliche alle esposizioni e rassegne d’arte italiana in ambito nazionale e internazionale, dalle architetture ai piani urbanistici, dalla grafica alla prima produzione in serie di arredi. Secondo Germano Celant, i documenti ritrovati funzionano come mezzi di “cultural understanding”, per usare l’espressione di David Summers.

L’indagine, svolta in collaborazione con archivi, fondazioni, musei, biblioteche e raccolte private, ha portato alla selezione di oltre 500 lavori, tra dipinti, sculture, disegni, fotografie, manifesti, arredi, progetti e modelli architettonici, realizzati da più di 100 autori. In Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943 questi oggetti sono introdotti da immagini storiche, pubblicazioni originali, lettere, riviste, rassegne stampa e foto personali, così da mettere in discussione la decontestualizzazione espositiva, in cui l’opera d’arte è tradizionalmente ridotta a una presenza neutra e isolata. Ricostruire, invece, le condizioni materiali e fisiche della sua presentazione originale non solo consente di indagare il complesso sistema di relazioni tra autori, galleristi, critici, ideologi, politici, collezionisti, mecenati e spettatori, ma permette anche di esplorare il dispositivo di mostra nelle sue diverse declinazioni, come un elemento essenziale dell’universo simbolico del tempo. Una lettura che sottolinea ulteriormente come l’esposizione di immagini e di prodotti nazionali, anche in contesti internazionali, sia stata utilizzata dal fascismo come uno strumento flessibile, adattabile e moderno, un mezzo funzionale al progetto di rifare gli italiani e di plasmare la loro esperienza del mondo. Nella mostra Post Zang Tumb Tuuum, l’artefatto, inserito nuovamente nel flusso caotico dell’esporre, ritorna a essere una materia viva, una costruzione stratificata di significati e possibili interpretazioni.

Il progetto di allestimento, ideato dallo studio 2×4 di New York in dialogo con il curatore, si presenta come un percorso immersivo, ritmato da venti ricostruzioni parziali di sale espositive pubbliche e private. In questi ambienti, costituiti dall’ingrandimento in scala reale delle immagini storiche, vengono ri-collocate le opere originali di artisti come Giacomo Balla, Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Filippo de Pisis, Arturo Martini, Fausto Melotti, Giorgio Morandi, Scipione, Gino Severini, Mario Sironi, Arturo Tosi e Adolfo Wildt, tra gli altri. Si rinnova così l’osmosi tra espressione artistica e aspetti contestuali, come arredi, elementi architettonici, dettagli decorativi e soluzioni allestitive, che permette una conoscenza maggiore delle opere esposte e degli artisti e un’interpretazione più approfondita della storia delle arti in Italia. Si ripercorre così la dialettica tra singoli autori ed esponenti di movimenti, gruppi e tendenze, come Futurismo, Valori Plastici, Novecento, Scuola romana, i cosiddetti Italiens de Paris, il gruppo degli astrattisti e Corrente, che animano un panorama artistico e culturale, caratterizzato da eclettismo e pluralismo espressivi e in cui convivono avanguardia e ritorno all’ordine, sperimentazione e realismo, intimismo e propaganda.

L’attenzione al contesto sociale, politico e vitale si traduce in mostra anche nella presentazione di progetti architettonici, piani urbanistici e allestimenti di grandi eventi quali la Mostra della Rivoluzione Fascista (1932), l’Esposizione dell’Aeronautica Italiana (1934), la Mostra nazionale dello Sport (1935) e l’imponente disegno dell’E42. Alcuni degli esiti più innovativi della concezione architettonica e scenica di questo periodo, come i contributi fondamentali del Gruppo 7, Giovanni Muzio, Marcello Piacentini, Piero Portaluppi e Giuseppe Terragni, tra gli altri, sono veicolati in mostra anche attraverso proiezioni di grandi dimensioni che permettono di restituire criticamente l’imponenza della scala originale e l’impatto comunicativo, propagandistico e celebrativo degli allestimenti dell’epoca, nonché di esplorare il processo di estetizzazione della politica e delle masse attuato dal fascismo.
L’intero percorso espositivo, che si snoda tra galleria Sud, Deposito, galleria Nord e Podium, è scandito da focus tematici dedicati a figure di politici, intellettuali, scrittori e pensatori, come Giuseppe Bottai, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Carlo Levi, Alberto Moravia, Luigi Pirandello, Margherita Sarfatti e Lionello Venturi, in cui si analizzano le loro diverse posizioni in un momento di forte radicalizzazione delle idee, di scambio tra le arti e di dialogo o scontro aperto tra le persone. In questo clima l’intellettuale, così come l’artista, sviluppa la propria autonomia espressiva partecipando attivamente o restando indifferente alle indicazioni del regime, o al contrario, subendone o criticandone, in rari casi, le imposizioni in campo politico, culturale e artistico.

La mostra Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943 sarà accompagnata da un volume scientifico illustrato, pubblicato dalla Fondazione Prada, che includerà il saggio del curatore Germano Celant, 15 testi critici di studiosi, storici e critici d’arte e architettura come Ruth Ben-Ghiat, Francesca Billiani, Maristella Casciato, Daniela Fonti, Emilio Gentile, Romy Golan, Mario Isnenghi, Lucy Maulsby, Antonello Negri, Elena Pontiggia, Sileno Salvagnini, Jeffrey Schnapp, Francesco Spampinato, Marla Stone, Alessandra Tarquini e un’ampia sezione composta da 64 approfondimenti tematici redatti in occasione della mostra.

 

 

Fino al 25 Giugno 2018

Milano

Luogo: Fondazione Prada

Curatori: Germano Celant

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 8. Gratuito Visitatori sotto i 18 e sopra i 65 anni, Visitatori con disabilità, Giornalisti accreditati o in possesso di tessera stampa in corso di validità

Telefono per informazioni: +39 02 5666 2611

E-Mail info: info@fondazioneprada.org

Sito ufficiale: http://www.fondazioneprada.org

Antonio Ligabue. Vita, opere e oggetti di un geniale artista

Fino al 17 Febbraio 2018 si terrà in Calabria, nelle sale espositive del Museo del Presente di Rende, una mostra monografica su Antonio Ligabue (Zurigo 1899 – Gualtieri 1965), uno fra i più eccezionali pittori del Novecento.

La mostra darà la possibilità al pubblico di ammirare dal vivo l’arte di Ligabue, e saperne di più su Toni al Matt, un genio tormentato, un folle, un visionario, un vero artista, segnato da un’infanzia difficile, ove a far da padrone erano il disagio, la solitudine e l’isolamento, un artista che seppe trovare nell’arte una sua originale forma di riscatto e fece dell’espressione artistica il suo principale mezzo di comunicazione.

Attraverso una selezione di opere, tra cui dipinti, sculture, incisioni, il percorso espositivo accompagnerà il visitatore alla scoperta di questo complesso personaggio vissuto nella provincia italiana del dopoguerra che, tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 ottenne, mentre era ancora in vita, un successo inaspettato.

La mostra non si limita a presentare al pubblico le sue opere ma vuole far luce sulla sua personalità, sulla sua singolare vicenda umana, attraverso l’esposizione di una selezione di suoi oggetti personali e una serie di focus relativi ad aneddoti e personaggi collegati all’artista. Si terranno, per supportare la mostra, per tutto il periodo di apertura, una serie di attività didattiche laboratoriali rivolte alle scuole, ai giovani visitatori e suddivise per fasce di età.

 

 

Fino al 17 Febbraio 2018

Rende | Cosenza

Luogo: Museo del Presente

Curatori: Alessandro Mario Toscano, Marco Toscano

Enti promotori:

  • Casa Museo Ligabue
  • Comune di Rende

Costo del biglietto: intero 5 euro, ridotto 4 euro (over 65, ragazzi dai 13 ai 18 anni, gruppi min. 15 max. 30 persone), scuole 2,50 euro. Gratuito bambini fino a 6 anni, disabili e loro accompagnatori, membri ICOM, guide turistiche dell’UE, giornalisti iscritti all’ordine previa richiesta di accredito

Telefono per informazioni: +39 345 59 85 044

E-Mail info: mostraligabuerende@gmail.com

Sito ufficiale: http://www.mostraligabue.it

Non di certo una vita semplice, ma ricca di avvenimenti sì. Vivere due guerre non è da tutti

Marino Marini nasce a Pistoia il 27 febbraio del 1901, all’età di sedici anni si trasferisce a Firenze per entrare a far parte dell’Accademia di Belle Arti e nel 1929 è professore della cattedra di scultura presso la Scuola d’Arte di Monza. Durante gli anni quaranta del novecento si ritira in Svizzera con sua moglie “Marina”, così chiamata per sottolineare il forte legame tra i due; durante questo periodo di riflessione si avvicina ad importanti artisti ontemporanei. Successivamente rientra in Italia dove espone alla Biennale di Venezia con una personale che sarà il trampolino di lancio per affacciarsi nel mondo: New York, Oslo, Stoccolma, Zurigo, Roma ecc. Premi, riconoscimenti e fama è così che va via via procedendo la vita di Marino Marini fino alla sua morte avvenuta a Viareggio il 6 agosto del 1980.

La carriera dell’artista si può suddividere in quattro temi principali e per temi intendiamo i soggetti riportati, infatti secondo Marini non è importante che cosa si rappresenta, ma come lo si rappresenta. Le Pamone, I Cavalli e Cavalieri, Il mondo del circo e del teatro e i Ritratti.

Rifacendosi all’arte classica le Pamone sono dei nudi artistici di donne, che vogliono richiamare la dea etrusca Pamone, dea della fertilità. Lo stesso Marini afferma di non essere ispirato dall’arte etrusca, ma di essere lui stesso un etrusco. Tra le tematiche però più care ci sono i Cavalli e Cavalieri che mettono in luce la storia dell’uomo, dove quest’ultimo è sempre meno in grado di badare al suo cavallo e quindi di controllare appieno la vita, la propria vita! Come un funambulo in bilico tra bene e male, vita e morte così ci appaiono le figure rappresentate nel fantastico mondo del circo; dove la continua ricerca dell’uomo è il motore che fa girare il mondo… forse alla ricerca della felicità o forse alla continua ricerca di qualcosa che nemmeno noi sappiamo che cosa sia.

 

La nascita del Futurismo in Italia

Il Futurismo fu tra le prima avanguardie europee, e come tale scelse un nome che implicava il suo anelito verso la modernità, il rinnovamento, la rottura con gli schemi prestabiliti.

Se la tradizione nella maggior parte dei casi determina un valore aggiunto all’interno di una compagine culturale, nel caso italiano occorre dire che al principio del XX secolo il peso del passato frenava anziché stimolare le ricerche e gli esiti artistici.

Il nome del movimento Futurista rimanda al’omonimo titolo del Manifesto che lo scrittore e drammaturgo Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato nel 1909 a Parigi sul quotidiano Le Figaro. Gli 11 punti in cui questo era suddiviso si ricollegavano alle stesse istanze che avrebbero di lì a poco smosso gli animi degli artisti appartenenti al primo Futurismo italiano: il culto dell’azione, la rottura con i retaggi passati, il potenziale dell’uomo e il concetto di dinamismo nelle sue molteplici accezioni.

L’anno successivo la pubblicazione Marinetti incontrerà Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Luigi; il dialogo tra questi personaggi sarà talmente proficuo da determinare la stesura e la pubblicazione del primo Manifesto dei Pittori Futuristi, al quale seguirà alcuni mesi dopo quello Tecnico della Pittura Futurista, al quale, oltre ai tre artisti sopracitati, aderiranno anche i pittori Giacomo Balla e Gino Severini. I temi focali dei due manifesti si riallineano a quelli contenuti nel testo Marinettiano, inneggiando soprattutto alla vita moderna, al suo tumulto e alla sua velocità. Il concetto di velocità o dinamismo è difatti il perno dell’ideologia futurista, non solo intenso come spinta verso il futuro e distruzione dei farraginosi schemi accademici appartenenti ormai a un passato remoto. Il dinamismo che questi artisti tanto tenacemente cercano di rappresentare attraverso le loro opere è il flusso stesso della vita, la vibrazione costante nella quale siamo tutti immersi, un mare di onde in movimento che risentono di qualsiasi influenza esterna, anche ad esempio degli stati d’animo o delle emozioni che tutti noi possiamo provare. Tutto quello che vediamo e sentiamo non rimane infatti nell’interiorità della nostra mente e della nostra persona, bensì diventa colore, forma -pensiero, pura energia che l’artista, in quanto veggente, può identificare e visualizzare, cercando poi di riportarla sulla tela attraverso il suo lavoro.

Questo concetto si ricollega anche alle nuove scoperte scientifiche portate avanti in quegli stessi anni, come quella dei raggi X e delle onde elettromagnetiche, scoperte che sembrano avvalorare sempre di più la tesi che ci sia un livello di esistenza ulteriore rispetto a quello visibile, tesi che verrà portata avanti anche dal fronte opposto ma complementare a quello scientifico, ossia quello dell’ occultismo.

Molteplici infatti sono i circoli esoterici che si formano in questi anni, dove medium e sensitivi rendono nota la loro capacità di vedere il mondo di luci e aure che circonda il reale e si mettono in contatto con dimensioni ultraterrene.

Ma la velocità e il dinamismo venerati dai Futuristi non sono intesi solo in senso spirituale ma anche come l’idea di movimento nello spazio: la loro volontà è quella di catturare lo spostamento di un corpo o di un oggetto colto in un’azione che si svolge nel tempo. Questo sarà uno dei principi basilari della pittura e soprattutto della scultura futurista, che ci mostreranno così dei soggetti poco riconoscibili a livello figurativo poiché depurati dall’accessorio per rivelare la loro natura profonda attraverso lo svelamento delle cosiddette linee-forza, che sono lo scheletro strutturale del reale.

Un corpo, un oggetto, non sarà mai fisso, ma sarà in costante mutamento, in corsa verso altre posizioni nello spazio, o intento a lottare o dialogare con le energie che lo circondano, trasformato in onda di colore e forma che si piegano sotto l’avanzare del moto.

Il primo Futurismo italiano si concluse alla fine della prima guerra mondiale, quando persero la vita molti componenti del gruppo, tra cui Umberto Boccioni e il brillante architetto Antonio Sant’Elia.

Convinti interventisti, molti di loro infatti aderirono alla chiamata alle armi, collegando la volontà giovanile e entusiasta di rinnovamento a un evento bellico che fu da loro visto come possibilità di rinascita per il paese ma che li portò purtroppo alla morte, privandoci così di menti geniali e fortemente in anticipo sui tempi.

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

Realismo Magico. L’incanto nella pittura italiana negli anni Venti e Trenta

Prima tappa dell’esposizione che approderà nel 2018 all’Ateneum Art Museum di Helsinki e al Folkwang Museum di Essen, la grande mostra della stagione invernale del Mart ripercorre le vicende del Realismo Magico in Italia attraverso una selezione di capolavori pittorici provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.

Coniata dal critico Franz Roh in un celebre saggio dedicato alla pittura contemporanea (1925), la definizione Realismo Magico descrive una stagione artistica internazionale che ha conosciuto la sua fase più creativa e originale tra gli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento. Si tratta di un periodo successivo alle vicende delle Avanguardie storiche, segnato dal recupero della tradizione pittorica e scultorea.

La rappresentazione oggettiva che il termine “realismo” evidenzia si accompagna, in questa espressione, a un aggettivo che evoca le atmosfere sospese e surreali caratteristiche di questa corrente. La realtà è infatti punto di partenza di una trasfigurazione che passa attraverso l’immaginazione e la meraviglia, messa in atto da un gruppo di artisti tra cui spiccano Cagnaccio di San Pietro, Felice Casorati, Antonio Donghi, Achille Funi, Carlo Levi e Ubaldo Oppi.

Accanto agli interpreti più noti operano alcuni artisti attivi nelle realtà più locali dell’arte veneziana, triestina, torinese e romana, a conferma della trasversalità di temi e stili su cui converge l’esperienza pittorica italiana di quei decenni. Tra questi Mario e Edita Broglio, Leonor Fini, Arturo Nathan, Carlo Sbisà, Gregorio Sciltian, Carlo Socrate e Cesare Sofianopulo.

Il percorso espositivo, che indaga la complessità delle fonti di ispirazione e le diverse declinazioni di ambito italiano, fa luce sulle novità interpretative che il Realismo Magico mette in campo rispetto ad alcuni generi della tradizione pittorica. È questo, infatti, il primo progetto realizzato dopo l’importante antologica curata da Maurizio Fagiolo dell’Arco, tenutasi tra il 1988 e il 1989 alla Galleria dello Scudo di Verona.

 

 

Dal 03 Dicembre 2017 al 02 Aprile 2018

ROVERETO | TRENTO

LUOGO: Mart Rovereto

CURATORI: Gabriella Belli, Valerio Terraroli

ENTI PROMOTORI:

  • In collaborazione con 24 ORE Cultura

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0464 438887

E-MAIL INFO: info@mart.trento.it

SITO UFFICIALE: http://www.mart.trento.it/