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Le opere da vivere di Grazia Varisco

Grazia Varisco è nata a Milano nel 1937, frequenta l’Accademia di Brera dal 1956 al 1960 ed è cofondatrice del Gruppo T ( poetica sulla variazione dell’immagine nella sequenza temporale) durante gli anni sessanta. Promotrice del movimento dell’Avanguardia, partecipa a molte mostre firmate Miriorama e nel 1962 le sue opere d’arte sono esposte alla mostra di Arte Programmata organizzata da Bruno Munari ( artista, designer e scrittore italiano) dove curatore dell’introduzione è Umberto Eco. La Varisco espone all’estero dal 1963 alla mostra Le Nouvelle Tendence, rassegna del movimento e della luce. Alla fine degli anni sessanta la vediamo in stretto contatto con l’ufficio della Rinascente di Milano, nella progettazione grafica che le viene affidata. L’accademia di San Luca le conferisce il suo premio nel 2007.

Grazia aderisce all’Arte Cinetica e Programmata con una prima produzione di immagini che proponevano la variazione della luce, estensione e contrazione nelle forme delle superfici dando vita allo Schema Luminoso Variabile. Attraverso una serie di interviste rilasciate dall’artista possiamo capire più a fondo il significato delle sue opere come i Quadri Comunicanti: cornici che ospitano al loro interno un riflesso acquatico e che danno la percezione del movimento. L’istallazione può essere ampliata o ristretta a seconda delle occasioni e della disposizione dello spazio da allestire.

Non solo all’interno di musei o gallerie d’arte, Grazia Varisco è riuscita a dare un tocco di colore e di sua personalità anche ai parchi e agli spazi verdi delle città che hanno ospitato le sue opere IF. Istallazioni di tavole magnetiche sulle quali sono presenti elementi geometrici che creano un ordine disordine, ordine e caos; caos che non possiamo trascurare nella vita poiché parte di ognuno di noi e che mette in moto la quotidianità. Fondamentale è l’uso della mano nell’opera Risonanze al tocco, dove è la testa che guida la mano dell’osservatore che diventa parte integrante dell’opera d’arte, creando così suoni.

Concludo riportando una frase dell’artista che si adatta bene a questi tempi da noi vissuti: «Artista?! Dicono… e io me la godo! Perché la parola Artista non mi chiude in un’attività definita e limitata, mi concede uno spazio più ampio e libero; anche perché vale ugualmente al maschile e femminile e non è poco ancor oggi».

Per chiarirci un po’ le idee. Che cos’è l’arte cinetica programmata? La loro definizione non è univoca anzi presenta delle differenze concettuali non trascurabili. L’Arte Cinetica introduce nell’opera d’arte, quadro o scultura, il movimento, che può essere reale o virtuale ottenuto dallo spostamento dell’osservatore e di conseguenza dal punto di vista stesso. Dall’altra per Arte Programmata, si intende un’opera realizzata in base ad un programma di calcolo, che permette all’opera stessa di variare forma e cromia, quindi sequenze figurali secondo un ordine temporale.

 

Federica Meloni

 

La dimensione della luce nelle installazioni di Anila Quayyum Agha

Vincitrice di ambitissimi premi, come ArtPrize 2014 e numerosi riconoscimenti, Anila Quayyum Agha è una tra le artiste più talentuose degli ultimi anni. Nata a Lahore, in Pakistan, ad oggi vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo lavoro mette insieme la tradizione dell’arte islamica, con le tecniche più semplici contemporanee. Attraverso la sua operazione di esemplificazione e riproduzione tenta di esplorare e rielaborare in maniera del tutto immateriale, attenti e minuziosi intagli che creano giochi in cui la contrapposizione tra luce e ombra diventa padrona. Gli ambienti creati da Agha sono frammenti di reale che esplodono e irrompono all’interno di strutture, tipicamente white cube, capovolgendo la normale visione e inglobando la diversità in tante ripetizioni.

Le sue imponenti installazioni l’hanno consacrata come artista internazionale e le piccole ripetizioni geometriche che adornano lo splendido palazzo dell’Alhambra a Granada, perla del sud della Spagna, sono quelle che l’artista riproduce in cubi dalle grandi dimensioni. Attraverso il suo attento lavoro, riesce a dare vita al giusto equilibrio tra contemporaneo e tradizione, in modo che il centro di tutta la sua rappresentazione sia la luce, elemento essenziale e centrale per la cultura islamica, e l’assenza della figura umana.

I muqarnas, sono alcuni dei patterns a cui l’artista fa riferimento, bidimensionali e in continuo mutamento, sono composti da strati molteplici e si offrono allo spettatore in sembianze sempre diverse riflettendo fonti luminose. La luce non è però mai in rapporto con il nostro sguardo, come succede per le installazioni di Agha, non ci osserva, ma interferisce con lo spazio abbattendo ogni relazione fisica e diventando il tramezzo che regola e disegna le geometriche composizioni.

Il corpo, non ha alcuna rilevanza, ciò che è protagonista assoluto sono le mille traiettorie di luce che non ci guardano, ma ci penetrano e ci invitano a farne esperienza. Questa tipologia di pensiero artistico è ciò che fa della produzione artistica di Agha, uno spettacolare racconto per traiettorie, geometrie e luce.

La cultura islamica è tutta nella composizione e nella relazione tra le cose, tutto il resto è luce e la sua capacità di modificare le cose intorno a sé. La contemporaneità è la capacità di raccontare attraverso l’immateriale, tematiche a livello globale. Le strutture di Agha, infatti, descrivono da lontano una società in cui alle donne non è permesso di accedere alle affascinanti moschee islamiche che sono costrette, invece, alla preghiera domestica. Non a caso, la potenza emotiva si confonde con la coscienza d’animo e la necessità di dare una voce attraverso l’immateriale e l’intimo racconto di sé.

 

Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri

Luce e ombra, pensiero e narrazione sono i temi che accomunano le opere presentate dal 4 ottobre al 26 novembre nella bipersonale Paolo Amico e Daniele Basso. Luce & Pensieri.

A Venezia, nella suggestiva cornice di Palazzo Contarini Polignac, a pochi passi dalla Collezione Peggy Guggenheim e dalla Fondazione Pinault di Punta della Dogana, oltre venti lavori in parte inediti – tra sculture di grandi e medie dimensioni e opere su carta – si snodano in un percorso che lega, per similitudini e differenze, la ricerca dei due artisti.

La luce rappresenta un riferimento imprescindibile sia per le sculture di Basso che per le carte a biro di Amico. L’acciaio e il bronzo bianco lucidati a specchio, a mano, di Daniele Basso sono innanzitutto un modo per dare forma alla luce: il fenomeno della riflessione sulle superfici specchiate diventa infatti, in questo genere di sculture, fattore importante quanto la materia stessa.

Emblematica, in questo senso, l’opera Gabriel, in bronzo bianco, realizzata appositamente per questa esposizione, in cui la lavorazione sinuosa del metallo traccia le linee di un aitante corpo maschile.

Quasi per contrapposizione, le opere di Paolo Amico – penna a sfera su carta – ritraggono invece paesaggi notturni. La sua ricerca si dedica in particolare alla città, alla notte e al colore della notte. Attratto da questi elementi, l’artista siciliano dà vita a vedute fatte di luci fluorescenti che proiettano su strade e palazzi colori artificiali, dotandoli di una cromia innaturale.

Il processo di realizzazione e stesura del colore è molto simile a quello dei pastelli: la penna biro consente infatti di modulare l’intensità del segno col variare della pressione esercitata. Si procede per strati, dai toni più chiari sino al nero, trame su trame, fino a coprire il foglio, la carta bianca è la luce.

In omaggio alla città che lo ospita, Paolo Amico ha realizzato per la mostra alcuni scorci di Venezia, tra cui Confusione veneziana in cui si percepisce la vitalità della città, con tutte le sue bellezze e le sue contraddizioni.

L’altro nucleo concettuale da cui prende spunto la mostra è quello del pensiero, del racconto che scaturisce dalle opere dei due artisti. Entrambi, infatti, hanno una spiccata vocazione narrativa.

Nell’utilizzare la penna, Paolo Amico fa proprio lo strumento principe deputato alla narrazione: da sempre usato per la scrittura, l’artista lo adopera per raccontare, ma “per immagini” e non più per parole. Anche il modo con cui sceglie i suoi soggetti ha a che fare con una modalità di racconto, quella del reportage.

Nella ricerca di Daniele Basso è viva la volontà di stimolare le coscienze per raggiungere una maggior consapevolezza della propria identità personale e collettiva. Le sue sculture contengono sempre una storia su temi d’interesse universale – l’infanzia, la maternità, il cambiamento, il bene – che ciascuno può riportare alle proprie esperienze personali. Boogeyman, per esempio, bronzo bianco lucidato a specchio, è la metafora della paura, quella irrazionale e incontrollata che viviamo da bambini: un manto argenteo privo di volto, vuoto e inconsistente, pronto a sgonfiarsi a un piccolo cenno di coraggio.

 

 

Inaugurazione martedì 3 ottobre ore 18.30

Dal 03 Ottobre 2017 al 26 Novembre 2017

Venezia

Luogo: Palazzo Contarini Polignac – Magazzino Gallery

Curatori: Ermanno Tedeschi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 011.8178627

E-Mail info: info@galleriazabert.com

Sandi Renko. Windows

La PoliArt Contemporary annuncia Windows la nuova mostra dedicata a Sandi Renko. Il progetto site-specific, realizzato in più di un anno di lavoro, crea un affascinante straniamento rispetto a un allestimento abituale. Le circa venticinque opere, infatti, lasciando libere le pareti, s’aggregano in patchwork per coprire le grandi finestre e nicchie della galleria milanese, come nelle vetrate di una cattedrale gotica.
Sono proprio le caratteristiche della ricerca di Renko ad avere reso possibile un simile progetto, in grado di modificare invertendola la percezione dello spazio espositivo.
Nella ricerca recente dell’artista italo-sloveno una forza quasi auto-generativa interna alle opere – caratterizzata dalle cangianze cinetiche delle forme e dei colori – aveva prodotto vere e proprie trasformazioni percettive, in grado di rompere l’ortogonalità, nella creazione di oggetti poligonali. In una sorta di attività antigravitazionale, le singole opere di Renko acquisivano un’inedita leggerezza sulle pareti, richiamandosi come in uno stormo in volo.
Partendo dalla constatazione di questo legame tra le opere, il cui tramite è lo spazio-luce, la ricerca di Renko si è orientata verso la deframmentazione, per identificare il luogo esatto del luogo espositivo in cui singolarità e molteplicità potessero raccogliersi insieme allo spazio e alla luce. Windows è la straordinaria proposta di Renko, nella quale c’è qualcosa in più di un’idea d’arte contemporanea e qualcosa in più di un luogo allestito, perché l’artista riesce a evocare persino la sacralità di colore, luce e spazio mutevoli, tipici delle grandi vetrate nell’interno delle grandi cattedrali gotiche.

Il ritmo espositivo accade per grandi blocchi cromatici e pause silenziose. I dettagli restano la difficilissima semplicità della tecnica di Sandi Renko, fatta di contrappunti di linee tra i micro rilievi del canneté (un leggero cartone da imballaggio).

In occasione della mostra sarà realizzato un catalogo in 120 esemplari numerati, ognuno contenente un’opera unica realizzata da Sandi Renko.

La ricerca di Sandi Renko, dagli anni Settanta a oggi ha cercato una sintesi tra un riduzionismo rigoroso, l’arte minimalista e le esperienze cinetiche, con una grande attenzione allo spazio in cui le opere interagiscono. In quest’ottica, è connaturata alla ricerca dell’artista una propensione alle installazioni ambientali e ai progetti site-specific. È proprio il sincretismo a fare della ricerca di Renko un originalissimo capitolo dell’arte contemporanea aperto sul futuro. Con un’incredibile povertà di mezzi, cartone ondulato e pennarelli acrilici (e tiralinee), l’artista riesce a creare complesse e raffinatissime visioni mutevoli, spesso incentrate sulla figura del cubo e in grado di modificare dall’interno anche i bordi delle opere.

Fino al 16 Settembre 2017

MILANO

LUOGO: PoliArt Contemporary Milano

CURATORI: Leonardo Conti

ENTI PROMOTORI:

  • PoliArt Contemporary

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 70636109

E-MAIL INFO: info@galleriapoliart.com

SITO UFFICIALE: http://www.galleriapoliart.com

Fabrizio Acciaro. Sognatore, artista o non arista?

 

Fabrizio Acciaro è un artista cagliaritano, visionario di un’arte comunicativa realizzata con semplici tocchi di una tastiera di un computer. Mostra fin da bambino una predilezione per l’arte figurativa, la sua vera passione, permettendo di creare un mondo totalmente diverso fatto di luci e colori. Colori e figure invadono la sua vita, creando così un connubio perfetto con l’arte. La narrazione avviene attraverso la tela, la scultura e il disegno, maestri della sua vita.

Fabrizio Acciaro dà vita a un arte figurativa, plasmando una società dispotica non lontana dal nostro tempo, devastata, oscurata dall’indifferenza del nostro tempo alla ricerca di quel progresso oscurantismo della società, mettendo in atto la ricerca di una verità superficiale che mostra solo il ricordo di quello che eravamo.

E’ una lotta continua per la sopravvivenza, un viaggio alla ricerca di una luce sempre offuscata da una conoscenza, che cresce fino a diventare un muro mostruoso e violento che spersonalizza l’unica certezza dell’essere umano e la sua propensione al bene o al male.

Ha voluto con queste immagini raccontare alcuni momenti della giornata di uno di quelli nati in una società medievale senza la possibilità di una conoscenza, egli riesce a dare vita a  un’immagine forte dal punto di vista visivo, con pennellate studiate e colori che nell’insieme creano una visione onirica del nostro tempo.

Un artista eccezionale capace di rappresentare l’urbano, ciò che passa sotto i nostri occhi quotidianamente, sotto una luce intima e introspettiva. Una creazione originale in continua evoluzione ispirata alla vita. Un’arte a tratti pungente che penetra attraverso lo sguardo provocando risentimento, stupore negli occhi di chi guarda.

Acciaro espone le sue idee, pensieri, ripercorrendo un ruolo importante nella società, la figura dell’artista, evolvendo allo stereotipo di pittore o scultore. La sua produzione artistica è rivolta alla conoscenza della natura umana, una performance basata sui dipinti, una poesia all’insegna dell’arte e della vita.

 

 

 

Ronald Martinez Solo Show

Fino al 13 maggio 2017, 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano ospita una personale di Ronald Martinez (Annecy, 1978), fotografo francese, la cui cifra stilistica risiede nell’uso misurato quanto potente della luce.

Infatti, i suoi dipinti fotografici sono il risultato di una ricerca sulle infinite variazioni di luce sul corpo, ispirata all’estetica pittorica italiana, in particolare al luminismo che in Caravaggio e in maestri quali Tiziano, Veronese e Cagnacci ha raggiunto vertici di qualità assoluti, presi a modello proprio da Martinez.

Il fotografo francese lavora al buio, utilizzando solo una fonte di luce che taglia la scena da sinistra a destra, in grado di produrre straordinari effetti in chiaroscuro, senza successivi interventi in post-produzione. Più che fotografare, Martinez sembra quindi ridisegnare l’immagine con la luce; le sfumature delineano i contorni dei corpi e fanno emergere i toni della pelle, creando scenari contraddistinti da una vera e propria forza estetica e da una delicata ricchezza sensoriale.

L’esposizione milanese propone 25 dipinti fotografici che presentano corpi, visualizzati con nudità aggraziate e accenti divini, capaci di evocare le innovazioni dei maestri del Rinascimento, sia attraverso il chiaroscuro di Caravaggio e Cagnacci che i colori della tavolozza di Velazquez, e si completa con una serie inedita di nature morte.

Fotografo indipendente e autodidatta nato a Annecy (Francia) nel 1978, Ronald Martinez scopre la passione per la fotografia all’età di 18 anni e nel 2000 si iscrive all’École Supérieure de Photographie de Paris. Ingaggiato dal quotidiano Le Midi Libre di Languedoc-Roussillon comincia la sua attività professionale. Trasferitosi a Parigi nel 2001 fa una breve esperienza nell’ambito della moda a fianco di Jean-Charles de Castelbajac per poi dedicarsi al teatro, passione che lo spingerà nel 2003 a trasferirsi dapprima a New York e poi a Broadway per seguire la scuola di Sandra Lee. Nel 2005 fa rientro a Parigi dove alterna esposizioni di fotografie a collaborazioni con il mondo del cinema, dove lavora non solo come attore ma anche come fotografo.

Tra gli ingaggi più importanti si segnala la sua attività di fotografo sul set del lungometraggio Americano con Mathieu Demy, Salma Hayek, Géraldine Chaplin, Chiara Mastroianni, Jean Pierre Mocky e Carlos Bardem. Dal 2011 lavora su un progetto di fotografie a colori dedicate ai nudi artistici in omaggio alla pittura italiana dei maestri del XVII secolo. A interessarlo è soprattutto l’uso che i grandi maestri hanno fatto del chiaroscuro.

Fino al 13 Maggio 2017

MILANO

LUOGO: Arts in Progress gallery

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 94387188

E-MAIL INFO: info@29artsinprogress.com

SITO UFFICIALE: http://www.29artsinprogress.com/

Antonio Carbone e Salvatore Giunta. Forme e scritture mutanti

L’esposizione, curata da Laura Turco Liveri, è composta da venti opere sul tema della percezione di equilibri instabili nella identificazione della realtà, individuata in nuove forme-spazio e cripto-scritture, immaginando un presente in perenne dinamica evoluzione.

I due artisti, di formazione differente sviluppano, con modalità diverse, una personale ricerca sui concetti di scrittura e sovrascrittura, di spazio, forma e luce. Ad accomunarli vi è l’ individuazione di una continua armonizzazione dei linguaggi estetici e formali, espressa con essenzialità cromatica. Comuni sono anche i materiali: carte lavorate, incise graficamente, collage e cartoni dipinti. La carta materiale povero, a forte impatto simbolico e concettuale, si presta a svolgere una funzione evocativa, in grado di esprime finalità simili, che per Giunta si sviluppano  mediante un rapporto diretto con i problemi del reale, mentre per Carbone, in maniera più criptica, si realizzano nella ricerca di una nuova espressività estetica e linguistica.

Le opere proposte compongono un insieme espositivo intenso e minimalista, con un impatto concettuale.

Al vernissage, con gli artisti, dopo i saluti del presidente del Circolo La Scaletta, Ivan Franco Focaccia, interverranno Francesco Mollica, presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Angelo Tortorelli, presidente del Consiglio comunale di Matera e Nicola Cicoria, amministratore unico EGRIB.

Fino al 01 Aprile 2017

Matera

Luogo: Circolo La Scaletta

Curatori: Laura Turco Liveri

Enti promotori:

  • Regione Basilicata
  • Circolo La Scaletta
  • Matera 2019

Costo del biglietto: ingresso gratuito

E-Mail info: circololascaletta@gmail.com
Orari: lunedì-venerdì 10-13 / 17- 20.

In mostra a La Galleria Nazionale di Roma i capolavori di Giacomo Balla

Forse non tutti sanno che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma possiede il nucleo più folto e completo di opere di Giacomo Balla esistente in un museo pubblico. Questo grazie a due donazioni, effettuate a favore del museo da Elica e Luce Balla, figlie dell’artista, sul finire del secolo scorso.

Si tratta di un nucleo di opere molto importante, perché comprende interessanti testimonianze di ogni momento dell’attività dell’artista: dagli esordi al futurismo al ritorno al realismo. A questa preziosa raccolta il museo capitolino dedica fino al 26 marzo una mostra, a cura di Stefania Frezzotti, in cui le opere provenienti da entrambe le donazioni sono esposte per la prima volta insieme.

La mostra, che sembra un tentativo di rimediare all’esclusione della maggior parte delle opere del maestro dal nuovo allestimento voluto dalla direttrice Cristiana Collu (e di evitare le conseguenti possibili azioni legali da parte degli eredi di cui si vocifera da tempo), è in ogni caso una bella occasione per rileggere la carriera dell’artista e godere di questi veri e propri tesori nascosti della Galleria. La mostra offre una panoramica completa sulla carriera di Balla, artista sempre teso verso il cambiamento e la sperimentazione, e che fu fondamentale per l’ambiente artistico romano e per tutto il Novecento italiano in generale. Attraverso le opere in mostra, infatti, è possibile ripercorrere tutto il percorso artistico di Balla, dalla scomposizione cromatica divisionista abbinata a temi sociali e umanitari degli inizi, alla scomposizione della luce in forme geometriche astratte e all’indagine sui temi della velocità e del movimento del periodo futurista, all’interesse per le arti applicate e al tentativo di compenetrazione di arte e vita del primo dopoguerra, fino al ritorno alla figurazione e all’intenso luminismo combinati a tematiche autobiografiche degli ultimi anni.

Filo conduttore di tutto questo percorso è chiaramente la passione di Balla per la luce, passione che l’artista seppe trasmettere a tutti i suoi giovani allievi e amici e che lo spinse addirittura a dare questo nome alla sua figlia maggiore, nome che da anche il titolo alla mostra, in omaggio alla sua generosità.

 

 

Giacomo Balla. Un’onda di luce

Fino al 26 marzo 2017

La Galleria Nazionale

viale delle Belle Arti, 131

Roma

 

http://lagallerianazionale.com/mostra/giacomo-balla-unonda-di-luce/

 

 

 

 

 

 

Il silenzio della natura morta di Gianluca Corona

Armonia, silenzio, isolamento. Ecco le tre parole chiave che descrivono al meglio Gianluca Corona, giovanissimo esponente dell’arte figurativa italiana.

Classe 1969, dopo essersi laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera (1991), si sposta a Bergamo dove dal 1994 al 1996 frequenta lo studio di Mario Donizetti. Col tempo inizia la sua attività professionale, partecipa a numerose esposizioni sia in Italia che all’estero. Ora vive e lavora a Milano.

Ispirandosi ai grandi maestri del Cinquecento e del Seicento, riesce a riproporre, in chiave contemporanea, i generi della natura morta e del ritratto.

Un’originale saggezza e un grande talento spiccano nelle sue opere, un artista che negli ultimi anni ha saputo raggiungere un intonato equilibrio nelle sue composizioni, servendosi di una rinnovata tavolozza di colori, seppur molto attento alle tecniche e i materiali tradizionali.

Un ritorno alla bellezza, alla poesia, a quella magia del Rinascimento. Corona fa incantare con la più nobile delle arti: la pittura, quella vera. La natura morta abbiamo detto che è tra i suoi temi prediletti, grazie ai quali le sue opere sembrano essere vere e proprie fotografie.

Perfetti giochi di chiaroscuro investono la ciotola di fichi e prugne, la caraffa d’acqua, il bicchiere. Davanti a queste luci non possiamo non pensare agli effetti di luce di Caravaggio, o ai capolavori dell’arte fiamminga. Ma la frutta, gli ortaggi, i salumi, i formaggi di Corona sono descritte con un’armonia del tutto originale, in un momento di assoluta staticità, prima di essere cucinate. Nel quadro infatti, alimenti e qualche utensile da cucina catturano la nostra attenzione, dato il loro isolamento da altri oggetti. Schiarisce le pareti di fondo, opta per colori più freddi, più moderni, si concentra su opere quasi monocrome.

Sembra quasi tangibile la peluria dei lamponi e delle nespole, la trasparenza dei ribes, l’appetitosa polpa delle pesche, o le ciliegie, i mirtilli e così tutti i frutti di bosco, antichi e rari, frutti che non sempre si trovano oggi al supermercato, ma che l’artista sa rappresentare come pochi altri. Non c’è oggetto, che sia frutta verdura o utensile, che l’artista non sappia rendere con efficacia, in ogni sua pittura sembra quasi che si percepisca l’aroma del vino rosso, del pane appena sfornato, del lardo dei salumi della sua terra piacentina. Esattamente come ci capitava di toccare la stoffa di Vermeer.

Scrutando le pitture di Corona, ciò che da maggior risalto è l’intesa che si crea tra la tela e l’osservatore, il silenzio che quasi viene richiesto a chi le guarda, una sorta di introspezione all’interno di se stessi, per esprimere un modo diverso di osservare, una fede.

 

 

Antonio Meneghetti. Scolpire la luce

Officina della Scrittura, Museo del Segno e della Scrittura inaugurato al pubblico il 1° ottobre 2016, dedica un’area di circa 500 metri quadri all’arte moderna e contemporanea, promuovendo progetti espositivi legati all’indagine delle molteplici dimensioni del Segno dell’Uomo.

Questo spazio, consacrato dalla mostra inaugurale Scripta Volant, dalla quale ha mutuato il nome paradossale per la sua intitolazione, si prepara ora ad accogliere un’importante esposizione personale dell’artista Antonio Meneghetti (1936-2013).

La mostra, intitolata Antonio Meneghetti. Scolpire la luce, curata da Ermanno Tedeschi (aperta al pubblico dal 24 febbraio al 23 maggio 2017) è realizzata con il patrocinio della Fondazione di Ricerca Scientifica ed Umanistica Antonio Meneghetti.

Meneghetti è stato uomo ed artista geniale, generoso e gioioso, attento osservatore del mondo e della natura umana. I suoi quadri sono caratterizzati da astratte pennellate di colore mentre al centro degli oggetti di design c’è l’uomo: tutta la sua opera molto variegata si rifà alle poliedriche percezioni e ai molteplici punti di vista del soggetto. Egli stesso ha detto della sua arte: «si tratta di cogliere tra due colori il loro denominatore universale, la trascendentalità, il punto di equilibrio luce dove tutti si armonizzano». L’arte di Meneghetti è un insieme di colori e segni in cui si può cogliere l’essenza dell’esistenza stessa.

La mostra porta a Torino alcune tra le opere più significative del maestro che comprendono dipinti, sculture e oggetti di design che per la maggiore parte sono in vetro realizzati a Murano.

L’arte di Meneghetti approda a Torino dopo essere stato esposta in prestigiosi musei e sedi istituzionali in diverse parti del mondo – come la Rocca Paolina di Perugia, Castel dell’Ovo a Napoli, Palazzo della Civiltà a Roma, le Corderie dell’Arsenale e Palazzo Ducale a Venezia oltre che a San Pietroburgo, Brasilia, Pechino e recentemente al Museo del Vittoriano a Roma.

L’esposizione torinese si concentra in particolare sui lavori in vetro nei quali l’intenzione dell’artista è tutta volta a catturare la luce e a “disegnare” con essa.

Una significativa testimonianza del suo lavoro è evidente a Lizori, borgo medioevale tra Spoleto e Assisi dove ha vissuto dal 1976 iniziandone il recupero. Questo luogo magico si è trasformato nel corso degli anni in un centro di riferimento della cultura artistica e scientifica internazionale così come il centro di Marudo nel Lodigiano .

In occasione della mostra, sarà possibile vedere due video proiezioni che mostrano alcuni momenti importanti dell’eclettica produzione del Maestro. A disposizione per tutta la durata dell’esposizione, il volume Antonio Meneghetti, edito da Gli Ori opera fondamentale per comprenderne l’arte e la vita.

Fino al 23 Maggio 2017

Torino

Luogo: Officina della Scrittura

Telefono per informazioni: +39 011 034 30 90

E-Mail info: info@officinadellascrittura.it

Sito ufficiale: http://www.officinadellascrittura.it