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1968. E’solo un inizio

Inaugurata lo scorso 3 ottobre presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la mostra E’ solo un inizio. 1968, curata da Ester Coen, presenta un corpus di lavori appartenenti a una generazione di artisti che si sono mossi a cavallo tra la fine degli anni ‘60 e il decennio successivo, sperimentando il proprio operato attraverso una serie di nuove correnti e possibilità sviluppatesi proprio in quegli anni, grazie allo zeitgeist del periodo, caratterizzato da un clima di agitazione ideologica e culturale.

Lo spunto politico presente nel titolo, che allude ai movimenti del Maggio francese del ’68, che nacquero in pesante polemica all’idea di capitalismo e che si irradiarono poi in diversi paesi europei arrivando a toccare anche la nostra penisola, non trova un chiarissimo riscontro nella selezione delle opere in mostra. Si può forse parlare di una concomitanza cronologica tra gli eventi politici e quelli più prettamente artistici e culturali, piuttosto che di un’adesione vera e propria a una rivoluzione di ordine sociale.

Sono tanti i protagonisti dei movimenti esposti in questa sede che, nati in quegli anni, hanno lasciato un segno vigoroso nella storia dell’arte, diventando delle vere e proprie correnti, strutturate e innovative.

L’Arte Povera, nuovo atteggiamento che usa materiali che stanno alla base della catena dei materiali, come il legno, il cotone idrofilo, il piombo, i metalli. Tra gli esponenti di questa corrente c’è Mario Merz, il cui igloo apre la mostra, troneggiando al centro della prima sala, ponendosi come modulo abitativo primitivo nel quale si raccoglie la volontà costruttiva senza pretesa stilistica.

Poverista anche l’opera di Gilberto Zorio, in cui elementi costruttivi funzionali sono usati solo come struttura portante di materia destinata semplicemente a descriversi in quanto tale o lo specchio di Michelangelo Pistoletto, che pone una riflessione sullo spazio: vedersi riflesso implica essere fuori e dentro l’opera.

La Minimal Art americana è presente con opere di Donald Judd, Carl Andre e Dan Flavin, fino ad arrivare a Sol LeWitt: forme geometriche essenziali, accentramenti e decentramenti che connotano lo spazio in maniera plastica, mentre l’Arte Concettuale è rappresentata dalle opere di Kosuth e Giulio Paolini, il cui fine è la smaterializzazione dell’identità. Nel caso del celebre autoritratto di Paolini ad esempio, il potere culturale vive attraverso la memoria dell’immagine: non conta l’opera stessa ma la memoria dell’oggetto.

Sono tre gli esponenti della Land art esposti, poetica artistica che come dice il nome stesso compie la sua azione sul paesaggio: Gordon Matta-Clark, che interviene in situazioni urbane di abbandono, ad esempio su palazzi di periferia; Richard Long, che effettua interventi sul paesaggio nei grandi spazi dei deserti americani o utilizzandone gli elementi costitutivi, come nelle rocce in mostra, o Christo, con i suoi famosi impacchettamenti.

Luigi Ontani, artista indipendente, che fa capo alla Scuola di Piazza del Popolo di Roma, portando avanti un discorso a sé, è in mostra con 52 foto che lo rappresentano in atteggiamenti e pose diverse: è il suo corpo il substrato su cui si depositano le informazioni rivolte allo spettatore. Indagine sul corpo o meglio utilizzo del corpo dell’artista stesso come principale strumento di espressione è anche il perno della poetica della body art, rappresentata dal performer italo americano Vito Acconci.

Sono forse i protagonisti dell’arte Pop gli artisti più politicizzati in mostra, con la loro polemica rivolta alla società consumistica; questo è molto evidente nelle opere di Franco Angeli e Mario Schifano, nelle quali il gesto del braccio o la predominante del colore rosso riportano a un senso dichiaratamente schierato.

La mostra si presenta quindi davvero come una ricca pagina antologica di un decennio complesso e variegato, offrendo al visitatore spunti interessanti per inquadrarne i maggiori protagonisti.

 

 

È solo un inizio. 1968

Fino al 14.01.2018

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Via delle Belle Arti 131, Roma

http://lagallerianazionale.com/

 

 

Imperituro minimalismo. Perché ancora resiste oggigiorno?

Volumi geometrici, forme cubiche, superfici bianche, elementi organizzati in sequenza, ci viene in mente solo una parola: minimalismo. Sappiamo bene che il minimalismo nasce come corrente artistica negli anni Settanta in America, quasi in seguito ad una ribellione, una ribellione che ha segnato il cambiamento più radicale nel mondo dell’arte di quel tempo. Tutto si riduce al minimo impegno, all’impersonalità, all’antiespressività…toccando l’arte in tutte le sue sfaccettature: pittura, scultura e anche architettura.

Ancora oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, quando troviamo un pizzico di minimal all’interno di un appartamento vediamo un fascino non indifferente. E così sono sempre di più gli amanti dell’arredamento minimal, che scartano lo stile classico, country o lo shabby chic, perché? Tutti studiosi di storia dell’arte o conoscenti di quella corrente artistica che tanto andò in voga a partire dagli anni Settanta? Forse si e forse no. Ora il must è arredare in bianco, pochi mobili, solo quelli indispensabili, una tendenza che non comprende solo la zona giorno e quella notte ma anche la cucina e il bagno, con mobili super accessoriati, tecnologici (e se sono funzionali ancora meglio).

Ma ponendoci delle domande, ciò che attira è la volontà di ridurre al minimo l’arredamento, o la volontà di mantener viva l’arte minimal non solo come opera d’arte? Può essere anche solo la bellezza estetica che fa innamorare…quello stile pulito, sobrio, molto lineare e grafico al quale non bisogna aggiungere altro, perché il minimal non prevede l’utilizzo di soprammobili e altri elementi decorativi. D’altronde in un salotto ciò che conta è avere un divano o una poltrona, come nel living room non serve altro se non un tavolo e una libreria, una o due mensole al massimo. Si può parlare di un imperituro minimalismo che vive anche nel quotidiano?