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Divisionismo. La rivoluzione della luce

La grande mostra Divisionismo La rivoluzione della luce visibile sino al 5 aprile 2020 a Novara nella magnifica cornice del Castello Visconteo Sforzesco ha l’ambizione di essere la più importante mostra dedicata al Divisionismo realizzata negli ultimi anni, movimento giustamente considerato prima avanguardia in Italia.

Promossa e organizzata dal Comune di Novara, dalla Fondazione Castello Visconteo e dall’Associazione METS Percorsi d’arte, in collaborazione con ATL della provincia di Novara, con i patrocini di Commissione europea e Provincia di Novara, con il sostegno di Banco BPM (Main Sponsor), Regione Piemonte, Fondazione CRT e Esseco s.r.l., è curata dalla nota studiosa Annie-Paule Quinsac, tra i primi storici dell’arte ad essersi dedicata al Divisionismo sul finire degli anni Sessanta, esperta in particolare di Giovanni Segantini – figura che ha dominato l’arte europea dagli anni Novanta alla Prima guerra mondiale –, di Carlo Fornara e di Vittore Grubicy de Dragon, artisti ai quali ha dedicato fondamentali pubblicazioni ed esposizioni.

Per la sua posizione geografica, a quarantacinque chilometri dal Monferrato, fonte iconografica imprescindibile nell’opera di Angelo Morbelli, e appena più di cento dalla Volpedo di Giuseppe Pellizza, senza dimenticare la Valle Vigezzo di Carlo Fornara, Novara è infatti luogo deputato per ospitare questa rassegna, incentrata sul Divisionismo lombardo-piemontese: i rapporti con il territorio ne hanno determinato le scelte e il taglio complessivo.

Il Divisionismo nasce a Milano, sulla stessa premessa del Neo-Impressionnisme francese – meglio noto come Pointillisme -, senza tuttavia che si possa parlare di influenza diretta. Muove dall’idea che lo studio dei trattati d’ottica, che hanno rivoluzionato il concetto di colore, debba determinare la tecnica del pittore moderno. Si sviluppa nel Nord d’Italia, grazie soprattutto al sostegno di Vittore Grubicy de Dragon, mercante d’arte, critico, pubblicista e a sua volta pittore, che con il fratello Alberto gestisce a partire del 1876 una galleria d’arte a Milano. E’ Vittore a diffondere tra i pittori della sua scuderia il principio della sostituzione della miscela chimica dei colori tradizionalmente ottenuta sulla tavolozza, con un approccio diretto all’accostamento dei toni complementari sulla tela. Da dato chimico, il colore diventa fenomeno ottico e alla dovuta distanza l’occhio dello spettatore può ricomporre le pennellate staccate in una sintesi tonale, percependo una maggior luminosità nel dipinto.

Presto il Divisionismo da Milano e dalla Lombardia si allarga al Piemonte: la pennellata divisa è destinata a diventare strumento privilegiato nella traduzione di una poetica della natura o di una messa a fuoco delle tematiche sociali. Solo Gaetano Previati, irreducibilmente antirealista sin dagli esordi, elabora una visione simbolista che scaturisce dal mito, da un’interpretazione visionaria della storia o dall’iconografia cristiana, agli antipodi di quella di Segantini sempre legata alla radice naturalista di una percezione panica dell’alta quota.

Ordinata in otto sezioni tematiche, l’esposizione consta di settanta opere tutte di grande qualità e bellezza, provenienti da importanti musei e istituzioni pubbliche e da collezioni private.

 

Sala 1. Il prologo

La mostra si apre con uno sguardo rivolto alla scuderia di artisti della galleria Grubicy. Troviamo qui le opere di Tranquillo Cremona con Pensierosa (1872-1873), Daniele Ranzoni con Il bambino Morisetti (1885), Giuseppe Pellizza da Volpedo con Le ciliegie (1888-1889), Angelo Morbelli con La partita alle bocce (1885), Gaetano Previati con Le fumatrici di hashish (1887), Emilio Longoni con Le capinere (1883), Vittore Grubicy, Giovanni Segantini con La portatrice d’acqua (1886) e Dopo il temporale (1883-1885). Quest’ultimo dipinto, uno dei capolavori del periodo brianteo, è prevalentemente uno studio di luce, attraverso il quale prende vita un momento nel quotidiano della pastorizia. Non ancora divisionista, il dipinto è giocato su ricchi toni di argentei, verdi e giallo modulati sulla tela in impasti fluidi di vario spessore che suggeriscono lo squarcio di luce che irrompe tra i nuvoloni, l’umidità del terreno, la lana bagnata delle pecore, l’effetto del vento sui i protagonisti.

Sala 2. La I Triennale di Brera. Uscita ufficiale del Divisionismo italiano

La seconda sezione è dedicata alla I Triennale di Brera tenutasi a Milano nel 1891, ricordata come “uscita ufficiale del Divisionismo in Italia” in cui furono presentati esempi emblematici di pittura divisa, realizzati dai principali esponenti del gruppo: Segantini, Morbelli, Pellizza, Previati, Longoni e Giovanni Sottocornola. Lo stesso Vittore Grubicy, obbligato ad abbandonare nel frattempo la gestione della galleria, presentava paesaggi di transizione, mentre Pellizza e Sottocornola vi si sarebbero avvicinati di lì a poco.

A pianoterra si potrà ammirare la grandiosa e magnifica Maternità (1890-1891) di Previati di proprietà del Banco BPM che ritorna nel capoluogo piemontese dove non è mai stata esposta e che, proprio per l’eccezionalità del prestito, si potrà ammirare con ingresso gratuito. L’opera è frutto di due anni di sperimentazione pittorica ed è una reinterpretazione in chiave laica del tema rinascimentale della Madonna col bambino circondata dagli angeli. Ispirato all’artista dal concepimento del primo figlio, il dipinto propone l’eterea visione della prima madre che allatta il suo bambino, appoggiata ad un melarancio spoglio in un giardino dalle folte erbe. Pennellate di colori puri, a pioviscolo nel cielo e a lunghi filamenti flessuosi che disegnano le forme, traducono uno stato di meraviglia tra realtà e sogno. Quel felice connubio tra Divisionismo e Simbolismo fece sì che Maternità fosse l’opera più controversa e derisa della I Triennale di Brera. Si parlò addirittura di “eclisse di genialità”. La novità della tecnica che veicola un innegabile misticismo suscitò l’accanimento della critica non ancora pronta ad accettarne né simbolismo né modernità pittorica.

Al primo piano troviamo esposte alcune tra le opere più celebri presentate a quella Triennale, lavori già divisionisti, oppure appartenenti ad artisti che a breve avrebbero sperimentato questa nuova tecnica: Vacca bagnata (1890) di Segantini, Un consiglio del nonno – Parlatorio del luogo Pio Trivulzio (1891) di Morbelli, Bosco (1887-1891-1912) di Grubicy, Il mediatore (1891) di Pellizza da Volpedo e Fuori di porta (1891) di Sottocornola, L’oratore dello sciopero (1890-1891) di Longoni. Questo dipinto, uno dei “manifesti” del divisionismo, si contraddistingue, grazie al taglio fotografico, per la sua audace composizione di straordinaria ampiezza. Il crudo realismo del cromatismo del disegno rivela una volontà di fare della pittura uno strumento di militanza politica. Come Nomellini, Longoni fu recettivo alle idee anarchiche e socialiste che lo condussero a fare della rivolta dell’operaio cittadino, soggetto non considerato dalla pittura contemporanea in Italia, il fulcro del suo operato. Tramite la tecnica, non ancora rigorosa nella divisione del tono, dalla pennellata espressiva e dal colore acceso, il dipinto proclama una ineluttabile corrispondenza tra tematica e linguaggio pittorico.

Sala 3. L’affermarsi del divisionismo

Nella terza sezione, incentrata sul trionfo del Divisionismo e i suoi principali interpreti, trovano spazio capolavori come All’ovile (1892) di Segantini, dipinto da tempo assente dalla scena espositiva, Fontanalba (1904-1906) di Fornara, Riflessioni di un affamato (1894) di Longoni, La Diana del lavoro (1893) di Nomellini, Sogno e realtà (1905) di Morbelli proveniente dalla Fondazione Cariplo, Gallerie d’Italia. Accanto ad essi altre pregevoli opere di Fornara, Longoni, Nomellini, Grubicy e Sottocornola.

All’ovile di Segantini fa parte di un ciclo di tre opere dedicate agli effetti della luce di una lanterna in un ambiente buio. Queste tele traspongono in un linguaggio sperimentale moderno gli stilemi della tradizione luminista seicentesca, da Caravaggio a Le Nain senza dimenticare i Fiamminghi o gli effetti luministi delle acqueforti di Rembrandt, che Segantini ben conosceva. Il soggetto riprende il parallelo tra l’essere umano e l’animale, la maternità come fatto naturale che unisce le creature bisognose di luce, tenerezza e caldo. Segantini aggiunge in questa opera oro in polvere e in particelle incorporate ad impasto fresco in modo di accentrare la luce ambientale sul dipinto per creare un suggestivo luccichio che fa ulteriormente vibrare la luce. Come sempre in Segantini colpisce una profonda capacità di suggerire l’essenza delle cose, la loro fisicità: tutto prende vita persino il tepore.

Fontanalba di Fornara è il capolavoro che conclude il ciclo dedicato all’alpeggio estivo della valle Vigezzo, detto “in sui” dove il pittore trascorse le estati dal 1903 al 1905. Punta “Fontanalba” è la scheggia di uno dei tanti dirupi che dai 2259 metri domina una zona desolata, di scarsa vegetazione, punteggiata da laghetti. Iniziato in un momento in cui Fornara aveva finalmente superato l’immenso dolore della scomparsa nel 1899 di Segantini, del quale era stato l’assistente a Maloja, il dipinto fu ultimato nello studio nella natia Prestinone, usando materiale previamente elaborato in luogo: disegni, fotografi, e studi ad olio. Fontanalba dimostra come adoperando elementi della tecnica segantiniana, Fornara ambisse a dare volto alla sua valle, sottolineandone l’intrinseca diversità dall’Engadina ispiratrice del maestro. Alzando la linea dell’orizzonte e ribaltando il profilo della catena di montagna, Fornara dà presenza al cielo sconfinato e al lago creando uno spazio pittorico di trasparenza e riverberi, ancora più sottolineato dal realismo del primo piano, minuto nella sua resa divisionista, con i sassi, i rododendri in fiore, la mucca e il vitello. Natura trasfigurata che dimostra come Fornara avesse assimilato la lezione di Segantini, pur senza essere schiavo della sua visione.

Nel celeberrimo dipinto di Longoni, Riflessioni di un affamato colpisce la maturazione della tecnica divisionista, una tessitura raffinatissima di segni senza spessore che catturano la luce bianca di un giorno nevoso e i suoi riflessi. Il taglio compositivo è da illustrazione, ma la voluta freddezza del linguaggio coloristico esprime senza cadere nel pathos l’estraneità del ragazzo, l’affamato infreddolito che guarda con dolorosa curiosità la copia benestante a tavola, al caldo. Il dipinto traduce con forza la diseguaglianza sociale in una città in cui i poveri aumentano esponenzialmente in funzione dell’arricchimento dei pochi.

Sala 4. Pellizza da Volpedo. Tecnica e simbolo

La quarta sala è interamente dedicata a Pellizza da Volpedo, con cinque opere fondamentali nel percorso dell’artista: Il ponte (1893-1894), Il roveto (Tramonto), (1900-1903), La processione (1893-1895), Sul fienile (1893-1894) e Nubi di sera sul Curone (1905-1906).

Il ponte è un vero gioiellino: considerato primo dipinto pienamente divisionista di Pellizza, non era stato più visto dopo la storica mostra del Divisionismo italiano a Trento nel 1990, ed è riapparso a Milano nel 2012 in una piccola mostra presso la GAM Manzoni. Nel 1892, data presunta dell’opera, Pellizza studiava i trattati dell’ottica da circa due anni, influenzato sia dagli scritti di divulgazione di Grubicy che dall’incontro con Nomellini a Genova. Le indagini riflettografiche hanno appurato che Pellizza parte da una stesura bianca a basi di piombo preconizzata da Seurat, alla cui tela “La grande Jatte” fa riferimento. In realtà non siamo in presenza di un uso sistematico dei puntini; anche se vengono usati, sono bilanciati da filamenti di colori lunghi e corti, più raramente circolari come nelle nubi del cielo. L’opera è composta  a partire di forme geometriche all’interno delle quali i colori complementari diventano elemento vibratile e si scagliano sullo sfondo bianco facendo emergere la luce anche dal gioco grafico.

Sul Fienile viene ideato nell’estate 1892, osservando di fronte allo studio il fienile di casa in ombra mentre al di là di quella struttura rettangolare si dipanava la campagna rutilante di luce, Pellizza ebbe l’idea della fine di una vita contrastante con lo scenario della natura. Diventò così il dipinto che ritrae un operario agricolo senza dimora o famiglia, che si ritrova a finire i suoi giorni sul giaciglio di paglia del fienile. Si tratta di una delle opere più commoventi     dell’artista, meditazione sulla morte senza sovraccarico ideologico. Le figure in controluce che amministrano gli ultimi conforti al moribondo dallo sguardo già assente, sono rese in una minuta tessitura di scuri e chiari con filamenti di colori complementari. Dietro di loro, mentre si consuma il dramma umano, nel rettangolo portante del porticato, il verde della vegetazione in tocchi più piccoli e precisi e le geometrie delle case, zone di luce e di ombre contrastanti, riaffermano la continuità della vita. Il connubio tra la raffinatezza della tecnica, un divisionismo spinto all’estremo del rigore e la sobrietà nella resa dell’idea – la morte come momento ultimo della vicenda umana, e l’infinito rinascere della natura e dell’operato umano, immanenza e trascendenza – fa sì che l’opera sia uno degli esiti maggiori del simbolismo di Pellizza ed europeo.

 

Sala 5. Il colore della neve

La quinta sezione propone un focus sul tema della neve, con opere di Segantini – il celebre Savognino sotto la neve (1890), Fornara – con il magnifico Vespero d’inverno (1912-1914) che sarà restaurato per la mostra, Cesare Maggi, Morbelli, Matteo Olivero, Pellizza e Tominetti.

Savognino sotto la neve di Segantini non è stato più esposto dal 1970, quando figurò alla esposizione che la Royal Accademy di Londra dedicò al Neo-Impressionismo europeo e alla celeberrima mostra della Società Permanente di Milano dedicata al Divisionismo Italiano. Dal collezionista Luigi Dell’Acqua, industriale tessile milanese al quale l’artista lo aveva regalato, passa ai suoi eredi e, dopo varie vicende, all’attuale proprietario. Eppure, malgrado la visione ne fosse stata preclusa al grande pubblico, è un’opera che ha fatto versare molto inchiostro. Non a caso esistono alcuni falsi. È un unicum nella produzione di Segantini: rarissimi sono i paesaggi puri, e inoltre questo ha un che di espressionista non riscontrabile altrove nel corpus dell’artista. Il connubio tra materia, cromatismo e gestualità conferisce al dipinto una forte valenza emotiva. Segantini parlava della neve come morte di tutte le cose ed è proprio il sentimento che permea la tela.

Lo splendido La neve. Crepuscolo invernale (1906) è uno dei paesaggi più lirici di Pellizza, tra gli ultimi realizzati dall’artista. La veduta in cui la neve si carica di tutte sfumature del prisma è articolata su una composizione serrata. Un ruscello tra due chiuse, un ponticello vagamente giapponese e la vasta distesa dei colli che l’assenza del cielo rende ancora più infinita, sono gli elementi portanti dell’immagine e sembrano racchiudere la dolcezza della luce crepuscolare. Pellizza non lascia nulla al caso. Persino la figura della donna che corre e i gelsi brulli dalle forme contorte, sono stati inseriti per rompere il rigore geometrico. Il 14 giugno 1907, non reggendo al colpo della morte della moglie e del figlio neonato, il pittore si sarebbe impiccato nel suo studio. Il dipinto che vi era rimasto, sarebbe stato esposto, per la prima volta, alla mostra postuma organizzata da Ugo Ojetti e Morbelli alla Biennale di Venezia del 1909.

 

Sala 6 – Previati Verso il sogno

Nel corridoio di accesso il magnifico e grandioso Migrazione in Val Padana (1916-1917) di Previati introduce altre quattro splendide opere dell’artista tra cui le tre Marie ai piedi della croce (1888), mai più visto dal 1920, il magnifico trittico Sacra famiglia (1902) e Il vento o Fantasia (1908) prestato dal Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera. Il dipinto Migrazione in Val Padana, proveniente dalla collezione del figlio Alberto Previati è giunto verso la metà degli anni Trenta del Novecento presso la collezione privata Enel di Genova – Distretto Liguria che tuttora lo conserva. L’ultima uscita dell’opera è avvenuta in occasione della mostra antologica “Gaetano Previati (1852 – 1920)” presso Palazzo dei Diamanti a Ferrara nel 1969.  Il magistrale trittico, la cui configurazione come un fregio in sequenza è pervasa da una luce visionaria e ne demarca la sua natura onirica e simbolista, si mostra dunque al pubblico dopo un’assenza di cinquant’anni. Il dipinto rievoca i tramonti autunnali della campagna e del paesaggio ferrarese, come un ritorno all’infanzia, alla propria terra, una “migrazione” spazio-temporale verso il passato per uno sguardo oltre il visibile, “l’eterna peregrinazione dell’umanità che va lentamente verso la luce della perfezione”.

 

Sala 7 – Segantini. Il gioco dei grigi

Nella sesta sala protagonisti sono sette magnifici disegni di Segantini, dove la superba tecnica dell’artista emerge in tutta la sua potenza.

Tra essi svettano Ave Maria sui Monti (1890), Vacca bianca all’abbeveratoio (1890) Rododendro (1898), che riappare in pubblico dopo più di un secolo, e La natura, disegno di presentazione (1898). Quest’ultimo è un monumentale foglio, di straordinaria raffinatezza grafica. Assoluto capolavoro del disegno simbolista di fine secolo, non è uno studio per il dipinto centrale del Trittico della Natura (Museo Segantini, Saint Moritz) bensì un disegno di presentazione che lo riprende particolare per particolare, traducendone il cromatismo e la materia in sfumature di grigio, neri e biancastri, giocati contro il giallo/marrone della carta

grezza in infinite variazioni di tratti. Il disegno mantiene le stesse proporzioni e traduce la strabiliante monumentalità dell’opera ad olio, che fece poi parte, con i due pannelli laterali La Vita e La Morte del Trittico della Natura esposto all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. La loro presenza in mostra illustra la funzione che queste opere su carta, eseguite in casa, durante le lunghe serate o giornate rigide in cui non era possibile lavorare all’aperto, assumevano per Segantini. Declinate in un’infinite varietà di tecnica – carboncino, gessi, matite dure colorate, pastelli, inchiostro, acquerello, tempera, anche sovrapposti – andavano a colmare il vuoto di olii già venduti divenendo a loro volta un vero e proprio laboratorio figurale.

 

Sala 8 – Il nuovo secolo. Gli sviluppi del divisionismo.

Chiude l’esposizione una sezione su l’evoluzione del Divisionismo nei primi decenni del Novecento con imponenti opere dei principali interpreti: Primavera della vita (1906) e Sorriso del lago (1914) di Longoni, Alba domenicale (1915) e Meditazione (1913) di Morbelli, Baci di sole (1908) e Sole e brina (1905-1910) di Nomellini, Ora radiosa (1924-1925) di Fornara, cui si aggiungono tele di divisionisti meno noti e legati al territorio lombardo-piemontese quali Angelo Barabino, Carlo Cressini, Cesare Maggi, Filiberto Minozzi e Matteo Olivero.

La grande tela Baci di sole di Nomellini, è un inno alla gioia di vivere. Protagonisti sono la moglie e il bambino Vittorio, loro figlio, ritratto nudo con una tenerezza sensuale. L’atmosfera, la luce, la rigogliosa vegetazione, tutto evoca questo particolarissimo paesaggio d’estate che l’artista rende in tocchi leggeri. In questa sua ricerca delle chiazze di luce riflesse, Nomellini cita e traduce in un linguaggio decisamente novecentista il miglior Renoir del Déjeuner des Canotiers (1882) o il Monet dell’inizio degli anni di Giverny, nella prima metà degli anni 80. Siamo lontani sia dai pointillistes francesi che dai contemporanei Pellizza o Morbelli. È una pittura che si affida al colore come cromatismo, luce e trascrizione dei piani, anche se lo scopo, è di esprimere un senso panico della natura nella più pura valenza dannunziana.

Un catalogo scientifico accompagna l’esposizione. Il saggio della curatrice è corredato da schede biografiche degli artisti, con schede critiche delle singole opere affidate agli specialisti di riferimento e apparati bibliografici ed espositivi. Una mostra dunque di grande respiro, un percorso ricco e affascinante tra le opere più significative dei maestri divisionisti italiani in un luogo, l’imponente Castello Visconteo Sforzesco, ricco di storia e ristrutturato a regola d’arte per una vocazione museale.

 

 

Fino al 5 aprile 2020

Novara

Castello Visconteo Sforzesco

Fotonica: il festival delle arti luminose

Il fotone è il più piccolo frammento luminoso dell’universo, una particella di dimensioni microscopiche ma dalla straordinaria potenza creatrice, in grado di dare origine a ogni forma di luce. A esso e allo “scintillante universo creativo” che è in grado di generare è dedicato il festival Fotonica, che si svolgerà dal 7 al 15 dicembre prossimi al Macro Asilo di Roma.

Giunto alla sua seconda edizione, Fotonica è un festival gratuito dedicato alle forme d’arte contemporanea legate all’elemento luce e che perciò si propone di indagare e promuovere l’innovazione delle arti audio-video e digitali. È parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018, ed è realizzato con la collaborazione di alcune tra le più importanti manifestazioni internazionali attive nello stesso campo come lo Zsolnay Light Festival (Ungheria), l’Athens Digital Art Festival (Grecia), il Patchlab Festival (Polonia) e il Videomapping Mexico.

I numeri di quest’anno sono veramente notevoli: per la manifestazione verranno messi in campo ben 65 artisti, 4 performance e 6 installazioni audio-video, 3 workshop, 7 lecture, oltre a 3 live set musicali e più di 40 partner internazionali.

Parte centrale del festival saranno le performance, che si terranno nel foyer del museo. Si partirà con OVV, la performance degli ungheresi Glowing Bulbs, seguita da Go Back to Hiding in the Shadows di Pandelis Diamantide, Digilogue di Studio Otaika e Iterations dell’artista russo Procedural. Il foyer del museo ospiterà ogni giorno anche tutti gli altri appuntamenti della manifestazione: le installazioni audio-video, quelle di light art, e il videomapping. Per tutta la durata del festival sarà poi visitabile anche la mostra di Net Art Net Paintings, realizzata come lo scorso anno in collaborazione con il progetto Shockart.net.

Ampio spazio verrà poi dedicato anche alle lecture, che si terranno presso la sala cinema e l’auditorium del Macro Asilo. Esperti del settore si racconteranno in diversi appuntamenti per incoraggiare l’avvicinamento del pubblico al mondo delle arti audio-visive e digitali e favorirne l’approfondimento teorico. Ad interessare i partecipanti ai temi del festival attraverso un’esperienza più pratica e diretta sarà poi il workshop di Videomapping (in programma per il 7 e il 14 dicembre), mentre i più piccoli saranno avvicinati alla cultura digitale attraverso gli stimoli creativi dei laboratori di animazione Animating your star e Dalla luce alla proiezione. Ci sarà poi spazio anche per la musica, con i dj e vj set di musica elettronica organizzati con LPM Live Performers Meeting e Manifesto delle Visioni Parallele.

Ad anticipare il festival e fornire un assaggio di questa nuova edizione sarà l’anteprima che si terrà il prossimo 1 dicembre presso la Centrale Montemartini. Per l’occasione verrà presentata la performance ONNFrame di Ipologica + FLxER Team, in cui forme, narrazioni, suoni e colori si fonderanno tra loro e con la suggestiva location in un dialogo generato in tempo reale da una band di 4 elementi, tre musicisti del collettivo Ipologica e la Vj Liz.

 

 

Per maggiori informazioni e il programma dettagliato delle attività: https://fotonicafestival.com

L’invisibile che diventa percezione nelle installazioni ambientali di Shay Frisch

Campi elettromagnetici, adattatori composti e assemblati, corrente elettrica e infine la luce che illumina l’invisibile e lo rende improvvisamente percettibile. Queste le principali chiavi di lettura da tenere a mente quando si parla di Shay Frisch, artista e industrial designer, che ha fatto della riflessione tra arte e scienza il suo biglietto da visita. L’intervento al limite tra artistico e industriale che mette in atto Shay Frisch, racconta di un graduale spostamento della linea che separa il campo cognitivo da quello emotivo, alla ricerca di una nuova frontiera tra arte e scienza. Attraverso l’utilizzo perentorio di prese elettriche e collegamenti energetici, l’artista tenta di creare un fil rouge che anziché dividere i due campi, tenta di metterli sullo stesso piano, inglobandoli e, in definitiva, annientandoli.

Fulcro dell’azione non è la luce generata da questi assemblaggi puramente industriali e quasi home-made, ma l’energia che origina, trasforma, manipola e modella. La luce è dunque solo il prodotto che, da ultimo, fa da connettore e svela un prodotto di per sé invisibile, ossia, l’energia. Essa scorre ovunque ma si percepisce solo lì dove delle lampadine ne rivelano la “forma” effimera e intuitiva. I campi elettromagnetici rivelano dunque che l’invisibile prevale nettamente sul visibile, ed è quella forza, quella vitalità che permette di far coincidere emozione e conoscenza su pari livello, inducendo lo spettatore a fare esperienza diretta con qualcosa che va al di là del proprio raziocinio.

Shay Frisch, mette in pratica un dinamismo inatteso e imprevedibile che porta a osservare e a percepire gli ambienti in maniera differente ed esperienziale. In particolare, i campi messi in moto dall’artista modellano anche l’idea di superfice che qui assume i connotati di un continuum e annullano dunque ogni separazione tra oggetto e spazio. Tutto è trasformabile e tutto vive su uno stesso livello emozionale e visivo. Gli assemblaggi di Shay Frisch, lavorano anche sullo spazio – ambiente o meglio su quel contenitore che accoglie e, tante volte, tende a coccolare il pubblico predisponendo oggetti o manufatti di facile interpretazione. In questo caso, il fruitore è invitato ad attivare il senso intrinseco dell’opera generando esso stesso energia emotiva. Avvolgere lo spettatore e immergerlo attraverso proiezioni di luce intensa ha l’obiettivo unico di guardare alla forza e all’elemento dell’elettricità sotto un aspetto innovativo e inatteso. Le intermittenze luminose permettono allo spettatore di sentire e percepire il movimento che si cela dietro questi meccanismi di materia inerte.

Shay Frisch permette all’aspetto immateriale di rivelarsi e allo stesso tempo rende consapevoli del fatto che spesso per poter sentire e percepire l’energia, l’arte o la materia non è necessario vederla o toccarla.

 

Le opere da vivere di Grazia Varisco

Grazia Varisco è nata a Milano nel 1937, frequenta l’Accademia di Brera dal 1956 al 1960 ed è cofondatrice del Gruppo T ( poetica sulla variazione dell’immagine nella sequenza temporale) durante gli anni sessanta. Promotrice del movimento dell’Avanguardia, partecipa a molte mostre firmate Miriorama e nel 1962 le sue opere d’arte sono esposte alla mostra di Arte Programmata organizzata da Bruno Munari ( artista, designer e scrittore italiano) dove curatore dell’introduzione è Umberto Eco. La Varisco espone all’estero dal 1963 alla mostra Le Nouvelle Tendence, rassegna del movimento e della luce. Alla fine degli anni sessanta la vediamo in stretto contatto con l’ufficio della Rinascente di Milano, nella progettazione grafica che le viene affidata. L’accademia di San Luca le conferisce il suo premio nel 2007.

Grazia aderisce all’Arte Cinetica e Programmata con una prima produzione di immagini che proponevano la variazione della luce, estensione e contrazione nelle forme delle superfici dando vita allo Schema Luminoso Variabile. Attraverso una serie di interviste rilasciate dall’artista possiamo capire più a fondo il significato delle sue opere come i Quadri Comunicanti: cornici che ospitano al loro interno un riflesso acquatico e che danno la percezione del movimento. L’istallazione può essere ampliata o ristretta a seconda delle occasioni e della disposizione dello spazio da allestire.

Non solo all’interno di musei o gallerie d’arte, Grazia Varisco è riuscita a dare un tocco di colore e di sua personalità anche ai parchi e agli spazi verdi delle città che hanno ospitato le sue opere IF. Istallazioni di tavole magnetiche sulle quali sono presenti elementi geometrici che creano un ordine disordine, ordine e caos; caos che non possiamo trascurare nella vita poiché parte di ognuno di noi e che mette in moto la quotidianità. Fondamentale è l’uso della mano nell’opera Risonanze al tocco, dove è la testa che guida la mano dell’osservatore che diventa parte integrante dell’opera d’arte, creando così suoni.

Concludo riportando una frase dell’artista che si adatta bene a questi tempi da noi vissuti: «Artista?! Dicono… e io me la godo! Perché la parola Artista non mi chiude in un’attività definita e limitata, mi concede uno spazio più ampio e libero; anche perché vale ugualmente al maschile e femminile e non è poco ancor oggi».

Per chiarirci un po’ le idee. Che cos’è l’arte cinetica programmata? La loro definizione non è univoca anzi presenta delle differenze concettuali non trascurabili. L’Arte Cinetica introduce nell’opera d’arte, quadro o scultura, il movimento, che può essere reale o virtuale ottenuto dallo spostamento dell’osservatore e di conseguenza dal punto di vista stesso. Dall’altra per Arte Programmata, si intende un’opera realizzata in base ad un programma di calcolo, che permette all’opera stessa di variare forma e cromia, quindi sequenze figurali secondo un ordine temporale.

 

Federica Meloni

 

La dimensione della luce nelle installazioni di Anila Quayyum Agha

Vincitrice di ambitissimi premi, come ArtPrize 2014 e numerosi riconoscimenti, Anila Quayyum Agha è una tra le artiste più talentuose degli ultimi anni. Nata a Lahore, in Pakistan, ad oggi vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo lavoro mette insieme la tradizione dell’arte islamica, con le tecniche più semplici contemporanee. Attraverso la sua operazione di esemplificazione e riproduzione tenta di esplorare e rielaborare in maniera del tutto immateriale, attenti e minuziosi intagli che creano giochi in cui la contrapposizione tra luce e ombra diventa padrona. Gli ambienti creati da Agha sono frammenti di reale che esplodono e irrompono all’interno di strutture, tipicamente white cube, capovolgendo la normale visione e inglobando la diversità in tante ripetizioni.

Le sue imponenti installazioni l’hanno consacrata come artista internazionale e le piccole ripetizioni geometriche che adornano lo splendido palazzo dell’Alhambra a Granada, perla del sud della Spagna, sono quelle che l’artista riproduce in cubi dalle grandi dimensioni. Attraverso il suo attento lavoro, riesce a dare vita al giusto equilibrio tra contemporaneo e tradizione, in modo che il centro di tutta la sua rappresentazione sia la luce, elemento essenziale e centrale per la cultura islamica, e l’assenza della figura umana.

I muqarnas, sono alcuni dei patterns a cui l’artista fa riferimento, bidimensionali e in continuo mutamento, sono composti da strati molteplici e si offrono allo spettatore in sembianze sempre diverse riflettendo fonti luminose. La luce non è però mai in rapporto con il nostro sguardo, come succede per le installazioni di Agha, non ci osserva, ma interferisce con lo spazio abbattendo ogni relazione fisica e diventando il tramezzo che regola e disegna le geometriche composizioni.

Il corpo, non ha alcuna rilevanza, ciò che è protagonista assoluto sono le mille traiettorie di luce che non ci guardano, ma ci penetrano e ci invitano a farne esperienza. Questa tipologia di pensiero artistico è ciò che fa della produzione artistica di Agha, uno spettacolare racconto per traiettorie, geometrie e luce.

La cultura islamica è tutta nella composizione e nella relazione tra le cose, tutto il resto è luce e la sua capacità di modificare le cose intorno a sé. La contemporaneità è la capacità di raccontare attraverso l’immateriale, tematiche a livello globale. Le strutture di Agha, infatti, descrivono da lontano una società in cui alle donne non è permesso di accedere alle affascinanti moschee islamiche che sono costrette, invece, alla preghiera domestica. Non a caso, la potenza emotiva si confonde con la coscienza d’animo e la necessità di dare una voce attraverso l’immateriale e l’intimo racconto di sé.

 

Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri

Luce e ombra, pensiero e narrazione sono i temi che accomunano le opere presentate dal 4 ottobre al 26 novembre nella bipersonale Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri.

A Venezia, nella suggestiva cornice di Palazzo Contarini Polignac, a pochi passi dalla Collezione Peggy Guggenheim e dalla Fondazione Pinault di Punta della Dogana, oltre venti lavori in parte inediti – tra sculture di grandi e medie dimensioni e opere su carta – si snodano in un percorso che lega, per similitudini e differenze, la ricerca dei due artisti.

La luce rappresenta un riferimento imprescindibile sia per le sculture di Basso che per le carte a biro di Amico. L’acciaio e il bronzo bianco lucidati a specchio, a mano, di Daniele Basso sono innanzitutto un modo per dare forma alla luce: il fenomeno della riflessione sulle superfici specchiate diventa infatti, in questo genere di sculture, fattore importante quanto la materia stessa.

Emblematica, in questo senso, l’opera Gabriel, in bronzo bianco, realizzata appositamente per questa esposizione, in cui la lavorazione sinuosa del metallo traccia le linee di un aitante corpo maschile.

Quasi per contrapposizione, le opere di Paolo Amico – penna a sfera su carta – ritraggono invece paesaggi notturni. La sua ricerca si dedica in particolare alla città, alla notte e al colore della notte. Attratto da questi elementi, l’artista siciliano dà vita a vedute fatte di luci fluorescenti che proiettano su strade e palazzi colori artificiali, dotandoli di una cromia innaturale.

Il processo di realizzazione e stesura del colore è molto simile a quello dei pastelli: la penna biro consente infatti di modulare l’intensità del segno col variare della pressione esercitata. Si procede per strati, dai toni più chiari sino al nero, trame su trame, fino a coprire il foglio, la carta bianca è la luce.

In omaggio alla città che lo ospita, Paolo Amico ha realizzato per la mostra alcuni scorci di Venezia, tra cui Confusione veneziana in cui si percepisce la vitalità della città, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni.

L’altro nucleo concettuale da cui prende spunto la mostra è quello del pensiero, del racconto che scaturisce dalle opere dei due artisti. Entrambi, infatti, hanno una spiccata vocazione narrativa.

Nell’utilizzare la penna, Paolo Amico fa proprio lo strumento principe deputato alla narrazione: da sempre usato per la scrittura, l’artista lo adopera per raccontare, ma “per immagini” e non più per parole. Anche il modo con cui sceglie i suoi soggetti ha a che fare con una modalità di racconto, quella del reportage.

Nella ricerca di Daniele Basso è viva la volontà di stimolare le coscienze per raggiungere una maggior consapevolezza della propria identità personale e collettiva. Le sue sculture contengono sempre una storia su temi d’interesse universale – l’infanzia, la maternità, il cambiamento, il bene – che ciascuno può riportare alle proprie esperienze personali. Boogeyman, per esempio, bronzo bianco lucidato a specchio, è la metafora della paura, quella irrazionale e incontrollata che viviamo da bambini: un manto argenteo privo di volto, vuoto e inconsistente, pronto a sgonfiarsi a un piccolo cenno di coraggio.

 

 

Inaugurazione martedì 3 ottobre ore 18.30

Dal 03 Ottobre 2017 al 26 Novembre 2017

Venezia

Luogo: Palazzo Contarini Polignac – Magazzino Gallery

Curatori: Ermanno Tedeschi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 011.8178627

E-Mail info: info@galleriazabert.com

James Turrell, il maestro della luce

Pochi hanno saputo consacrare la propria vita a una così devota e instancabile attività artistica come ha fatto James Turrell, settantatreenne californiano che da oltre mezzo secolo si dedica ad un unico mezzo di creazione e sperimentazione: la luce. Le sue opere, di grande successo a livello internazionale, sono caratterizzate da un forte impatto emotivo, ma allo stesso tempo sono anche estremamente coinvolgenti dal punto di vista fisico. Si tratta di ambienti, spesso in bilico tra interno ed esterno, tra luce naturale e artificiale, che a volte hanno sconfinato addirittura nel territorio della Land Art (ad esempio con il visionario Roden Crater Project). Sono opere solenni, avvolgenti e suggestive, il cui effetto si colloca a metà tra una cattedrale gotica e un quadro di Rothko.

Pochi, inoltre, hanno saputo utilizzare la luce come James Turrell ha saputo fare. Nel suo lavoro, infatti, la materia impalpabile per eccellenza prende corpo, diventa strumento per plasmare lo spazio, e lo spettatore può avvertirne la presenza in maniera fisica e concreta. Se la luce e lo spazio sono gli elementi di cui le opere sono fatte, ciò che conta realmente è il modo in cui lo spettatore si relaziona con esse, l’esperienza che scaturisce dal loro incontro.

Lo scopo di tutta l’attività di Turrell è quello di riflettere sui meccanismi della percezione umana, sulle modalità attraverso cui l’uomo si rapporta allo spazio e a tutto ciò che lo circonda. L’artista, in sostanza, riprende la riflessione sulle teorie della percezione e dei colori, spostando però il discorso dalla tela all’atmosfera, dalla rappresentazione all’esperienza. Come molti nel contesto di generale smaterializzazione dell’arte in cui la sua ricerca è nata, Turrell elimina ogni oggetto dal suo fare artistico. All’interno delle sue opere lo spettatore si trova in presenza solo del suo corpo e dei suoi sensi, immerso in ambienti da cui ogni riferimento estraneo alla pura percezione fisica e sensoriale è rigorosamente escluso. L’importante per l’artista non è rappresentare un’immagine, un messaggio, un’ideologia, e non è neanche la luce in sé. L’unica cosa che conta è l’esperienza, contingente e reale, che lo spettatore si trova a vivere all’interno delle sue opere. L’attenzione non è rivolta all’opera, ma a colui che la esperisce. Del resto, come spiega l’artista, «With no object, no image and no focus, what are you looking at? You are looking at you looking».

 

Sandi Renko. Windows

La PoliArt Contemporary annuncia Windows la nuova mostra dedicata a Sandi Renko. Il progetto site-specific, realizzato in più di un anno di lavoro, crea un affascinante straniamento rispetto a un allestimento abituale. Le circa venticinque opere, infatti, lasciando libere le pareti, s’aggregano in patchwork per coprire le grandi finestre e nicchie della galleria milanese, come nelle vetrate di una cattedrale gotica.
Sono proprio le caratteristiche della ricerca di Renko ad avere reso possibile un simile progetto, in grado di modificare invertendola la percezione dello spazio espositivo.
Nella ricerca recente dell’artista italo-sloveno una forza quasi auto-generativa interna alle opere – caratterizzata dalle cangianze cinetiche delle forme e dei colori – aveva prodotto vere e proprie trasformazioni percettive, in grado di rompere l’ortogonalità, nella creazione di oggetti poligonali. In una sorta di attività antigravitazionale, le singole opere di Renko acquisivano un’inedita leggerezza sulle pareti, richiamandosi come in uno stormo in volo.
Partendo dalla constatazione di questo legame tra le opere, il cui tramite è lo spazio-luce, la ricerca di Renko si è orientata verso la deframmentazione, per identificare il luogo esatto del luogo espositivo in cui singolarità e molteplicità potessero raccogliersi insieme allo spazio e alla luce. Windows è la straordinaria proposta di Renko, nella quale c’è qualcosa in più di un’idea d’arte contemporanea e qualcosa in più di un luogo allestito, perché l’artista riesce a evocare persino la sacralità di colore, luce e spazio mutevoli, tipici delle grandi vetrate nell’interno delle grandi cattedrali gotiche.

Il ritmo espositivo accade per grandi blocchi cromatici e pause silenziose. I dettagli restano la difficilissima semplicità della tecnica di Sandi Renko, fatta di contrappunti di linee tra i micro rilievi del canneté (un leggero cartone da imballaggio).

In occasione della mostra sarà realizzato un catalogo in 120 esemplari numerati, ognuno contenente un’opera unica realizzata da Sandi Renko.

La ricerca di Sandi Renko, dagli anni Settanta a oggi ha cercato una sintesi tra un riduzionismo rigoroso, l’arte minimalista e le esperienze cinetiche, con una grande attenzione allo spazio in cui le opere interagiscono. In quest’ottica, è connaturata alla ricerca dell’artista una propensione alle installazioni ambientali e ai progetti site-specific. È proprio il sincretismo a fare della ricerca di Renko un originalissimo capitolo dell’arte contemporanea aperto sul futuro. Con un’incredibile povertà di mezzi, cartone ondulato e pennarelli acrilici (e tiralinee), l’artista riesce a creare complesse e raffinatissime visioni mutevoli, spesso incentrate sulla figura del cubo e in grado di modificare dall’interno anche i bordi delle opere.

Fino al 16 Settembre 2017

MILANO

LUOGO: PoliArt Contemporary Milano

CURATORI: Leonardo Conti

ENTI PROMOTORI:

  • PoliArt Contemporary

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 70636109

E-MAIL INFO: info@galleriapoliart.com

SITO UFFICIALE: http://www.galleriapoliart.com

Fabrizio Acciaro. Sognatore, artista o non arista?

 

Fabrizio Acciaro è un artista cagliaritano, visionario di un’arte comunicativa realizzata con semplici tocchi di una tastiera di un computer. Mostra fin da bambino una predilezione per l’arte figurativa, la sua vera passione, permettendo di creare un mondo totalmente diverso fatto di luci e colori. Colori e figure invadono la sua vita, creando così un connubio perfetto con l’arte. La narrazione avviene attraverso la tela, la scultura e il disegno, maestri della sua vita.

Fabrizio Acciaro dà vita a un arte figurativa, plasmando una società dispotica non lontana dal nostro tempo, devastata, oscurata dall’indifferenza del nostro tempo alla ricerca di quel progresso oscurantismo della società, mettendo in atto la ricerca di una verità superficiale che mostra solo il ricordo di quello che eravamo.

E’ una lotta continua per la sopravvivenza, un viaggio alla ricerca di una luce sempre offuscata da una conoscenza, che cresce fino a diventare un muro mostruoso e violento che spersonalizza l’unica certezza dell’essere umano e la sua propensione al bene o al male.

Ha voluto con queste immagini raccontare alcuni momenti della giornata di uno di quelli nati in una società medievale senza la possibilità di una conoscenza, egli riesce a dare vita a  un’immagine forte dal punto di vista visivo, con pennellate studiate e colori che nell’insieme creano una visione onirica del nostro tempo.

Un artista eccezionale capace di rappresentare l’urbano, ciò che passa sotto i nostri occhi quotidianamente, sotto una luce intima e introspettiva. Una creazione originale in continua evoluzione ispirata alla vita. Un’arte a tratti pungente che penetra attraverso lo sguardo provocando risentimento, stupore negli occhi di chi guarda.

Acciaro espone le sue idee, pensieri, ripercorrendo un ruolo importante nella società, la figura dell’artista, evolvendo allo stereotipo di pittore o scultore. La sua produzione artistica è rivolta alla conoscenza della natura umana, una performance basata sui dipinti, una poesia all’insegna dell’arte e della vita.

 

 

 

Ronald Martinez Solo Show

Fino al 13 maggio 2017, 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano ospita una personale di Ronald Martinez (Annecy, 1978), fotografo francese, la cui cifra stilistica risiede nell’uso misurato quanto potente della luce.

Infatti, i suoi dipinti fotografici sono il risultato di una ricerca sulle infinite variazioni di luce sul corpo, ispirata all’estetica pittorica italiana, in particolare al luminismo che in Caravaggio e in maestri quali Tiziano, Veronese e Cagnacci ha raggiunto vertici di qualità assoluti, presi a modello proprio da Martinez.

Il fotografo francese lavora al buio, utilizzando solo una fonte di luce che taglia la scena da sinistra a destra, in grado di produrre straordinari effetti in chiaroscuro, senza successivi interventi in post-produzione. Più che fotografare, Martinez sembra quindi ridisegnare l’immagine con la luce; le sfumature delineano i contorni dei corpi e fanno emergere i toni della pelle, creando scenari contraddistinti da una vera e propria forza estetica e da una delicata ricchezza sensoriale.

L’esposizione milanese propone 25 dipinti fotografici che presentano corpi, visualizzati con nudità aggraziate e accenti divini, capaci di evocare le innovazioni dei maestri del Rinascimento, sia attraverso il chiaroscuro di Caravaggio e Cagnacci che i colori della tavolozza di Velazquez, e si completa con una serie inedita di nature morte.

Fotografo indipendente e autodidatta nato a Annecy (Francia) nel 1978, Ronald Martinez scopre la passione per la fotografia all’età di 18 anni e nel 2000 si iscrive all’École Supérieure de Photographie de Paris. Ingaggiato dal quotidiano Le Midi Libre di Languedoc-Roussillon comincia la sua attività professionale. Trasferitosi a Parigi nel 2001 fa una breve esperienza nell’ambito della moda a fianco di Jean-Charles de Castelbajac per poi dedicarsi al teatro, passione che lo spingerà nel 2003 a trasferirsi dapprima a New York e poi a Broadway per seguire la scuola di Sandra Lee. Nel 2005 fa rientro a Parigi dove alterna esposizioni di fotografie a collaborazioni con il mondo del cinema, dove lavora non solo come attore ma anche come fotografo.

Tra gli ingaggi più importanti si segnala la sua attività di fotografo sul set del lungometraggio Americano con Mathieu Demy, Salma Hayek, Géraldine Chaplin, Chiara Mastroianni, Jean Pierre Mocky e Carlos Bardem. Dal 2011 lavora su un progetto di fotografie a colori dedicate ai nudi artistici in omaggio alla pittura italiana dei maestri del XVII secolo. A interessarlo è soprattutto l’uso che i grandi maestri hanno fatto del chiaroscuro.

Fino al 13 Maggio 2017

MILANO

LUOGO: Arts in Progress gallery

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 94387188

E-MAIL INFO: info@29artsinprogress.com

SITO UFFICIALE: http://www.29artsinprogress.com/