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Riflettere sulla vita attraverso l’arte di Marc Quinn

Marc Quinn, artista britannico nato nel 1964, è un membro del gruppo Young British Artists, che si occupa d’arte attraverso un’indagine rivolta al significato di essere un essere umano che vive nel mondo. Rapporto tra uomo e natura, bellezza e identità sono gli aspetti che Quinn celebra nel proprio operato artistico, ma non vengono trascurati, come nel caso degli altri artisti operanti nel gruppo Young British Artists, si pensi ad esempio a Damien Hirst, i dualismi che accompagnano l’uomo nel corso della propria esistenza, come vita e morte, spirituale e fisico, oltre alla preoccupazione che interessa la mutabilità del corpo.

Chiunque osservi un’immagine attuale del proprio corpo confrontandola con un’immagine, per esempio una fotografia, risalente a qualche anno prima, sicuramente sarà colpito dai cambiamenti che lo hanno alterato. La mutabilità del corpo è un processo naturale, lo stesso Marc Quinn si è occupato in prima persona di questo aspetto, non attraverso la comune moda dei selfie ma realizzando ogni cinque anni delle sculture ritraenti il proprio viso, un vero e proprio autoritratto testimone del processo di invecchiamento.

Self, progetto iniziato nel 1991, è una delle opere più celebri dell’artista britannico, è un esplicito richiamo al concetto di identità, chi si trova di fronte a quest’opera avrà l’impressione di trovarsi di fronte a un’autentica testa umana e non a un esemplare in silicone, una convinzione che è rafforzata dal fatto che l’artista utilizza del sangue ghiacciato per ricoprire la scultura, il quale gli viene prelevato gradualmente settimana per settimana. Self non solo fa notare a colui che la ammira il cambiamento estetico dell’essere umano subito nel corso degli anni, Self fa riflettere l’uomo sul trascorrere della vita, ecco che compare il dualismo vita e morte, un tema che conferisce all’uomo la consapevolezza della fragilità dell’esistenza.

Il dualismo vita e morte non viene limitato solamente all’opera appena trattata, Garden, installazione del 2000, viene presentato dall’artista come un giardino magico ghiacciato, in cui gli esemplari floreali possono vivere per un lungo periodo. C’è una contraddizione in quest’opera? Ovviamente si. Mostrare degli elementi floreali ghiacciati significa presentare al pubblico un essere vivente vegetale che ha subito l’interruzione del processo di vita, viene creata dall’artista l’illusione che l’esemplare vegetale sia vivo ma in realtà non lo è, ad essere in vita è l’idea che resta di quei fiori, viene preservata l’immagine del loro aspetto ancora in attività, creando in tal modo la visione di un giardino botanico perfetto ed eterno.

Vivere e morire, presente e futuro sono le parole chiave di Continuous Present, opera d’arte realizzata da Marc Quinn nel 2000, una macchina del tempo che consente al fruitore di osservare non solo il teschio inserito dallo stesso artista ma anche la propria immagine. Di fronte a tale opera l’uomo non può non interrogarsi sul proprio destino, se è così che anch’esso diventerà.

Se l’essere umano cerca di ignorare qualsiasi riflessione inerente a questi dualismi perché ancora nel XXI secolo ne è terrorizzato, con l’arte di Marc Quinn si troverà invece a dover fare i conti con le proprie fobie, far riflettere è uno dei fini dell’arte contemporanea e Quinn è riuscito perfettamente in questo intento.

 

Damien Hirst. Tassidermia della paura

Se la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia, quella relativa all’esistenza di qualsiasi essere vivente, il maggior sostenitore di questa tesi non può che essere l’artista britannico Damien Hirst. Le sue opere sono nella maggior parte dei casi dei memento mori ironici e provocatori, che esorcizzano la paura della morte tramite la sua stessa celebrazione.

L’opera icona The physical impossibility of death in the mind of someone living trasforma in oggetto d’arte un gigantesco squalo tigre posto sotto formaldeide all’interno di una scatola di vetro. L’attacco potenzialmente mortale del morso della creatura degli abissi rimane congelato in modo imperituro, offrendosi come totem della morte sempre in agguato, privata però di un reale pericolo; il titolo gioca proprio sull’incapacità dell’uomo di far suo il concetto di fine, che resta una visione lontana, da contemplare con distacco, privandola in tal modo di reale esistenza.

Se quest’opera fornisce una reazione passiva alla paura della fine, Hirst propone anche una difesa attiva. Nella famosa serie dei medicine cabinets, ad esempio, l’ossessione del preservarsi in buona salute e il tentativo di trovare un elisir di lunga vita, ad ogni costo, viene ben rappresentata dall’esposizione quasi estetica di file e file di medicinali, flaconi, compresse, simbolo di un progresso scientifico che dona conforto, ma che si interpone spesso al naturale rituale di passaggio dall’esistenza al suo termine.

La dialettica vita/morte ricorre continuamente nei suoi lavori; anche un angelo, creatura immune dalla corruzione alla quale tutti noi siamo destinati, viene rappresentato in sezione, come un busto utilizzato dagli studenti di anatomia di una facoltà di medicina, mostrando oltre alle ali e agli attributi di grazia celeste un interiorità fatta di viscere e ossa: la morte si nasconde ovunque, anche in ciò che apparentemente la sublima. I rosoni che Hirst crea utilizzando centinaia di farfalle, che diventano elementi decorativo/costruttivi, sono una celebrazione della vita e della sua bellezza, esemplificata dall’animale simbolo di caducità per eccellenza: un battito di ali e già siamo altrove, trasformati in ricordo cristallizzato dalla luce, quella di un altro mondo, forse.

Se devo convivere con lo spettro della fine, tanto vale renderlo allettante, abbellirlo, ornarlo con gemme dal valore immenso: è il caso del celebre For the love of God, un teschio umano provvisto dei denti originali ricoperto da 8.601 diamanti. Celebrare la morte ricavandone un tornaconto economico: Hirst riesce ad unire all’operato artistico un talento da vero business man. D’altronde, nell’attesa della fine, provare a vivere al meglio e magari anche e a guadagnarci non è una cattiva idea.

 

Damien Steven Hirst: la rappresentazione della morte

La morte, uno dei più grandi misteri da cui l’uomo tenta invano di fuggire, è il tema cardine della poetica artistica del britannico Damien Steven Hirst, capofila del gruppo YBAs (Young British Artists), genio indiscusso dell’arte contemporanea. Stupire, creare lo shock nel pubblico che ammira le sue opere, questo è lo scopo di Hirst, lo stesso stupore che colpì l’artista all’età di 16 anni quando visitò l’obitorio di Leeds in compagnia di un amico, stupore che portò l’artista ad essere affascinato dai cadaveri che trovò davanti ai suoi occhi.

E’ The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living (1991) il Manifesto della sua arte poetica, uno squalo tigre di oltre 4 metri immerso in una vetrina colma di formaldeide, una bestia che continua a incutere timore in chi la osserva così come la morte incute paura e terrore, è l’immagine, l’emblema della morte presente nella vita di ciascun individuo.

Nelle opere di Damien Steven Hirst la morte diventa uno spettacolo, crea indignazione e spavento, suscita scalpore ma allo stesso tempo invita il pubblico a riflettere sulla caducità della vita. Come fa l’artista a rendere spettacolare un evento che invece è considerato tragico dall’essere umano? Si ammiri For The Love Of God (2007), un teschio umano ricoperto da 8.601 diamanti purissimi e da un diamante rosa posizionato sulla fronte, è quasi impossibile non essere travolti dalla bellezza suscitata dall’opera d’arte contemporanea più costosa del mondo.

La necessità di offrire al pubblico un’immagine che sia capace di rappresentare il dramma dell’esistenza e della sua fine inevitabile ha spinto Hirst a plasmare opere quali A Thousand Years (1989) e Party Time (1995), la prima caratterizzata da una teca in vetro suddivisa in due ambienti comunicanti con a destra un cubo che nasconde delle larve di mosche e a sinistra una testa di mucca che offre il proprio sangue a delle mosche appena nate, destinate a vivere brevemente a causa della presenza di una lampada anti-zanzare  la seconda invece si riferisce al vizio del fumo, considerato come un “suicidio teorico” dall’artista britannico in quanto la morte non viene auto inflitta deliberatamente, ma la gente che è posseduta da questo vizio mortale sa che verrà uccisa e nonostante ciò continua a rendersi partecipe di questa distruzione.

Santi che si infliggono da soli il martirio, farfalle uccise dai visitatori delle mostre, sono diverse le opere nelle quali questo artista contemporaneo tratta il tema della morte. Con l’arte di Hirst lo spettatore è obbligato a osservare un’immagine che rappresenta in maniera convincente ciò che normalmente non vuole soffermarsi a guardare, il pubblico è così costretto a fare i conti con la realtà, con la caducità della vita.