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Bruno Botella. Personale

Dal 14 novembre al 20 dicembre 2017, la Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano ospita la prima personale in Italia dell’artista francese Bruno Botella. L’iniziativa chiude il ciclo delle tre Project Room 2017, il cui progetto scientifico è curato da Simone Menegoi. Per l’occasione, Bruno Botella (1976, vive a Parigi) presenterà una selezione di opere realizzate tra il 2012 e il 2017.

Caratterizzato da uno spirito fortemente sperimentale – sia per l’utilizzo di materiali e tecniche inediti, sia per l’attenzione spesso dedicata più al processo che al risultato – il lavoro di Botella è uno dei più originali emersi sulla scena francese negli ultimi anni. Focalizzato sulla scultura, Botella ne sovverte e reinventa i processi tradizionali, con risultati in cui entrano in egual misura provocazione, humour e una sottile vena di crudeltà.

Fra le opere esposte, si segnalano Qotrob (2012), una plastilina mescolata a sostanze psicotrope, in grado di dare allucinazioni a chi tentasse di plasmarla; Prognosticator (2017), una scultura immersa in un acquario pieno di sanguisughe, che Botella ha modellato nutrendo al tempo stesso gli animali con il proprio sangue; Oborot (2012), ovveroun calco in silicone della testa dell’artista a cui sono rimasti attaccati i suoi stessi capelli, sorta di bizzarro e incruento “scalpo”.

Bruno Botella (1976) vive e lavora a Parigi. Fra le mostre recenti, si ricordano Scénario fantôme, Frac Normandie Caen (2017); Your memories are our future, Palais de Tokyo hors-les-murs, Zurigo; En haine nue débâchée (et si cons mes deux lits huent ce jet) e le personali Dormir à l’envers (chugging along with a funnel of steam), Galerie Samy Abraham, Parigi (2017); Bruno Botella, CAN, Neuchâtel (2017); Palais de Tokyo, Parigi (2015).

 

 

Dal 14 Novembre 2017 al 20 Dicembre 2017

MILANO

LUOGO: Fondazione Arnaldo Pomodoro

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

Inaugurazione: martedì 14 novembre dalle ore 18

Christian Megert. Riflessioni. Il potere dello specchio

Dal 13 novembre al 23 dicembre 2017 la Galleria San Fedele presenterà al pubblico la mostra intitolata Riflessioni, di Christian Megert, a cura di Andrea Dall’Asta SJ e Marco Meneguzzo.

Membro storico del celebre Gruppo Zero, Megert pone al centro della sua ricerca artistica lo specchio quale mezzo artistico primario. Lo specchio non è da considerare come un puro dato tecnico, come un semplice strumento, ma ha una valenza simbolica, come quando ci si specchia e si ha la sensazione di uno sdoppiamento. Qual è l’immagine a cui si viene rimandati? A quale spazio viene conferita origine?

Le opere di Megert sono composte da specchi capaci di creare dimensioni inedite, fatte di movimenti e riflessi. Parlare di specchi significa portare avanti un’indagine, significa scoprire come la luce agisce sulla superficie. Nel momento in cui l’artista accosta gli specchi gli uni vicino agli altri, la visione del mondo esterno risulta frammentata in una molteplicità di sfaccettature, secondo diversi punti di vista.

Potrebbe trattarsi di un invito a considerare la realtà in tutte le sue complessità? Quali sono i punti di riferimento, se il reale si moltiplica all’infinito e se lo spazio si decompone indefinitamente? Grazie agli specchi è possibile ammirare un mondo continuamente nuovo che emerge alla vista dello spettatore. L’artista non lascia colui che osserva nell’indeterminato, diventa una guida in vista di una ricomposizione del reale attraverso la combinazione di elementi geometrici, come il quadrato, il cerchio, forme pure altamente simboliche, capaci di ridare unità e coerenza.

In tal senso Megert si pone come un interprete dell’Occidente, distrugge per ricostruire, pone in discussione le certezze dell’uomo per riconoscere significati nuovi, per far vivere nuove esperienze.

 

 

Dal 13 Novembre 2017 al 23 Dicembre 2017

MILANO

LUOGO: Galleria San Fedele

CURATORI: Andrea Dall’Asta SJ, Marco Meneguzzo

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 86 352 233

E-MAIL INFO: sanfedelearte@sanfedele.net

Mounir Fatmi. Transition State

Dal 26 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018, la galleria Officine dell’Immagine di Milano inaugura la nuova sede di via Carlo Vittadini 11, ospitando la più ampia personale mai realizzata in Italia di Mounir Fatmi (Tangeri, Marocco, 1970), a cura di Silvia Cirelli. Molto noto a livello internazionale, Mounir Fatmi è tra i protagonisti dell’attuale Biennale di Venezia con una doppia partecipazione al Padiglione Tunisino, all’interno della mostra The Absence of Paths, e al NSK State Pavilion.

Artista poliedrico, Mounir Fatmi si relaziona costantemente con temi di attualità come l’identità, la multiculturalità, le ambiguità del potere e della violenza. Negli anni è riuscito a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare una notevole abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, tracciando importanti passaggi della storia contemporanea.

La mostra milanese, dal titolo Transition State, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica, ponendo l’accento sul concetto di “ibridazione” culturale, una combinazione di preconcetti e stereotipi svelati e poi screditati, che rafforzano una visione d’insieme costruita sul dialogo fra religione, scienza, le ambivalenze del linguaggio e quanto queste si trasformino nel corso della storia.

Un chiaro esempio del potere del linguaggio sulla verità è Martyrs, un dittico realizzato su neri pannelli di legno, la cui superficie è tagliata da una moltitudine di linee che sembrano muoversi come ferite sulla pelle di un corpo. L’emblematico titolo gioca sulle varianti semantiche di questa parola che, nel corso della storia, hanno trasformato il suo significato. Dall’antico greco martus “testimone”, a colui che sacrifica se stesso in nome della fede, fino ad arrivare all’accezione di oggi, quando viene erroneamente affiancato al concetto di kamikaze.

Il tema del martirio torna anche nel video The Silence of Saint Peter Martyr (2011), con protagonista San Pietro Martire, anche noto come Pietro da Verona, un prete del XIII secolo appartenente all’Ordine dei Domenicani, che fu giustiziato atrocemente a causa della sua forte opposizione agli eretici. La quiete della scena, che vede il soggetto muovere lentamente il dito mimando il pacifico gesto del silenzio, si contrappone violentemente all’audio del video stesso, un sottofondo disturbante e aggressivo.

L’ispirazione di materia religiosa si riconferma nella serie fotografica Blinding Light (2013), un progetto che vede la manipolazione sia concettuale che visiva della cosiddetta “Guarigione del Diacono Giustiniano”, un miracolo immortalato anche in un noto dipinto del Beato Angelico. La storia narra di due santi, Cosma e Damiano – celebri per le loro capacità mediche – che una notte entrarono nella stanza di Giustiniano e gli scambiarono la gamba malata con quella di un etiope appena deceduto. Al risveglio Giustiniano si accorse quindi di avere la gamba destra guarita, ma di colore. Giocata sulle sovrapposizioni fra il dipinto antico e scene di chirurgia odierna, Mounir Fatmi sorprende per l’abilità lessicale con la quale riesce ad affrontare temi di grande richiamo come l’identità etnica, l’ibridazione e la nozione di diversità con una sorprendete sensibilità culturale.

La visione sensoriale dello spettatore viene poi esortata nel video Technologia del 2010, dove il susseguirsi convulso di dettagli geometrici e motivi calligrafici arabi di natura religiosa, danno vita a un processo dal forte carattere ipnotico. Lo sguardo dello spettatore a fatica riesce a resistere, così come anche il suo udito, messo alla prova da suoni stridenti.

La giustapposizione fra oggetto, il suo utilizzo e il suo significato culturale si conferma centrale nell’installazione Civilization(2013), realizzata semplicemente con un paio di scarpe nere da uomo poste sopra un libro che riporta la scritta “civilization”. Con questi due oggetti, spesso utilizzati come indicatori del livello di civilizzazione delle persone, l’artista marocchino s’interroga sulla seduzione della materialità e sul suo ingannevole potere nella cultura contemporanea.

Durante l’inaugurazione, giovedì 26 ottobre alle ore 19.00, si terrà una performance costruita attorno all’installazione Constructing Illusions, un’opera partecipativa che gioca sugli equilibri fra immaginazione e realtà, concetti che spesso si mescolano fra loro, fino ad arrivare anche a scambiarsi completamente di significato.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 07 Gennaio 2018

Inaugurazione: giovedì 26 ottobre, ore 19

Milano

Luogo: Officine dell’Immagine

Curatori: Silvia Cirelli

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 91638758

E-Mail info: info@officinedellimmagine.com

Sito ufficiale: http://www.officinedellimmagine.com/

Bill Viola alla Cripta San Sepolcro

Il contemporaneo si immerge nell’antico: Bill Viola torna a Milano con una straordinaria esposizione nella cripta di San Sepolcro.

Espone tre video opere: The Quintet of the Silent, The Return, Earth Martyr.

Nel Quintetto del silenzio, opera del 2000, cinque uomini che in sequenza cambiano le loro espressioni: da una totale indifferenza ad un forte turbamento per arrivare di nuovo alla calma, un vero e proprio teatro di emozioni. Particolare la lentezza delle immagini permette all’osservatore di cogliere tutti i cambiamenti nelle reazioni.

Nell’opera Il ritorno (2007) vediamo una donna che vaga nella luce: ad un certo punto varca una linea immaginaria che rappresenta la fine della vita e l’inizio della morte. «Si avvicina lentamente a un limite invisibile, attraversando la soglia tra la vita e la morte» come descrive l’artista. Nell’ultima opera Martiri della Terra, inaugurata nel 2014 nella Cattedrale di San Paolo a Londra, troviamo un uomo sommerso da un cono, Inizialmente si trova sopraffatto dal peso dell’elemento ma dopo comincia a farsi forza e a risalire liberandosene.

Tutte opere che affrontano il tema della nascita, della morte, della rinascita, e della coscienza umana, opere che creano un dialogo vivo con il luogo che le ospita: una delle chiese più antiche di Milano. Preghiere, pianti, speranze, la cripta San Sepolcro per tanti secoli ha visto e sentito le emozioni di migliaia di persone. Ora Bill Viola, il più celebre video artista vivente, crea un viaggio che accompagna lo spettatore alla comprensione dell’impercettibile bordo che esiste la vita e la morte, che mostra le emozioni delle persone. Durante questo viaggio, lo spettatore entra in contatto con le opere di Bill Viola, ne viene coinvolto emotivamente, i video agiscono come uno specchio, riflettendo le nostre emozioni che si amplificano dalla bella architettura e dalla storia antica della Cripta.

Piazza San Sepolcro, Milano

Dal 17 ottobre al 28 gennaio 2018

dalle 17:00 alle 22:00. Sabato sera alle 23.00

Ingresso ogni ora, SOLO per prenotazione (sotto)

Biglietto 10 €, bambini gratis

L’architettura della cripta non consente l’accesso ai visitatori con gravi disabilità motoristiche

Un’iniziativa di: Milano Card

In collaborazione con: Bill Viola Studio

Con il supporto di: Regione Lombardia, Comune di Milano, Biblioteca Pinacoteca Accademia

 

Silvia Lelli. Neon collection / Neon installation

Dal 6 ottobre all’11 novembre 2017, 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano presenta la mostra di Silvia Lelli, dal titolo Neon collection / Neon installation.

La mostra – curata da Giovanni Pelloso – raccoglie la serie di opere della fotografa Silvia Lelli che s’intitola Neon Collection / Neon Installation (1982-2017). L’installazione è composta di 15 assemblaggi che sintetizzano fotografia, performance art, danza e teatro in nuove forme, con forti accenti visivi e persino evocazioni sonore.

Si è voluta ricreare in una mostra, tramite la giustapposizione di neon “reale” e neon “raffigurato”, l’atmosfera delle performances originarie(tutte degli anni ‘70 -‘80) ma, soprattutto, comporre ex novo un ambiente autonomo e paradossalmente svincolato da quei riferimenti fotografici che di base lo formano. Neon “reali” e attivi sono sovrapposti a quelli fotografati modellandosi lungo le forme presenti sulla stampa a orientare la visione in modo inedito.

Le immagini, infatti, “lavorano” diversamente con i tubi fluorescenti che ne definiscono, e illuminano, il gesto e l’espressività del corpo. Le fotografie si trasformano e subiscono un nuovo intervento luministico grazie all’introduzione dei veri neon, la cui luce – che spazia dalle varie sfumature del bianco, del blu e del rosso – consente al visitatore quel tipo di lettura nuovo che tradisce l’aspetto bidimensionale della fotografia.

 

 

Inaugurazione giovedì 5 ottobre dalle ore 19.00

Dal 05 Ottobre 2017 al 11 Novembre 2017

Milano

Luogo: 29 ARTS IN PROGRESS gallery

Curatori: Giovanni Pelloso

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 94387188

E-Mail info: info@29artsinprogress.com

Sito ufficiale: http://www.29artsinprogress.com/

Paul Gees. Under Pressure

Loom Gallery è lieta di presentare Under Pressure, la prima mostra personale in Italia di Paul Gees.

Negli ultimi 40 anni ha lavorato su tre materiali: pietra, ferro e legno, combinandoli per trovare soluzioni in equilibrio. Centinaia di varianti che sembrano tutte funzionare, per armonia ed invenzione, che rimandano all’arte povera, quella minimale e alla land art. Sculture e oggetti sedimentano per lunghi periodi nel suo studio, dove tutto rigorosamente resiste, con una punta di umorismo e una straordinaria sensazione di scampato pericolo.

Dagli interventi semplici e intrinsechi si percepisce un senso di rigorosa organizzazione, dove la ricerca tende al dominio. Alla fine niente cade, tutto rimane su.

A ciascun lavoro corrisponde la sua pietra, a ciascun ferro il suo legno. Pietra-ferro-legno, come una morra cinese dell’arte, con un’impensabile serie di combinazioni, che ne fanno un assillo da cui nasce un universo.

Paul Gees nasce nel 1949 in Belgio, ad Aalst. Vive e lavora a Schoonaarde, Belgio.

 

 

Dal 29 Settembre 2017 al 12 Novembre 2017

Milano

Luogo: LOOM GALLERY

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 8706 4323

E-Mail info: ask@loomgallery.com

Sito ufficiale: http://loomgallery.com

Enoc Perez. Casitas

Brand New Gallery ha il piacere di presentare Casitas, la prima mostra personale di Enoc Perez in una galleria italiana. In mostra piccoli e intimi dipinti a olio su tela, della serie Casitas, fanno riferimento agli anni vissuti da Perez a Puerto Rico attraverso la rappresentazione di architetture vernacolari dell’isola.

Perez focalizza la sua attenzione sulla sua terra nativa presentando una selezione di vedute architettoniche astratte ma emozionalmente evocative; homelands lasciate dagli immigrati partiti verso gli Stati Uniti in cerca di una vita migliore.

Intitolate con nomi topografici di Puerto Rico, queste opere combinano elementi astratti ad altri narrativi per catturare una sensazione sconcertante sospesa tra il passato e il presente dell’isola. Campi di vernice spessa e colore vivo sono combinati insieme per creare dipinti emozionalmente carichi che evocano l’istante culturale dell’isola.

Nato a San Juan nel 1967, Enoc Perez ha iniziato a tenere lezioni di pittura già a otto anni. Figlio di un critico d’arte, ha trascorso la maggior parte delle sue vacanze in famiglia viaggiando per musei di diversi paesi e apprendendo così la storia dell’arte. Nel 1986 Perez si trasferisce a New York per studiare pittura al Pratt Institute prima di laurearsi all’ Hunter College. Trovandosi in disaccordo con il programma dell’Hunter College, dove gli studenti e professori criticavano i suoi dipinti definendoli troppo seducenti e decorativi, Perez ha mantenuto fede all’importanza dell’estetica nell’arte. Accogliendo le potenzialità artistiche di bellezza e piacere, Perez ha dipinto nudi sensuali, nature morte, località tropicali e architetture contemporanee, in composizioni eleganti, con una gamma di colori vivi e vibranti.

 

 

Dal 21 Settembre 2017 al 18 Novembre 2017

Milano

Luogo: Brand New Gallery

Telefono per informazioni: +39.02.89.05.30.83

E-Mail info: info@brandnew-gallery.com

Sito ufficiale: http://www.brandnew-gallery.com

Fathi Hassan. Slavery

È un atteso ritorno quello che si profila per la personale Fathi Hassan. Slavery: l’artista africano torna infatti a esporre dopo dieci anni alla galleria Andrea Ingenito Contemporary Art – l’ultima mostra si era tenuta negli spazi di Napoli nel 2007 – e lo fa per la prima volta a Milano, dopo avere presentato il suo lavoro in tutto il mondo.

L’esposizione propone, dal 19 settembre al 3 novembre, la produzione degli ultimi anni: una trentina di opere su tela, carta e legno che illustrano l’abilità di unire in una sintesi le sue origini nubiane – la regione che si estende tra Egitto e Sudan – e gli stimoli artistici e culturali dell’occidente.  Le radici africane e la formazione europea si uniscono armoniosamente sulle tele rendendo la sua arte luogo d’incontro tra culture.

Scrittura come segno e immagini come scrittura fanno di Fathi Hassan un artista dalla cifra inconfondibile. Noto esponente dell’arte contemporanea africana, Hassan ha contributo ad inserire l’arte del suo Paese nel dibattito internazionale, diventando punto di riferimento per le nuove promesse del suo continente, ma soprattutto ponte tra due culture: quella africana e quella occidentale. Tale posizione, difficile e privilegiata, è vissuta con sempre maggiore responsabilità da parte dell’artista, soprattutto nell’attuale momento storico che vede il popolo africano protagonista di una nuova diaspora e potenzialmente esposto a una nuova schiavitù.

Giunto in Italia all’inizio degli anni ’80 e venuto in contatto con la dominante estetica Pop di quegli anni, Hassan si rende conto che il suo linguaggio va in tutt’altra direzione: quella che combina la tradizione orale tipica della sua terra, la Nubia, alla calligrafia mediorientale, nella volontà di ricordare le proprie radici e affermare la propria identità. In un presente e in un Occidente in cui la parola scritta è preponderante rispetto a quella pronunciata, la grafia dell’artista risponde all’esigenza di figurazione dell’antico sapere nubiano tramandato oralmente.

È una sorta di musicalità quella che emerge dai ricami grafici dell’artista egiziano: in un’osservazione d’insieme della sua opera, si ha infatti la sensazione di essere di fronte a una “visione di suoni”, un susseguirsi di litanie che evocano i canti tradizionali delle donne africane.

Hassan riesce in questo modo a salvare la memoria di un passato che non può più essere affidato solo alla tradizione orale, senza però stravolgerne l’essenza imprigionandolo in un segno definitivo.

Per l’inizio del 2018 è inoltre prevista una mostra antologica dell’artista presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi.

 

 

Dal 19 Settembre 2017 al 18 Novembre 2017

Milano

Luogo: AICA Andrea Ingenito Contemporary Art

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 3679 8346

Sito ufficiale: http://www.ai-ca.com

Nancy Goldin. The Ballad of Sexual Dependency

La prima mostra-evento promossa dal Museo di Fotografia Contemporanea presso La Triennale di Milano è The Ballad of Sexual Dependency della fotografa statunitense Nan Goldin, a cura di François Hébel: una delle pietre miliari della fotografia contemporanea. L’opera, dopo la recente tappa al MoMA di New York nei primi mesi del 2017 e la prima esposizione nel 1986 al Festival di Arles, approda per la prima volta in Italia alla Triennale di Milano, dal 19 settembre al 26 novembre 2017.

La Ballad è il lavoro più celebre e fortunato dell’artista statunitense Nan Goldin (Washington, 1953): un work in progress avviato agli inizi degli anni Ottanta e poi continuamente ampliato e aggiornato, che viene oggi ampiamente riconosciuto tra i capolavori della storia della fotografia. È un’opera immersiva, costituita da circa 700 immagini a colori montate in sequenza filmica, per una durata di 45 minuti, e accompagnate da una colonna sonora che spazia dal punk all’opera. Un diario visivo autobiografico e universale, intimo e corale sulla fragilità degli esseri umani, sulla tensione continua tra l’individualità e il bisogno di relazione. Un susseguirsi di immagini che raccontano di vita, sesso, trasgressione, droga, amicizia, solitudine.

Lo sguardo di Nan Goldin abbraccia ogni momento della propria quotidianità e del proprio vissuto. L’artista fotografa se stessa e le travagliate vicende dei suoi compagni, nella downtown di Boston, New York, Londra, Berlino, tra gli anni ’70 e ’80. La sua è una fotografia istintiva, incurante della bella forma, che va oltre l’apparenza, verso la profonda intensità delle situazioni, senza mediazione alcuna. Nella totale coincidenza del percorso artistico con le vicende di una biografia sofferta e affascinante Nan Goldin ha indubbiamente creato un genere: studiate, utilizzate e imitate in tutto il mondo, le sue immagini sono un modello rimasto intatto fino a oggi.

Tra biografia e ricerca artistica, si sviluppa anche il personaggio Nan Goldin, oggi tra le star indiscusse della fotografia mondiale. Il suo immaginario visivo conquista il mondo dell’arte e le case di moda, le sue immagini compaiono sulle copertine dei magazine più diffusi e nelle campagne realizzate per i grandi marchi di abbigliamento, profumi e accessori.

L’installazione è costituita da una scenografia ad anfiteatro che accoglie il pubblico e consente la visione dell’opera, un video che viene proiettato ogni ora. Completano l’esposizione materiali grafici e alcuni manifesti originali, utilizzati per le prime perfomance di Nan Goldin nei pub newyorkesi.

Nancy Goldin nasce a Washington nel 1953 da genitori ebrei appartenenti alla classe media americana. Cresce a Boston, dove frequenta la School of the Museum of Fine Arts e dove inizia ad avvicinarsi al mondo underground dei club notturni. Alla fine degli anni ’70 si trasferisce a New York per dedicarsi alla fotografia e alle sperimentazioni, che traggono ispirazione dalla sua vita e dalla sottocultura metropolitana dentro la quale è immersa, tra sesso, alcool e droga.  A partire dalla seconda metà degli anni ’80, dopo la morte di numerosi amici, Nan Goldin decide di dedicarsi completamente all’arte. Si sposta in Europa, vive a Berlino, lavora a Napoli, inizia a viaggiare molto tra Occidente e Oriente, Bangkok, Manila, Tokyo. Collabora con numerosi artisti affermati, pubblica diversi libri ed espone i suoi lavori nei principali musei del mondo. Nel 1996 il Whitney Museum di New York le dedica la sua prima grande retrospettiva, I’ll Be Your Mirror, sul suo sguardo diretto, specchio della società.

Nan Goldin ha vinto numerosi premi, sia cinematografici che di fotografia, ha ottenuto importanti committenze, ad esempio dal Musée du Louvre.

 

 

Dal 19 Settembre 2017 al 26 Novembre 2017

Milano

Luogo: Triennale di Milano

Curatori: François Hébel

Enti promotori:

  • Museo di Fotografia Contemporanea

Telefono per informazioni: +39 02 724341

E-Mail info: info@triennale.org

Sito ufficiale: http://www.triennale.org/

Luis Troufa. Frame

Per la prima volta in Italia la personale dell’artista Luis Troufa (Porto), già evento speciale per le celebrazioni del centenario del Museo Grao Vaco di Viseu. Lo spazio artistico di RossoSegnale si apre all’arte internazionale, grazie anche al sostegno e al patrocinio dell’ambasciata Portoghese in Italia e dell’Istituto Camoes, che hanno riconosciuto  la rilevanza culturale del progetto e le connessioni del lavoro di Luis Troufa tra il Portogallo e l’Italia.

La narrazione della personale FRAME ha legami molto importanti con l’Italia, si tratta infatti di un progetto che trae ispirazione da un intervista dello scrittore Tonino Guerra al regista Tarkovsky che Troufa traduce in pittura,  classica nella forma, ma fortemente innovativa nel contenuto e nel linguaggio. Le opere cinematografiche da Stalker fino a Nostalghia ispirano l’incapacità di dare una forma e una chiarezza interpretativa alla realtà, che rimane aperta, a volte insondabile, traducendosi per Troufa in opere misteriose, in cui piani differenti e differenti esistenze si mescolano in un frammento nostalgico e non immediatamente spiegabile. Troufa tra anche ispirazione da autori quali Borremans, Schinwald, Lynch per tentare di rappresentare una visione “oltre la soglia”.

L’idea di portare il progetto Frame in Italia è nata per caso, da un viaggio, tramite la visita alla sala dedicata all’artista nel Museo Nazionale Grao Vasco di Viseu, cittadina collocata nel nord est del Portogallo tra Porto e Coimbra, durante le celebrazioni ufficiali del centenario del Museo. Il dialogo tra le opere classiche del museo e quelle contemporanee dell’artista Troufa era particolarmente felice. La possibilità di dare voce a questa opere in altra sede ha spinto questa idea di portare nello spazio di RossoSegnale e in Italia la medesima personale Frame.

 

 

Dal 14 Settembre 2017 al 07 Dicembre 2017

Milano

Luogo: RossoSegnale 3001LAB

Enti promotori:

  • Patrocinio di Ambasciata del Portogallo in Italia
  • Istituto di cultura e lingua Portoghese “Camoes” (Instituto da Cooperação e da Língua – Portugal)

Telefono per informazioni: +39 02 29527453

E-Mail info: info@rossosegnale.it

Sito ufficiale: http://rossosegnale.it/