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Patrimonio Indigeno e altre storie: intervista a Lucamaleonte

Lo storico quartiere di San Lorenzo a Roma negli ultimi tempi è stato spesso protagonista della cronaca nera. Recentemente è tornato a far parlare di sé, ma per fortuna con una notizia positiva. Lo scorso 8 febbraio è stato inaugurato infatti tra via dei Reti e via dei Piceni un nuovo murale, realizzato dallo street artista romano Lucamaleonte. L’opera, un monumentale dittico di 9,50×7,90 e 9,50×4,50 metri, si intitola Patrimonio Indigeno e rappresenta una sorta di “ritratto” del quartiere, che attraverso una complessa iconografia ne comunica l’identità e la memoria.

Da una fitta vegetazione, come quella che doveva caratterizzare la zona in antico, emergono diversi simboli legati al quartiere, tra cui la graticola di San Lorenzo, la mano della dea Cerere, l’alloro e il serpente della Minerva. La storia dell’arte, gli antichi erbari e i libri illustrati di zoologia sono come sempre fonte primaria d’ispirazione per Lucamaleonte. L’artista, infatti, laureato all’Istituto Centrale per il Restauro, ama coniugare l’arte e le tecniche più recenti con quelle del passato. Attivo già dal 2001 nel campo dell’arte urbana, con il suo linguaggio classico e contemporaneo allo stesso tempo, ha realizzato numerosi interventi in tutto il mondo. Anche a Roma si possono ammirare molte sue opere, come Il martirio di Rufina e Seconda realizzato per il progetto GRAArt, il Nido di vespe dipinto al Quadraro per MURo, Di lotta e di bellezza al Villaggio Globale, e Eden Effect nello stesso quartiere San Lorenzo.

Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il progetto Patrimonio Indigeno, ma anche la sua opinione su alcuni temi caldi riguardanti la street art e soprattutto i suoi piani per il futuro.

Hai da poco concluso la tua ultima opera Patrimonio Indigeno. Ce la racconti?
Il progetto è nato insieme alla Fondazione Pastificio Cerere, al curatore Marcello Smarrelli e a SCS Immobiliare, che sono i costruttori del palazzo e avevano voglia di dare al quartiere un’immagine nuova (seppur poco visibile), di regalargli una nuova opera. Io ho proposto al Pastificio un progetto che prevedeva una serie di simboli legati al quartiere, e con loro abbiamo valutato quali erano i più efficaci: c’erano elementi che poi nel tempo sono stati eliminati e altri sono stati aggiunti, o hanno raggiunto maggior peso all’interno dell’immagine. Poi a Marcello piaceva molto l’idea di rappresentare l’agro Verano, e quindi fare un fondo che fosse più vivo, naturale. Io inizialmente lo avevo lasciato con una tinta piatta perché solitamente mi piace lasciare il muro visibile, ma in questo caso, essendo un muro nuovo, che non aveva ancora una storia da raccontare, ho trovato corretta questa idea, che era anche esteticamente funzionante. È bello avere un fondo che abbraccia tutti i vari simboli e dà continuità alle due pareti.

Come vivi il rapporto con i curatori? Nel tuo campo non è così usuale…
In realtà mi capita abbastanza spesso di confrontarmi con committenti o con chi si occupa di selezionare gli artisti, ed è sempre interessante perché ti offre dei punti di vista diversi dal tuo, ed è quindi stimolante in questo senso. Ad esempio il discorso dell’agro Verano era una cosa che io non avevo approfondito mentre a Marcello Smarrelli stava particolarmente a cuore, quindi insomma è un valore aggiunto.

A proposito di progetti ufficiali, qual è la tua posizione nella diatriba tra street art intesa come atto spontaneo illegale e come opera commissionata? Tu oggi lavori quasi esclusivamente all’interno di iniziative strutturate, ma se non sbaglio hai iniziato in maniera spontanea in strada…
Si, il mio inizio è stato per strada, in maniera illegale, ma ora non riesco più tanto a farlo per la quantità di lavoro che ho “commissionato”, chiamiamolo così. Da una parte tra le due c’è continuità, dall’altra il discorso è un po’ diverso, perché la street art – che per me è quella spontanea che nasce per strada – ha una freschezza diversa, è molto più immediata, anche di lettura più facile, mentre nei lavori commissionati senti più il peso della responsabilità di avere una struttura che ti circonda e dover rispondere a una serie di figure che garantiscono per te e ti hanno scelto. Sicuramente lo stimolo è diverso, e anche l’attenzione è diversa ovviamente. Quella poi secondo me può essere considerata arte pubblica più che street art…

Stavo appunto per chiederti: tu come definisci questo genere di opere? Ognuno ha la sua definizione preferita: arte pubblica, arte urbana, muralismo, street art…
Beh, sì, ma poi in realtà le varie definizioni si fondono abbastanza. Però arte pubblica credo che sia una sintesi giusta, perché è arte ed è pubblica, anche nel senso che è di accesso facile per chiunque.

Cosa ne pensi della direzione che sta prendendo questo fenomeno negli ultimi anni qui in Italia?
Io conosco abbastanza bene la scena della street art perché ci vivo dentro da tanto, l’ho vista più o meno nascere, e ovviamente si è molto persa la spontaneità che c’era prima. Le nuove generazioni secondo me, a parte qualche fortunato caso, non sono state in grado di replicare la potenza comunicativa che aveva all’inizio, forse perché chi inizia a farlo adesso è un po’ più smaliziato e sa già che lo fa per fare un gradino successivo poco dopo, mentre quando ho iniziato io non c’era l’intento di entrare nel mondo dell’arte, c’era l’intento di seguire il proprio istinto e basta. E questo forse dava più ricchezza alle opere, mentre adesso ormai è tutto un po’ più mainstream, vale un po’ tutto. C’è da dire che anche noi come street artist (o muralisti o come vogliamo chiamarci) non siamo stati evidentemente in grado di educare il pubblico a riconoscere cosa è di valore e cosa no. C’è un po’ un appiattimento, anche a livello comunicativo, e mancano le capacità di discernere tra cosa è realmente arte e cosa invece è un disegno molto grande su un muro. Ad esempio c’è tutto il mondo dei social, questi gruppi di fotografi di street art, che mettono tutto sullo stesso piano… Una cosa che a me ha sempre fatto schifo è il “ah che bello tutto colorato, la città tutta colorata”: in realtà non funziona così, non basta fare la città tutta colorata per fare interventi che siano considerabili arte. Questo porta ad un appiattimento secondo me notevole, anche nel gusto, e non c’è capacità di approfondire. Ad esempio Patrimonio Indigeno è un lavoro che ha un sacco di livelli di lettura diversi: quello estetico, quello in cui uno riesce ad approfondire quei due o tre simboli che magari riconosce, e poi c’è un livello più profondo, e si possono riconoscere una serie di segni che sono riconoscibili sia nel mio lavoro che in tutti quelli a cui io mi sono ispirato… Invece in giro ci sono molte cose che si fermano proprio alla superficie della decorazione in se stessa, però per il pubblico sono la stessa cosa. La scena per me è un po’ questa adesso, è un po’ una farsa.

E della scena dell’arte contemporanea più in generale?
Per quanto riguarda la scena dell’arte contemporanea vera e propria io sono molto fuori, perché come dico sempre ci sono entrato dalla finestra, non dalla porta bussando. La mia gavetta l’ho fatta per strada, non ho fatto un percorso da artista professionale. Ho una conoscenza molto superficiale di quel mondo e mi muovo anche male, però in un certo senso mi piace perché mi fa mantenere un po’ di freschezza. Sta poi al gallerista che mi affianca dimostrarmi se è in grado di promuovere il mio lavoro nella maniera più corretta e più simile a me, oppure se mi ha chiamato soltanto perché faccio la street art (la maggior parte delle volte succede così). Il mondo dell’arte contemporanea insomma lo conosco veramente poco, non è il mio, nel senso che ci sto ma ci sto da straniero, da visitatore ecco.

Un tema su cui si discute molto recentemente è la conservazione della street art. Tu essendo sia artista che restauratore sei doppiamente coinvolto in questo dibattito: qual è la tua opinione in merito?
Sono tristemente doppiamente coinvolto, perché in realtà non dico che ho ripudiato il mondo del restauro, ma non ne conservo esperienze meravigliose. Ho studiato restauro in un momento in cui ero molto giovane e cominciavo a fare le prime cose per strada in maniera cosciente di me, quindi l’ho vissuto come una forzatura, perché per me era tempo buttato in cui avrei preferito fare arte. Diciamo che non ho maturato una coscienza da restauratore vera e propria. La mia idea però è che tutto quello che è in strada è della strada, non è più tuo, ed è anche difficile da controllare. Io non ho la pretesa di farlo. Nel senso che quello che faccio è un dono alla strada, e poi sta a chi vive l’opera auto-responsabilizzarsi e riuscire a conservarla, anche se questo non avviene per i monumenti, figurati per una mia opera…

Oltre al vandalismo però ci sono anche altri inevitabili agenti di degrado come quelli atmosferici. Diversi progetti ormai prevedono addirittura fin dall’inizio la partecipazione di restauratori, che ne pensi?
Questo ovviamente è un bene. Poi finché ci sono io a disposizione se mi richiamano sono contento. Ad esempio quattro anni fa ho dipinto al porto di Catania un silos molto grande che nel tempo si è deteriorato, perché molto esposto sul mare. Io me ne sono accorto quest’estate passandoci davanti, ed è stato mio interesse sentire l’organizzatore, perché così l’opera invece che benessere crea degrado, e rischia di diventare controproducente. Invece che un restauro però gli ho proposto di ridipingerlo da zero, di fare un’opera ex novo. Abbiamo tutti un timore sacro dell’arte – e per quello che ormai è storicizzato ha anche un senso – ma nel caso dell’arte urbana da una parte forse si, dall’altra mettere il plexiglass davanti a Banksy mi sembra un po’ una forzatura ecco. A questo punto preferisco Blu che dà una mano di grigio per protesta sui suoi disegni storici e cancella così una pagina di storia dell’arte importantissima, che però continua a vivere nella memoria collettiva.

Ultima domanda di rito: progetti per il futuro?
Sto iniziando a lavorare concettualmente ad una mostra che farò a Roma tra fine 2019 e inizi 2020. Sarà un progetto molto articolato, anche se il gallerista ancora non lo sa. Ho in mente di coinvolgere anche uno scrittore, di far uscire un libro di illustrazioni e racconti legati alle opere. Insomma mi piace molto complicarmi la vita, perché gestire tutti questi piani in contemporanea diventa una fatica improba, però mi piace la multidisciplinarietà, mi diverte e credo che aggiunga sempre qualcosa in più anche per lo spettatore. Oltre a questo progetto che va un po’ a rilento ho anche una serie di lavori con brand e realtà più commerciali diciamo, che è un secondo lavoro ma in realtà anche il primo, perché è quello che mi mantiene in vita in questo momento.

Arriva a Roma il primo murale ecologico che “caccia l’inquinamento”

Grazie ai numerosissimi interventi di arte urbana che spuntato ogni giorno per le sue strade, da qualche anno Roma è stata nominata capitale europea della Street art. Da oggi la città ha però anche un nuovo record: il più grande murale ecologico d’Europa. In Via del Porto Fluviale, nel cosiddetto “Ostiense District” (e proprio di fronte allo spettacolare murale di Blu che ne è divenuto il simbolo), sta infatti nascendo da qualche tempo una nuova originale opera: Hunting Pollution, un gigantesco murale che si sviluppa su due facciate di un palazzo a sei piani, interamente realizzato con vernici ecosostenibili, che assorbono lo smog.

Il nuovo murale, che verrà inaugurato oggi 26 ottobre 2018, è stato realizzato dallo street artista milanese da anni trapiantato a New York Federico Massa, in arte Iena Cruz. Rappresenta un airone con un pesce contaminato in bocca, appollaiato su un grande barile di petrolio da cui fuoriescono dei minacciosi tentacoli neri. Tutto intorno si sviluppano dei motivi a onde che passano dal giallo ocra originale del palazzo al bianco, al verde, fino all’azzurro, mentre delle gocce decorano tutte le finestre dell’edificio. Il titolo sembra riferirsi contemporaneamente sia alla cattura del pesce contaminato da parte dell’airone, sia a quella dell’inquinamento da parte della vernice.

Per la sua immediatezza comunicativa e per la vastità del pubblico che riesce a coinvolgere, la Street art è stata usata spesso come veicolo di messaggi politicamente e socialmente impegnati, molte volte proprio in riferimento al tema dell’ecologia e del rapporto uomo-ambiente. Si pensi ad esempio alle opere fatte di rifiuti e materiali riciclati di Bordalo II, o a quelle fatte di muschio di Anna Garforth, o ai provocatori dipinti realizzati in giro per il mondo da Banksy, Blu o NemO’s, solo per citarne alcuni.

In questo caso, ad essere ispirate da una tematica ecologica, sono sia il soggetto che la tecnica. Se spesso per ottenere certi messaggi vengono utilizzati spray che però sono fortemente inquinanti, grazie all’utilizzo di queste speciali vernici il murale di Iena Cruz può invece avere un impatto positivo anche in questo senso, assorbendo anziché che produrre inquinamento. Pare che l’effetto “purificante” del murale sull’aria equivarrà a quello prodotto da ben trenta alberi.

Il progetto è stato interamente sostenuto da Yourban2030, ente no-profit impegnato in un percorso di sensibilizzazione attraverso l’arte sui temi temi caldi dell’ambiente e del rapporto uomo-natura, con lo sguardo proiettato all’Agenda Globale 2030 per lo Sviluppo Sostenibile promossa dalle Nazioni Unite. Staremo a vedere quali saranno le prossime mosse…

Di seguito pubblichiamo le foto del murale finito ma non ancora del tutto svelato. Per chi si trova a Roma, più tardi verrà inaugurato e mostrato al pubblico nella sua interezza.

 

 

Street Art e Murales: le immagini di via San Saturnino a Cagliari. Galleria a cielo aperto nella Villanova più nascosta

La città di Cagliari a due passi dal Terrapieno di viale Regina Margherita, presenta al pubblico un’esposizione di graffiti, un’arte non legata in maniera specifica allo studio all’interno di una galleria, ma concepita sullo sfondo di emozioni personali, una forma di denuncia, di critica della società. Una passeggiata circondata dai murales più belli, la città si presenta come una tela sulla quale gli artisti hanno usato le bombolette al posto dei pennelli, dando vita a una parte di vita e animando una parte di un quartiere senza anima.

Attraverso le immagini è subito chiaro che non si tratta di arte di cattivo gusto che imbratta le mura della città, ma di una vera e propria esplosione artistica. La mostra s’inserisce all’interno del paesaggio, un incontro tra il genio degli artisti e la loro personalità, invitando il pubblico alla scoperta di un altro modo di vedere l’arte, senza barriere di una galleria.

Volti, creature fantastiche fatte di tinte sgargianti sono un piacere per lo spirito e gli occhi. Gli autori di queste opere sono spesso anonimi, o meglio le loro personalità, perché nella maggior parte dei casi la loro firma è nascosta in maniera indecifrabile nei murales, nei graffiti.

Il quartiere di Villanova può sfoggiare un volto nuovo, poco conosciuto, che fa aggiungere la bellezza alla bellezza. Un’espressione di sintesi del pensiero e dell’animo umano. Un confine sottile che separa ciò che vede l’occhio da ciò che vede la mente, attraverso una fusione di colori e prospettive, rappresenta stati d’animo, un vissuto interiore, esprimendo al tempo stesso dinamismo ed energia.

Una mostra che si può toccare con mano e decidere, secondo il proprio gusto, se quei muri sono meglio con o senza murales. Una cosa è certa si è cercato di attraversare quel confine che separa l’arte dalle regole dall’animo umano considerandolo una forte tangibile espressione e materializzazione del pensiero dell’artista.