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Luigi Puxeddu

L’arte di Luigi Puxeddu è come dovrebbe essere tutta l’arte, ossia sintesi formale di un’ idea, spesso legata a un’immagine.

Gli stili, le mode, le inclinazioni non appartengono a questo artista, che fa della spontaneità del gesto e del prelievo incontaminato dal visibile il suo punto di forza. Individui, animali di vario genere, forme vegetali sono i suoi soggetti, anche panorami, a volte.

Appartengono ad epoche diverse, a mondi a noi sconosciuti, all’immaginario e al reale. Nelle loro razze e nei loro atteggiamenti possono stare a rappresentare la ferocia, la grazia, o l’esotico. Ma questi aggettivi già determinerebbero un vincolo a qualcosa che invece nasce e si presenta come immagine netta, autonoma, indipendente dalle contaminazioni del ricordo o della fantasia. Nulla di scientifico, se non le forme e le proporzioni esatte che le definiscono. Il colore, fluido e vitale, determina il carattere, o la sensazione, personalissima, della ricezione del loro essere nell’occhio mentale, e non fisico, di chi le osserva.

Puxeddu è scultore, pittore, disegnatore. Le sue sculture sono iconiche, caratterizzate dal colore rosso; diffuso, assoluto, senza contorno. Appaiono e si prendono il loro spazio in maniera decisa, prepotente; richiamano lo sguardo non solo per la vivacità cromatica ma per presenza. La sua serie di dinosauri e di animali estinti non ha nulla di lontano o remotamente inaccessibile: queste creature sono presenti, emanazione di un substrato primitivo che continua a vivere di sostanza tangibile in un mondo che non conserva più i loro passi, ma ne subisce la potenza.

Le sue sculture sono realizzate in legno assemblato, lavorato con l’elettrosega; anche l’atto creativo gioca tra il passato e presente, tra la tradizione nobilmente antica dell’atto scultoreo, creativo per eccellenza, all’attualità del tecnicismo del mezzo usato. Uno scalpello a corrente elettrica, se vogliamo.

La loro realizzazione è estemporanea, l’artista parte da un’idea più che da un bozzetto, e come tale arriva a dargli forma in una massa tangibile ma astratta, con una valenza quasi totemica. Si parte dal concetto di animale preistorico, ad esempio, e si passa alla sua materializzazione attraverso la solidità del legno: il risultato finale però non è una scultura rappresentante ad esempio l’affascinante tigre dai denti a sciabola, bensì l’idea di tigre arcaica che si fa immagine lignea.

I suoi disegni sono eclettici, si presentano come espressioni diverse a seconda del loro fine, ma ne ribaltano l’utilizzo grazie all’efficacia compositiva. Che siano ritratti, o studi, o figure sé infatti, convincono con la stessa efficacia. Sono denotati da un aspetto dinamico, i soggetti sono veri. Il movimento, quello interno, insito in tutto ciò che è vivente, e non vincolato per forza ad un’ azione o a uno spostamento fisico nello spazio, è la loro connotazione principale. Questo seme vitale si mantiene e cresce nella carta, attraverso il segno e il colore si sviluppa, ed anche dopo numerose osservazioni conserva un impatto fresco, come di qualcosa che ha sempre un risvolto nuovo, inaspettato, che non finisce mai di mutare o di evolversi, respirando e dilatandosi ad ogni istante.

Il punto forte dell’arte di Puxeddu è la sintesi. L’immagine che ne deriva arriva dritta e chiara nella mente dell’ osservatore, integrando in sé le sue innumerevoli parti, condensandole in una rappresentazione autosufficiente, archetipo più che riproduzione. Quello che vediamo è l’elefante, non un elefante. Identifichiamo una montagna come tale attraverso il suo nucleo di triangolo con vertice puntato al cielo. E ancora, quello che ci colpisce non è la rappresentazione di un lupo feroce, ma l’essenza di questo animale, che in sé contiene anche l’istinto predatorio, che è parte fondante del suo essere. Luigi Puxeddu ci fa riconoscere ciò che conosciamo, mostrandocelo nella sua semplice verità: questo dovrebbe essere un po’ il fine ultimo di tutte le forme artistiche, quello di scoprire, e comunicare, l’essenza sincera delle cose.

 

Giuseppe Penone: Matrice

Il nuovo spazio espositivo Fendi, sito all’interno del Palazzo della Civiltà Italiana all’ EUR, ospita, fino al prossimo 16 luglio, un’antologica di 15 opere dedicata all’artista Giuseppe Penone, dal titolo Matrice.

Il visitatore è accolto da Abete, un grande albero in bronzo alto venti metri allestito all’esterno del Palazzo, che già per presenza e magnetismo vale la visita. L’occhio è ingannato dalla forma a prima vista naturale, integrata con dei calchi in lega metallica di canne di bamboo saldati tra loro, a ricreare un intreccio sintetico di arbusti. L’opera si inserisce in maniera decisa a coronamento dello skyline del quartiere romano, già fortemente caratterizzato da un’atmosfera metafisica: il palazzo, che sembra ergersi come una proiezione dell’occhio della mente si trova in dialettica con una forma all’apparenza naturale ma in realtà altrettanto artificiale.

All’interno dello spazio espositivo, le opere di Penone si offrono come un richiamo a un mondo naturale che invece di sembrare fuori luogo negli spazi razionali dell’edificio si integra felicemente con lo stesso. La natura è il principio ispirante dell’artista, e lo scopo è quello di imitarla, partendo da un iniziale senso di stupore e meraviglia che si piega dolcemente all’intervento artistico umano. Questo è evidente nell’opera Essere fiume, in cui Penone scolpisce in maniera fedele un blocco di marmo rispetto a una grande pietra di fiume levigata dallo scorrere delle acque. Nella serie Foglie di pietra, finti arbusti cullano tra i propri rami memorie storiche rappresentate da blocchi di marmo scolpiti, in un’efficace simbologia significante il passare del tempo e quello dei cicli naturali, che con il loro eterno scorrere si stagliano in parallelo con il percorso temporale della storia.

La ricerca della “traccia”, elemento importante nella poetica dell’Arte Povera, movimento di cui Penone fu esponente, è evidente nell’opera Soffio di Foglie, che ci presenta l’impronta corporea dell’artista rimasta su un soffice cumulo di foglie di mirto. Altre tracce sono riscontrabili invece in Spine d’acacia – Contatto, opera che fa parte di una serie di grande tele dove profili e forme umane sono delineati dalla sequenza giustapposta di spine, a definire un contorno di qualcosa che a livello di presenza fisica corporea reale è invece assente. L’opera che dà il titolo alla mostra, Matrice, è un tronco di abete tagliato e scavato seguendo un anello di crescita per tutti i 30 metri della sua lunghezza, quasi a sezionare un organismo vivente negli strati più interni dei suoi mutamenti e dei suoi passaggi. Sul tronco è inserita una forma in bronzo che riproduce un segmento di fusto d’albero, di nuovo a rappresentare l’alternanza tra naturale e artificiale. Davanti a questo gigante naturale sfila la famosa serie di ritratti fotografici intitolata Rovesciare i propri occhi, dove Penone indossa lenti a contatto specchianti che lo trasformano in osservatore visionario dello spettatore e del mondo circostante.

Palazzo della Civiltà Italiana – Quadrato della Concordia, 3 – Roma

Fino al 16 Luglio 2017, tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00

Ingresso gratuito

Un ingegno pluridisciplinare: Claudia Losi

 

Installazioni site-specific, sculture, video mapping, lavori su tessuto e su carta, una grande varietà di media abbraccia la ricerca artistica di Claudia Losi. Nata a Piacenza nel 1971, la Losi si è diplomata all’Accademia di Belle Arti e laureata in Lingue a Bologna, avendo trascorso sei mesi in Francia con l’Erasmus. Nell’estate del 1998 è stata selezionata per il Corso Superiore di Arte Visiva della Fondazione Antonio Ratti di Como, dove segue uno stage con l’artista Hamish Fulton.

Interessata da subito a progetti pluridisciplinari, scienze naturali, etnologia, geologia, cartografia, poesia e letteratura, la sua indagine si focalizza sul rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’individuo e la collettività, sulla esplorazione come esperienza di conoscenza. Losi parla e racconta attraverso l’arte, il cucito e la scrittura, impiegando spesso il suo lavoro come innesco per creare nuovi orizzonti, per abbattere più confini possibili tra un’arte e l’altra.

Fondamentale nella sua opera, in contrapposizione alla frenesia della vita, è il ricamo lo strumento prediletto, lento, che richiede manualità e precisione. La maggior parte dei progetti da lei ideati infatti nascono dall’incontro con un luogo che lentamente prende la forma di un’opera: sia essa un ricamo, una scultura, un’installazione. L’opera di Claudia Losi abbraccia un caleidoscopio di progetti che descrivono al meglio l’arte da lei concepita come work in progress. La qualità che caratterizza le sue opere traduce in maniera poetica la ricchezza della sua ricerca, dell’aspetto straordinario che si nasconde dietro un tessuto, e la relazione con la scienza e l’interesse per la natura, che sono sempre stati fondamentali nella sua opera, le hanno permesso di focalizzare l’attenzione sul “camminare” inteso come pratica artistica e strumento ideale per elaborare le sue riflessioni emotive ed analitiche sul panorama artistico.

Tra le opere che scaturirono più successo, nei primi anni ’90: vi sono una serie di progetti di gruppo, arte partecipata e collettiva, basati sulla volontà di coinvolgere le persone ad eseguire dei ricami. Nominiamo ad esempio la comunità del parco Nazionale del Pollino, alla quale chiese di raccontare un ricordo fornendo immagini, disegni o fotografie, che poi sono state cucite su pezze di tessuto. Tavole vegetali, una serie di licheni durante alcuni viaggi riprodotti su un supporto in tessuto; Ciottoli, pietre ricamate in tessuto, Paesaggi, mappe disegnate sui muri con filo di juta, Onde-Progetto Belgrado, un’immagine ricamata con fotografie della risacca di un’ondata marina, eseguito da tre donne in un campo profughi, Marmagne, fotografie stampate su tela, che riguardavano un allevamento di trote. Degli anni 2000 abbiamo Etna Project, disegno degli anni Ottanta di una colata di lava del vulcano siciliano, riportata sempre su stoffa in sedici parti, ognuna affidata a due gruppi di donne, sei peruviane e sei marocchine. Tra le installazioni più celebri sicuramente Balena project , una balenottera in tessuto cucito di lana a dimensioni reali, che riproduce il più fedelmente possibile le caratteristiche anatomiche del cetaceo. L’opera ha avuto un enorme successo, venne esposta in molte città italiane e non solo, anche in Ecuador e Inghilterra.

 

Tony Cragg. Biochimica della forma

Tony Cragg è uno scultore, e, in una prima fase della sua vita, un tecnico di laboratorio presso la National Rubber Producers Research Association. Questa specifica va fatta per comprendere il processo analitico ed osservativo che sottintende alle sue creazioni, e l’interesse all’essenza intrinseca della materia e delle sue trasformazioni, fin quasi a un livello molecolare.

La sua prima produzione si incentra sulla realizzazione di opere tramite l’accostamento di object trouvè, come nel caso di Bird, del 1980. Gli oggetti vengono allineati in modo da creare forme di altre figure, spesso con criteri cromatici omogenei, avvalendosi di una poetica del riuso che non ha connotazioni politiche o filosofiche, ma che mira ad essere esercizio di recupero materico, che viene svolto tramite attenta osservazione (negli stessi anni ha realizzato composizioni utilizzando una serie di oggetti trovati durante le sue passeggiate sulla spiaggia).

Gli anni ’90 invece lo vedono proiettarsi verso la realizzazione di sculture più imponenti, quasi totemiche, che iniziano a fare della resa del movimento in forma quasi cinetica il loro scopo. L’elemento naturale è chiaramente il punto iniziale dell’operazione artistica: dalla sua osservazione e dai suoi continui mutamenti nasce l’idea di rappresentarli in modo non statico ma coerente a questo dinamismo. Le masse si elevano, ruotano, si infrangono, curvano, declinate in molteplici materiali, con colori ed effetti visivi diversi: ciò che le accomuna è comunque la sensazione di moto continuo, di non fissità. Sculture le sue che non hanno alcuna finalità se non quella di rappresentare il flusso quasi subatomico delle particelle che compongono il reale.

Le sculture di quest’artista britannico sono prelievi di elementi minerali, geologici, vegetali o animali (come in Mc Cormack del 2007), resi con colori a contrasto, usando materiali che si piegano docilmente alle linee che questi stessi elementi assumono in natura, che è contraddistinta da una ciclicità continua, da un’imprevedibilità, da un mutare che è scoperta.

Negli ultimi anni Cragg si è concentrato sulla realizzazione di sculture anamorfiche, che nascono spesso uno o più visi al loro interno, profili in evoluzione, come in Different Points of View del 2011; forse sono rappresentazioni della stessa persona o forse no, ma comunque sono identificate con il cambiamento, con la varietà di punti di vista che ci permette l’incontro con qualsiasi oggetto o essere umano.

Velocità e inafferrabilità: il reale seppur attentamente analizzato non può essere mai del tutto conosciuto, la sua forma non ha definizione definita, se permettete il gioco di parole. E’ questo il suo Paradosso, come titola la scultura di Cragg del 2015 ospitata nel Duomo di Milano ed ispirata alla celebre Madonnina che si trova in cima alla chiesa: un corpo femminile di materia gassosa ed eterea pronto ad assumere connotati umani: la nostra essenza è il mutamento.

 

Dalla tecnologia alla natura, dalla natura all’arte. Il caso di Nicola Toffolini

Avete mai pensato ad un’opera d’arte che altro non è che un misto tra arte, natura e tecnologia? Stiamo parlando di Nicola Toffolini.

Quarantadue anni, architetto di formazione, è un artista a 360 gradi: performer, designer, coreografo, impegnato nelle arti visive e nel teatro. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia diplomandosi in pittura nel 2000 con una tesi sul tema “Piccolissimi volumi mutevoli”. Ora vive e lavora tra Firenze e Coseano, in provincia di Udine.

Nicola Toffolini realizza vere opere d’arte che, classificate come sculture o installazioni di piccole o grandi dimensioni: non sono altro che una combinazione di materiali artificiali e tecnologici con elementi naturali, i cui processi di crescita ne rimangono inverosimilmente suggestionati. Quella di Toffolini è una creatività unica e rara,un’abilità artistica che accresce il potere dell’arte contemporanea. L’interesse di Toffolini si rivolge alle plurime dimensioni della natura ma soprattutto alle molteplici facce dell’arte, arte come espressione. Indaga non solo sui processi di formazione e di crescita, ma soprattutto sul nostro concetto di natura, applicando dei contrasti.

Ma entriamo più nello specifico per capire di cosa stiamo parlando. L’opera che meglio spiega questa sua vena artistica prende il nome di Volumi mutevoli a regime di crescita disturbato, realizzata nel 2009.

Due teche identiche. Nella parte superiore sono inserite delle celle solari, in quella inferiore, posiziona una pianta, per ogni teca. La funzione del pannello fotovoltaico è catturare la luce dispersa nell’ambiente, naturale o artificiale che sia, trasformandola in energia. Le piante sono in questo modo illuminate da due sorgenti luminose diverse, una blu e una rossa. Benché le piante siano della stessa specie, nella crescita subiscono delle patologie, reagendo dunque in maniera diversa tra loro, relativamente ai differenti spettri luminosi. Mentre una pianta presenta una crescita in direzione verticale, l’altra tende piuttosto a espandersi in larghezza. In aggiunta, in una terza vetrina a parete, vengono presentati i disegni che rappresentano il processo di produzione e gli effetti della luce sulle piante.

È un lavoro che sintetizza lo studio dell’artista sul rapporto tra un elemento naturale estrapolato dal suo contesto originale, e un elemento tecnico. Le sue installazioni agiscono sia attraverso il potenziale semantico dei propri elementi, sia attraverso i processi naturali o artificiali che li legano tra loro.

«Cerco solo banalmente di inseguire un’idea e di formalizzarla col mezzo con cui sento-penso meriti essere concretizzata. Per il resto preferisco curiosare e cercare di fuggire il più possibile dalle classificazioni. Mi sento a mio agio quando riesco a sentirmi ancora mobile. Cerco di indagare le potenzialità espressive di alcune componenti tecnologiche cercando il più possibile di non farmi incastrare dall’ostentazione del semplice tecnicismo». Così si esprime, un Leonardo contemporaneo? Certamente una ingegnosità incomparabile.

 

 

Marie-Caroline Vaillant. Spazi di luce

La mostra personale di Marie-Caroline Vaillant, Spazi di luce, rappresenta un evento artistico unico nel suo genere e vede una sede espositiva di prestigio che verrà inaugurata nella giornata di mercoledì 1 Marzo presso la Art GALLERY Arting159 di Roberto Papini, nel cuore dell’antico borgo di Brera in Via Solferino/Ang. Castelfidardo 2 a Milano.

PLEXIGLAS E VETRO, TECNICA ARTISTICA CONTEMPORANEA TRA PASSATO E FUTURO

In un unico luogo si mostrerà la produzione artistica in vetro (conosciuto sin dal medioevo come oggetto decorativo) e plexiglas (scoperto nel 1918). Macoline, pseudonimo dell’arista, utilizza questi materiali in maniera innovativa e di se stessa dice “Je peins derrière, au contraire”, ponendo così uno sguardo al futuro tra Architettura/Design/Arte

LO SPAZIO ALLA LUCE DELLA NATURA

In mostra grandi opere in dialogo continuo con la natura. Il suo ultimo lavoro, che verrà istallato a pavimento e realizzato con vetro antisfondamento, è dipinto con tecnica ad acrilico e spatola. Sarà da calpestare, e camminandoci sopra ci si farà inevitabilmente attraversare dal colore dall’artista. Verrà così evidenziato il rapporto uomo-natura nella forma essenziale della geometria indefinita. Un universo infinito di forme, dimensioni, linee e contrasti di colore, in un linguaggio spirituale che Macoline ricerca e sperimenta da 20 anni.

Un sogno a metà che allude al tema del “positivo e negativo”, al concetto di circolarità, a vita-morte, bene-male, luce-ombra e materia-antimateria.
L’originale artista parigina lavora con plexiglass, vetro e led, conducendo un’indagine nel suo animo, che mette in rapporto con i materiali che utilizza e lo spazio che la circonda.

Il curatore Roberto Papini

Che cos’è Arting159? Un’associazione che cerca di dare risalto agli artisti talentuosi del nostro tempo? O la visione di un uomo che ama l’arte oltre se stesso?
Arting159 nasce 8 anni fa dal desiderio di Roberto Papini (curatore/critico/collezionista/gallerista) di dare voce a chi, artisticamente parlando, riesce ad esternare la propria visione della realtà attraverso la massima forma di espressione umana: l’arte.
Associazione e galleria si fondono nello spazio situato nel cuore di Brera per ricreare cultura e partecipazione intorno al mondo dell’arte contemporanea, scoprendo e promuovendo nuovi talenti, lanciando messaggi significativi anche di responsabilità sociale, con l’obiettivo di creare ad ogni evento una reale connessione tra artisti e pubblico.

Dal 27 Febbraio 2017 al 26 Marzo 2017

Milano

Luogo: Art Gallery Arting159

Curatori: Roberto Papini

Telefono per informazioni: +39 02 7381815

E-Mail info: info@bmco.it

Le metamorfosi dell’essere: Greenhouse di Gianfranco Baruchello a Milano

Per la prima volta nella sede del Palazzo Belgioioso di Milano, Massimo De Carlo ospita, nell’omonima galleria, Greenhouse esposizione personale di Gianfranco Baruchello. La mostra è un grande excursus storico–artistico che ripercorre la lunga e intensa vita dell’artista presentando una ricca serie di opere realizzate tra il 1960 e il 2016. La ricerca di Baruchello affonda le sue radici nell’intimo rapporto con il grande artista francese Duchamp; il suo percorso artistico è arricchito poi dall’esperienza dell’espressionismo astratto newyorkese e dal fervido scambio d’idee con alcuni dei più grandi filosofi e critici del secolo, tra cui Jean-François Lyotard e Félix Guattari, protagonisti di una serie di film e interviste pensate e progettate dallo stesso Barruchello.

La mostra rinnova completamente lo spazio espositivo, anticipando e permettendo un’immersione totale nella specificità artistica ‘baruchelliana’. La scultura, quasi minimalista, centrale di Greenhouse enfatizza ed esemplifica la comprensione dello spazio, sia fisico che psicologico, inteso come un linguaggio universale incastrato nella continua relazione tra uomo, ambiente e spazio urbano in costante dinamismo e mutamento. Attraverso il sottile e fragile sistema proposto da Baruchello si creano gesti, metamorfosi e verità uniche che hanno sempre un punto di unione con l’uomo e il suo rapporto con i meccanismi della mente attraverso gli elementi più puri che compongo l’intero universo tra i quali la natura. La natura è, infatti, per l’artista uno spazio aperto che va ricodificato attraverso miniature su grandi tele, riduzioni su grande scala e sculture minimali o che occupano una parte di una stanza con l’intento unico di racchiudere tutta la natura possibile al suo interno.

I micro sistemi di Baruchello sono, infatti, una delle tante esperienze prodotte dall’artista nella sua lunga carriera; a questi si affiancano produzioni di libri, film e grandi tele, dittici o trittici attraverso cui l’artista esemplifica, nella codificazione linguistica a lui più cara, aspetti della storia dagli anni Settanta ad oggi: le lotte femministe o la guerra in Vietman. Attraverso queste rappresentazioni, ripercorse tramite l’atto artistico, Baruchello cerca di decifrare la stratificazione dell’informazione di quegli anni trasformando in gesti e piccole miniature, il tentativo di ribellione nei confronti di un sistema ancora troppo marginale e chiuso.

Greenhouse è sicuramente uno degli appuntamenti imprescindibili per gli appassionati di arte che merita non soltanto una visita, ma un’esperienza extrasensoriale tout court che presuppone un’immersione totale nel mondo d’altri tempi (seppur sempre attuali) dell’artista più grande di sempre: Gianfranco Baruchello.

Gianfranco Baruchello, Greenhouse, installation views (www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse exhibition view(www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse, 1977(www.artribune.com). Gianfranco Baruchello, Greenhouse, exhibition view(www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse, exhibiton view(www.massimodecarlo.com)

Greenhouse

Massimo De Carlo, Milano

Piazza Belgioioso 2

20121 Milano, Italia

26/ 01/ 2017 – 18/ 03/ 2017

Orario: dal martedì al sabato dalle ore 11.00 alle ore 19.00

Tel: +39 0270003987

Marco Colombo. Inaugurazione mostra fotografica

L’associazione culturale May Mask ha presentato lo scorso 21 gennaio l’inaugurazione di una mostra fotografica sull’artista, divulgatore scientifico e fotografo Marco Colombo. Le sue foto, articoli scientifici, sono divulgatrici di un’arte basata su quella luce che valorizza il soggetto, in grado di portare avanti una ricerca che riesce a far ritornare a un gesto semplice ed essenziale.

Nasce una nuova figura d’artista, un comunicatore, che predilige luoghi non convenzionali, dove lo spazio e lo spettatore diventano parte integrante della performance. L’artista intende inoltre sviluppare un’intensa attività di ricerca e sperimentazione tra diversi linguaggi espressivi-artistici, messi a confronto con le tematiche sociali più attuali.

Le fotografie rappresentano frazioni di secondo della vita, esibiscono comportamenti interessanti o pose caratteristiche, in una luce accattivante dedita a creare una visione unica della natura.

Marco Colombo ha dato importanza al tutto, alla storia, al complesso, rispetto alla vana ricerca di singole immagini perfette. La rappresentazione della bellezza scomposta in singole parti è inevitabile per comprendere il filo conduttore dell’arte. Il connubio tra la natura e il suo habitat è messo in risalto da uno studio accurato della luce, come un elemento fantastico che accarezza l’ambiente, creando un’arte che deve essere letta in tutte le sue singole parti.

L’obbiettivo della mostra ha per fine la realizzazione e la valorizzazione della cultura e delle arti, nonché di avvicinare i visitatori al mondo dell’arte e della natura, caratterizzata da un approccio interattivo, coinvolgente, volta a far conoscere un viaggio della natura italiana fatto di acqua e di luce, una luce magistralmente dominata dal giovane fotografo. La natura si tramanda alla mente non come qualcosa di asettico, ma come qualcosa in continua evoluzione. Essa non viene sradicata dal suo ambiente ma valorizzata attraverso uno studio, dove l’artista si mimetizza con l’ambiente circostante.

Marco Colombo

 Fino al 5/02/2017

dal martedì alla domenica

dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle 17,30 alle 21,00

al May Mask Cagliari

 

Antonio Ligabue. Elogio della diversità

Il Complesso del Vittoriano dedica, fino al 29 gennaio, una grande retrospettiva, con oltre 100 lavori, dell’opera di Antonio Ligabue, suddivisa tra dipinti, sculture e grafica, con una cospicua serie di autoritratti.

Da molto tempo, fin dalla sua scoperta da parte degli addetti ai lavori, l’operato di questo straordinario artista è stato presentato quasi in secondo piano rispetto alla sua personale parabola esistenziale, difficoltosa e sofferta sul piano psichico ed emotivo. Ma attraverso la visione di questa mostra, quello che invece spicca è un’assoluta sicurezza nei propri mezzi espressivi, una conoscenza del mondo naturale e delle sue cromie, dei suoi movimenti e dei suoi agguati, una lucida osservazione che di alienato non ha nulla, se non il modo in cui fa sentire noi, esclusi da questa totale immersione in quello che lo circonda. La natura, e in special modo i suoi abitanti più diretti, gli animali, vengono mostrati in queste sue opere con sorprendente varietà di atteggiamenti; dalla quieta presenza nei campi a furiose scene di attacco. Gli animali sono spesso esotici, lontani a livello geografico dal mondo alpino che Ligabue si trovava intorno, eppure sono resi con straordinaria familiarità. L’attacco perde la sua dimensione dell’orrore per lasciarci incantati dal turbine delle macchie nere su fondo oro di un leopardo avvolto dalle spire di smeraldo di un serpente; se la vita stessa a volte è una lotta alla sopravvivenza, diventa estremamente poetico scegliere di accettare questo assioma declinandolo nella poesia violenta ma vera di queste colluttazioni tra splendidi esemplari dai manti soffici e dagli occhi spietati.

Ma sono gli autoritratti che lasciano un’unghiata nel cuore, piuttosto che le zanne dei grandi felini predatori così spesso da lui dipinti. La precisa resa fisiognomica, i colori vivaci descrivono con nettezza il volto in primo piano: il pittore è riconoscibilissimo nei suoi tratti così peculiari, a volte sceglie di integrare qualche dettaglio, un berretto da fantino, delle mosche, uno spaventapasseri. Sono finestre dalle quali Antonio ci spia; come a dire io vi osservo dal mio mondo che giudicate strano ed imperfetto, ma ciò che vedo e rappresento è invece perfettamente sano e concreto. Autodidatta, ha la gestualità del maestro, i colori sono sempre giusti, perfetti i cieli, pieni gli incarnati, morbidi i piumaggi degli uccelli che rappresenta, vigili gli occhi dei disegni a matita. E’ un mondo completo quello che vediamo nelle sue opere; vive di regole sue, spesso prospetticamente incerte ma proprio per questo universali. Ma è il colore che lascia impressionati, pieno, assordante, non sfumato ma sempre reso nella sua pienezza, che sia il verde di una giungla lontana o il giallo dei campi del nord Italia riempie gli occhi, lascia un gusto in bocca, sa di pieno e di corposo. La sua sensibilità non è quella di un diverso, ma di qualcuno che è nel giusto; ma se proprio si vuole continuare a catalogarlo in questo modo, allora bisogna elogiarla questa diversità, così generosa di stimoli creativi.

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Fino al 29 gennaio 2017

Complesso del Vittoriano

Dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30

Venerdì e sabato 9.30 – 22.00

Domenica 9.30 – 20.30

(La biglietteria chiude un’ora prima)

Via di San Pietro in Carcere, 
00186 Roma

T +39 06 678 0664

Per info e prenotazioni + 39 06 87 15 111

Decomposed. Bordalo II solo show

La sua arte è stata definita “ecologica”. Il suo stile unico. Artur Bordalo, meglio conosciuto come Bordalo II, è l’artista portoghese che utilizza rifiuti e materiali di recupero per dare forma alle sue fantastiche creature: animali giganteschi, pesci, volatili e insetti. Riciclando e assemblando pneumatici, paraurti danneggiati, biciclette rotte, pezzi d’auto e altro materiale di scarto, Bordalo II ha portato i suoi Big Trash Animal sui muri di tutto il mondo, dalla Norvegia all’Azerbaijan, dagli Stati Uniti alla Polonia.

A Torino, alla galleria Square 23 di via San Massimo 45, nella sua prima personale in Italia, Bordalo II riduce le dimensioni dei suoi Big Trash Animal mantenendo inalterato lo stile e il messaggio, ma utilizzando anche altri materiali di recupero che gli consentono un tale livello di dettaglio impossibile da raggiungere sulla superficie di un muro.

Decomposed è una critica alla società consumistica: le opere raffigurano la natura (gli animali, in questo caso) attraverso i materiali responsabili della sua stessa distruzione.

Nato a Lisbona nel 1987, Artur Bordalo è cresciuto seguendo le orme del nonno, il pittore Real Bordalo, che ha dipinto gran parte della città di Lisbona. Dopo aver girato il mondo dipingendo graffiti illegali, gradualmente la sua coscienza ecologica si è evoluta trasformando il suo lavoro artistico. Bordalo si considera un attivista: i suoi interventi, costruiti con scarti e rifiuti, ricreano le immagini della natura con l’obiettivo di richiamare l’attenzione e sensibilizzare su ciò che l’umanità sta distruggendo con le sue abitudini usa e getta.

Bordalo LL, Decomposed, Fonte arte.it

Fino al 25 Febbraio 2017

Torino

Luogo: Square23 Street Art Gallery

Telefono per informazioni: +39 334.9980390

E-Mail info: info@square23.net