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Post-human. L’obsolescenza del corpo nell’era dell’umano oltre l’umano

All’inizio del XX secolo, un gruppo di artisti capeggiati da Filippo Tommaso Marinetti invocava l’avvento di un nuovo tipo di uomo, figlio del progresso della scienza e della tecnica, affermando ad esempio: «noi aspiriamo alla creazione di un tipo non umano», «L’uomo moltiplicato che noi sogniamo, non conoscerà la tragedia della vecchiaia!», e ancora «Con la conoscenza e l’amicizia della materia […] noi prepariamo la creazione dell’uomo meccanico dalle parti cambiabili».

Sul finire dello stesso secolo, un altro gruppo di artisti, riuniti sotto l’evocativa etichetta di Post-human dal critico e gallerista americano Jeffrey Deitch in occasione dell’omonima mostra del 1992, sembrava affermare che quel nuovo tipo di uomo fosse ormai giunto.

Le scoperte nel campo della genetica, delle biotecnologie e della chirurgia plastica, insieme alle novità dell’informatica, della cibernetica e della realtà virtuale, stavano mettendo in effetti in quegli anni definitivamente in crisi le vecchie percezioni del corpo e della natura umana in generale, rendendoli obsoleti rispetto al nuovo contesto ipertecnologico. Un nuovo modello umano si andava affermando, un nuovo essere figlio della società tecnologica e consumista, alla continua ricerca di metodi per modificare il proprio corpo, frenare l’invecchiamento e ricalcare i modelli imposti dai media. Un uomo nuovo per cui il confine tra naturale e artificiale era sempre più labile e confuso, per cui la natura biologica non costituiva più un limite alle proprie possibilità. In sostanza, un umano oltre l’umano.

I protagonisti della corrente Post-human hanno saputo descrivere in maniera lucida e severa questa nuova condizione fisica e psichica dell’uomo, certo anche attraverso volute esagerazioni e non senza una vena di grottesca comicità.

Il corpo, obsoleto nella sua accezione tradizionale e oggetto primario della metamorfosi in questione, si trova inevitabilmente al centro della loro ricerca. Spesso il corpo degli artisti stessi è protagonista di opere provocatorie e ambigue, come nel caso di Mattew Barney, Yasumasa Morimura o Cindy Sherman. Debitore della lezione della Performance e Body Art degli anni Sessanta, questo gruppo eterogeneo di artisti ha saputo svelare in maniera spietata nevrosi, paure e desideri della società contemporanea. Narcisismo e perversione sono le caratteristiche che connotano la nuova umanità descritta ad esempio dalle opere di Mike Kelley, Kiki Smith, Jeff Koons o Paul McCarthy. Omologazione, alienazione e adorazione del simulacro trionfano nelle opere di altri artisti come Charles Ray, Clegg & Guttmann, Sylvie Fleury, solo per citarne alcuni.

Se infatti da un lato alla base della filosofia post-human si può cogliere uno spirito entusiastico e ottimista, che vede nella nuova evoluzione artificiale l’indice di una libertà senza precedenti, dall’altro la maggior parte delle opere che rientrano in questa corrente sembrano voler sottolineare paradossalmente quello che in esse non si vede, quello che non c’è e che sembra perso per sempre, sotto un velo generale di malcelato rimpianto.

 

 

 

Il centro storico monumentale come spazio espositivo del contemporaneo. Continuità di vocazione o innesto forzato?

Non tutti gli spazi sono adatti all’arte contemporanea. O meglio, non tutti gli spazi sono adatti ad un certo tipo di arte contemporanea. I centri storici delle città italiane hanno delle peculiarità che difficilmente si prestano al dialogo con alcuni linguaggi contemporanei. Abbiamo trattato l’argomento di Urs Fischer a Firenze e abbiamo poi visto il caso di Soweto, in Sudafrica, con la sua centrale elettrica riconvertita e ricoperta di murales. Questi due casi mostrano la differente percezione che si ha dell’arte contemporanea a seconda del contesto in cui è collocata. Un artista di altissimo livello come Fischer può essere visto come uno sfregio a una delle piazze più belle d’Italia, mentre un onesto lavoro di grafica può essere visto come un elemento di attrazione se messo in un contesto povero di bellezza e tradizione.

Questo non vuol dire che l’arte contemporanea debba essere relegata nelle periferie e ridotta al ruolo di “accompagnatrice” per gli ambienti disagiati. Artisti come Jeff Koons, Helidon Xhixha e Jan Fabre hanno saputo connettersi all’ambiente fiorentino e hanno dimostrato che un dialogo tra il centro storico e il contemporaneo è possibile. Diversamente, casi come quelli di Fischer o Buren a La Spezia dimostrano che il confine tra arte e sfregio alla città è molto labile.

L’Italia si è sempre confrontata con la peculiarità della musealizzazione di edifici storici, che a differenza del resto del mondo rappresentano la maggior parte dei contenitori d’arte. Mentre negli altri paesi si costruiscono edifici nuovi appositamente per l’utilizzo museale, da noi questa prassi è sempre stata molto ridotta e si è preferito di gran lunga riconvertire l’esistente. Questo è stato possibile grazie alla lunghissima tradizione italiana nella costruzione di ville, chiese, edifici pubblici e castelli di notevole pregio. In anni recenti però anche nello stivale si è spinto molto di più per l’inserimento di strutture museali nuove di zecca, specialmente se firmate da qualche “archistar” internazionale. I risultati non sono sempre stati felici e le accuse di sperpero di denaro pubblico, spesso anche a ragione, non sono mancate. Tutto questo mentre tantissimi edifici storici crollano abbandonati. Una miriade di bellissime ville semisconosciute cadono a pezzi mentre si stanziano milioni per delle avveniristiche strutture di cui nessuno sente davvero il bisogno.

Questo per dire quanto complessa e particolare sia la situazione delle città italiane, quanto la tradizione necessiti di dialogare in maniera pacata con i nuovi inserti, che siano essi edifici o opere d’arte in pubblica piazza. Il fatto è che sempre più spesso si sacrifica ciò che ci differenzia dagli altri in nome di uno spirito antiprovinciale e globalizzato, si cerca di inseguire gli altri dove non abbiamo bisogno di andare. Lo si fa perché così fan tutti, per non esser da meno. Il nostro paese ha bisogno di guardare anche al futuro e offrire sempre nuovi spunti per stare al passo coi tempi, l’importante però è non dimenticarsi mai di ciò che ci sta già intorno.