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Giacomo Balla. I tempi del Tempo

Se oggi la fotografia viene considerata da tutti noi come il mezzo più rapido per catturare un’immagine che colpisce la nostra vista e immaginazione, in tempi passati questa tecnica presupponeva un lavoro paziente, e soprattutto un’attesa, che diviene temporalità estesa. Il processo di ripresa, e poi quello di sviluppo e asciugatura poteva durare diverse ore, a volte anche un giorno.

Giacomo Balla era figlio di un fotografo; lui stesso lo aiutava spesso nella sua professione. La ricerca della resa della quarta dimensione nella sua pittura viene indubbiamente dalla matrice professionale paterna, che va ad unirsi felicemente con la parabola Futurista in cui entrerà a far parte, lui, più anziano rispetto agli altri membri dell’avanguardia italiana, ne assimilerà gli assiomi, arricchendola con la sua esperienza artistica più matura.

I Futuristi anelavano alla fusione delle tre dimensioni (lunghezza, larghezza profondità) nel minimo comun denominatore del movimento, inteso come dinamismo interiore o esteriore, volto alla rappresentazione di una spinta veloce verso l’avvenire. Balla sposa queste idee, ma introduce una quarta dimensione, legata al tempo e alla durata. Anche i Futuristi avevano condotto questa ricerca, ma in loro la resa della temporalità veniva divorata dal moto velocissimo che fondeva l’immagine in macchia quasi indistinta. Il concetto di durata proposta da Balla è di tipo più meccanico, offre una scansione dell’immagine che non perde mai nitidezza.

In una prima fase della sua carriera, Balla dipinge tramite la tecnica divisionista. Scomposizione dell’immagine in puntini luminosi, che, saggiamente distribuiti in base a ben precise leggi scientifiche teorizzate alla fine dell’800, la frantumano dapprima per poi ricomporla alla giusta distanza nella retina dello spettatore. Balla usa questa tecnica nel quadro Fidanzata a villa Borghese del 1902. L’immagine è un’istantanea di un pigro ed assolato pomeriggio domenicale, una passeggiata romantica in un parco romano. Ma già qui l’interesse per la durata degli eventi trapela dalla scelta della tecnica esecutiva, che come dicevamo presuppone un lavoro di smembramento e poi di nuovo di assimilazione del nervo ottico, quindi una durata. Ma oltre a ciò, l’immagine riassume in un tempo una sequenza di eventi: l’aver camminato a lungo con un clima probabilmente afoso, azione passata che porta a quella presente, contraddistinta dalla necessità di sedersi all’ombra a riposare, dallo sguardo stanco della donna, alla muta richiesta che le si legge negli occhi di procedere, in un futuro prossimo, al ritorno a casa, per ristorarsi.

Quando Balla diventa Futurballa, la resa del concetto temporale avanza ulteriormente. In Dinamismo di un cane al guinzaglio del 1912 ad esempio, lo scodinzolare e lo zampettare di un cagnolino a spasso con la padrona vengono resi in maniera simultanea, come se potessimo vedere in una sola immagine la condensazione dei tempi del tempo della sua passeggiata. Ciò è ancora più evidente in Ragazza che corre sul balcone, dello stesso anno: il suo correre avanti e indietro, appoggiata alla ringhiera del terrazzino, le cui sbarre diventano struttura fusa alla sua stessa massa muscolare ed ossea, integrate nell’equazione movimento + durata.

Ma la quintessenza di questa ricerca si ha con il dipinto Volo di rondini, del 1913. Le rappresentazioni delle fasi di volo dell’uccello si mescolano alla descrizione di diversi momenti di vita degli oggetti intorno a lui e a quelli dell’aria stessa, quasi che anche i dettagli atmosferici e le cose fossero suscettibili di mutamenti continui, che prendono corpo in questa rappresentazione che si estende, permettendoci di divorare con uno solo sguardo attimi diversi che si coniugano insieme in modo amabile, amalgamandosi senza mai perdere la loro specifica durata.

Corrente. La libertà dell’arte contro il regime

Il Novecento è stato il secolo che ha visto la nascita e lo sviluppo dei regimi totalitari in Europa, è stato il secolo delle grandi guerre che hanno sconvolto il mondo, ove la storia con i terribili fatti accaduti hanno condizionato il modo di operare di alcuni artisti che si sono opposti, attraverso la propria arte, alla politica ufficiale, originando un linguaggio che non può essere scisso dal dramma provocato dalla matrice bellica.

In Italia ad opporsi al regime fascista è il gruppo di artisti intorno a Corrente, il quindicinale nato nel 1938 su iniziativa di Ernesto Treccani, il pittore che grazie alla nascita di questo foglio è stato in grado di riunire le speranze dei giovani artisti che esprimono la propria opposizione alla dittatura culturale, schierandosi invece a favore della libertà di espressione del mondo dell’arte.

A quali artisti possono ispirarsi pittori come Guttuso, Treccani, Vedova, Cassinari, Sassu o Migneco per portare avanti la loro critica? Sicuramente agli espressionisti, capaci di trasportare la propria interiorità, con le proprie emozioni, sulla tela, prendono esempio dalla violenza insita nella penellata di Van Gogh, dal colore dei fauves, da Picasso.

Se si pensa alla Crocefissione (1941) di Guttuso sono ben evidenti tutte le tendenze artistiche appena nominate, l’artista rappresenta uno dei momenti più intensi della religione cattolica, un momento di dolore, associabile alla drammaticità che l’Europa stava vivendo negli anni del secondo conflitto mondiale, le forme rappresentate sulla tavola non presentano un aspetto reale, si tratta di immagini deformi, riconducibili alle deformità provocate dal massacro sul campo di guerra, un’opera che si è ispirata a un altro grande lavoro del Novecento, Guernica (1937) di Picasso, con la quale si intende denunciare la tragedia avvenuta nella città basca bombardata dai franchisti nello stesso anno in cui l’opera è stata dipinta, un lavoro dalle linee spezzate, dallo schema tagliente ed essenziale.

Dramma, angoscia e violenza vengono ancora espresse in opere quali Fucilazione nelle Asturie (1935) di Sassu o in Combattimento (1942) di Vedova, in cui è ben evidente l’avversione verso il pacato figurativismo promosso dal regime fascista.

 

Roberto Lalli: un informale contemporaneo

Ceralacca, cemento su tavola, collage e tessuti su tela, non è mai troppo tardi per l’arte informale.

E’ Roberto Lalli, romano doc e discepolo dell’informale e dell’espressionismo astratto americano.

Dopo esser stato impegnato a Roma nel restauro di affreschi e sculture presso alcune ditte, ha frequentato botteghe artigiane che gli hanno fatto amare gli strumenti d’arte, la creatività e l’alchimia dei colori, lavorando poi in uno studio da lui stesso allestito, creando con grande appagamento tecniche polimateriche.

E così Tapies, Burri, Rotko e Capogrossi l’hanno affascinato. Terre, metalli, pigmenti, legni, cartigli e stoffe diventano per Lalli elementi narranti nelle sue tele. Più che una tela, si sente quasi davanti ad un muro, sul quale manifesta lo sfogo creativo delle sue emozioni, avvertita dallo spettatore come una rappresentazione ideale di rottura, strappo e lacerazione per l’elemento più importante in assoluto del pittore, ovvero la tela.

«Ancora oggi ogniqualvolta creo un quadro, dopo tanta esperienza assorbita, provo una sensazione di tormento, legata al desiderio di riuscire ad ottenere perfettamente ciò che vedo, nel profondo del mio essere. Creando le mie tele in un piacere, quasi di estasi, cerco di trovare quella pace che caratterizza il progetto e l’attività di un modesto pittore come me».

Anche con le sue parole si nota come l’opera sia il risultato di una lunga meditazione, «un informale tormentato» come si esprime Daniele Radini Tedeschi nel 2011 in occasione della Triennale di Roma, che vede Burri come un’autorità paterna.

A partire dal 2008 ha esposto a diverse mostre d’arte contemporanea, ricevendo anche premi e riconoscimenti, nel 2008 a Roma un premio alla Carriera e nel 2009 un attestato di gradimento da parte della critica e del pubblico. Nell’ottobre del 2011 ha partecipato alla Triennale di Roma con grandissimo successo.

 

Io non amo la natura. Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino

La Fondazione CRC e la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea presentano Io non amo la natura – Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino a cura di Riccardo Passoni, in mostra a Cuneo, nel Complesso Monumentale di San Francesco da sabato 27 maggio 2017 a domenica 22 ottobre 2017.   La mostra – promossa dalla Fondazione CRC in occasione dei 25 anni dalla nascita, nel gennaio 1992 – propone un excursus intorno alla Pop Art italiana, attraverso una selezione di cinquanta opere tra dipinti, sculture e video, tutte provenienti dalla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino.

L’esposizione nasce dalla volontà di riflettere sulla vicenda storica della Pop Art in Italia, alla luce della recente rinnovata attenzione da parte della critica. Gli aspetti principali su cui la critica si è soffermata nel rileggere il fenomeno includono, da una parte, lo studio della cronaca di quegli anni, alla ricerca di corrispondenze dirette con l’arrivo e l’esplosione del fenomeno Pop americano sul suolo italiano e dall’altra, la messa a fuoco della provenienza culturale e linguistica degli artisti italiani, evidenziandone contiguità e differenze rispetto agli internazionali.

La mostra occupa i suggestivi spazi del Complesso monumentale di San Francesco − restaurato e restituito alla città nel 2011 grazie a un ingente finanziamento della Fondazione CRC e adiacente al Museo Civico di Cuneo − e vuole ricostruire l’ampio ventaglio delle proposte italiane maturate nei primi anni Sessanta. In quegli anni numerose furono le corrispondenze tra il progressivo ma rapido affermarsi della Pop Art americana e la scena italiana, in particolare nelle città di Roma e Torino, così come la circolazione degli artisti e delle loro proposte linguistiche.   Il percorso espositivo illustra, per campionamenti, le differenti declinazioni di stile degli artisti, tra cui Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Fabio Mauri, Mario Ceroli, attivi sulla scena romana, accanto a personaggi come Jannis Kounellis e Pino Pascali. Sul versante torinese, la mostra raccoglie opere di Ugo Nespolo, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, Antonio Carena. Sullo sfondo, tra le tante altre proposte in mostra – volte anche a presentare importanti esiti collaterali, non dichiaratamente Pop ma contestualizzabili in quella temperie di sviluppo e ricerca – esempi delle ricerche pioneristiche di Mimmo Rotella e Enrico Baj.

Dal 26 Maggio 2017 al 22 Ottobre 2017

CUNEO

Opening: Venerdì 26 maggio 2017 – ore 17.30

LUOGO: Complesso Monumentale di San Francesco

CURATORI: Riccardo Passoni

ENTI PROMOTORI:

  • Fondazione CRC

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0171 634175

E-MAIL INFO: progetti@fondazionecrc.it

SITO UFFICIALE: http://www.gamtorino.it

Mario Sironi. La polemica attraverso l’arte

  1. «Notissimo sconosciuto, vissuto e morto per la verità, che impone rispetto assoluto».

La frase sopra riportata appartiene allo scrittore e poeta Guido Ceronetti, il quale si è espresso in favore di un grande artista del secolo scorso, ovvero Mario Sironi, un artista di immenso valore, il cui lavoro ha subito per lunghissimo tempo una sorta di “cancellazione” a causa dei suoi legami col Fascismo.

Cubista, futurista, metafisico, illustratore, ritrattista; Sironi si cimentò con quasi tutte le avanguardie del Novecento e sempre ai massimi livelli. Le opere per le quali Sironi viene maggiormente ricordato sono chiaramente quelle dalle forme monumentali, sia nel caso delle grandi commissioni pubbliche, sia nei semplici quadri (Solitudine, 1925). Ciononostante, vi è un aspetto in Sironi verso il quale molti storici dell’arte hanno spesso fatto orecchie da mercante e che dimostra la sua indipendenza creativa. Ci riferiamo ai suoi paesaggi urbani, dove si evince come egli non fu esclusivamente il cantore del fascismo, bensì un uomo conscio della crudeltà e dell’isolamento causati dalla crescente urbanizzazione di quel periodo.

Nell’operato di Mario Sironi non devono essere dimenticate le illustrazioni realizzate per Il Popolo d’Italia, il quotidiano fondato da Benito Mussolini nel 1914, voce ufficiale del Duce. Sironi non fu solo un semplice illustratore, fu un “disegnatore politico”, attività alla quale si dedicò con abnegazione per buona parte della sua vita. I disegni costituiscono il maggior sforzo produttivo della carriera di Sironi, dove il pittore ha avuto modo di liberare tutta la propria vis polemica, e lo ha fatto dimostrando non solo un eccellente acume, ma anche una notevole conoscenza delle questioni di politica interna ed estera di quegli anni: un periodo ben diverso dall’appiattimento di stampo non-ideologico contemporaneo. Tali vignette costituiscono una preziosa testimonianza in quanto attraverso esse Sironi commenta quelli che erano, a suo avviso, i veri mali italiani ed europei di quel periodo.

I disegni per Il Popolo d’Italia portarono a Sironi una grande quantità di consensi. Il Fascismo aveva concentrato una parte fondamentale della sua propaganda contro le ingiustizie dei paesi più ricchi verso l’Italia, che, alleata durante la guerra, aveva contribuito con il sangue dei suoi caduti alla vittoria contro gli Imperi Centrali, e alla quale, col Trattato di Versailles, erano state riservate solo le briciole di una vittoria passata alla storia come “mutilata”, a causa della ingordigia di francesi e inglesi. Con le sue incisive illustrazioni, Sironi partecipò con forza al risentimento verso quella che apparve allora non a torto come una profonda ingiustizia verso il nostro Paese. Sia chiaro però, che i suoi lavori non vanno giudicati con lo stesso canone delle faziosissime vignette politiche di oggi. La satira sironiana era onesta, con delle argomentazioni che la storia ha poi dimostrato essere valide.

Le immagini di Sironi sono intrise di uno spirito drammatico, a dimostrazione di come egli non fu mai un cortigiano del Fascismo, bensì animato da rigore e volontà sinceri, così da stigmatizzare le bassezze della politica. Nella variegata gamma di grottesco e di caricaturale che popolano i suoi disegni, Sironi non dimentica l’influenza di artisti che egli considera fonti di ispirazione, come Francisco Goya con il suo tratto da incubo visionario.

Le illustrazioni sono dotate di una satira feroce e di una ironia graffiante, prendono di mira soggetti quali i partiti avversari, la vecchia classe governativa liberale, la stampa filo-democratica e le ricche democrazie.

Nonostante l’imponente carriera artistica Mario Sironi è spesso assente nei musei italiani, gran parte dei suoi lavori sono infatti appartenenti a collezioni private. E’ opportuno interrogarsi sul perché di tale scelta, una decisione che ha penalizzato un artista che non era per nulla un fanatico e che mal sopportava l’idea della visione dell’arte come propaganda. Il ricorrente pessimismo nelle opere di piccolo formato lo dimostra, essendo queste tutt’altro che delle rappresentazioni di tipo celebrativo.

 

 

Riccardo Rosati

 

Photography: 4 ICONS. Steve McCurry, Christian Cravo, Gian Paolo Barbieri, Eolo Perfido

ONO arte contemporanea in collaborazione con Sudest57 è lieta di presentare Photography: 4 ICONS. Steve McCurry, Christian Cravo, Gian Paolo Barbieri, Eolo Perfido, una mostra in cui sono messe a confronto le opere di quattro dei più grandi artisti della contemporaneità più ristretta e altrettanti modi di praticare e intendere la fotografia.

La mostra è composta da una collezione di Art Box disegnata da Anders Weinar e personalizzata per ogni autore. Ogni Art Box custodisce 5 stampe fine art ed è prodotta in una edizione di 7.

Steve McCurry, da circa 30 anni, è considerato una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea. La sua maestria nell’uso del colore, l’empatia e l’umanità delle sue foto fanno sì che le sue immagini siano indimenticabili. Ha ottenuto copertine di libri e di riviste, ha pubblicato svariati libri e moltissime sono le sue mostre aperte in tutto il mondo. Diventato uno dei fotografi più famosi del mondo grazie alla sua foto della ragazza afgana dagli occhi verdi (che sarà presente in mostra), sembra racchiudere, nel suo mondo fotografico, temi universalmente condivisi. Il formalismo e la cromia utilizzati, quasi di stampo pittorico, non gli fanno abbandonare mai la voglia di raccontare storie. I suoi ritratti, con soggetti che puntano lo sguardo dritto verso l’obiettivo, sono una condensazione di eventi, di percorsi, che McCurry scava e indaga. La stessa capacità di sintesi, è racchiusa nei suoi paesaggi e nelle sue foto di reportage, in cui l’incontro/scontro tra uomo e natura domina la scena e ricalca la dicotomia naturale versus artificiale. McCurry ha sempre cercato di raccontare, attraverso i suoi scatti, un simbolismo di stampo universale.

Eolo Perfido, è un fotografo ritrattista specializzato in fotografia pubblicitaria oltre che uno degli street photographer italiani più conosciuti e stimati. Nella sua serie Clownville (esposta in mostra) la maschera, tema caro alla storia dell’arte, è indossata ed enfatizzata dai suoi modelli, che più che portarla ne sono quasi pervasi. Nella sua serie Clownville evidenzia il lato oscuro, intimo, dei soggetti ritratti. Un lato però universalmente condiviso e comprensibile, tanto che quei soggetti potremmo essere noi stessi. La finzione nelle sue fotografie è rivelata, grazie al suo potente obiettivo in grado di costruire immagini tanto perturbanti quanto realistiche.

Gian Paolo Barbieri è il più grande fotografo di moda mai apparso nel panorama artistico italiano e gli attestati di stima da parte di personaggi della scena mondiale come Diana Vreeland, Yves Saint Laurent, o Richard Avedon fanno parte della sua storia, quanto la collaborazione con le più iconiche attrici e modelle di tutti i tempi da Audrey Hepburn a Veruschka e Jerry Hall. Teatralità, compostezza formale e immaginario diventano gli ingredienti principali dei suoi scatti, che si caratterizzano per l’eleganza e la raffinatezza, da considerarsi ormai quasi i suoi “marchi di fabbrica”. Quelli di Barbieri, non sono semplici ritratti, ma evocano narrazioni più complesse, come se fossero l’incipit di storie accennate, in cui l’uomo ne è protagonista indiscusso.

Christian Cravo, nato da madre danese e padre brasiliano nel 1974, è cresciuto in un ambiente artistico nella città brasiliana di Salvador de Bahia ed è stato introdotto nel mondo delle arti da un’età molto precoce. Solo dai 13 anni in Danimarca, dove ha vissuto la sua adolescenza, ha iniziato a sperimentare le tecniche fotografiche. Nelle sue immagini, il dato naturale con tutta la sua forza, si fa protagonista. Il suo formalismo unito al bianco nero, rende la realtà quasi un universo formale fatto di linee pure e di pattern. Il suo reportage, va dal generale al particolare, mettendone in evidenza l’unicità e l’eccezionalità individuale.

Fino al 27 Maggio 2017

Bologna

Luogo: ONO arte contemporanea

Enti promotori:

  • ONO arte contemporanea
  • Sudest57
  • Con il patrocinio del Comune di Bologna

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 051 262465

Sito ufficiale: http://www.onoarte.com

Venti Futuristi

Dal 13 Aprile 2017 al 02 Luglio 2017

SENIGALLIA | ANCONA

LUOGO: Palazzo del Duca

Inaugurazione giovedì 13 aprile 2017 ore 17.30 Auditorium San Rocco

 Orari: martedì, mercoledì e giovedì dalle 15 alle 20; venerdì, sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 20

CURATORI: Stefano Papetti

ENTI PROMOTORI:

  • Sotto l’alto patronato del Mibact
  • Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi
  • Comune di Senigallia

COSTO DEL BIGLIETTO: intero euro 7, ridotto euro 5, agevolato 3,50 (visitatori in età compresa tra i diciotto e i venticinque anni), gruppi con oltre venti paganti euro 6, gratuito in età inferiore ai diciotto anni

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 366 679.79.42

E-MAIL INFO: circuitomuseale@comune.senigallia.an.it

SITO UFFICIALE: http://www.comune.senigallia.an.it

La violenza nell’arte: il Neoespressionismo

Abbiamo avuto modo di parlare del gruppo CoBra, dell’informale, dell’espressionismo astratto. Ma esattamente cosa vuol dire il termine Neoespressionismo? Si tratta di un movimento artistico sviluppato negli anni Settanta in Europa e in America, rappresentato da una forte espressività, colori molto accesi ed energiche pennellate.

Etimologicamente parlando possiamo dare la definizione di nuovo espressionismo, nuovo rispetto all’avanguardia sviluppatasi all’inizio del secolo scorso, in Europa e in America. Ora, dopo le sperimentazioni astratte ed informali, l’arte figurativa, intrisa di tragiche esperienze politiche e sociali, tornò alla ribalta per comunicare, anzi per denunciare la miseria sociale dovuta al capitalismo ed alle profonde diversità collettive. Le ragioni dell’Espressionismo vengono rivisitate con una forte coscienza della contemporaneità, alcune volte anche con velate o dichiarate nostalgie nazionaliste.

Si tifa per un deciso recupero della figura rappresentata come riflesso del malessere sociale, un’immagine che si deteriora, si consuma e si rende immateriale dietro il ruvido trattamento pittorico.

Ancora una volta, sembra di respirare una nuova aria. La nuova ricerca artistica si connota come una serie di differenti ambiti d’indagine, spesso non separati gli uni dagli altri, ma che si intersecano e si sovrappongono nel tentativo di dare forma ad una nuova idea dell’opera. Il ruolo tradizionale della pittura da cavalletto è ancora contestato per un tipo di espressività fredda e distaccata, che usa il quadro quale supporto di immagini desunte dal nuovo panorama socio politico, in cui la storia dell’arte si congiunge con la società, facendo in modo che parte integrante dell’opera sia la propria attiva partecipazione e quella stessa del pubblico.

Le opere degli artisti Neoespressionisti si impongono con la drammaticità e con la violenza delle loro immagini, ma non sarà il loro stile ad accumunarli, perché ogni artista si riteneva libero di esprimersi con tecniche diverse. In Germania, personaggio di spicco del neoespressionismo fu Anselm Kiefer, che ha partecipato alla creazione del gruppo Cobra, propone molteplici versioni del tema dell’olocausto. In America i  neoespressionisti, conosciuti con il nome di New Image Painting, creavano opere figurative, a soggetto violento, figure distorte, con forti cromatismi; spesso l’immagine è quasi persa nel disfacimento di linee e colori sparsi sulla tela.

In America questo stile venne alternativamente etichettato come new fauvism, punk art e bad painting, i maggiori protagonisti furono Julian Schnabel, di cui ricordiamo le opere con frammenti di ceramica decorata, e famoso per i titoli irriverenti delle sue opere, come Circumnavigare nel mare di merda. Donald Sultan, legato all’Informale Materico, il suo stile allude alla sofferenza per la lotta con la materia, il disagio. In Italia, il Neoespressionismo prenderà il nome di Transavanguardia, e si sviluppa leggermente più tardi rispetto alla Germania e l’America. Personaggio di spicco: Achille Bonito Oliva, poi Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Mimmo Paladino e  Nicola De Maria. Questi artisti teorizzavano un ritorno alla manualità, al piacere anche fisico del dipingere, restituendo al pennello, alla tela ed ai colori il posto, loro di diritto, nell’arte della pittura. Il Neoespressionismo italiano si identifica anche attraverso la riscoperta delle radici locali e popolari di ciascun artista. Protagonisti francesi infine, nominiamo Robert Combas, Hervè di Rosa, creatori della corrente Figuration Libre.

 

 

Depero il mago

Depero in più di 100 opere, nella Villa dei Capolavori, a raccontare un artista che seppe “dispensare meraviglia”.

Dinamico, poliedrico, brillante. Dal 18 marzo al 2 luglio 2017 la Fondazione Magnani Rocca ospita una grande mostra dedicata a Fortunato Depero (Fondo 1892 – Rovereto 1960) nella Villa di Mamiano di Traversetolo, presso Parma. Oltre cento opere tra dipinti, le celebri tarsie in panno, i collage, disegni, abiti, mobili, progetti pubblicitari, per celebrare il geniale artefice di un’estetica innovativa che mette in comunicazione le discipline dell’arte, dalla pittura alla scultura, dall’architettura al design, al teatro.

La mostra è frutto della collaborazione istituzionale fra il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, e la Fondazione Magnani Rocca, ed è curata da Nicoletta Boschiero, già autrice di storiche ricognizioni su Depero, e Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione.

Il futurista Depero si schiera contro i modelli comuni provocando la rottura di schemi obsoleti grazie ad un lavoro creativo che, oltre all’estro, richiede tempo, sapienza, organizzazione. Spirito di sacrificio abbinato alla volontà un po’ folle di andare oltre il limite, dettando regole nuove in continuo mutamento: ancor oggi l’artista ci appare come dispensatore di meraviglia.

La mostra è articolata in cinque capitoli:
Irredentismo e futurismo. La formazione alla scuola elisabettina e l’adesione futurista;
Teatro magico. Chant du Rossignol, Balli plastici, Anihccam;                                                                                                         La Casa del mago. La produzione artistica tra design e artigianato;
New York. Depero Futurist House;
Rovereto. Verso il museo;
a interpretare il percorso futurista dell’autore, analizzandone i ruoli peculiari di sperimentatore, scenografo, mago, pubblicitario e infine maestro.

L’esposizione prende avvio dai primi passi dell’artista in Irredentismo e futurismo, dagli esordi roveretani fino al periodo romano quando, nel 1915, firma con Giacomo Balla il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo, che custodisce il sogno di un’opera d’arte totale, capace di inglobare tutti i linguaggi della ricerca artistica.

Il teatro magico inizia col balletto Chant du rossignol commissionato nel 1916 a Depero da Sergei Diaghilev, e prosegue coi Balli plastici, nati dalla collaborazione con Gilbert Clavel. Il movimento sulla scena dell’automa è meccanico e rigido, le marionette riportano ai valori dell’infanzia, del sogno, del gioco, del magico.

A Rovereto nel 1919, finita la guerra, Depero dà vita a un suo grande sogno, quello di aprire una casa d’arte futurista, specializzata nel settore della grafica pubblicitaria, dell’arredo e delle arti applicate e, in particolare, in quello degli arazzi. Dal 1921 la casa d’arte, grazie all’apporto della moglie Rosetta Amadori e di alcune lavoranti, lavora a pieno ritmo, creando una importante produzione artistica differenziata.

Nel 1928, dopo i successi ottenuti nelle principali esposizioni nazionali e internazionali, Depero e Rosetta si trasferiscono a New York. Il loro soggiorno negli Stati Uniti dura ventiquattro mesi, dal novembre 1928 all’ottobre 1930. Qui l’artista apre la Depero’s Futurist House, una sorta di filiale americana della casa d’arte di Rovereto. Incontra dopo dieci anni Leonide Massine direttore artistico del Roxy Theatre che lo coinvolge come scenografo.

Negli anni cinquanta, al ritorno da un secondo viaggio negli Stati Uniti, l’artista progetta e realizza, grazie anche alla collaborazione del Comune di Rovereto, il primo museo futurista, una insolita e originale consacrazione della sua opera.
Il catalogo dell’esposizione, edito da Silvana Editoriale, prevede i saggi di Nicoletta Boschiero, Mauro Carrera, Matteo Fochessati, Alessandro Nigro, Stefano Roffi, gli apparati di Ilaria Cimonetti oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte.

Fino al 02 Luglio 2017

Parma

Luogo: Fondazione Magnani Rocca

Costo del biglietto: € 10 valido anche per le raccolte permanenti, € 5 per le scuole

Telefono per informazioni: +39 0521 848327 / 848148

E-Mail info: info@magnanirocca.it

Sito ufficiale: http://www.magnanirocca.it

Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17); sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso, aperto lunedì di Pasqua e lunedì 1° maggio.  Aperto anche tutti i festivi.
Il martedì ore 15.30, il sabato ore 16 e la domenica e festivi ore 11.30, 15, 16, 17, visita alla mostra con guida specializzata; è possibile prenotare via mail a segreteria@magnanirocca.it , oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 15 (ingresso e guida).

Dalla tecnologia alla natura, dalla natura all’arte. Il caso di Nicola Toffolini

Avete mai pensato ad un’opera d’arte che altro non è che un misto tra arte, natura e tecnologia? Stiamo parlando di Nicola Toffolini.

Quarantadue anni, architetto di formazione, è un artista a 360 gradi: performer, designer, coreografo, impegnato nelle arti visive e nel teatro. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia diplomandosi in pittura nel 2000 con una tesi sul tema “Piccolissimi volumi mutevoli”. Ora vive e lavora tra Firenze e Coseano, in provincia di Udine.

Nicola Toffolini realizza vere opere d’arte che, classificate come sculture o installazioni di piccole o grandi dimensioni: non sono altro che una combinazione di materiali artificiali e tecnologici con elementi naturali, i cui processi di crescita ne rimangono inverosimilmente suggestionati. Quella di Toffolini è una creatività unica e rara,un’abilità artistica che accresce il potere dell’arte contemporanea. L’interesse di Toffolini si rivolge alle plurime dimensioni della natura ma soprattutto alle molteplici facce dell’arte, arte come espressione. Indaga non solo sui processi di formazione e di crescita, ma soprattutto sul nostro concetto di natura, applicando dei contrasti.

Ma entriamo più nello specifico per capire di cosa stiamo parlando. L’opera che meglio spiega questa sua vena artistica prende il nome di Volumi mutevoli a regime di crescita disturbato, realizzata nel 2009.

Due teche identiche. Nella parte superiore sono inserite delle celle solari, in quella inferiore, posiziona una pianta, per ogni teca. La funzione del pannello fotovoltaico è catturare la luce dispersa nell’ambiente, naturale o artificiale che sia, trasformandola in energia. Le piante sono in questo modo illuminate da due sorgenti luminose diverse, una blu e una rossa. Benché le piante siano della stessa specie, nella crescita subiscono delle patologie, reagendo dunque in maniera diversa tra loro, relativamente ai differenti spettri luminosi. Mentre una pianta presenta una crescita in direzione verticale, l’altra tende piuttosto a espandersi in larghezza. In aggiunta, in una terza vetrina a parete, vengono presentati i disegni che rappresentano il processo di produzione e gli effetti della luce sulle piante.

È un lavoro che sintetizza lo studio dell’artista sul rapporto tra un elemento naturale estrapolato dal suo contesto originale, e un elemento tecnico. Le sue installazioni agiscono sia attraverso il potenziale semantico dei propri elementi, sia attraverso i processi naturali o artificiali che li legano tra loro.

«Cerco solo banalmente di inseguire un’idea e di formalizzarla col mezzo con cui sento-penso meriti essere concretizzata. Per il resto preferisco curiosare e cercare di fuggire il più possibile dalle classificazioni. Mi sento a mio agio quando riesco a sentirmi ancora mobile. Cerco di indagare le potenzialità espressive di alcune componenti tecnologiche cercando il più possibile di non farmi incastrare dall’ostentazione del semplice tecnicismo». Così si esprime, un Leonardo contemporaneo? Certamente una ingegnosità incomparabile.