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Piero Manzoni. Gli esseri umani diventano sculture

Il corpo umano è stato protagonista di migliaia di opere fin dai tempi antichi, furono realizzati dipinti e plasmate sculture in cui veniva posta in luce la bellezza della perfezione del corpo, ma quando e con chi il vero corpo umano diventa protagonista nell’arte senza l’ausilio di riproduzioni su tela e opere scultoree? Occorre fare un salto indietro nel tempo, è il 1961 e a Roma, presso la Galleria La Tartaruga, Piero Manzoni (1933 – 1963), artista cresciuto a Milano, firma le Sculture viventi. E’ il vero corpo umano ad essere presentato al pubblico, il corpo nudo delle modelle che si prestano all’artista affinché apponga la propria firma su di esso, è il corpo del fruitore che partecipa alla mostra ad essere autografato, l’opera è pronta, non c’è bisogno dell’utilizzo dello scalpello per dare una conformazione umana al preparato artistico. Non basta la firma dell’artista a rendere quel corpo un’opera d’arte, Piero Manzoni accompagna le sue opere con degli attestati di autenticità apponendo un timbro di colore diverso su ogni documento, rosso se la persona è interamente un’opera d’arte e sarebbe rimasta per sempre tale, giallo se sono solo alcune parti del corpo ad essere classificate come opere d’arte, verde se vincolato ad attività quali dormire o correre, porpora se il carattere artistico del corpo era stata comprato.

Ogni essere umano può diventare un’opera d’arte? Chiunque può essere ammirato dal pubblico o bisogna rispettare delle condizioni? E’ colui che sale sulla Base magica ad assumere lo status di opera d’arte, un piedistallo che conferisce l’artisticità a chi si innalza su di esso per il tempo che vi rimane, lo stesso Manzoni venne immortalato con uno scatto fotografico mentre si innalzava sulla base da lui creata. Nemico dell’uomo – scultura è il tempo, il fattore che decreta il periodo del carattere artistico del corpo: una volta che si scende dal piedistallo magico, l’uomo non è più un’opera degna di essere ammirata, diventa nuovamente un essere umano qualunque privo di qualsiasi vena artistica.

Piero Manzoni ha superato la tradizione, non bastava più dare un’immagine della rappresentazione del corpo, l’artista utilizza direttamente il corpo umano in quanto ogni persona è una potenziale opera d’arte degna dell’ammirazione del pubblico, della matura società contemporanea.

#MAXXI | Orme I e Orme II di Alighiero Boetti

Al #MAXXI lo storico e critico d’arte Stefano Chiodi ci porta alla scoperta di due opere di Alighiero Boetti, “Orme I” e “Orme II”, insieme a Bartolomeo Pietromarchi, direttore MAXXI Arte.

 

Andy Warhol. Forever / Simone D’Auria. Freedom

Fino al 31 dicembre 2017, un protagonista assoluto della storia dell’arte, Andy Warhol, e uno dei suoi talenti emergenti, Simone D’Auria, si ritrovano a Firenze nel nuovo capitolo del progetto urbanistico-culturale ideato dalla Lungarno Collection.

Le opere iconiche del maestro della Pop art americana e l’installazione Freedom, che vede protagoniste le scocche della Vespa, rivisitate dal geniale artista milanese, creeranno un suggestivo percorso tra l’interno del Gallery Hotel Art e la facciata dell’albergo fiorentino.

La mostra Andy Warhol Forever presenta sedici lavori tra le sue più iconiche produzioni, provenienti dalla Fondazione Rosini Gutman; si tratta di un excursus veloce, ma estremamente esplicativo, che ripercorre l’avventura dell’artista che è riuscito a scuotere dalle fondamenta il mondo accademico della pittura e della critica del secondo Novecento, ma anche a modificare per sempre l’immagine dell’America e della società contemporanea.

Il percorso, allestito all’interno del Gallery Hotel Art, propone due ritratti della serie dedicata a Marilyn Monroe, di cui Warhol si occupò già nel 1962, subito dopo la sua tragica scomparsa; Warhol intuì l’alto valore simbolico della vita e della violenta morte dell’attrice contribuendo a crearne un’icona che rimarrà nella leggenda. Accanto a essi, si trova una serigrafia del ciclo Ladies and gentlemen, nel quale Warhol inizia a ritrarre i volti della gente comune e non solo delle icone dello spettacolo. In questo ambito, l’artista decise di prendere come modelle anche delle drag queen del club newyorkese The Gilden Grape, un soggetto piuttosto forte e di non facile risoluzione per l’epoca.

Non mancano le immagini della società dei consumi, come le celebri lattine della Campbell’s soup, qui nella loro versione classica del 1967 e in quella con l’etichetta speciale creata per le olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984, oltre a uno dei vestiti Campbell Soup Dress del 1966 in carta cotone ‘usa e getta’.

La mostra prosegue analizzando lavori più particolari, come quelli che riproducono il Kiku, ovvero il crisantemo giapponese, il fiore che rappresenta l’imperatore e la casa imperiale nipponica, o la rivisitazione delle nature morte seicentesche, pensate e realizzate come se fossero veri e propri modelli viventi, giocando e sperimentando l’uso delle ombre nell’arte grafica che, nella geniale prospettiva pop di Warhol divennero Space fruits – Frutta Spaziale.

Il percorso espositivo si chiude con una serie di opere di Steve Kaufman, tra cui tre ritratti di James Dean, uno argentato di Elvis Presley, uno di Marilyn e altri soggetti pop.

Il filo rosso della Pop Art lega la rassegna di Warhol con l’inedita installazione Freedom pensata da Simone D’Auria per la nuova edizione del progetto della Lungarno Collection. D’Auria, direttore artistico dell’operazione, ha individuato in Vespa, icona universalmente riconosciuta del Made in Italy (https://www.snapitaly.it/vespa-piaggio-mito-italiano/), uno straordinario strumento di comunicazione che, in questa occasione, si riveste delle immagini rappresentative di diversi angoli del nostro pianeta.

Fino al 31 Dicembre 2017

Firenze

Luogo: Gallery Hotel Art

Enti promotori:

  • Patrocinio del Comune di Firenze

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 055 27263

E-Mail info: gallery@lungarnocollection.com

Sito ufficiale: http://www.galleryhotelart.com/

Venice Perfomance Art Week 2016 – Quando il Corpo si fa Perfomance

E’ giunta oramai alla sua terza edizione la Venice Performane Art Week 2016 in scena a Palazzo Mora e Palazzo Michiel dal 10 al 17 dicembre 2016 dal titolo Fragile Body – Material Body [Corpo fragile – Corpo materiale], che rappresenta il capitolo conclusivo della trilogia dedicata al corpo. Una biennale internazionale che vede la partecipazione di oltre 80 artisti provenienti da varie parti del mondo che si interrogano sul ruolo del corpo nello spazio e nella società attraverso interventi performativi, di matrice artistica, con l’intento di sviluppare una lettura profonda tra lo stato attuale e quello del passato. In questo modo il Corpo diventa una sorta di “ponte” tra lo spazio ed il pubblico, non più visto come elemento plastico decifrabile-indecifrabile ma puro spaccato fotografico della stessa società.

Una performance nella performance che vede coinvolti molti artisti d’onore del calibro di Giovanni Fontana, Franko B, Antonio Manuel e in mostra vede la partecipazione di John Baldassarri, John Cage & Klaus, Vam Bruck, Sophie Calle, Bruce Naumen e tanti altri.

Oltre al programma ufficiale, ospitato nelle due sedi, vi saranno tanti altri eventi collaterali nella città: ad esempio la Galleria d’Arte AplusA dal 13 dicembre inaugura la mostra The Material Body Art, una collettiva incentrata sulla pratica del collage indagando un fare artistico dei paesi dell’Est Europa con un diretto rimando all’Avanguardia degli anni sessanta.

Otto giorni in cui la città di Venezia diventa un vero e proprio centro di sperimentazione e documentazione aperto al pubblico e in un diretto dialogo con esso.

Un progetto ideato da Vest and Page sostenuto da un forte contributo curatoriale.

 

SAMSUNG CSC

SAMSUNG CSC

Franko B, I’m thinking of you 2009, www.veniceperformanceart.org Invite _ www.veniceperformanceart.org

 

Fino al 17 dicembre 2016

Venezia

 Palazzo Mora e Palazzo Michiel

Makoto: un giapponese innamorato del corpo (vuoto)

Makoto è un feticista del corpo umano, un amante del nihil nonché ex devoto classicista.

Basterebbe questa premessa, accompagnata dalla visione delle opere, per esaurire la curiosità di chi si accinge a conoscere per la prima volta questo artista giapponese sui generis.

Ciò non perché Makoto non possa dare molto di più, al contrario, solo pochi artisti sono in grado di manifestarsi chiari e limpidi nella loro semplicità. Pochissimi, i migliori, assurgono alla sintesi.

Lo scultore nato a Maebashi partorisce la tecnica Nukegara (la spoglia) dopo gli studi accademici sostenuti a Carrara – la prima esperienza nel Bel paese dopo aver lasciato la terra natia. Inevitabilmente influenzato dalla classicità, anche dopo un fugace innamoramento per Leonardo da Vinci in tenera età, decise di superare la pedissequa riproposizione maturata in Accademia per assurgere al vuoto ed al bianco poetico.

Quest’ultimo lascia allo spettatore la libertà di prediligere il colore più appropriato, attingendo dalla propria tavolozza immaginaria, e costringe a definire spazi e forme.
Il vuoto è il protagonista indiscusso, che grazie al bianco poetico impone all’astante uno sforzo immaginativo appena percettibile ma anche un senso di profonda angoscia per ciò che l’essere umano prova per ciò che non è definito.

Il corpo non è presente, ma l’energia vitale emerge prepotente. Makoto era solito trattare con lo shiatsu i propri modelli prima di procedere con il Nukegara e, al di là dell’evidente poco credibile concetto di “energia vitale” (riassumibile in Occidente come rilascio vascolare di flusso sanguigno), egli riesce nel proprio intento di dare un anima viva a ciò che è assente.

Tutte le opere di Makoto non fanno altro che testimoniare un innamoramento per il corpo là dove il corpo è assente. E’ il paradosso di un artista eccelso poiché sintetizzabile.

ORGANICA – life & death, personale di Devisu

Sino al 21 agosto la Sala della Torretta dell’EXMA (Exhibiting and Moving Arts) ospita Organica life & death, la mostra del giovane artista Devisu, al secolo Valerio Porru.

Valerio Porru (1982), aka Devisu, è un artista sardo che vive e lavora a Firenze, dove ha concluso i suoi studi di design industriale. Parallelamente ha lavorato nella progettazione di oggetti di design e di scenografia collaborando con lo Spazio Fornace Teatro, nel corso degli anni non ha mai abbandonato le ricerche artistiche nel senso più puro del termine sperimentando continuamente differenti mezzi espressivi.

Una critica sociale, etica e umana in primis trapela dalle sue opere:
dai disegni, ai video, agli ultimi esperimenti di pittura. Nulla è lasciato al caso, il concetto viene espresso in maniera a volte più velata altre volte più determinata, a seconda della potenza espressiva richiesta dal soggetto. Il mondo animale, il mondo vegetale e il loro rapporto con l’uomo sono i temi principali affrontatati da Valerio Porru. Il suo linguaggio artistico è tagliente e dissacratore, ricordandoci sempre come l’uomo sia debole nei confronti della natura.

Come scrive Federica Mariani nel testo critico di accompagnamento alla mostra “l progetto presentato all’Exma di Cagliari è arricchito dalla performance e dalla tradizione. L’esposizione prende vita e si fa rappresentazione fisica con la performance di espressività corporea di Carlo Porru e Stefania Deiana, creata dai due attori appositamente per la mostra. I costumi realizzati da Stefania Deiana ispirati agli abiti sensoriali di Nick Cave, gli oggetti di scena, i gesti e le musiche ritmate introducono lo spettatore in un mondo di visioni arcaiche e primordiali, le stesse che risuonano nel rito del Maestro Chiara Vigo, l’ultima sacerdotessa e custode della millenaria arte del bisso, fibra tessile prodotta dall’animale marino Pinna Nobilis. In occasione di questa mostra, la stessa Vigo, è portavoce del passato e legame con il contemporaneo, grazie all’esposizione della tela ricamata sulla preziosa seta del mare e all’interpretazione di un rito che ci riporta a mondi antichi quasi dimenticati. Organica Life&Death non è soltanto una mostra: attraverso la musica, la performance e l’arte, conduce lo spettatore nell’universo marino, facendolo immergere in un percorso visivo, conoscitivo ed emozionale”.

Con Organica si manifestano tutti gli studi e le collaborazioni con il laboratorio di biologia fiorentino che ha portato alla realizzazione di un progetto artistico volto ad avvicinare il pubblico alle forme primordiali di vita organica, celebrandole in un evento che non è solo una mostra, ma un percorso che racchiude biologia, scienze naturali, teatro, musica, pittura e installazioni.

Orari di apertura:
dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle ore 13.00 e dalle 16.00 alle 21.00.

 Organica 01 - opera di Devisu

Garry Winogrand. Women (are beautiful) al MAN

La grande fotografia torna al MAN. A un anno dalla mostra di Vivian Maier, il Museo della Provincia di Nuoro annuncia l’imminente apertura di un nuovo progetto espositivo dedicato a Garry Winogrand, padre della street photography.

Negli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui, come l’ormai celebre tata fotografa, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.

Winogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi, apparentemente distratto, quasi casuale, spesso ironico, fu influenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans, che reinterpretò in una forma nuova e radicale.

Winogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo, raccontando storie laterali, prive di copione o colpi di scena, catturate sempre in luoghi pubblici: nei parchi, allo zoo, nei centri commerciali, nei musei, negli aeroporti, oppure in occasione di manifestazioni politiche ed eventi sportivi.

La sua tecnica si contraddistingue per l’utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto, spesso forzando l’inclinazione della macchina fotografica. Com’è stato scritto in più occasioni, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari, come un “rumore” visivo irrilevante. Secondo l’originale visione di Winogrand, i dettagli esterni, inclusi nella cornice della fotografia, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto.

La mostra al MAN, a cura di Lola Garrido, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, presenta, per la prima volta in Italia, la collezione completa delle fotografie che, nel 1975, andarono a comporre il celebre volume “Women are Beautiful”, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee, qui proposte attraverso una serie di stampe originali, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico, in cui si mescolano ammirazione e ironia, venerazione e sarcasmo.

Un lavoro per molti aspetti controverso, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Se infatti agli occhi di alcuni interpreti le fotografie apparirono come una gioiosa riflessione sull’emancipazione della donna e sulla sensualità, altri – per la presenza di figure formose, in abiti sbracciati o minigonne, o per l’indugiare dello sguardo di Winogrand sui seni e i fondoschiena – le avvertirono invece come l’espressione contorta di una visione maschilista e misogina.

Ciò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra.Il noto fotografo Joel Meyerowitz, ha parlato di “un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contraddittorie”.

Garry Winogrand. Women (are beautiful)

Garry Winogrand. Women (are beautiful)

The floating piers: la passerella di Christo sulle acque dorate

Folle, polemiche, code ma anche entusiasmo, arte ed emozioni nell’installazione ambientale The Floating Piers di Christo che sta regalando al lago d’Iseo fama ed attenzione. Una passerella percorribile lunga tre chilometri, realizzata con 220 mila cubi di politiene coperti da 70 mila metri quadri di tessuto che permette di raggiungere l’isola di San Paolo per provare l’emozione unica di camminare sulle acque. Un’isola che è raggiungibile, normalmente, solo con barche, battelli o elicotteri. Christo interviene con un progetto di amplissime dimensioni lasciando che la parte onirica di interazione con entità paesaggistiche complesse sia il primo movente dello spettatore e dell’artista.

Ognuno ha pensato e sognato di poter camminare sulle acque e, nel caso del lago d’Iseo, di farsi a piedi un giro sull’isoletta e sull’isola maggiore, senza dover ricorrere ai natanti. E anche quello che parrebbe un sogno invasivo, lo è solo temporalmente. Il sogno ha un’inizio e una fine. Non crea legami e impatti durevoli.

Christo con The Floating Piers ha realizzato la più estesa delle sue trasformazioni di ambienti naturali o cittadini, da lui ricoperti finora con enormi fogli di plastica. Lo ha fatto in tutti i continenti, impacchettando così intere scogliere, colline, edifici e monumenti. Il ponte galleggiante sul lago lombardo rappresenta una novità, in quanto il pubblico non si limita più a guardare l’opera, ma la usa direttamente, divenendone parte viva. Ma questa sua opera di Land Art non è stata immune da critiche che la hanno definita come “alternativa alle sagre di paese” o semplice “furbata effimera”.

Invece sono dell’idea che l’Arte è bella in tutte le sue forme, pochi hanno la possibilità di riceverla in dono ma tutti hanno la possibilità di poterla apprezzare. L’arte ha il potere di nobilitare l’animo, di rallegrare gli uomini e rimane la miglior cura per una vita triste e solitaria. Contemplare l’arte è un compito che tutti dovremmo svolgere, è il nutrimento per eccellenza dei nostri occhi abituati alla monotonia.

Christo attraverso le sue opere rivela – nascondendo. Quando alla nostra vita è sottratta un’ importante architettura o una porzione di paesaggio, noi prendiamo coscienza più profondamente del valore che quella eredità naturale o naturalistica ha per noi. E quando dopo qualche tempo torna nuovamente fruibile ai nostri sensi, proviamo un senso di gratitudine perché c’è anziché non esserci. Qui siamo davanti non ad una semplice opera ma ad un vero e proprio rito collettivo vissuto dai partecipanti con molto più entusiasmo e civiltà rispetto ai frequenti e tristi spettacoli da turismo di massa che vedono protagoniste, nei musei e nei luoghi culturali, comitive annoiate e distratte che spesso e volentieri fotografano a caso opere di qua e di là.

Questa è un installazione che riflette totalmente il suo tempo, e in quanto tale accende le menti di ognuno di noi. La gente non è indignata e aderisce con buona pace di numerosi critici che non hanno perso occasione di salire sul piedistallo mediatico creato attorno a quest’opera, per mettersi in mostra e fare i bastian contrari.

Morandi a vent’anni

Sino al 26 giugno sarà visitabile presso il Museo Morandi, all’interno della propria collezione, un focus su un periodo poco conosciuto del percorso artistico morandiano: con Morandi a vent’anni. Dipinti della Collezione Mattioli dal Guggenheim di Venezia vengono resi visibili per il pubblico quattro capolavori dell’artista bolognese, tutti datati tra il 1913 e il 1915, provenienti dalla importante collezione d’arte milanese di Gianni Mattioli, dal 1997 in deposito a lungo termine presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia per volontà della figlia Laura Mattioli Rossi.

Accanto ai quadri Mattioli vengono esposte alcune opere giovanili di Morandi meno note al grande pubblico: due studi di accademia, alcuni ritratti della sorella Dina, l’unica composizione futurista del 1915 e quella cubista dello stesso anno.
Completano la sala tre preziosi disegni del 1919-20, di raro valore documentario, che corrispondono a tre dipinti fondamentali della sua importante stagione metafisica.

Le opere in mostra sono il frutto di due indagini diverse, svolte in luoghi distanti sia fisicamente che concettualmente. Da una parte lo studio di Giorgio Morandi in via Fondazza, luogo intimo e raccolto, custode del mistero della sua poetica e dall’altra le Piramidi d’Egitto, imponenti e maestose architetture funerarie, custodi dei più grandi misteri delle civiltà passate.

Scrive Enrico Giustacchini che «nel 1911, Giorgio Morandi ha ventun anni ed è innamorato di Cézanne. Condivide, certo, quanto va scrivendo al tempo Ardengo Soffici; e cioè che al francese si deve “lo sforzo gigantesco di sintetizzare in tutto il senso del volume e della luminosità, il cui risultato è stato un’opera la quale, riunendo in sé il buono delle nuove ricerche e quello tratto dagli insegnamenti del passato, inizia una rinascenza pittorica, e metterà le generazioni future sulla strada di un classicismo vero, eterno: quello di Masaccio, di Tintoretto, di Rembrandt, di Goya”».

«E’ lecito credere – prosegue Giustacchini – che il giovanotto bolognese abbia meditato a lungo su queste parole. Sappiamo che nel 1910 era stato a Firenze, a studiare Masaccio, appunto, e Giotto, e Paolo Uccello. Perché stupirsi allora se in uno dei suoi primi quadri conosciuti, un Paesaggio eseguito in quel 1911, spoglio e rinserrato, stagliato, per dirla con Cesare Brandi, “contro un cielo vasto di solitudine senza approdo”, sia debitore a Giotto non meno che a Cézanne?
Morandi non dimenticherà mai la lezione dei grandi maestri antichi. Eppure gli anni a venire saranno anni ricchi di esperienze, febbrili ed inquieti, aperti alle mille sollecitazioni dell’arte – inquieta e febbrile – del suo tempo. Come ricorda in queste stesse pagine Flavio Caroli, in un decennio egli “cambia stile cinque volte; e sempre su posizioni di avanguardia”.
Cambia stile, cambia modelli di riferimento: ma invariabilmente a modo suo. Nel 1913 rivela di non essere insensibile al Futurismo. Esiste oggi, di fatto, una sola opera che testimonia tale incontro: una Natura morta di vetri (collezione Schweiller). “La moltiplicazione dei piani spaziali e delle direttrici compositive – osserva in proposito Pier Giovanni Castagnoli -, la tendenza a una compenetrazione dei piani plastici, la spinta dinamica impressa alle forme costituiscono altrettanti referti, chiaramente leggibili nel dipinto, di uno spostamento dell’attenzione di Morandi verso le proposte che andavano formulando le ricerche del Futurismo, che il pittore già conosceva, ancora prima di avere cognizione diretta delle opere realizzate in seno al movimento, viste per la prima volta, nel gennaio 1914, alla selezione presentata da Lacerba a Firenze”».

(tratto da http://www.stilearte.it/al-cuore-delle-cose/)

La mostra si svolge in concomitanza al MAMbo.

Museo Morandi
via Fondazza 36 40125 Bologna
Ingresso gratuito – Solo su prenotazione

Morandi_undo.net

Morandi_undo.net

De Chirico: La solitudine di Ebdomero

Pittura generata dal solitario maceramento di nostalgie, ricordi, visioni e incertezze identitarie, quella di de Chirico nasce sulle rotte culturali di un’Europa che in quel tempo ritrova nelle radici del paganesimo greco la sua stella polare.

Destinato a una solitaria “rocca”, de Chirico, qui ritrova la sua intimità.

In un’ibrida architettura mentale fatta di templi greci e favole di dei, larghe piazze ferraresi e filosofie tedesche, chiese fiorentine e poesia italiana, la pittura di de Chirico è concepita su rotte solcate in un precoce nomadismo che concepisce i tempi lenti del suo viaggio su piroscafi e treni, sulle soste scandite dalle lancette dei grandi orologi delle stazioni, sulle passeggiate concesse dagli intervalli tra una coincidenza e l’altra.

Si tratta, dunque, di un poeta, oltre che artista, immerso nella malinconia universale.

La solitudine aleggia impietosa su tutta la sua vita, su tutte le sue opere, trascorsa a inseguire la sua gloria.

La tragedia della malinconia e dell’isolamento traspira dalle sue opere: ove è contenuta la descrizione della sua vita.

La pittura di Ebdomero andava verso l’intera umanità; verso l’uomo loquace e verso il taciturno, verso il ricco che soffre e verso il povero che odia.

La purezza, la tenera castità, l’infinita tenerezza, l’ineffabile malinconia di quel tormento vissuto, sono alla base delle sue opere. Opere fatte di momenti profondi, dolci e commoventi, che testimoniano un vissuto sui generis.

I continui spostamenti, la nostalgia, l’abbandono della patria nativa, costituiscono la sottile trama disegnata in “La partenza degli argonauti”.

Il percorso di de Chirico è fatto di suggestioni che si fondono con i ricordi perduti, dove i riferimenti si ramificano, deformano la cultura ed egli convive con le immagini del proprio vissuto.

 

Giorgio de Chirico, Red room, 1917

Giorgio de Chirico, Red room, 1917