Articoli

Carlos Amorales. L’ora dannata

In occasione di Miart 2019, dal 2 aprile all’8 luglio 2019 la Fondazione Adolfo Pinipresenta la mostra L’ORA DANNATA di Carlos Amorales, a cura di Gabi Scardi.

Carlos Amorales si interessa al linguaggio, alle immagini e alle loro varianti e, più in generale, ai sistemi della comunicazione, al loro costante rinnovamento, alle loro potenzialità e alle loro insidie; ai meccanismi che consentono ad alcune narrazioni di emergere, a scapito di altre; e, per estensione, alla questione delle rappresentazioni dominanti, della manipolazione della comunicazione e del pensiero stesso. Nella sua pratica confluiscono arte visiva, musica, animazione e poesia, tutte coniugate, con grande rigore formale, nel nome di una consapevolezza rispetto al presente e alle sue tensioni.

Per la Fondazione Adolfo Pini, Amorales ha concepito la mostra L’ORA DANNATA incentrata sull’installazione di dimensioni ambientali Black Cloud e su diversi elementi afferenti al progetto Life in the folds. La mostra comprende inoltre silhouettes e altre opere dell’artista, in un continuo slittamento tra immagini e segni.

Con Black Cloud, uno sciame di migliaia di farfalle nere invade gli ambienti della Fondazione già a partire dallo scalone d’ingresso. 15.000 farfalle popolano gli spazi nuovi e quelli già esistenti della Fondazione. Con Life in the folds l’artista mette invece in scena il tema della violenza dell’uomo sull’uomo. Una violenza che alberga nel profondo e che può esplodere in modo ingiustificato. Il progetto comprende, tra l’altro, un video di animazione in cui, mentre assistiamo a una drammatica vicenda, vediamo anche le mani del burattinaio che muove i fili dei protagonisti: metafora della mistificazione a cui, che ne siamo consapevoli o meno, la storia e le nostre azioni sono sottoposte. Da questo nucleo centrale deriva una serie di trasposizioni; tra le altre: un’installazione di grandi dimensioni e una serie di ocarine, ognuna delle quali ha la forma di un segno e il cui insieme compone un linguaggio in codice che può essere sia “letto” che “suonato”; proprio il loro suono fa, tra l’altro, da colonna sonora per il video. Alcune figure appaiono alle pareti della Fondazione come se le avessero attraversate; sono sagome umane e sembrano presentare alcuni fogli su cui sono rappresentati i momenti salienti della storia. In mostra anche i fogli dello story board in cui prendono forma per la prima volta i personaggi e le vicende raccontate nel video.

Con questa mostra Amorales fa riferimento al proprio paese, il Messico; ma nello stesso tempo ci parla di discrepanze e tensioni estremamente attuali in tutto il mondo, e della necessità di identificare l’origine dei nostri fantasmi, di riconoscerne la portata, la matrice, la valenza ideologica.

Dopo aver presentato i cinque progetti site-specific, The Missing Link di Michele Gabriele, Materia prima di Lucia Leuci, Memory as Resistance di Nasan Tur, Labyrinth di Jimmie Durham e SUMMERISNOTOVER di Šejla Kamerić, la Fondazione Adolfo Pini prosegue con questa nuova mostra il proprio percorso dedicato all’arte contemporanea, sotto la guida di Adrian Paci.

Dal 02 Aprile 2019 al 08 Luglio 2019

Milano

Luogo: Fondazione Adolfo Pini

Indirizzo: corso Garibaldi 2

Orari: 10-13 | 15 -17. Apertura straordinaria Milano Art week da lunedì a venerdì orario prolungato dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. Sabato 6 e domenica 7 dalle 11 alle 13 dalle 15 alle 18

Curatori: Gabi Scardi

Telefono per informazioni: +39 02 874502

Sito ufficiale: http://www.fondazionepini.net

MILANO POP. Pop Art e dintorni nella Milano degli anni ’60/’70

Lo Spazio Espositivo di Palazzo Lombardia a Milano, sede della Regione, accoglie la mostra “MILANO POP. Pop Art e dintorni nella Milano degli anni ’60/’70” dal 4 aprile al 29 maggio 2019, a cura di Elena Pontiggia.

L’esposizione è promossa da Fontanasedici S.r.l. in collaborazione con Regione Lombardia, Collezione Koelliker, Arteutopia, Associazione Sergio Sarri, Associazione Giangiacomo Spadari.

Il percorso espositivo, che si snoda in diverse sale, approfondisce un segmento di storia recente del nostro Paese, gli anni Sessanta e Settanta, attraverso una cinquantina di lavori – molti dei quali inediti – dei principali protagonisti milanesi della Pop Art, movimento artistico che più di ogni altro ha saputo esprimere le icone e le contraddizioni della società contemporanea e che, muovendo dagli Stati Uniti, ha animato anche l’Italia, specialmente dopo la celebre Biennale di Venezia del 1964.

La collettiva muove da un panorama della Pop Art italiana con i grandi protagonisti della corrente, da Mario Schifano a Tano Festa, da Mimmo Rotella a Giosetta Fioroni e Concetto Pozzati, per poi concentrarsi sull’ambiente milanese con Valerio Adami, Enrico Baj, Paolo Baratella, Gianni Bertini, Fernando De Filippi, Lucio Del Pezzo, Umberto Mariani, Silvio Pasotti, Sergio Sarri, Giangiacomo Spadari, Tino Stefanoni, Emilio Tadini.

L’esposizione evidenzia così i diversi punti di contatto, ma anche e soprattutto le differenze profonde con la Pop Art americana – da qui il sottotitolo “Pop Art e dintorni” – indagando come gli artisti italiani, ed in particolare milanesi, abbiano interpretato originalmente la tendenza, sullo sfondo di un’Italia inquieta che da un lato conosce il boom economico e dall’altro si avvicina ai tempi bui degli “anni di piombo”.

Tra le opere esposte si segnalano l’ironico décollage di Rotella Cleopatra Liz (1963), che rimanda ai manifesti dei grandi kolossal cinematografici; la Palma di Schifano dei primi anni ’70; Gli occhiali (1968) dalla serie degli argenti di Giosetta Fioroni; la paradossale Nascita di una rosa del 1972 di Pozzati. Venendo al panorama milanese, ecco gli antropomorfici collage di Baj, tra cui l’inedito Cathérine Desjardins, dite Madame de Villedieu del 1974; il visionario Questo nottambulo di Zorro (I due astronauti) del 1965 di Bertini; il metafisico Archeologia con De Chirico del 1972 di Tadini. E, ancora, Stefanoni propone un inventario di oggetti quotidiani nella loro disarmante ovvietà, come Gli imbuti (1970) e I flaconi (1969), quest’ultimo esposto per la prima volta. Ecco infine i lavori ispirati a temi politici e sociali come Il giorno della presa del 1970 di Baratella; Cuba-Cuba del 1970 di De Filippi; Il grande prestigiatore (Le avventure di Nessuno) del 1967 di Sarri; Gli oggetti ci guardano e passano del 1970 di Umberto Mariani; Garibaldi e sua figlia Clelia del 1975 e l’inedita Metropolitana del 1973 di Spadari.

La mostra si completa di un video-documentario con testimonianze e interviste esclusive agli artisti e alla curatrice raccolte da Stefano Sbarbaro, prodotto da TVN Media Group – Arte e Cultura. Accompagna l’esposizione un approfondito catalogo con un testo critico di Elena Pontiggia e altre interviste inedite agli artisti.

Importante evento collaterale che accompagna per tutta la sua durata “MILANO POP”, la mostra tematica “CINEMA POP” che inaugura mercoledì 10 aprile presso la Galleria Robilant+Voena, in collaborazione con l’Associazione Sergio Sarri e l’Associazione Giangiacomo Spadari. L’esposizione, attraverso una trentina di lavori di Sergio Sarri e Giangiacomo Spadari, intende approfondire un aspetto comune a questi due protagonisti della Pop Art milanese, «attenti entrambi alle modalità espressive del cinema come spunto pittorico», così come rileva la curatrice Elena Pontiggia. Infatti, come la pittura anche il cinema fonda le sue basi sull’immagine; tuttavia, mentre il film la sviluppa nello spazio e nel tempo, l’arte pittorica la cristallizza in un “fotogramma”. Questa la riflessione di partenza che accomuna Sarri e Spadari e li allontana da altri artisti che hanno guardato alla settima arte come riferimento di cultura popolare, fra cui si ricordano Schifano e Rotella, i quali hanno attinto al bacino di immagini dell’universo cinematografico per farne delle icone pop.

Arricchisce l’evento un’originale pubblicazione, ispirata alla grafica delle riviste dell’epoca, con contributi di Elena Pontiggia, Sergio Sarri e un testo dedicato a Giangiacomo Spadari, in dialogo con immagini di repertorio e delle opere esposte. Per il sostegno alla mostra MILANO POP si ringrazia lo Sponsor ENRICO RIZZI – Milano

Inaugurazione mercoledì 3 aprile ore 18.30

Dal 03 Aprile 2019 al 29 Maggio 2019

Milano

Luogo: Palazzo Lombardia

Indirizzo: via Galvani 27

Orari: lunedì-venerdì ore 11-19; sabato-domenica ore 15-19; chiuso Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile e 1 maggio

Curatori: Elena Pontiggia

Enti promotori:

Fontanasedici S.r.l.

Regione Lombardia

Collezione Koelliker

Arteutopia

Associazione Sergio Sarri

Associazione Giangiacomo Spadari

Costo del biglietto: ingresso gratuito

E-Mail info: lunedì-venerdì ore 11-19; sabato-domenica ore 15-19; chiuso Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile e 1 maggio

Lucio Fontana. Le due Pietà per il Duomo di Milano

Dal 27 febbraio al 5 maggio 2019, il Museo Diocesano di Milano Carlo Maria Martini propone un’iniziativa dal grande valore storico-artistico: un confronto ravvicinato tra le due versioni in gesso della predella raffigurante la Pietà e il bozzetto al vero per la monumentale pala dell’Assunta, realizzati da Lucio Fontana per il Duomo di Milano.
Tale evento, col patrocinio dell’Arcidiocesi di Milano, è reso possibile anche grazie alla disponibilità della Veneranda Fabbrica del Duomo che ha permesso il prestito di una delle due versioni della predella.

Un’occasione unica per ammirare queste tre opere, eccezionalmente riunite assieme e, al tempo stesso, per riflettere sul percorso creativo sacro dell’artista italo-argentino. L’esposizione è, infatti, allestita all’interno della Sala Fontana del Museo Diocesano che accoglie alcuni dei bozzetti in gesso per il concorso della quinta porta della cattedrale del 1950 e la “Via Crucis bianca” in ceramica del 1955.

La Deposizione di Cristo, bozzetto della predella della Pala dell’Assunta, presentata da Lucio Fontana alla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano nel 1954, è un modello in gesso, esposto solo recentemente al pubblico in quanto giacente presso il Cantiere Marmisti della Veneranda Fabbrica, noto fino ad oggi soltanto grazie a riproduzioni fotografiche d’archivio. La scena vede la Vergine inginocchiata sorreggere il corpo del Cristo morto semisdraiato di spalle con la testa completamente riversa all’indietro.

Restaurato con il contributo della Borsa Italiana, il bozzetto è stato esposto al pubblico per la prima volta durante la giornata di studi dello scorso 15 gennaio, in occasione della mostra L’arte novissima. Lucio Fontana per il Duomo di Milano 1936-1956 appena conclusasi e, al termine dell’esposizione, farà ritorno al Museo del Duomo. Per l’accentuato linguaggio espressionistico, questa prima versione della predella venne probabilmente scartata dalla committenza. Fontana ne realizzò quindi una seconda, sempre in gesso, che trovò il consenso della commissione, e che divenne la predella del modello in gesso della pala, dal 2000 in collezione del Museo Diocesano di Milano.

Il bozzetto al vero della Pala della Vergine Assunta venne creato da Fontana nel 1954-1955, a seguito del concorso bandito nel novembre 1950 dalla Veneranda Fabbrica del Duomo in concomitanza con la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria da parte del Papa Pio XII. L’opera rappresenta una Vergine Assunta di dimensioni monumentali, ai piedi della quale è collocata una predella di dimensioni più ridotte raffigurante la Pietà.

Dopo la presentazione di piccoli bozzetti in scala, alcuni dei quali oggi dispersi, la Veneranda Fabbrica chiese a Fontana un modello in gesso in scala reale, che sarebbe poi dovuto essere tradotto in marmo di Candoglia e destinato all’altare di Sant’Agata in cattedrale. L’opera non venne mai portata a termine e il progetto rimase incompiuto. Nel 1972, tuttavia, venne realizzata una fusione postuma in bronzo, oggi temporaneamente collocata sull’altare di Sant’Agata nel Duomo di Milano.

Dal 27 Febbraio 2019 al 05 Maggio 2019

Milano

Luogo: Museo Diocesano Carlo Maria Martini

Indirizzo: piazza Sant’Eustorgio 3

Orari: da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì (eccetto festivi). La biglietteria chiude alle ore 17.30

Costo del biglietto: Intero € 8, Ridotto e gruppi € 6, Scuole e oratori € 4

Telefono per informazioni: +39 02.89420019

E-Mail info: info.biglietteria@museodiocesano.it

Dream Beasts. Le spettacolari creature di Theo Jansen

Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, con la main sponsorship di Audemars Piguet e il contributo di Fondazione IBSA, KLM, Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi e Mondriaan Fund, presenta per la prima volta in Italia le opere dell’artista olandese Theo Jansen, conosciuto in tutto il mondo per le sue spettacolari installazioni cinetiche Strandbeest (“animali da spiaggia”), creature ibride dall’aspetto zoomorfo che si muovono sfruttando la spinta del vento. Da mercoledì 20 febbraio a domenica 19 maggio i visitatori del Museo potranno ammirarle nella mostra Dream Beasts.

Jansen, dopo un periodo di studi in Fisica applicata alla Delft University of Technology, nel 1990 inizia a dedicarsi al progetto Strandbeest. Le sue opere possono sembrare scheletri di animali preistorici o enormi insetti. Sono invece gigantesche creazioni fatte di materiali dell’epoca industriale: tubi flessibili in plastica, filo di nylon e nastro adesivo. Nascono come algoritmi e non richiedono motori, sensori o tecnologie avanzate per spostarsi: si muovono grazie alla forza del vento e dell’aria caratteristica della costa olandese, loro habitat naturale.

L’esposizione, che sarà ospitata nel Padiglione Aeronavale del Museo, ha l’intento di portare il pubblico a confrontarsi, anche a livello emotivo, con i valori di innovazione e sostenibilità comunicati dalla ricerca dell’artista.

Definito dalla critica internazionale “un moderno Leonardo da Vinci”, Theo Jansen ama coniugare il sapere scientifico a suggestioni di carattere umanistico, spaziando da sperimentazioni sulla cinetica e la meccanica all’esaltazione della natura e della bellezza. L’universalità e l’apertura che contraddistinguono l’approccio di Jansen nei confronti del sapere creano un saldo legame con la figura di Leonardo tecnologo e ingegnere grazie ad una ricerca orientata all’innovazione e soprattutto a un’attenta osservazione della natura. Frutto di questo studio è appunto la mostra Dream Beasts che mette in relazione arte e scienza in un dialogo che è nell’identità del Museo fin dalle sue origini e che ancora oggi ne ispira l’attività.

Le opere di Jansen sono state ospitate in alcuni dei più importanti musei internazionali quali l’Exploratorium di San Francisco, la Cité des Sciences e il Palais de Tokyo di Parigi, l’Art & Science Museum di Singapore e prestigiose fiere d’arte contemporanea tra cui Art Basel Miami.

La mostra inaugura con una Opening Lecture a cui seguirà un Public Program: serate speciali, incontri con le sculture in movimento, temporary lab rivolti alle scuole per scoprire come si muovono le creature di Theo Jansen e comprendere quanta meccanica, ingegneria e biologia nascondono, visite guidate dedicate agli insegnanti per capire come lavora l’artista.

Dal 19 Febbraio 2019 al 19 Maggio 2019

Milano

Luogo: Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci

Indirizzo: Via San Vittore 21

Orari: Mar – Ven 9.30 – 17 | Sab e festivi 9.30 – 18.30

Costo del biglietto: L’ingresso alla mostra è incluso nel biglietto d’ingresso al Museo: intero 10 € | Ridotto 7.50 € | Gratuito: visitatori disabili e accompagnatore, bambini sotto i 3 anni; giornalisti che stanno realizzando un servizio sul Museo, accreditati in precedenza

Telefono per informazioni: +39 02 485551

E-Mail info: info@museoscienza.it

Sito ufficiale: http://www.museoscienza.org

L’architettura a Milano negli anni ’20 del Novecento

Milano, anni ’20. Immaginiamo un gruppo di architetti, tutti diversi fra loro, ma con un fattore in comune, l’appartenenza al Club degli Urbanisti. Di che si tratta? In cosa credono e cosa sostengono questi architetti? Viene elogiata l’arte del costruire le città in connessione alla formazione di uno spirito civico, si crede fortemente nell’importanza dell’architettura come espressione di una disciplina. Ma dove è possibile trovare dei modelli d’ispirazione? Sicuramente nella Milano del Settecento e degli inizi dell’Ottocento.

“Neoclassici” è l’appellativo che distingue gli architetti milanesi, i quali hanno come fine il far rivivere la Milano illuminista e alto borghese. Fra essi si annoverano Giovanni Muzio (1893 – 1982), Giuseppe De Finetti (1892 – 1951) e Giò Ponti (1891 – 1979), che hanno come committenti i membri delle famiglie dell’industria e della finanza di Milano.

Il primo architetto che decise di intraprendere una strada artistica differente dallo stile Liberty fu Giovanni Muzio, che fra il 1919 e il 1923 realizzò la Ca’ brüta, ovvero la casa brutta di via Moscova, come venne definita dai milanesi. Quando a Giovanni Muzio fu affidato il lavoro di decorazione della facciata era già presente la struttura muraria dell’edificio. L’architetto scelse di collocare sulla nuda muratura una serie di elementi architettonici, quali timpani, modanature, cornici, nicchie, sfere e medaglioni, organizzati in modo da individuare in modo chiaro i singoli appartamenti, una soluzione geniale che permette sia alla struttura architettonica sia ai suoi abitanti di emergere dall’anonimato che spesso caratterizza la ripetitività delle facciate tutte uguali. Questa soluzione pone in risalto l’identità del cittadino, che grazie al lavoro del Muzio può riconoscere la propria abitazione anche dall’esterno dell’edificio.

A differenza di Giovanni Muzio, l’architettura di Giuseppe De Finetti mira all’utile e al pratico, con il superamento del decorativismo superfluo. «La via della cultura è la via dall’ornato al disadorno» è la lezione di Adolf Loos alla quale De Finetti guardò con interesse. Fra il 1924 e il 1925 l’architetto realizzò la Casa della Meridiana, un’architettura che riassume il pensiero di De Finetti e che mette in luce il rispetto per colui che abita nella casa. L’esterno della casa non mostra elementi decorativi, è disadorno, la qualità emerge all’interno, l’ambiente in cui l’abitante ha l’occasione di esprimere la propria ricchezza interiore.

Fu Giò Ponti infine a rivolgersi alla crescente massa di pubblico che a partire dagli anni ’20 mostrò interesse per le produzioni d’arte. Lo scopo di questo architetto, giornalista e scrittore di architettura fu quello di sensibilizzare ed educare il pubblico a far proprio lo stile della propria casa attraverso l’arredamento, con il raggiungimento di uno stile di vita basato su comfort e praticità.

La Passeggiata di Buster Keaton. Fausta Squatriti

La Galleria Bianconi è lieta di annunciare la mostra personale dell’artista Fausta Squatriti (1941, Milano), la prima negli spazi di Via Lecco 20. La mostra vuole indagare le origini del lavoro dell’artista, esponendo il ciclo pittorico La Passeggiata di Buster Keaton, creato nei primi anni Sessanta e rimasto fino ad ora inedito.

Il titolo è attinto da un’opera teatrale di Federico Garcia Lorca, dal poeta stesso definita come farsa, scritta nel 1928 dopo l’incontro con Salvator Dalì. La contraddizione tra la leggerezza della passeggiata e l’enigmatica malinconia di Buster Keaton, per la giovanissima artista è lo spunto per una raffigurazione giocosa di spazi entro i quali si dibattono figurine dagli acidi colori ammiccanti che si narrano come diverse da quello che sono. Aggregate sulla soglia di una nuvola, si gettano nel nulla mentre la tromba del giudizio annuncia l’allegra, inconsapevole disfatta.

Grandissime tele, ma anche piccolissime, come quella che arricchisce l’esemplare n°1 del suo primo libro d’artista ispirato a Tatane del patafisico Alfred Jarry, anch’esso esposto in questa mostra.

In quei primi anni ‘60 la borghesia milanese, desiderosa di rinnovarsi, si andava liberando delle cornici intagliate, o decorate a stucco, che ornavano i quadri di famiglia, per sostituirle con il listello bianco suggerito dagli architetti. La giovane artista ne trova, e se ne innamora, parecchie, presso il corniciaio Viganò, e fa fare i telai in funzione delle cornici. La sofisticata, quanto incompresa, operazione, anticipa la messa in opera del Kitsch, la cui popolarità inizierà qualche anno dopo, in massima parte per lo studio che ne ha fatto Gillo Dorfles.

Le cornici si mettono in antagonismo con la dilagante spazialità rosa, celeste, ma anche nera, mettendone in crisi la contagiosa allegria. Al tempo non capita, si convince di avere sbagliato, si libera momentaneamente di quasi tutte le cornici, per riproporle in mostra oggi, ricongiunte alle tele su cui sono parte integrante.

In mostra sono presenti anche sei maschere realizzate da Fausta Squatriti nel 2012 per un breve spettacolo teatrale intitolato Ora d’Aria ideato e realizzato prendendo frammenti di testi a lei inviati da amici poeti, assemblati secondo la surrealista regola del caso. Attraverso di esse, cinquant’anni più tardi, è possibile rileggere la linea poetica de La Passeggiata di Buster Keaton, un mondo mai rinnegato. Le maschere, che raffigurano sei stati d’animo importanti nell’umana psicologia, Malinconia, Morte, Arroganza, Paura, Lussuria, Follia, diventeranno protagoniste di una performance la cui regia è curata da Associazione A, che si occupa di teatro e performing arts, diretta da Irina Galli. Il testo polifonico e dalla tagliente ironia ci propone non tanto dei personaggi, quanto una sorta di canto corale di esseri fatti di parola più che di carne, cui le maschere raffigurano, dando loro vita, alla perfezione.

La messa in scena si concentra sul rapporto tra attore e maschera facendo sì che l’attore incarni pienamente la stilizzazione che la maschera rappresenta. Il corpo vivo si annulla, lasciando pieno spazio all’identità della parola nella sua rappresentazione più pura.

Dal 23 Gennaio 2019 al 22 Febbraio 2019

MILANO

LUOGO: Galleria Bianconi

INDIRIZZO: via Lecco 20

ORARI: Lun. – Ven. 10.30-13 / 14.30-18.30. Sabato su appuntamento

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 22228336

E-MAIL INFO: info@galleriabianconi.com

SITO UFFICIALE: http://www.galleriabianconi.com

Alice Ronchi, gli oggetti artificiali e le loro celate bellezze

In bilico tra un’architettura del paesaggio e una produzione fantastica, a tratti magica e di carattere industriale, il lavoro di Alice Ronchi, giovanissima classe ’89, muove i primi passi da quella produzione artistica del secolo scorso in cui la sperimentazione del movimento, degli oggetti d’uso quotidiano e della creatività ha posto le fondamenta di un nuovo modo di intendere l’arte come percorso didattico e formale.

Alice Ronchi, vive e lavora a Milano, dopo anni di formazione e sperimentazioni tra l’Italia e l’Olanda, si dedica a una produzione artistica che mette insieme elementi d’uso quotidiano come tubi idraulici, forme geometriche astratte e l’idea di natura creando opere che seppur nelle loro forme tante volte astratte, narrano di mondi ideali e dalle infinite possibilità di lettura.

L’artista, annienta la separazione che sussiste tra naturale e industriale a favore di uno spostamento semantico di genere. Il paesaggio diventa così un sistema di relazioni in cui l’idea di architettura di paesaggio è intesa come una pratica attraverso cui è possibile trovare una precisa disposizione delle forme nello spazio. Allo stesso tempo però, proprio per questa sua peculiarità di far convivere dentro di sé strutture differenti, il paesaggio acquista molteplici modi di esistere ed essere al mondo. Ronchi, fa di questa concezione il presupposto da applicare ad elementi artificiali, modificandone sì lo status ma mantenendo la loro funzione principale riconoscibile e, allo stesso tempo, usufruibile. Non si tratta dunque di ready-made ma di oggetti che si accomunano per la loro precisa composizione che rimanda, seppur nella differenza estetica e formale, a un concetto di unità. L’artista riesce a scavare nella conoscenza formale ed estetica degli oggetti: il trait d’unione di una percezione armonica che precede il momento stesso in cui l’occhio, così come la nostra conoscenza, riesce a distinguerne le forme e la loro funzione primordiale.

Tutto si riduce ad un approccio prima di tutto estetico e semantico, successivamente ludico e didattico. Non a caso, il tema del playground è lo strumento attraverso cui l’artista racconta questa sua ricerca. La partecipazione del fruitore, indipendentemente dalla sua età o dalla sua conoscenza, diventa elemento necessario. Una vera e propria contingenza emotiva e partecipativa che non solo attiva l’opera ma la avvolge di molteplici capacità di crescita, trasformazione e vita. Gli elementi della natura e le forme artificiali, industriali, persistono in un’atmosfera sospesa e magica che attraverso il gioco si traduce in una didattica dell’arte che riesce ad avvicinare tutti i tipi umani, di genere e di età, permettendo di rivelare la natura dell’oggetto mostrandone le sue celate e possibili bellezze.

Franca Ghitti. Altri Alfabeti Sculture, installazioni e opere su carta

Il composito universo creativo della scultrice Franca Ghitti torna in mostra presso le prestigiose Gallerie d’Italia, museo di Intesa Sanpaolo a Milano, dal 15 gennaio al 17 febbraio 2019 con una personale a lei dedicata dal titolo Franca Ghitti: Altri Alfabeti. Sculture, installazioni e opere su carta.

La mostra propone all’interno della Stanza 16 delle Gallerie milanesi un percorso a cura di Cecilia De Carli tutto dedicato all’articolato linguaggio di una delle scultrici più rinomate a livello internazionale, le cui opere arricchiscono importanti collezioni pubbliche e private, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, i Musei Vaticani e, appunto, le Gallerie d’Italia di Milano. Accanto alle recenti acquisizioni di Vicinia. La tavola degli antenati n.1 (1976) e di un Tondo (anni Ottanta), possiamo ammirare lavori dalle serie Meridiane e Pagine chiodate, oltre alla Vicinia di Erbanno (1965) e all’imponente installazione Bosco.

Le opere esposte guidano l’osservatore in un itinerario che include creazioni della Ghitti di diverso periodo, dagli anni Sessanta ai Duemila, raccolte sotto l’emblematico titolo Altri Alfabeti, con cui l’artista ha voluto indicare un nuovo ciclo di opere, pagine di carte e chiodi, realizzato a partire dall’inizio del nuovo millennio e diventato poi rappresentativo dell’intera sua produzione. E così come da lei stessa scritto: «Con Altri Alfabeti mi riferisco a quell’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali».

Questi “alfabeti perduti” – per citare uno dei cicli della scultrice – creano quindi un linguaggio universale, che prende spunto da incisioni rupestri, simboli primitivi, oggetti provenienti da un mondo artigiano fatto di legno e ferro; assi lignee, avanzi di segheria, antiche fucine, chiodi, polveri di fusione, scarti di lavorazione delle industrie metallurgiche vanno a comporre le opere di Franca Ghitti, che narrano del forte legame tra l’uomo e il suo territorio, e tra l’artista e la sua terra d’origine, la Valle Camonica, ma non solo. Vi si leggono, infatti, anche le esperienze maturate durante gli anni della formazione a Brera, poi Parigi e Salisburgo, fino all’Africa centro-orientale, dove prende forma la consapevolezza della scultura «come progetto che ricompagina materie, energie e forze vitali», come si legge nel suo Quaderno di lavoro.

Dalle leggende ai dialetti, dagli utensili ai diversi aspetti del lavoro artigianale: tutto questo confluisce nel lavoro della Ghitti e testimonia una civiltà descrivendola con parole “altre” da quelle contenute nei libri. La scultura include quindi un “archivio del territorio”, il linguaggio attraverso cui restituire la memoria di una comunità raccontata da tutti questi materiali di scarto e di recupero, che ricordano progetti di lavorazione e sono tracce di una creazione che si è rinnovata per secoli attraverso quelli che l’artista vede come gesti ripetuti. Una comunità rappresentata nel suo quotidiano dalle Vicinie (fine anni Sessanta e anni Settanta), sagome appena sbozzate solitarie o a gruppi, sospese tra concretezza e apparizione, strette in reticolati di legno accanto a qualche piccolo oggetto o frammento di materia: un popolo che si stringe attorno ai suoi Lari e Penati e alle madie che custodiscono le poche cose preziose per i rispettivi proprietari; e da un ritmo di stratificazione di impronte, tacche, segni e coppelle di siviera nascono lavori come il Bosco (grandi installazioni realizzate sia in legno che in ferro, anni ’80-’90), che restituisce l’idea del confine tracciato con tagli sugli alberi oppure della metodica, geometrica e calcolata lavorazione del legno, come avveniva nella segheria di famiglia. Dagli sfridi del ferro prendono forma le Meridiane (anni Ottanta), le quali, posate a terra, definiscono uno spazio concentrico che rimanda alla fucina e rappresentano l’idea dello scorrere del tempo scandito dalla routine del lavoro, che segue il susseguirsi dei giorni e il variare delle stagioni. Da fogli trafitti da una lunga sequenza di chiodi si generano, invece, le Pagine chiodate (2000-2012), i Libri chiodati (2007-2012) e Valigia di cartone, corda e chiodi (2007), che non sono più solo punteggiatura, ma una ferita da cui restare segnati.

Del passato rimane quindi la traccia presente, che permane nel tempo e testimonia il processo del “fare” manuale. Il tutto in Franca Ghitti viene narrato con un linguaggio essenziale e concreto, legato a linee e forme geometriche, in cui si crea un disegno di mappe, una collezione di segni. Quelli della Ghitti sono dunque non solo “altri alfabeti”, ma anche “nuovi alfabeti”, che nel suo lavoro si ergono a documentazione, informazione, archiviazione di un territorio che l’artista ci restituisce in un linguaggio insieme archetipico e modernissimo.

Dal 15 Gennaio 2019 al 17 Febbraio 2019

Milano

Luogo: Gallerie d’Italia

Indirizzo: piazza della Scala 6

Orari: da martedì a domenica ore 9.30 – 19.30; giovedì ore 9.30 – 22.30

Curatori: Cecilia De Carli

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 7, ridotto speciale € 5, gratuito ogni prima domenica del mese

Telefono per informazioni: 800.167619

E-Mail info: info@gallerieditalia.com

Sito ufficiale: http://www.gallerieditalia.com/

Eva Marisaldi. Trasporto eccezionale

Il 18 dicembre il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea riapre al pubblico con la personale di Eva Marisaldi, tra le artiste più rilevanti della generazione nata negli anni Sessanta verso la quale il PAC ha scelto di indirizzare una delle linee di ricerca della sua programmazione annuale: la promozione e la valorizzazione dell’arte contemporanea italiana.

Promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale, la mostra è curata da Diego Sileo e aggiunge un’ulteriore tappa alla ricerca dell’artista con una nuova riflessione che parte dai suoi primi anni di produzione e arriva fino ai giorni nostri, attraverso un’ampia selezione di lavori passati e la creazione di nuove opere pensate appositamente per gli spazi del PAC.

Caratterizzate da una lirica vena narrativa, le opere di Marisaldi prendono spunto dalla realtà per concentrarsi sugli aspetti nascosti della nostra quotidianità. Fotografie, azioni, performance, video, animazioni, installazioni alternate a tecniche più tradizionali e artigianali come il disegno e il ricamo, ci trasportano in dimensioni altre, dove tutto può succedere e dove tutto rimane sospeso.

Quello evocato dal titolo è un trasporto ipotetico, metaforico, eccezionale nei mondi creati da Eva Marisaldi, popolati da suoni, narrazioni, emozioni, gioco e poesia, riferimenti al teatro, al cinema e alla letteratura, ma anche da viaggi che esplorano con la stessa curiosità territori lontani e complessità dell’essere umano.

In catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, testi inediti del curatore, di Emanuela De Cecco, Arabella Natalini ed Elena Volpato.

 

 

Dal 18 Dicembre 2018 al 03 Febbraio 2019

Milano

Luogo: PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea

Curatori: Diego Sileo

Enti promotori:

  • Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale

Costo del biglietto: intero € 8, ridotto € 5 (gruppi di almeno 15 persone accompagnati da guida; visitatori dai 6 ai 26 anni; visitatori oltre i 65 anni; portatori di handicap; soci Touring Club con tessera; soci FAI con tessera; militari; forze dell’ordine non in servizio; insegnanti). Gratuito minori fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, un accompagnatore per disabile che presenti necessità e altre categorie

Telefono per informazioni: +39 02 8844 6359

Sito ufficiale: http://www.pacmilano.it/

Picasso e il Mito

Affascinato dal sentimento piuttosto che dalla forma, Picasso fa della bestialità e del repertorio mitologico il tema che incontra la sua estetica. Tra i suoi riferimenti ricorrenti mantiene la stranezza di esseri ibridi (fauni, centauri e minotauri) intimamente lacerati tra l’umanità e l’animalità, bene e male, vita e morte.
E si incontrano la violenza della guerra come quella della corrida, la fantasia sfrenata e l’erotismo.

La mostra si compone di cinque sezioni, con circa 350 opere fra i più grandi capolavori del Museo Picasso, comparati a importanti pezzi d’antiquariato e ad opere che si rifanno ai canoni della bellezza classica.

 

 

Dal 18 Ottobre 2018 al 17 Febbraio 2019

Milano

Luogo: Palazzo Reale

Curatori: Pascale Picard

Enti promotori:

  • Comune di Milano – Cultura
  • Palazzo Reale

Costo del biglietto: intero € 12, ridotto € 10 / € 8 / € 6. Gratuito minori di 6 anni, guide turistiche abilitate con tesserino di riconoscimento, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, un accompagnatore per disabile che presenti necessità, giornalisti accreditati dall’Ufficio Stampa del Comune o dall’ufficio stampa della mostra, dipendenti della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Architettonici di Milano, tesserati ICOM

Telefono per informazioni: +39 02 88445181

E-Mail info: c.mostre@comune.milano.it

Sito ufficiale: http://www.palazzorealemilano.it