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Senza titolo (la pittura come modello)

Senza titolo (la pittura come modello) si propone come una riflessione sull’astrazione e i suoi margini in pittura, scultura, fotografia e cinema d’artista.

La mostra che pone il suo baricentro nelle sperimentazioni degli anni settanta prevede alcuni strategici arretramenti che conducono sino alla riproposizione di alcune opere seminali delle avanguardie storiche (Hans Richter, Vicking Eggelink, Walter Ruttmann, Luigi Veronesi) e alcuni sconfinamenti che conducono sino alla ricerca contemporanea con riprese tematiche che vedono coinvolti alcuni artisti delle ultime generazioni operanti in Toscana. Un’indagine dunque che unirà lavori storici alle ricerche attuali in un racconto sincronico messo in atto attraverso le opere conservate nella collezione di Museo Casa Masaccio Centro per l’arte contemporanea e ai prestiti concessi della Galleria Nazionale d’ Arte Moderna e Contemporanea di Roma, della Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana – Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci e del Museo Fattori – Fondo ex museo progressivo di Arte Contemporanea di Livorno e dal Goethe-Institut Roma.

Rassegna realizzata nell’ambito del progetto di iniziativa regionale Toscanaincontemporanea2016.

casamasaccio.us

12 novembre – 31 dicembre 2016
Casa Masaccio | Corso Italia, 105 | San Giovanni Valdarno
Palazzo Panciatichi – MK Search Art | Corso Italia, 14 | San Giovanni Valdarno

FUTUR BALLA

Grandi prestiti internazionali, molte opere mai prima viste in Italia, per raccontare Giacomo Balla. Dall’apprendistato torinese al realismo sociale, alla sperimentazione della tecnica divisionista al grande momento futurista.
La Fondazione Ferrero di Alba si prepara a rendere omaggio a Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), figura straordinaria di pittore e fondamentale raccordo tra l’arte italiana e le avanguardie storiche, con una mostra di risonanza internazionale, a cura di Ester Coen.
In linea con la storia ventennale delle proprie esposizioni d’arte, legate allo sviluppo della cultura del territorio, la Fondazione Ferrero si avvale della collaborazione scientifica della GAM di Torino e della Soprintendenza Belle Arti del Piemonte per la realizzazione della mostra e delle attività educative ad essa collegate. Il progetto dedicato a Giacomo Balla prevede un’esposizione articolata in sezioni tematiche: il realismo sociale e la tecnica divisionista; le compenetrazioni iridescenti e gli studi sulla percezione della luce; l’analisi del movimento e il futurismo.
Nelle opere che seguono il primo apprendistato torinese, lo sguardo penetra la realtà dolorosa e crudele delle classi ai bordi della società. Un ampio numero di opere documenterà questa fase – tra fine ottocento e primi novecento – durante la quale, in parallelo a temi tra sofferenza e alienazione, l’artista svilupperà un’altissima sensibilità tecnica, le cui origini affondano nel divisionismo piemontese. La pennellata ricca di filamenti luminosi, il forte contrasto tra chiari e scuri, la scelta di tagli prospettici audaci ed estremi rappresenterà per i futuri aderenti al Manifesto del Futurismo un modello unico e straordinario da seguire.
La mostra di Alba evidenzierà poi l’adesione alla poetica del Futurismo. Dal realismo dei primi dipinti si assisterà alla trasposizione dei precedenti principi compositivi nella materia dinamica e astratta delle Compenetrazioni iridescenti a larghi tasselli cromatici, alla ricomposizione della nuova realtà in movimento nelle Linee di velocità.
In un progressivo avvicinamento ai segni matematici puri: verticale, diagonale, spirale, il linguaggio di Balla scopre nuove categorie della rappresentazione nei suoi parametri primari, nell’amplificazione del fenomeno fisico, isolato, sezionato e inquadrato in tutta la sua verità di materia vibratile. Una visione capace di attingere alle massime profondità, ma di sfondare anche i limiti della cornice, in un gioco di rilancio verso la vita.
Le opere del percorso appartengono a prestigiose collezioni pubbliche e private, italiane ed estere e sarà possibile ammirare capolavori straordinari, difficilmente concessi in prestito: il Polittico dei viventi, nella sua completezza, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e dall’Accademia di San Luca di Roma, La mano del violinista dalla Estorick Collection di Londra, la Bambina che corre sul balcone dal Museo del Novecento di Milano, il Dinamismo di un cane al guinzaglio dalla Albright-Knox Art Gallery di Buffalo, il Volo di rondini del Museum of Modern Art di New York, la Velocità astratta + rumore in prestito dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, che sarà accostata alla Velocità astratta. L’auto è passata della Tate Modern di Londra, e ancora un’Automobile in corsa proveniente da The Israel Museum of Gerusalemme. Solo per accennarne alcuni.
Giacomo Balla, Fonte beniculturali.it
Data Inizio: 29 ottobre 2016
Data Fine: 27 febbraio 2017
Prenotazione:Nessuna
Luogo: Alba, Fondazione Piera Pietro e Giovanni Ferrero
Città: Alba
Provincia: CN
Regione: Piemonte
Orario: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 15 – 19; sabato, domenica e festivi ore 10 – 19 martedì chiusogiorni di chiusura: 24, 25, 31 dicembre 2016, 1° gennaio 2017
Telefono: 0173 295094
E-mail: ufficiostampa@fondazioneferrero.it
Sito web

José Molina. Uomini e altri demoni

La Galleria Deodato Arte di Milano presenta dal 19 ottobre al 26 novembre una personale dell’artista spagnolo José Molina dal titolo “Uomini e altri demoni”. Ricca di circa quaranta opere, fra dipinti, disegni e sculture, si compone di un nucleo importante di opere recenti e inedite, esposte accanto a lavori storici.

Curata da Chiara Gatti, la mostra mira a raccontare il mondo sommerso della ricerca di Molina, il suo interesse, in bilico fra psicanalisi e antropologia, per i moti dell’animo umano, le pulsioni più intime che distinguono l’inconscio collettivo e nutrono quella genealogia di archetipi primari radicati nella esperienza dell’uomo, sin dalle origini. In un viaggio dentro le anse della nostra mente, Molina scava – forte di una certa lezione junghiana – a caccia di istinti primordiali che traduce in immagini totemiche e primigenie, selvatiche e archeologiche, in una commistione di passato e presente, improvvisamente incontrati sul limite del tempo. Anime e volti si mescolano in un flusso di memoria. L’uomo e i suoi progenitori. La vita, la morte, il cerchio dell’esistenza. La realtà, i sogni, gli incubi. La pittura di Molina è un grande specchio teso a svelare ciò che siamo nel profondo, quello che mostriamo agli altri e quello che invece nascondiamo. È una pittura colta che, nei ritratti, si dimostra erede della scuola fisiognomica rinascimentale; nei soggetti, tradisce altresì una matrice fortemente letteraria: attinge infatti dai miti e dalle leggende della letteratura mondiale, e intesse storie popolate di dei, eroi e demoni spesso attualizzati sullo sfondo di un panorama contemporaneo.

L’uomo di oggi e le sue relazioni con gli altri, con l’ambiente che lo circonda, è il protagonista di una monumentale saga del potere nelle opere già note, più volte esposte in occasione di mostre pubbliche e private, della collezione “Predatores”; qui il demone sociale si manifesta nella propensione atavica di dominare i deboli, in quella ruota del potere dove chi lo subisce si alterna a chi lo esercita. Un atto di forza sgorga da impulsi basici, dalla volontà di conferma, di accettazione e di gratifica. Nella collezione “Los Olvidados” affiora in superficie, su carte tratteggiate con matite nere e grasse, un corteo di creature ferite dalle leggi della selezione, relegate ai margini della storia per una fragilità congenita. Poetica è la riflessione che alimenta la collezione “Anima Donna”, dove spicca Lucy, la prima Eva, un omaggio alla donna vissuta sulla terra tre milioni di anni fa, un tuffo – permeato di fonti di ispirazione tribali – nel nostro trascorso ancestrale, in cui la testimonianza sposa l’utopia. Nella collezione “The monsters under my bed” l’attualità torna al centro del discorso: lo sguardo acuto, critico, militante verso episodi di violenza (Ti mangio! Te como!) e sopraffazione (Desaparecidos), verso personaggi dal potere molesto (I signori della guerra – Los señores de la guerra), verso vizi e corruzione, ricorda in sottotraccia – anche nel segno affilatissimo della matita – le condanne di Goya, i cicli leggendari de I Disastri della guerra o I Capricci.

La formazione sui grandi classici della sua cultura d’origine, dalla scuola di Madrid (da El Greco a Solana) fino al surrealismo spagnolo, si intravede oggi, ancor di più, negli esemplari della nuova serie “Peccati e virtù”. Si tratta di dipinti di medie e grandi dimensioni, oli su tela e disegni a matita grassa, studiati come allegorie di perversioni capitali che scuotono le coscienze. La pittura, fatta di modulazioni di colore impercettibile, tratti minuti in punta di pennello su superfici ampie, indaga in modo infinitesimale corpi sospesi in bilico fra bene e male, la loro indole segreta, messa a nudo da un linguaggio espressivo visionario e insieme introspettivo.
Sarà esposto per la prima volta, in occasione di questa importante personale milanese, anche il nucleo inedito di quattro sculture legate a temi analoghi del ciclo “Predatores”, con un gusto per il reperto paleontologico, il fossile, la vita calcificata nella roccia e nella materia.

Nato a Madrid nel 1965, José Molina vive e lavora in Italia, a Gravedona, sul lago di Como. Giovanissimo, all’età di unici anni, comincia il suo percorso artistico, frequentando varie scuole d’arte. A diciotto anni si impiega nel settore pubblicitario mentre conclude gli studi all’Università delle Belle Arti di Madrid, coltivando, in parallelo con la passione per l’arte, la ricerca nei campi della psicomotricità, della psicologia transazionale, della filosofia e della storia antica. Si dedica all’illustrazione per il mondo della televisione e dei cartoni animati, operando come consulente nella comunicazione di grandi aziende multinazionali. A trentacinque anni, decide di tornare alle radici e di dedicarsi totalmente alla pittura. Le sue opere sono il frutto di una ricerca sull’uomo, che affronta con grande sensibilità, mettendo in luce gli aspetti più bui della nostra natura. Una abilità tecnica applicata ai linguaggi della pittura e del disegno si unisce a una profonda conoscenza dei diversi materiali, riscontrabile nella cura e nell’attenzione ai dettagli che contraddistinguono le sue opere.

Fonte arte.it

Fino al 26 Novembre 2016

Milano

Luogo: Galleria Deodato Arte

Curatori: Chiara Gatti

Telefono per informazioni: +39 02 80886294

E-Mail info: galleria@deodato-arte.it

Sito ufficiale: http://www.deodato.com/

Mimmo Paladino a Milano

La Galleria Stein, nei suoi due spazi di Milano e Pero ospita un’ampia retrospettiva di Mimmo Paladino. Un unico evento, declinato in due sedi, che racconta, attraverso più di venti dipinti e sculture insieme ad alcune celebri installazioni, la genesi e i passaggi più significativi della vicenda creativa di uno tra i più importanti artisti italiani contemporanei.

Il percorso espositivo, ordinato in sette sezioni tematiche, prende avvio da Milano, dove sono raccolti i lavori iniziatici di un giovane Paladino che negli anni settanta si rivolge alla pittura per definire la propria identità.
Quindi, a Pero, nella più grande delle sei sale, viene ricostruita, per la prima volta dopo 28 anni, la grande installazione presentata alla Biennale di Venezia del 1988. È l’opera che diventa il fulcro attorno al quale ruota l’avventura di un artista ormai maturo e consapevole di sé. È proprio in questa occasione che Paladino dimostra di aver saputo rielaborare ed estendere, oltrepassando la superficie delle pareti, il suo lavoro con il segno, il colore e i materiali più vari.
La rassegna ripercorre alcune delle tematiche tipiche della cifra espressiva dell’artista campano, dalle geometrie che analizzano lo spazio e lo ridisegnano, alla scultura che è riflessione sugli elementi archetipici di forma e volume, fino alla sala dei grandi quadri dai colori primari, gialli, rossi, bianchi e neri.

Mimmo Paladino - Senza Titolo 2006, arte.it

La sala dell’oro, uno degli elementi fondanti del linguaggio di Paladino, tra la luce gialla e i timbri del nero e del bianco che ne punteggiano la superficie, fa da controcanto luminoso alla grande opera dei legni bruciati tra arti spezzati e figure nere consumate dal fuoco.

L’opera di Paladino si manifesta in tutta la sua complessità, svelando la formazione concettuale e analitica, dato imprescindibile di un lavoro pittorico mai casuale, che spazia fra le istanze della tradizione e quelle dell’avanguardia e attinge da culture arcaiche ed extraeuropee.

Le immagini salienti della carriera di Paladino rivelano come molte sue opere, già dai primi quadri attraversati da rami e legni oppure affiancati da elementi tridimensionali, si presentino come vere e proprie installazioni.
Tutto ciò rivela quanto i suoi soggetti non siano mai semplicemente figurativi. Le immagini, infatti, spesso scaturiscono dalla stratificazione di segni e materie, che creano grovigli e frammenti, dichiarando, nascondendo, o solo alludendo, un significato.

Nei suoi lavori si legge l’affiorare di una cultura arcaica e mediterranea, al punto che il linguaggio dell’arte e la pratica d’artista con Paladino sembrano essere qualcosa di magico o di sciamanico, il luogo di un rito o di una tragedia. Le sue opere, pur essendo figurative e simboliche, evocano significati e contenuti senza mai svelarne l’origine, ma solo esprimendone l’ombra, la maschera o la traccia archetipica.

Nessun “Dubbio”: una mostra inconsistente. Carsten Holler

La mostra di Carsten Holler a Milano allestisce all’interno dell’ampio e austero spazio del  Pirelli Hangar Bicocca una sorta di tetro Luna Park per adulti, una scenografia perfetta per una serie tv a sfondo horror, dove alla fine nulla accade.

Il titolo della mostra – “Doubt” – suggerisce l’interpretazione chiave per questo percorso di opere di grande formato. E’ un lavoro sensoriale ed esperienziale quello di Holler che ha l’intenzione di far dubitare delle proprie percezioni fisiche e spaziali. Strumenti di questo inganno dei sensi sono il buio, gli specchi, la luce a neon e due giostre da festa di paese. Un Luna Park per l’appunto, al chiuso di una ex fabbrica senza stelle in cielo e senza zucchero filato.

I dubbi che Holler vuole instillare in chi si confronta con i suoi lavori sono puramente materiali, non c’è nessun tipo di rimando a qualcosa che non siano le opere stesse, nessuno spunto di riflessione più ampio. Ciò che attende il visitatore sono ingombranti e poco originali giochini che intrattengono per poi essere facilmente dimenticati.

L’ingresso alla mostra è attraverso l’opera “Y” una passerella con una biforcazione circondata da luci intermittenti che obbliga a una veloce scelta di direzione – destra o sinistra – che si rivelerà poi del tutto ininfluente sull’esperienza della mostra. Decisione questa discutibile che invece di sottolineare l’importanza di quest’opera, come dichiarato dall’autore, la indebolisce e  mette si un dubbio, ma sulla qualità dell’intera mostra fin dai primi passi.

Dubbio che permane e si acuisce considerando la divisione in due parti simmetriche e uguali dell’esposizione che secondo le intenzioni dovrebbe nascondere allo sguardo metà delle opere per poi poterle ricomporre solo mentalmente una volta che si torna indietro dall’altro lato verso l’ingresso/uscita. In realtà questa divisione non è affatto netta e il visitatore passa da una parte all’altra con estrema naturalezza senza che neanche balzi alla mente di essere costretti a una vista parziale sulle opere. Addirittura per far “danzare” in aria delle riproduzioni giganti di fumettistici funghi allucinogeni bisogna proprio afferrare il meccanismo e girarci ampiamente intorno.

Passando tra porte girevoli a specchio e lampade fluorescenti si arriva a due giostre che sembrano ferme, invece girano molto molto lentamente. Un altro esempio piuttosto superficiale di inganno dei sensi che non produce nè sorpresa nè divertimento, tantomeno riflessione.

Una volta usciti dal percorso espositivo il dubbio sulla validità della proposta artistica di Holler è chiarito. E’ uno di quei casi in cui le dimensioni e lo scintillio luminoso delle opere suppliscono all’inesistenza del messaggio lasciando un senso di delusione e insoddisfazione causato dalla vacua fama dell’autore e dalla  mancanza di compiutezza di un progetto dalle intenzioni presuntuose.

Gli anni della pittura analitica

La pittura viene periodicamente data per morta. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, in particolare, l’Arte Concettuale sembrò averne per sempre decretato l’inutilità. Eppure, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, in Europa ma soprattutto in Italia, molti artisti non abbandonarono il campo e tentarono, ancora una volta, di rifondare la disciplina pittorica ripartendo da una sorta di «grado zero»: individuare alcuni elementi caratteristici di questo linguaggio e sondarne tutte le possibilità. Era nata la Pittura Analitica.

Temi come il colore, il supporto, il materiale, il processo di lavoro, lo spazio pittorico, furono affrontati da un variegato ma interessantissimo gruppo di artisti. Negli anni Settanta, infatti, colore, telaio e tela tornarono ad essere quello che erano sempre stati, cioè strumenti indispensabili della forma espressiva pittorica. Preceduto negli Stati Uniti da ricerche affini ma dai differenti presupposti, questo comune sentire ebbe in Europa il suo terreno di sviluppo. L’Italia fu epicentro di questa rinascita, che affrontò tutti i fondamenti del «fare pittura».
I “pittori analitici” furono per alcuni anni al centro dell’attenzione di critica, pubblico e mercato. Poi, tra la fine del decennio e l’inizio degli Anni Ottanta la Spontane Malerei in Germania e la Transavanguardia in Italia riportarono la figurazione a un ambiente artistico internazionale di nuovo pronto a leggere e apprezzare la pittura.

La mostra di Verona, promossa dalla Fondazione Zappettini per l’arte contemporanea, in collaborazione con FerrarinArte, ambisce a essere un’esposizione definitiva, che segni un punto fermo nella riscoperta storica e critica della Pittura Analitica. Le opere esposte, appartenenti agli anni Settanta, proporranno al visitatore uno sguardo sì approfondito sul lavoro di ciascun artista, ma soprattutto una visione d’insieme che renda palese la vicinanza delle ricerche degli artisti stessi. Il pubblico potrà comprendere perché all’epoca più di un critico in Italia e all’estero videro questi artisti come una “situazione” o un “movimento”.

link: Palazzo della Gran Guardia

Fino al 25 Giugno 2016
da Martedì a Domenica 10:30-19:00
ingresso libero

piazza Bra 1, Verona

Felix Gonzalez Torres a Milano

Questo progetto espositivo ha luogo nei mesi di maggio, giugno e luglio del 2016 presso gli spazi della Andrea Rosen Gallery a New York, di Massimo De Carlo, Milano e Hauser & Wirth, Londra.
L’opera di Gonzalez Torres torna per la prima volta a Milano dalla sua ultima mostra – presso la Galleria Massimo De Carlo – del 1991, ed è anche un ritorno a Londra dopo la retrospettiva dedicata dall’artista alla Serpentine Gallery del 2000. Negli ultimi dieci anni la Andrea Rosen Gallery si è dedicata a una serie di doppie personali che hanno messo a confronto l’opera di Gonzalez Torres con artisti del calibro di Joseph Kosuth, Agnes Martin, On Kawara e Roni Horn: ma questa occasione è la prima personale organizzata nella galleria newyorkese dal 2000.

Ogni sede della mostra si concentra su una componente essenziale della pratica artistica di Gonzalez Torres, e si focalizza sul dialogo presente all’interno dell’opera dell’artista. L’esperienza visiva e concettuale di ognuna delle tre parti della mostra si propone di essere allo stesso tempo autonoma e parte di un insieme. Le due curatrici hanno selezionato le installazioni e le opere presenti in ciascuna sede così che ogni parte della mostra, e dunque ogni sede, possa offrire l’opportunità di concettualizzare in maniera più ampia e più complessa la pratica dell’artista per evitare di presentare, e dunque di preservare, una sola interpretazione univoca del lavoro dell’artista. La profondità con cui le curatrici hanno messo in atto le loro scelte specifiche incoraggia lo spettatore a immaginare nuove possibili mostre e installazioni che soltanto l’opera di Gonzalez Torres, con la sua molteplicità e duttilità, può consentire.

“Il fallimento dell’arte concettuale è in realtà il suo successo. Perchè noi, nella prossima generazione, abbiamo preso quelle strategie e non ci siamo più preoccupati se un oggetto sembrasse arte o meno, quello era affar loro… Credo fermamente nel guardarsi indietro, tornare a scuola e leggere libri. Si impara da queste persone. E poi, fiduciosamente, provi a farcela, non meglio (perchè non puoi farlo meglio), ma provi a farlo in un modo che abbia senso. Come nel Don Quixote di Pierre Menard di Borges; è esattamente la stessa cosa ma è meglio perché è adesso, è stato scritto con una storia di adesso…”
Felix Gonzalez-Torres, intervista con Robert Storr, ArtPress, 1995

link: Massimo De Carlo

Fino al 20 Luglio

dal Martedì al Sabato: 11.30 – 19.00
ingresso libero

via Giovanni Ventura 5, Milano

Urs Lüthi e Arnold Mario Dall’O a Bolzano

Per la prima volta insieme possiamo vedere Urs Lüthi ed Arnold Mario Dall’O in un progetto site-specific da loro curato. Urs Lüthi, artista svizzero riconosciuto a livello internazionale, esporrà tre opere scultoree, tra cui l’autoritratto del ciclo “Small Monuments” e due autoritratti in vetro della serie “Ex Voto”. Arnold Mario Dall’O presenterà invece tre opere pittoriche inedite realizzate su supporto in alluminio.

Nel gioco degli specchi tra arte e vita, Urs Lüthi ha iniziato tra gli anni sessanta e settanta a cercare un modo personale di farsi lui stesso rappresentazione degli altri, amplificando il proprio ego con grande autoironia. Usando la fotografia come strumento di creazione dell’immagine, ha interpretato ruoli diversi, personaggi strani, buffi, ha inscenato drammi, cambiato sesso, spostandosi lungo l’asse temporale più volte. L’artista rinuncia alla rappresentazione del mondo esterno come dato oggettivo, elaborando una strategia di rispecchiamento in cui comunque la propria immagine diventa il luogo in cui il mondo si riflette e appare. Urs Lüthi ha cambiato non solo l’uso della fotografia, ma ha rivoluzionato il concetto di arte e di rappresentazione nelle arti visive. Il passaggio realizzato da Urs Lüthi risiede proprio nella dicotomia tra l’ironia e la tragedia: l’esistenza è troppo breve per prenderla sul serio. Raccontarsi con umorismo e sano realismo evitando ogni dramma, è una delle cifre del lavoro dell’artista svizzero. L’uso della scultura diventa progressivamente il linguaggio che prende il posto della fotografia. I suoi autoritratti scultorei non sono ossessivi e ripetitivi, sono tragici e buffi nello stesso tempo. Sanno esprimersi attraverso la fragilità del vetro, ma possiedono anche la trasparenza dell’intelligenza. Invecchiare e morire sono cose normali, sempre meglio una vita da artista che arrendersi alla banalità del reale.

La morte è certamente anche un elemento che caratterizza l’opera di Arnold Dall’O. Da anni lavora nel trasformare le immagini della banalità e della quotidianità in qualcosa di altro e di diverso. In primo luogo attribuisce un tempo alla ripresa delle immagini recuperate dalla rete perché la pittura è lenta, le fotografie digitali rinascono con i tempi lunghi di un dipinto per pennellate puntiformi, ricostruendo retinicamente l’unità. Dall’altro compie un’operazione di blow up che fa guardare la realtà attraverso la nuvola o cloud o nuages della pittura. Dall’O lavora sulla figurazione non dando contorni definiti, avvolgendo le immagini in una “nuvola probabilistica”, per usare un termine scientifico. La stessa idea di Arnold Dall’O di mettere insieme categorie di forme differenti dai pattern decorativi alle immagini della morgue, dai simboli di animali ai paesaggi astrali, dice che conta solo la selezione che l’artista opera. La nuvola nasconde, rende i contorni sfumati, ma salva informazioni, tracce di una contemporaneità che scivola fuori dagli schermi e trova nella Repubblica dell’arte una sua definitiva dimora. Si tratta forse ancora di lavorare sullo specchio, sulla specularità come riflessione, letterale e metaforica sul mondo, ma mentre in Lüthi è il corpo e il volto dell’artista a ricoprirne ruolo e funzione, per Dall’O è lo schermo che si fa specchio di una realtà che pone tutto in primo piano e che costituisce il punto di vista plurimo sull’infinita serie di eventi visivi.

Fino al 2 Luglio 2016

link: Alessandro Casciaro Art Gallery

Lunedì – Venerdì: 10.00–12.30 – 15.00–19.00
Sabato: 10.00–12.30

Via Cappuccini 26/a, Bolzano

Canevari. Casamadre Napoli

Nelle opere più recenti Paolo Canevari rinuncia alle possibilità metamorfiche del linguaggio, forse per nascondere o cancellare l’idea stessa dell’arte come espressione. Con la serie di Monumenti alla memoria (dal 2011), una teoria di quadri neri ricavati da un campionario di geometrie che hanno a che fare con l’arte e l’architettura, la necessità di una separazione radicale del manufatto artistico dal contesto vissuto è in effetti un dato acquisito. Deposti gli strumenti e i materiali come le camere d’aria, i pneumatici, le tecniche vecchie e nuove, disegno e video, sembra che Canevari voglia forzarci a definire diverse regole di pensiero nei confronti dell’arte, elaborando per conto proprio una fisiognomica della cosa artistica da sottoporre a nuove, innumerevoli prove. Questo è il suo modo perverso di azzerare i suggerimenti e le modalità tecniche della rappresentazione: che siano gli spettatori a determinare il senso, se ne hanno davvero intenzione e bisogno. In fondo l’arte non è che la sua enunciazione formale, una calligrafia in cui ritrovare il piacere sensuale della sottomissione a un ordine precostituito, autoproducentesi all’infinito. Cancellando dal lavoro ogni riferimento mondano, Canevari cerca e incontra l’essenza di un’iconografia tradizionale, benché ogni possibile figurazione anneghi nelle superfici delle tele nere dei Monumenti, vuoto simulacro metafisico di ogni afflato soggettivo e intimista. Nei nuovi lavori napoletani avviene però un’alterazione, uno sviamento; dalle sagome maestose o minute che siano vediamo ora staccarsi superfici che fremono e s’increspano sotto la mano dell’artista. Queste superfici che emergono dal fondo in un rimando scultoreo sono in polietilene, la nera materia plastica che avvolge le balle dell’immondizia come un gigantesco sudario. Ciò che affiora è la premeditazione concettuale di un’etica in forma di ipotesi artistica: come non avvertire anche le flatulenze ribollenti della politica delle ecoballe campane e il dolore e l’impazienza di una intera comunità in balia di architetture effimere e mortifere? Nella cornice monumentale dell’arte tutte le forme di vita tornano ad agitarsi in un teatro barocco di pieghe su pieghe, linee su linee, archi su archi. Ed è solo un gioco di luci e di ombre quello che estrae molteplici immagini da un magma di percezioni indefinite, prese dalla storia dell’arte, ma non per questo meno reali dei pregiudizi fabbricati sotto i riflettori altrettanto luminosi dei media. Enfatizzando l’iconografia tradizionale di segni votati alla più radicale inespressività, in un linguaggio di pura astrazione, l’opera napoletana di Canevari con un gesto poetico si riaffaccia sul mondo vissuto, che non è paesaggio famigliare e sfondo nature ma fondo oscuro, nera luccicanza di tutta la storia, di tutta l’arte, patrimonio di una moltitudine, fardello di ciascuno.

Fino al 15 Maggio 2016

CASAMADRE Napoli

Piazza dei Martiri 58, Napoli

Francesco Vezzoli. Museion Bolzano

Francesco Vezzoli, tra gli artisti italiani più affermati a livello internazionale, cura, in veste di guest curator, una mostra sulla collezione del museo e presenta, come artista, la prima retrospettiva della sua produzione scultoria. A Museo Museion -questo il titolo del progetto – saranno dedicati tutti gli spazi della casa. La doppia mostra si apre con uno scenografico wall paper da un dipinto dell’artista Giovanni Paolo Pannini, che immerge il pianoterra di Museion nelle atmosfere di una galleria di quadri settecentesca. Che si tratti dei ricami sui capolavori astratti o delle più recenti sculture antiche policrome del “Teatro Romano” (MoMAPS1, New York 2015), Vezzoli ha sempre intessuto un dialogo forte e irriverente con la storia – dell’antichità, del cinema, delle immagini, del potere.
Con un sapiente impiego di espedienti retorici come l’antitesi e l’iperbole, attraverso slittamenti semantici e temporali, nelle sue opere l’”anarchico” Vezzoli scardina sistemi di valori inveterati. Questo approccio si riflette anche nelle mostre per il museo di Bolzano. In un cortocircuito storico-artistico, l’artista rilegge una parte della collezione Museion mettendola in dialogo con i capolavori della storia dell’arte occidentale, conservati in musei europei e americani. Le cornici di celebri quadri di Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Ingres e molti altri, saranno dipinte a trompe – l’œil intorno alle opere della collezione Museion.
Nella selezione Vezzoli ha posto una particolare attenzione a lavori minori e poco esposti delle raccolte museali. La mostra, che presenta trenta opere tra dipinti, fotografie e installazioni, è scandita in un percorso tematico attraverso i generi classici – ritratto, autoritratto, natura morta, paesaggio, etc. In ogni sezione sono presenti anche opere dello stesso Vezzoli; gli spazi della Collezione studio ospitano una speciale sezione dedicata alla grafica. Il gioco di associazioni e decostruzioni tra epoche e linguaggi diversi si riflette anche nella mostra delle sculture.
Reperti antichi, messi in dialogo con nuove produzioni dell’artista, sfilano su una scenografica pedana negli ampi spazi del quarto piano. Il tocco ironico e spiazzante di Vezzoli prende forma in rielaborazioni critiche e ludiche della tradizione classica romana del ritratto, come nella statua autoritratto “Antique not Antique: Self-portrait as a Crying Roman Togatus” (2012) o nella rivisitazione di un fatto noto della mitologia, come nel gruppo Metamorfosi (Self-Portrait as Apollo killing the Satyr Marsyas) (2015). Interventi giocosi e guizzanti, basati però su solidi fondamenti scientifici. Così avviene, ad esempio, con i busti di marmo della serie “True Colors” dei primi secoli dopo Cristo, a cui Vezzoli ha restituito la policromia basandosi su consulenze archeologiche e studi scientifici inconfutabili. L’estro dell’artista non si rivolge solo a soggetti dell’antichità, ma anche a capolavori moderni e miti contemporanei, come la figura dell’attrice Sofia Loren, trasformata in una musa di de Chirico. È parte della mostra di sculture anche una nuova opera creata per l’occasione.

“Per Francesco Vezzoli non si tratta di scegliere tra una modalità canonica e una modalità eccentrica di narrare la storia dell’arte, ma piuttosto di aprirsi a una molteplicità di mondi e storie dell’arte, in una dialettica continua. Per il visitatore di Museo Museion il percorso di mostra prende forma in un’unica, grande installazione”- così Letizia Ragaglia, direttrice di Museion.

Fino al 16 Maggio 2016

Museion

Da martedì a domenica: 10.00 – 18.00
Giovedì: 10.00 – 22.00 / Ingresso libero: 18.00 – 22.00 / Visita guidata gratuita: 19.00
Lunedì chiuso

Euro 7,00            intero
Euro 3,50            ridotto (over 60, Tourist Card, Guest Card, Kulturpass, studenti, ecc.)

Piazza Piero Siena 1, Bolzano