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Night Engines. Le avveniristiche sculture di Caroline Mesquita

Dopo il successo ottenuto ad Artissima, l’artista francese Caroline Mesquita ha di recente inaugurato il suo primo solo show presso la galleria trasteverina T293. Come delle moderne e futuristiche navicelle spaziali, le sculture dell’artista francofona hanno invaso lo spazio asettico della galleria presentandosi come dei frammenti di meteoriti o originali e avveniristiche auto del futuro. Lo scopo centrale della sua produzione artistica è ripensare gli oggetti, eliminando qualsiasi modello familiare e comprensibile. Attraverso la rielaborazione costante e sistematica delle materie, l’artista crea delle strutture fruibili a tutto tondo, elimina un punto di vista unico a favore di una ricezione completa e in continuo mutamento. La materia è per Mesquita una costante che fa del suo lavoro una rielaborazione del concetto di scultura.

A metà tra costruzione e pura arte estetica, le opere dell’artista elaborano materiali pesanti come metallo o acciaio che, attraverso il riuso e la manipolazione, risultano leggeri, provocanti e inaspettati. Le strutture hanno però un’altra caratteristica fondamentale che si lega indubbiamente alla sua materia, ovvero la capacità e la libertà di assumere forme proprie. L’artista, in questo caso, diventa il maestro che impartisce una lezione, detta una forma e poi attende che venga elaborata e, poi, acquisisca fattezze inaspettate.

La sensazione che si ha di fronte agli oggetti di Mesquita è di un iniziale disorientamento, l’atmosfera suggerita è quella di una dimensione onirica, surrealistica che si riscontra anche nella produzione video. In particolare, la molteplice capacità di creazione dell’artista mette in luce un aspetto fondamentale ovvero quello dell’incontro. Nei video, così come nella scelta e produzione delle sculture, Mesquita crea un accostamento per immagini di incontri inaspettati e impossibili, come quello tra uomo e creature fantastiche, oggetti inanimati che assumono nuove identità e sensualità inesplorate. L’interesse per la ricerca incessante di senso nelle relazioni intercorrono tra lo spazio e le sculture o in particolare l’approfondimento delle differenze di genere, l’amore per gli outsider, si inglobano in una ricerca artistica fine, attenta e minuziosa che racconta di un preciso intento artistico, quello di un’elaborazione umana e sociale attraverso l’uso accurato di materie prime che assumono forme inebrianti in spazi inaspettati.

La produzione artistica di Caroline Mesquita è dunque un’interessante relazione tra cose reali e dimensioni oniriche in cui al centro di tutto c’è l’esasperante ricerca di una fattezza umana che interagisca con tutto ciò che nasce e muore intorno a un sé irriverente, impavido e sregolato.

 

 

Fino al 08 dicembre 2017
T293 Gallery

Via Ripense 6, Roma

Orario: dal martedì al venerdì dalle ore 12.00 alle ore 19.00

Ingresso libero

Paul Gees. Under Pressure

Loom Gallery è lieta di presentare Under Pressure, la prima mostra personale in Italia di Paul Gees.

Negli ultimi 40 anni ha lavorato su tre materiali: pietra, ferro e legno, combinandoli per trovare soluzioni in equilibrio. Centinaia di varianti che sembrano tutte funzionare, per armonia ed invenzione, che rimandano all’arte povera, quella minimale e alla land art. Sculture e oggetti sedimentano per lunghi periodi nel suo studio, dove tutto rigorosamente resiste, con una punta di umorismo e una straordinaria sensazione di scampato pericolo.

Dagli interventi semplici e intrinsechi si percepisce un senso di rigorosa organizzazione, dove la ricerca tende al dominio. Alla fine niente cade, tutto rimane su.

A ciascun lavoro corrisponde la sua pietra, a ciascun ferro il suo legno. Pietra-ferro-legno, come una morra cinese dell’arte, con un’impensabile serie di combinazioni, che ne fanno un assillo da cui nasce un universo.

Paul Gees nasce nel 1949 in Belgio, ad Aalst. Vive e lavora a Schoonaarde, Belgio.

 

 

Dal 29 Settembre 2017 al 12 Novembre 2017

Milano

Luogo: LOOM GALLERY

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 8706 4323

E-Mail info: ask@loomgallery.com

Sito ufficiale: http://loomgallery.com

Opere senza schema compositivo. Gli Achromes di Piero Manzoni

Il gesto dell’artista intrecciato alla materialità dell’opera sono stati gli elementi cardine nei lavori di due grandi artisti dell’arte contemporanea, Jackson Pollock e Lucio Fontana, ma tali caratteristiche non sono sempre andate di pari passo nel lavoro di altri artisti contemporanei, uno fra questi Piero Manzoni, colui che ha creato la serie degli Achromes negli anni ’50, ove la creatività col suo potere viene trattenuta dal Manzoni in modo volontario, in maniera tale che l’immagine, resa libera con questa modalità, si possa esibire di fronte a chi la osserva come puro significante.

Gli Achromes non sono delle opere realizzate seguendo un preciso studio compositivo, a differenza della classica concezione di opera d’arte non sono degli spazi definiti da una composizione di colori e linee, si tratta di una superficie che subisce la trasformazione in opera d’arte in modo autonomo, indipendentemente dal gesto dell’artista, ove il materiale, dopo esser stato imbevuto di caolino o gesso, subisce dei cambiamenti in virtù delle leggi della chimica. Il risultato qual è? Le opere non saranno mai completamente uguali l’una con l’altra, ognuna avrà una propria caratteristica.

L’infinito è il concetto su cui indaga Piero Manzoni, la semplicità e la neutralità dei materiali pongono in evidenza il fatto che la ripetizione delle opere, realizzate in serie, creino un’aggregazione senza un fine. Gli Achromes sono un vero e proprio evento visivo, sono solamente ciò che il pubblico vede, nessuna realtà celata, ogni narrazione viene negata, l’opera è solo ed esclusivamente materia.

 

Tony Cragg. Biochimica della forma

Tony Cragg è uno scultore, e, in una prima fase della sua vita, un tecnico di laboratorio presso la National Rubber Producers Research Association. Questa specifica va fatta per comprendere il processo analitico ed osservativo che sottintende alle sue creazioni, e l’interesse all’essenza intrinseca della materia e delle sue trasformazioni, fin quasi a un livello molecolare.

La sua prima produzione si incentra sulla realizzazione di opere tramite l’accostamento di object trouvè, come nel caso di Bird, del 1980. Gli oggetti vengono allineati in modo da creare forme di altre figure, spesso con criteri cromatici omogenei, avvalendosi di una poetica del riuso che non ha connotazioni politiche o filosofiche, ma che mira ad essere esercizio di recupero materico, che viene svolto tramite attenta osservazione (negli stessi anni ha realizzato composizioni utilizzando una serie di oggetti trovati durante le sue passeggiate sulla spiaggia).

Gli anni ’90 invece lo vedono proiettarsi verso la realizzazione di sculture più imponenti, quasi totemiche, che iniziano a fare della resa del movimento in forma quasi cinetica il loro scopo. L’elemento naturale è chiaramente il punto iniziale dell’operazione artistica: dalla sua osservazione e dai suoi continui mutamenti nasce l’idea di rappresentarli in modo non statico ma coerente a questo dinamismo. Le masse si elevano, ruotano, si infrangono, curvano, declinate in molteplici materiali, con colori ed effetti visivi diversi: ciò che le accomuna è comunque la sensazione di moto continuo, di non fissità. Sculture le sue che non hanno alcuna finalità se non quella di rappresentare il flusso quasi subatomico delle particelle che compongono il reale.

Le sculture di quest’artista britannico sono prelievi di elementi minerali, geologici, vegetali o animali (come in Mc Cormack del 2007), resi con colori a contrasto, usando materiali che si piegano docilmente alle linee che questi stessi elementi assumono in natura, che è contraddistinta da una ciclicità continua, da un’imprevedibilità, da un mutare che è scoperta.

Negli ultimi anni Cragg si è concentrato sulla realizzazione di sculture anamorfiche, che nascono spesso uno o più visi al loro interno, profili in evoluzione, come in Different Points of View del 2011; forse sono rappresentazioni della stessa persona o forse no, ma comunque sono identificate con il cambiamento, con la varietà di punti di vista che ci permette l’incontro con qualsiasi oggetto o essere umano.

Velocità e inafferrabilità: il reale seppur attentamente analizzato non può essere mai del tutto conosciuto, la sua forma non ha definizione definita, se permettete il gioco di parole. E’ questo il suo Paradosso, come titola la scultura di Cragg del 2015 ospitata nel Duomo di Milano ed ispirata alla celebre Madonnina che si trova in cima alla chiesa: un corpo femminile di materia gassosa ed eterea pronto ad assumere connotati umani: la nostra essenza è il mutamento.

 

L’alchemica mutazione della materia: Gilberto Zorio

L’interesse per la materia e le sue proprietà è stato spesso analizzato dagli artisti, a partire dal secolo scorso fino ad oggi. Consapevoli delle sue infinite possibilità di trasformazione, questi artisti hanno messo in discussione il rapporto natura e artificio, reale e magico. Secondo Germano Celant, in molti casi, la possibilità di plasmare gli elementi, permette di rappresentare la metafora della vita, poiché nei suoi effetti fisici e sonori, la materia, tende a imitare il movimento e il comportamento degli esseri umani. Gilberto Zorio, esponente dell’Arte Povera, dalla metà degli anni Sessanta, lavora con materiali industriali in diretta relazione con le reazioni chimico-fisiche subite, in particolare con il solfato di rame. La materia di Zorio è il fil rouge di tutta la sua carriera artistica, caratterizzata da un parziale controllo del caso sulla totale riuscita delle proprie produzioni artistiche. Il caso determina la trasformazione totale o parziale della materia che Zorio decide di elaborare, manovrare e modificare.

Gilberto Zorio attraverso l’atto creativo tenta di esaltare l’aspetto magico-rituale della materia cercando di evidenziarne da una parte i suoi aspetti interni, sconosciuti perché collegati al suo mondo fisico, e dall’altra attraverso le sue proprietà esterne, le sue metamorfosi. Secondo la tradizione esoterica e alchemica, ogni materiale possiede nel suo intimo il residuo di un’immagine estatica. La materia è già di per sé fonte di meraviglia, quindi compito primo dell’artista è permettere alla materia di liberarsi dei propri limiti e, autonomamente, rivelarsi al mondo. Il linguaggio plastico dell’artista si sviluppa attorno a delle strutture iconiche che trasformano un’immagine reale in una forma vera e propria. Il mondo di Zorio è formato da archetipi come, ad esempio, le stelle, fasci di luce, canoe e giavellotti. Le figure ancestrali, come le stelle a cinque punte, assumono a lungo andare variazioni materiche e spaziali che introducono un mondo che non si ferma al terreno ma si eleva a un livello spirituale.

La materia, così come la natura, è incontrollabile, Zorio assume le vesti di vero e proprio homo faber nel tentativo di portare alla luce attraverso elementi della nostra esistenza aspetti del creato che assumono un controllo totalitario sul nostro destino. La plasticità della forma diventa la dimensione ideale per rappresentare il caos naturale del divenire. Senza nessuna pretesa, l’artista si mette a disposizione dell’oggetto in attesa di una metamorfosi che ne riveli la bellezza e la sua più nascosta purezza.

 

 

Andrea Pinchi. Tutto si concede a chi porta luce

La Galleria Honos Art di Roma presenta, fino al 25 marzo 2017, Tutto si concede a chi porta luce, mostra personale di Andrea Pinchi, a cura di Gianluca Marziani.

L’artista umbro presenta una sequenza di opere recenti dai formati variabili, create tra i silenzi ascetici ed ascensioni barocche del suo studio romano, a pochi passi dalla galleria. Intuizioni che vengono narrate attraverso pelli, carte, fogli di stagno, timbri e cartoni antichi e carte carbone fuori produzione.  Geometrie rigorose, colori netti e contrastanti sono capaci di racchiudere temi morali e dilemmi filosofici con un risultato strabiliante, un valore assoluto che intreccia pazienza e conoscenza, uomo e talento, memoria e futuro.

L’uso di materiali consunti, metabolizzati dal tempo archeologico, è cucito seguendo  geometrie, colori e materiali secondo una planimetria cosmogonica e misteriosa che si confronta con la le passioni, gli incontri e le empatie dell’artista.

Seguendo l’indole narrativa di un linguaggio segnico, silenzioso per natura ma connesso al rito filosofico, dietro la forma si avverte il battito ideale di un cuore iconografico. Non accade spesso che l’opera emani l’aura del battito, perché occorre una fluidità narrativa che possa legare il singolo materiale a una progenie di contenuti aperti. Ebbene, di nuovo senza alcuna casualità, ecco il cuore ideale trasformarsi in un cuore stilizzato con le sembianze dello scudo: pura geometria aulica che Pinchi ha elaborato nelle ultime opere, quelle in cui l’aura del colore si trasforma in purissima energia, un riverbero dal sentore astrofisico e dalla presenza metaforica. I cuori aggiunti sembrano ali immobili ma accese, già in volo nel loro atto figurativo: si librano sul bianco e ribadiscono il codice sorgente di Pinchi, il suo generatore metafisico, la fluttuazione cosmica, l’esercizio vivo del dialogo.

A. Pinchi, Tutto si concede a chi porta luce, 2017, Fonte arte.it

Fino al 25 Marzo 2017

Roma

Luogo: Galleria Honos Art

Telefono per informazioni: +39 06 31058440

E-Mail info: info@honosart.com

Sito ufficiale: http://www.honosart.com/

Gruppo CoBrA. Gesto e inconscio sulla tela

Se all’improvviso un appassionato d’arte sente le parole della canzone di Donatella Rettore «il cobra non è un serpente…» gli verrà spontaneo sorridere, non per la scelta delle parole utilizzate dalla cantante, ma perché nell’ambito della storia dell’arte contemporanea si annovera, a partire dal 1949, una classe di artisti noti con l’appellativo di gruppo CoBrA.

Copenhagen, Bruxelles e Amsterdam sono le tre capitali nord europee che siglano, con le loro iniziali, il nome del gruppo, sono le città da cui provengono i maestri d’arte che ne fanno parte.

Libertà è la parola d’ordine del gruppo, gli artisti vogliono essere liberi di esprimersi attraverso l’esperienza artistica, desiderano sperimentare linguaggi diretti e intuitivi, quasi primitivi, rivendicando il diritto al piacere edonistico della creatività del gesto, diritto raggiunto tramite un neoespressionismo esasperato della materia pittorica. L’inconscio con le sue sollecitazioni viene portato sulla tela dagli artisti del gruppo, i quali si pongono come ultimi eredi romantici dello Sturm und Drang.

La violenza gestuale, tramutata in odio e disprezzo per la forma, conduce l’arte del gruppo CoBrA verso l’Informale, una tendenza che è possibile osservare nell’arte di Karel Appel, artista che non abbandona l’immagine figurata, quest’ultima caratterizzata da un’impronta di note beffarde e drammatiche. Il grottesco è l’elemento connotante le opere di Asger Jorn, mentre leggiadria ed elementi che ricordano il Surrealismo si riscontrano nell’arte di Pierre Alechinsky. Come nell’informale, la materia è protagonista dell’arte del gruppo nord europeo, nelle opere di Corneille colore e individualità delle forme si uniscono in un perfetto connubio, ove l’osservatore ha la possibilità di cogliere una certa componente simbolica.

Il gruppo CoBrA non si limita a proporre al pubblico dei gesti astratti, privi di forme riconoscibili, questi artisti del nord Europa intendono comunicare uno stato d’animo. Per utilizzare le parole di Alechinsky in riferimento a quanto dichiarato in precedenza «Si tratta di trovare uno stato d’animo, una attitudine dello spirito che permetta di attingere liberamente alle fonti vive dell’Immaginario e del Meraviglioso».

Come per l’Informale, è ancora una volta l’orrore della guerra, del nazismo, a gettare un drappo oscuro sull’interesse e sull’esplorazione dell’inconscio dell’uomo. Se il nazismo aveva dichiarato degenerati i malati di mente, CoBrA appare affascinato dai disegni creati proprio la questi individui dimenticati dalla società, l’arte tribale, la mitologia, la magia norvegese e i monumenti vichinghi sono elementi di ispirazione per l’arte del gruppo. L’uomo, a causa dello shock provocato dall’Olocausto e dalla guerra, viene disumanizzato, ecco perché la figura umana intesa in termini realistici non viene riprodotta dagli artisti del gruppo, è il divenire animale dell’essere umano a prendere forma in questo capitolo dell’arte contemporanea.

 

 

Informel. L’esperienza in Francia e Italia dell’arte senza forma

1951. E’ l’anno in cui il pittore francese Georges Mathieu utilizzò il termine informel (informale) per raggruppare quelle esperienze artistiche varie, aventi in comune la volontà di voler rinunciare a qualsiasi riferimento con il passato, superando ogni tipo di tradizione, figurativa e non.

L’arte informale nasce dal desiderio di abbandonare lo studio riguardante i rapporti fra gli elementi che costituiscono la rappresentazione, preferendo invece il contatto diretto fra la materia e l’artista, elementi fondamentali per la nascita dell’opera d’arte informale.

Le basi dell’arte informale europea furono poste in atto fin dal 1943 da Jean Fautrier con la serie Ostaggi. La materia pittorica è il cuore della ricerca dell’artista francese, il quale ancora non abbandona del tutto la figurazione, infatti, come allude il titolo della serie precedentemente nominata, l’immagine è tenuta in ostaggio dal segno creativo e soprattutto dalla materia senza forma, o informale. Cosa potrebbe aver condotto Fautrier a realizzare delle simili opere? Cosa potrebbero simboleggiare? Senza dubbio è un riferimento all’uomo, all’essere umano che è stato annientato dal dominio tedesco durante la guerra.

Ancora con Jean Dubuffet viene celebrato il trauma della guerra, con il quale la materia viene elaborata fino a ricavare immagini grezze rappresentanti corpi di donne dai lineamenti generici ed essenziali.

La guerra ha annientato l’uomo, fatto crollare città, così l’arte informale vuol far crollare il figurativismo. La forza del gesto, del segno, del colore della materia sono gli elementi che plasmano le opere d’arte informali, così Hans Hartung fa dell’energia del segno l’elemento portante dei suoi quadri.

L’informale viene accolto anche dagli artisti italiani. L’energia del gesto viene controllata da Lucio Fontana governando contemporaneamente materia e immagine, sabbie, vetri e lustrini vengono posti sulla tela e buchi e tagli, presenti nella serie delle Attese (1958) consentono all’artista italiano di superare la materia, di superare lo spazio conosciuto.

Le qualità della materia e l’abbandono del figurativismo sono le ricerche portate avanti dell’operato di Alberto Burri, grazie al quale materiali quali il legno, il ferro, la plastica o in generale i materiali di scarto assumono una nuova valenza estetica.

E’ evidente che l’uomo ha perso la propria centralità in quella che è possibile definire la civiltà meccanica, la sfiducia nei confronti del progresso, lo stesso progresso che ha condotto alla guerra con tutti i suoi orrori, è ben evidente all’interno dell’ampio panorama artistico che caratterizza l’Europa nell’immediato dopoguerra. La guerra ha distrutto la vita delle persone e i volti delle città, allo stesso modo schemi e costruzioni che portavano alla creazione di opere d’arte sono stati distrutti dagli artisti informali, traumatizzati dall’orrore della guerra.

 

Agostino Bonalumi: ambiguità delle ombre

«L’opera di Agostino Bonaluni non è pittura, non è scultura, non è architettura, ma ha l’artisticità di pittura, scultura ed architettura». Cosí Giulio Carlo Argan definiva nel 1974 le creazioni di questo artista che nel Secondo Dopoguerra, appena ventenne, respirò l’aria di quel momento rivoluzionario e liberatorio che prende il nome di Informale. La sua produzione fu influenzata da questo movimento ma verrà superato grazie ad un metodologico studio sulla materia e sul colore.

Tela, alluminio, cemento, bronzo, legno e carta: ogni materiale possiede in sé innumerevoli possibilità di rappresentazione e di sviluppo. Bonalumi ascoltava ed accarezzava il materiale per sentirne la tensione, per soddisfare un appetito sensoriale in senso tattile.

Attraverso la materia cerca di carpire i misteri delle ombre della natura, come la luce gioca sulle superfici e come la sua variabilità interagisce con lo spazio.

Blu Abitabile, opera esposta per la prima volta nel 1967 per la mostra “Lo Spazio dell’Immagine” a Foligno, è una costruzione su base circolare sulle cui pareti sono presenti delle estroflessioni (superfici a rilievo) che si susseguono partendo dal basso verso l’alto provocando effetti d’illusione ottico-percettiva. Quando si entra dentro questo ambiente avvolgente si percepiscono contemporaneamente gli stimoli orizzontali e verticali, poiché le estroflessioni conducono la vista e al contempo il pavimento lenticolare, reagendo sotto i piedi, soddisfa un contatto tattile. La monocromia del blu determina un unico tempo di percezione, in una ricerca sul rapporto l’opera-lo spazio-il tempo.

Il linguaggio di Bonalumi, che si può definire minimale, anticipa quasi la riduzione delle forme e delle strutture primarie, e intende far evolvere la pittura attraverso l’uso del colore come elemento non emotivo, non evocativo, ma come forma di luce.

Le sue opere sono intitolate con il nome di un colore per sottolineare che non si tratta di una forma dipinta ma al contrario è il colore che diviene forma. Nell’opera Nero quando la luce colpisce direttamente, il positivo che esce dalla tela viene schiarito e l’ombra che si crea diventa profonda; mentre nell’opera Bianco la luce viene semplicemente accentuata. Questo mistero di ombre che Bonalumi è capace di creare, gioca con il concetto stesso di reale per aprire nuovi spazi e creare ambiguità. Quell’ambiguità insita nel genere umano, per la semplice compresenza di ragione e sentimento, e che Agostino Bonalumi porta avanti e soddisfa nella sua poetica.

Amedeo Alessio

Uncini. Materia bruta

Il cemento è la materia che Uncini promuove a soggetto della sua vasta produzione artistica. Le sue opere non sono rappresentative, non raffigurano qualcos’altro rispetto a ciò che sono. Non ci viene proposto quindi un riflesso o una imitazione. L’attenzione è interamente dedicata alla materia, insolita per questo scopo e dunque originale, che diverrà la cifra stilistica immediatamente riconoscibile dell’autore. 
Il cemento  è antica materia da costruzione, con il perfezionamento ottocentesco dell’armatura diventa un’insostituibile risorsa, solido e pesante, resistente e forte, da il via libera a nuove e ardite soluzioni tecniche ed espressive per gli architetti.
Uncini espone porzioni di questa materia composta (cemento e ferro) come fossero quadri e crea una serie di opere da appendere al muro, i Cementarmati per l’appunto, che invece di nascondere la propria anima metallica, espediente fondamentale per la longevità di una struttura architettonica esposta alle intemperie e all’usura; la esibisce togliendo strati di superficie a denudarne la filiforme rigidità.
La superficie liscia più esteriore è sbranata a mostrare conglomerati irregolari e una trama di ferri corrosi che spesso fuoriescono minacciosi dai bordi. Sono opere aggressive proprio laddove rivelano la loro interiorità. Superfici grumose frutto del caos, tondini di ferro storti e acuminati, maglie metalliche, macchie di ruggine. L’estetica promossa da Uncini è brutale e spoglia, irregolare e non rassicurante. Si è ben distanti dallo scopo edile per cui questa materia è stata creata che offre uno spazio protetto e sicuro. Lontani dall’immagine di una materia così resistente da costruire grandi palazzi.
Le opere di Uncini aprono la strada a un estetica materialista ricca di espressività, brutale e spoglia, irregolare e non rassicurante. Arriverà poi invece fino alla negazione di questo brutalismo.
Il cemento armato è quadro o scultura poggiata a terra che si trasforma nelle diverse serie di lavori prodotte negli anni. Dalla primitiva e arrogante nudità dei Cementarmati la materia viene dominata dalla razionalità e definita in contorni certi e non più aggressivi nei Ferrocementi, fino a sublimarsi in raffinati campi allisciati adatti a variazioni tonali e formali dominati da un disegno quasi decorativo nelle Ombre e nei Muri d’Ombra. La materia bruta viene addomesticata, equiparata in tutto e per tutto a un qualsiasi altro medium artistico.

link: Archivio Uncini