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La nascita del Futurismo in Italia

Il Futurismo fu tra le prima avanguardie europee, e come tale scelse un nome che implicava il suo anelito verso la modernità, il rinnovamento, la rottura con gli schemi prestabiliti.

Se la tradizione nella maggior parte dei casi determina un valore aggiunto all’interno di una compagine culturale, nel caso italiano occorre dire che al principio del XX secolo il peso del passato frenava anziché stimolare le ricerche e gli esiti artistici.

Il nome del movimento Futurista rimanda al’omonimo titolo del Manifesto che lo scrittore e drammaturgo Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato nel 1909 a Parigi sul quotidiano Le Figaro. Gli 11 punti in cui questo era suddiviso si ricollegavano alle stesse istanze che avrebbero di lì a poco smosso gli animi degli artisti appartenenti al primo Futurismo italiano: il culto dell’azione, la rottura con i retaggi passati, il potenziale dell’uomo e il concetto di dinamismo nelle sue molteplici accezioni.

L’anno successivo la pubblicazione Marinetti incontrerà Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Luigi; il dialogo tra questi personaggi sarà talmente proficuo da determinare la stesura e la pubblicazione del primo Manifesto dei Pittori Futuristi, al quale seguirà alcuni mesi dopo quello Tecnico della Pittura Futurista, al quale, oltre ai tre artisti sopracitati, aderiranno anche i pittori Giacomo Balla e Gino Severini. I temi focali dei due manifesti si riallineano a quelli contenuti nel testo Marinettiano, inneggiando soprattutto alla vita moderna, al suo tumulto e alla sua velocità. Il concetto di velocità o dinamismo è difatti il perno dell’ideologia futurista, non solo intenso come spinta verso il futuro e distruzione dei farraginosi schemi accademici appartenenti ormai a un passato remoto. Il dinamismo che questi artisti tanto tenacemente cercano di rappresentare attraverso le loro opere è il flusso stesso della vita, la vibrazione costante nella quale siamo tutti immersi, un mare di onde in movimento che risentono di qualsiasi influenza esterna, anche ad esempio degli stati d’animo o delle emozioni che tutti noi possiamo provare. Tutto quello che vediamo e sentiamo non rimane infatti nell’interiorità della nostra mente e della nostra persona, bensì diventa colore, forma -pensiero, pura energia che l’artista, in quanto veggente, può identificare e visualizzare, cercando poi di riportarla sulla tela attraverso il suo lavoro.

Questo concetto si ricollega anche alle nuove scoperte scientifiche portate avanti in quegli stessi anni, come quella dei raggi X e delle onde elettromagnetiche, scoperte che sembrano avvalorare sempre di più la tesi che ci sia un livello di esistenza ulteriore rispetto a quello visibile, tesi che verrà portata avanti anche dal fronte opposto ma complementare a quello scientifico, ossia quello dell’ occultismo.

Molteplici infatti sono i circoli esoterici che si formano in questi anni, dove medium e sensitivi rendono nota la loro capacità di vedere il mondo di luci e aure che circonda il reale e si mettono in contatto con dimensioni ultraterrene.

Ma la velocità e il dinamismo venerati dai Futuristi non sono intesi solo in senso spirituale ma anche come l’idea di movimento nello spazio: la loro volontà è quella di catturare lo spostamento di un corpo o di un oggetto colto in un’azione che si svolge nel tempo. Questo sarà uno dei principi basilari della pittura e soprattutto della scultura futurista, che ci mostreranno così dei soggetti poco riconoscibili a livello figurativo poiché depurati dall’accessorio per rivelare la loro natura profonda attraverso lo svelamento delle cosiddette linee-forza, che sono lo scheletro strutturale del reale.

Un corpo, un oggetto, non sarà mai fisso, ma sarà in costante mutamento, in corsa verso altre posizioni nello spazio, o intento a lottare o dialogare con le energie che lo circondano, trasformato in onda di colore e forma che si piegano sotto l’avanzare del moto.

Il primo Futurismo italiano si concluse alla fine della prima guerra mondiale, quando persero la vita molti componenti del gruppo, tra cui Umberto Boccioni e il brillante architetto Antonio Sant’Elia.

Convinti interventisti, molti di loro infatti aderirono alla chiamata alle armi, collegando la volontà giovanile e entusiasta di rinnovamento a un evento bellico che fu da loro visto come possibilità di rinascita per il paese ma che li portò purtroppo alla morte, privandoci così di menti geniali e fortemente in anticipo sui tempi.

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

Realismo Magico. L’incanto nella pittura italiana negli anni Venti e Trenta

Prima tappa dell’esposizione che approderà nel 2018 all’Ateneum Art Museum di Helsinki e al Folkwang Museum di Essen, la grande mostra della stagione invernale del Mart ripercorre le vicende del Realismo Magico in Italia attraverso una selezione di capolavori pittorici provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.

Coniata dal critico Franz Roh in un celebre saggio dedicato alla pittura contemporanea (1925), la definizione Realismo Magico descrive una stagione artistica internazionale che ha conosciuto la sua fase più creativa e originale tra gli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento. Si tratta di un periodo successivo alle vicende delle Avanguardie storiche, segnato dal recupero della tradizione pittorica e scultorea.

La rappresentazione oggettiva che il termine “realismo” evidenzia si accompagna, in questa espressione, a un aggettivo che evoca le atmosfere sospese e surreali caratteristiche di questa corrente. La realtà è infatti punto di partenza di una trasfigurazione che passa attraverso l’immaginazione e la meraviglia, messa in atto da un gruppo di artisti tra cui spiccano Cagnaccio di San Pietro, Felice Casorati, Antonio Donghi, Achille Funi, Carlo Levi e Ubaldo Oppi.

Accanto agli interpreti più noti operano alcuni artisti attivi nelle realtà più locali dell’arte veneziana, triestina, torinese e romana, a conferma della trasversalità di temi e stili su cui converge l’esperienza pittorica italiana di quei decenni. Tra questi Mario e Edita Broglio, Leonor Fini, Arturo Nathan, Carlo Sbisà, Gregorio Sciltian, Carlo Socrate e Cesare Sofianopulo.

Il percorso espositivo, che indaga la complessità delle fonti di ispirazione e le diverse declinazioni di ambito italiano, fa luce sulle novità interpretative che il Realismo Magico mette in campo rispetto ad alcuni generi della tradizione pittorica. È questo, infatti, il primo progetto realizzato dopo l’importante antologica curata da Maurizio Fagiolo dell’Arco, tenutasi tra il 1988 e il 1989 alla Galleria dello Scudo di Verona.

 

 

Dal 03 Dicembre 2017 al 02 Aprile 2018

ROVERETO | TRENTO

LUOGO: Mart Rovereto

CURATORI: Gabriella Belli, Valerio Terraroli

ENTI PROMOTORI:

  • In collaborazione con 24 ORE Cultura

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0464 438887

E-MAIL INFO: info@mart.trento.it

SITO UFFICIALE: http://www.mart.trento.it/

Il pallone sgonfio di Gabriel Orozco

La mancata partecipazione della nazionale italiana di calcio al Mondiale non rappresenta solo un fatto sportivo. In Italia lo sport è molto più di un semplice passatempo e i risultati sul campo si ripercuotono sul tessuto sociale e sull’economia. Non si può ignorare la portata culturale che simili avvenimenti possiedono. Il paese dello stivale non è mai stato unito veramente. In tanti si sentono prima cittadini della loro regione e poi italiani, c’è anche chi ripudia il tricolore in nome di una ipotetica identità locale. Una delle poche cose che fa sentire il popolo unito è la Nazionale di calcio e le vittorie internazionali rappresentano le manifestazioni di patriottismo da parte dei cittadini. Ci si sente tutti italiani quando si vince, un po’ meno quando si perde, ma di sicuro tutti subiamo direttamente o indirettamente le conseguenze dei risultati sportivi.

Una buona metafora della disfatta pallonara ce la offre Gabriel Orozco, artista messicano capace di mescolare l’arte con il quotidiano. La sua produzione è molto eterogenea e spazia dalla fotografia al disegno, dalla scultura ai video. Per lui tutto può essere oggetto di indagine e dagli oggetti più semplici possono scaturire riflessioni profonde sulla società contemporanea. Tra arte concettuale e ready made, Orozco sa scovare l’arte ovunque e con qualsiasi cosa. Ecco quindi che a fronte della più grande debacle calcistica della storia italiana non poteva che venirci in mente la sua Pinched Ball, una rappresentazione perfetta di quello che è il momento attuale dello sport più popolare. Un pallone sgonfio come il morale dei tifosi alla fine della partita con la Svezia, vecchio e consumato come la mentalità dei dirigenti sportivi, pieno d’acqua come schiacciato dal peso della massa di un’aspettativa esterna. Aspettativa impossibile da reggere in quanto all’interno dell’oggetto manca ciò che lo renderebbe rotondo e funzionante: l’aria. Quest’ultima è metafora della mancanza di idee e programmazione, vera linfa vitale dello sport.

 

Ars Captiva 2017 – De_locazioni

Stendardi, opere pittoriche, fotografie, video, installazioni e perfomance che ruotano intorno a due concetti complementari: lo spostarsi e l’abitare. E’ questo Ars Captiva 2017, il progetto, unico in Italia, di formazione artistica rivolto agli studenti degli istituti superiori piemontesi. La sesta edizione biennale apre a Torino, sotto la direzione artistica di Maria Teresa Roberto, dal 26 ottobre al 9 novembre 2017, nelle settimane dedicate all’arte contemporanea. Dopo Le Nuove, il Museo regionale di Scienze naturali e l’ex Manifattura Tabacchi, l’iniziativa, nata dieci anni fa su impulso del Comitato Creo per avvicinare le scuole alle pratiche dell’arte contemporanea, ha scelto quest’anno di confrontarsi con gli spazi condivisi dell’Housing Giulia, in via Cigna 14/L, proseguendo così la collaborazione con l’Opera Barolo iniziata lo scorso anno.

Il percorso espositivo, composto da circa 40 opere realizzate per l’occasione, si sviluppa negli spazi esterni e nelle storiche cantine del complesso ottocentesco, aperte per la prima volta al pubblico. Nel cortile sono collocati, in corrispondenza dei pilastri esterni del portico, nove stendardi di grandi dimensioni, mentre sei opere pittoriche su tela occupano i vani delle nicchie nel lato breve del sottoportico. All’aperto trova spazio anche un grande Ikebana realizzato, nel corso di un workshop aperto agli studenti di Ars Captiva e agli ospiti della residenza, dal maestro Mario Sonsini, responsabile del Northern Italy Study Group che rappresenta in Italia la prestigiosa scuola Ikebana Sogetsu di Tokyo. L’opera collettiva, composta da materiale vegetale non convenzionale disposto secondo un’antica tradizione giapponese, è frutto di un progetto didattico portato avanti in collaborazione con la Gam di Torino, dove a fine settembre è stato allestito un altro Ikebana in omaggio all’opera realizzata nel 1960 dal maestro Sofu Teshigahara, proprio nei giardini della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Le cantine di Housing Giulia ospitano poi una ventina di altre opere, tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni sonore, dedicate ai temi della biennale. Tra queste, merita citare l’installazione di Lorenzo Gnata (Biella, 1997): una sorta di albero le cui foglie sono simbolicamente rappresentate da tanti post-it contenenti le risposte, raccolte dall’artista anche tra i residenti del luogo, alla domanda “Qual è l’ultima cosa che hai imparato?”.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 09 Novembre 2017

Torino

Luogo: Housing Giulia

Enti promotori:

  • Regione Piemonte
  • Consiglio Regionale del Piemonte
  • Città di Torino
  • Fondazione CRT

Arte ribelle. 1968-1978 Artisti e gruppi dal Sessantotto

A quasi cinquant’anni dalla data-simbolo del Sessantotto, una grande mostra si propone di indagare tutte quelle espressioni artistiche che in Italia si sono chiaramente ispirate alla protesta politica, alla speranza rivoluzionaria, alle spinte libertarie, e che si sono sviluppate a partire dal 1965, con le prime proteste per la guerra del Vietnam, per proseguire poi almeno sino alla metà degli anni settanta.

Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, direttori artistici delle Gallerie del Credito Valtellinese hanno accolto il progetto di Marco Meneguzzo che, dietro il titolo emblematico di Arte ribelle. 1968-1978 Artisti e gruppi dal Sessantotto, ha inteso analizzare il tentativo di costruire un linguaggio artistico politico e popolare insieme. La mostra proposta presenta così un gruppo abbastanza ristretto di artisti, essenzialmente operanti tra Milano e Roma, mettendo a confronto linguaggi cosiddetti “alti” (pittura da un lato e arte “concettuale” e comportamentale dall’altro) e “bassi” (l’illustrazione di riviste e di fanzine, come Re Nudo e altre), che in quegli anni hanno cercato di costruire un vero e proprio linguaggio espressivo al contempo innovativo e accettato dalle grandi masse , dove il confronto tra arte e illustrazione, tra arte e ciò che un tempo si definiva propaganda, pur essendo entrambi schierati ideologicamente dalla stessa parte, costituisce uno dei motivi più interessanti.

Il catalogo che accompagna l’esposizione si pone come strumento fondamentale per la comprensione dell’arte e dell’immaginario figurativo del periodo: un approfondito saggio del curatore, una serie di interviste inedite ai protagonisti, saggi dedicati a singoli aspetti del periodo, – stilati da Alberto Saibene, Enrico Morteo, Francesca Caputo, Matteo Guarnaccia , un forte apparato iconografico farà di questo volume un punto di vista aggiornato sull’argomento.

Tra i protagonisti della mostra troviamo Vincenzo Agnetti, Franco Angeli, Fernando De Filippi, Nanni Balestrini, Age, Paolo Baratella, Gianfranco Baruchello, Fabio Mauri, Mario Ceroli, Emilio Isgrò, Mario Schifano, Ugo La Pietra, Umberto Mariani, Franco Vaccari, Gianni Pettena, Gianni Emilio Simonetti, Giangiacomo Spadari, Franco Mazzucchelli. A questi artisti si affiancano coloro – Matteo Guarnaccia tra i molti – che in quel periodo, magari anonimamente, hanno operato nel campo dell’illustrazione, del muralismo e nelle diverse altre forme di comunicazione visiva, a comporre un affresco ragionato di uno dei momenti più magmaticamente creativi della cultura italiana del Novecento.

 

 

Fino al 09 Dicembre 2017

Milano

Luogo: Galleria Credito Valtellinese

Curatori: Marco Meneguzzo

Eron. Artista parte integrante del tutto

Davide Salvadei, un artista italiano, conosciuto con pseudonimo di Eron, è un pioniere dell’arte urbana e del writting. Un’artista che ha realizzato un’arte comunicativa, richiamando i monumenti distrutti, restituiti alla città dal sottosuolo o dai bombardamenti, facendoli vivere come se avessero un’anima, che potesse comunicare il loro vissuto.

Un maestro eclettico della sua arte. Sviluppa una riflessione profonda sulla storia di un’opera, memorabile di un vissuto tormentato. L’estro dell’artista nasce sulle ferite di una testimonianza, che andrebbe dimenticata, offuscata dalla memoria. La sua pennellata non è basata sul restauro di un edificio, con ricostituzioni di parti mancate, ma sul recupero e la valorizzazione dei segni visibili delle distruzioni. Non cancella la memoria, ma la fa vivere all’interno di un’opera nel suo contesto naturale.

Davide salvadai riesce a mescolare elementi contraddittori che creano contrasto fondendoli in maniera armonica. L’utilizzo di materiali come la vernice, spray, corde, elementi antitetici in natura, che interagiscono con la superficie creando contrasti forti, per fondere insieme con il monumento in unica opera.

L’artista riesce a restituire in modo poetico un linguaggio ai luoghi e oggetti ricchi di storia e suggestioni, che scaturiscono un’emozione negli occhi di chi guarda e sa contemplare un monumento o una singola pennellata di colore e con un estremo realismo, senza artefici, dà vita alle sue opere.

La sua attenzione si posa sulla contemplazione della luce e sulla composizione del segno, che creano vibrazioni agli elementi astratti, stilizzati e a tratti offuscati dal gioco dell’espressione importante e universale del nostro tempo.

La sua arte è una cultura che proietta una visibilità pubblica. Eron realizza le sue opere contestualizzando l’ambiente circostante, possono essere muri o pareti di un edificio, dalle quali essere più o meno legato. Rivive quei monumenti, trovando un’espressione capace di riprodurre una comunicazione. Immagini realistiche si contrappongono a linee primordiali, segni che si mescolano l’uno contro l’altro. L’artista diventa una parte integrante dell’opera.

 

 

Italia. Il bel paese negli scatti dello svedese Martin Bogren

Scatti in bianco e nero occupano l’intera parete rielaborando l’antico uso della quadreria. Ovunque nello spazio immagini ricorrenti di visi, abbracci, rabbia, sono gli scatti fotografici dello svedese Martin Bogren esposti nel cuore del Pigneto presso Interzone Galleria. La bella scoperta capitolina apre, dunque, le porte alla Svezia presentando un significativo fulcro di immagini e opere dell’artista che raccontano il suo viaggio nel Belpaese dal 2013 al 2015.

La mostra intitolata Italia e curata da Michele Corleone, direttore e fondatore dello spazio, fotografo anche lui di fama internazionale, tanto da vantare alcuni dei suoi scatti nella collezione delle opere su Living Theatre al MAXXI di Roma, racconta per immagini una storia che ha tanto di personale dell’artista così come dei suoi soggetti. La fotografia di Martin Bogren riesuma quella famosa “street photography” di cui Robert Frank è tra i promotori d’oltreoceano. Un genere fotografico che vuole riprendere attraverso l’obiettivo racconti e stracci di vita reale, urbana e spontanea. Gli scatti del fotografo svedese sembrano sospesi, manca una dimensione temporale precisa, le immagini sono fugaci a tratti mosse, come se fossero immortalate all’improvviso, dietro un obiettivo che velocemente blocca dei momenti precisi e li riproduce in bianco e nero, sospesi in una dimensione atemporale e quindi eterna.

Il diario di viaggio di Martin Bogren è un racconto per immagini, senza alcun intento documentaristico che indaga attraverso l’obiettivo, la carica emozionale di un gesto istantaneo e spontaneo. Il suo modello fotografico si pone tra la ritrattistica e la fotografia urbana, riesce perfettamente a coniugare l’intensità emozionale di uno sguardo e allo stesso tempo ridefinisce un’ambientazione a tratti imprecisa e sfuggente così come i suoi soggetti.

Le sue stampe su vecchia carta in grammatura 50, formato 60×58 cm, costituiscono una narrazione intima e personale, ben lontana dalle comuni iconografie del Belpaese. Martin Bogren dà un taglio netto alla tradizione per omaggiare l’Italia attraverso uno sguardo docile e a tratti avventato, facendoci immergere in un mondo, il nostro, attraverso gli occhi di un altro.

 

 

Italia – Martin Bogren

Interzone Galleria

06.09.2017 – 29.09.2017

Via Avellino 5 Roma

Sarcasticamente profano. Il mondo ultra contemporaneo di Francesco Vezzoli

Ma che ci fa il volto di Lady Gaga al posto dell’Apollo del Belvedere dechirichiano? E Sophia Lauren sulla copertina di Vanity Fair con due lunghe e dorate “lacrime” che le scorrono lungo il viso? Che cosa sto guardando se a una scultura di Antinoo si contrappone quella del suo immaginario, fittizio, amante che in maniera del tutto sfrontata e assolutamente illogica gli manda un bacio? Di cosa si tratta: classico, neoclassico, contemporaneo? È Francesco Vezzoli, l’artista sarcastico, profano, irriverente. Francesco Vezzoli il voyer di se stesso. Non vi preoccupate se in un primo momento vi potreste sentire smarriti, presi in giro e di colpo proiettati in un mondo in bilico tra il paradosso e il kitsch o, ancor di più, quando vi troverete davanti, o meglio, “dentro” una delle visionarie opere di Francesco Vezzoli. Una volta terminato di osservare le sue opere, non vi sentirete certo meglio, vi guarderete perplessi negli occhi, ma proprio in quel momento ne riconoscerete la genialità. Non è da tutti avere la capacità di raccontare non una, bensì milioni di storie e temi attuali, attraverso l’uso e riuso del passato come un vero e proprio “ritorno al futuro”.

Nell’apparente contraddittorietà di accostamenti e paradossi della sessualità, Vezzoli crea una vera e propria poetica che ha come base di tutto il dolore. Nascosta dalla confusione e dall’estremizzazione di sé attraverso gli altri, si cela, impercettibile, una vaga aura di sofferenza. Si tratta dell’indomita ed esasperata concezione di sé nel tempo moderno, in cui i social network permettono a chiunque di essere riconoscibili e avere una certa credibilità (o, forse, di non averla proprio). È il dolore per quelle icone dimenticate o quelle che, presto, allo scemare della fama, rimarranno solamente un malinconico ricordo. Perché a pensarci bene, in un mondo ultra contemporaneo, dove il dominio di tutto è dato dalla capacità tecnologica di pubblicizzazione di sé, la ricerca di tutto gira intorno a una smoderata necessità di fama. Ma non è solo questa tipologia del sociale che Vezzoli prende di mira.

Nel calderone di citazioni, parodie e aspetti totalizzanti, autoironici e provocatoriamente narcisistici, anche il mondo dell’arte contemporanea si confonde. Il museo si presta, nelle abili mani di Vezzoli, come trasformista, è profanato e la linearità di ruoli rimbalza da una parte all’altra come una scheggia impazzita. Il museo diventa la parodia di se stesso e ciò che avviene al suo interno è assolutamente incomprensibile e dunque permesso.

È un mondo in cui vige un continuo mascheramento di sé e degli altri, attraverso corpi e autoritratti improbabili con ripetuti accostamenti che generano dissapore e tensione. Vezzoli crea e ricrea continuamente corpi, ridefinendo un nuovo concetto sociale che prevede una critica ben più costruita che la sua reale esposizione. Forse è da considerarsi come il mago per eccellenza dell’ultra sociale e dell’ultra contemporaneo e, allo stesso tempo, il maestro indiscusso dell’antico rinato non come unica forma esemplare di un tempo che fu, ma in continuo cambiamento e dinamismo verso una visione ironica e sarcastica di quei modelli di fronte all’eccesso del mondo odierno.

Sono rappresentazioni di altre forme di un corpo incessantemente sotto attacco, forme reiterate di sessualità confuse, dove la fine di tutto è la spettacolarizzazione di sé. Bisogna mettersi il cuore in pace e accogliere la sfida cui ci invita a partecipare Vezzoli mentre ci sussurra all’orecchio: «Così è, se vi pare».

 

Opere senza schema compositivo. Gli Achromes di Piero Manzoni

Il gesto dell’artista intrecciato alla materialità dell’opera sono stati gli elementi cardine nei lavori di due grandi artisti dell’arte contemporanea, Jackson Pollock e Lucio Fontana, ma tali caratteristiche non sono sempre andate di pari passo nel lavoro di altri artisti contemporanei, uno fra questi Piero Manzoni, colui che ha creato la serie degli Achromes negli anni ’50, ove la creatività col suo potere viene trattenuta dal Manzoni in modo volontario, in maniera tale che l’immagine, resa libera con questa modalità, si possa esibire di fronte a chi la osserva come puro significante.

Gli Achromes non sono delle opere realizzate seguendo un preciso studio compositivo, a differenza della classica concezione di opera d’arte non sono degli spazi definiti da una composizione di colori e linee, si tratta di una superficie che subisce la trasformazione in opera d’arte in modo autonomo, indipendentemente dal gesto dell’artista, ove il materiale, dopo esser stato imbevuto di caolino o gesso, subisce dei cambiamenti in virtù delle leggi della chimica. Il risultato qual è? Le opere non saranno mai completamente uguali l’una con l’altra, ognuna avrà una propria caratteristica.

L’infinito è il concetto su cui indaga Piero Manzoni, la semplicità e la neutralità dei materiali pongono in evidenza il fatto che la ripetizione delle opere, realizzate in serie, creino un’aggregazione senza un fine. Gli Achromes sono un vero e proprio evento visivo, sono solamente ciò che il pubblico vede, nessuna realtà celata, ogni narrazione viene negata, l’opera è solo ed esclusivamente materia.

 

Wolfgang Balk. Terra Acqua Aria. Impressioni Toscane

Per Wolfgang Balk il paesaggio italiano, in particolare quello toscano, è una sorgente inesauribile di ispirazione: la luce, i colori, le montagne, i fiumi, i laghi ma specialmente il cielo, le nuvole e il vento. La terra ed il cielo sono un invito alla meditazione: il gioco delle nuvole, l’arrivo del temporale, la pioggia e la nebbia, il tramonto e l’alba. Balk cerca di catturare l’atmosfera e rendere evidenti le emozioni che vive. La tecnica che usa e predilige è la pittura a olio: in parte l’artista crea da sé i colori e in parte utilizza pigmenti locali toscani con olio di lino e papavero. A lui interessano maggiormente i procedimenti interiori rispetto alla realtà: i suoi paesaggi tendono all’astrazione e spingono l’osservatore a scavare e riportare alla memoria le proprie esperienze visive ed emotive. Le opere in mostra, tutte realizzate negli ultimi tre anni, mostrano evidenti i riferimenti ad artisti quali William Turner dell’ultimo periodo, Alfred Sisley, Giorgio Morandi, Mark Rothko e alla pittura Zen, e riflettono le atmosfere della Val d’orcia che offre spettacoli naturali sempre diversi ed emozionanti nelle varie stagioni dell’anno.

Wolfgang Balk è nato nel 1949 a Monaco di Baviera. Ha studiato letteratura, Filosofia e Storia dell’Arte. Ha lavorato per diverse case editrici che si occupano di arte e letteratura. Negli ultimi vent’anni è stato direttore della casa editrice dtv. Vive a Montalcino e Monaco di Baviera.

 

 

Fino al 18 Luglio 2017

Montalcino | Siena

Luogo: OCRA Officina Creativa dell’Abitare

Enti promotori:

  • Scuola Permanente dell’Abitare
  • OCRA Officina Creativa dell’Abitare
  • Comune di Montalcino
  • Azienda Agricola LA PIEVE

Costo del biglietto: ingresso gratuito