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New York New York. Arte italiana: la riscoperta dell’America

Fino al 17 settembre 2017 sarà aperta al pubblico la mostra NEW YORK NEW YORK. Arte Italiana: la riscoperta dell’America, a cura di Francesco Tedeschi con Francesca Pola e Federica Boragina, promossa dal Comune di Milano – Cultura, Museo del Novecento e Intesa Sanpaolo – Gallerie d’Italia, in collaborazione con la casa editrice Electa.

Il percorso espositivo si snoda tra le due sedi museali e comprende oltre 150 opere, fondandosi, come scrive il curatore, «su una serie di fatti, incontri e occasioni che hanno dato all’arte italiana del Novecento l’opportunità di conseguire un’attenzione e una presenza internazionale utile a collocarla in posizione preminente nell’ambito della stessa idea di modernità», centralità raggiunta «tramite una serie di legami di diverso genere con gli Stati Uniti d’America, e in particolare con l’ambiente e la città di New York, che diventa, non solo simbolicamente, il centro della cultura artistica del Novecento, a partire dagli anni dell’immediato secondo dopoguerra. Vengono però qui considerati anche episodi precedenti, che hanno contribuito a preparare il terreno per vicende che si sono chiaramente manifestate in seguito, anche per le diverse maturazioni delle situazioni storiche attraversate dai due paesi».

La mostra presenta attraverso le loro opere, le storie degli artisti italiani che hanno viaggiato, soggiornato, lavorato, esposto negli Stati Uniti, e in particolare a New York, o solo immaginato il nuovo mondo, tutti alla ricerca di uno spirito più libero e di modelli differenti rispetto alla vecchia Europa.

Negli spazi del Museo del Novecento è restituito l’immaginario americano e, in particolar modo, il rapporto intenso con la città di New York così come percepito dagli artisti italiani, con opere di Afro, Paolo Baratella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Giorgio De Chirico, Fortunato Depero, Tano Festa, Lucio Fontana, Emilio Isgrò, Sergio Lombardo, Titina Maselli, Costantino Nivola, Gastone Novelli, Vinicio Paladini, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Rotella, Alberto Savinio, Toti Scialoja, Tancredi, Giulio Turcato. Una sezione a sé è dedicata all’opera fotografica di Ugo Mulas in relazione a New York e agli artisti statunitensi.

Nelle Gallerie d’Italia a Piazza Scala, sede museale di Intesa Sanpaolo a Milano, è invece proposta un’ampia ricostruzione dei rapporti con le istituzioni, le gallerie e i collezionisti americani che hanno valorizzato la presenza artistica italiana sul territorio americano.

Fino al 17 Settembre 2017

Milano

Luogo: Museo del Novecento – Gallerie d’Italia

Curatori: Francesco Tedeschi, Francesca Pola, Federica Boragina

Enti promotori:

  • Comune di Milano – Cultura
  • Museo del Novecento
  • Intesa Sanpaolo
  • Electa

Costo del biglietto: Museo del Novecento: Intero 10 € / Ridotto 8 € / Ridotto speciale 5 € | Gallerie d’Italia: Intero 10 € | Ridotto 8 € / Ridottissimo 5 € | Il biglietto d’ingresso della prima sede visitata dà diritto all’ingresso a 5 € nella seconda sede o all’eventuale riduzione/gratuità se dovuta. La visita alle due sedi può avvenire anche in data diversa

Telefono per informazioni: Museo del Novecento: +39 02 884440 61 | Gallerie d’Italia: 800 167619

E-Mail info: c.museo900@comune.milano.it | info@gallerieditalia.com

Sito ufficiale: http://electa.it

The eyes of the city. La New York vista da Richard Sandler

Il leggendario fotografo americano Richard Sandler ha camminato per le strade di New York e Boston per oltre trent’anni riuscendo a catturare alcune delle immagini più iconiche in bianco e nero del nostro tempo. Le fotografie di Sandler sono presenti nelle collezioni permanenti della New York Public Library, del Brooklin Museum, del New York Historical Society e del Museo di Belle Arti di Houston.

A dicembre 2016 la casa editrice PowerHouse Boooks ha presentato una nuova pubblicazione che documenta gli oltre trent’anni di lavoro di Sandler.

The eyes of the city, questo il titolo del libro, raccoglie una serie di fotografie che l’artista ha realizzato dal 1997 al 2001, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, portando alla luce la quotidianità della città di New York e Boston. Il fil rouge di questo “racconto” per immagini è certamente la strada insieme alla grande forza evocativa trasmessa dai volti dei soggetti da lui fotografati.

Nei suoi scatti Sandler non solo mostra la città attraverso i suoi occhi, ma anche attraverso quelli delle persone che ci vivono e che hanno guardato dritto in camera. Immagini che si sviluppano prevalentemente nel periodo tra gli anni ottanta e gli anni novanta portando alla luce le mutazioni che la Grande Mela stava subendo. Pellicole che mostrano in maniera incisiva gli effetti socialmente devastanti di una diffusione eccessiva di droghe soprattutto nelle zone di Times Square e nell’Est Village, ma allo stesso tempo mettono in risalto anche scenari di lusso sfrenato che investivano il cuore commerciale di Manhattan.

Se ci pensiamo nel mondo artistico sono stati numerosi i tentativi di catturare la vera anima della Grande Mela attraverso una varietà di mezzi e strumenti. Jay McInerney, Tom Wolfe e Francis Scott Fitzgerald sono gli scrittori che hanno utilizzato la loro penna per raccontare e descrivere gli anni dell’elite americana, degli yuppies e dello sviluppo delle droghe. Il nome di Woody Allen è spesso correlato con l’atmosfera jazz americana che molti di noi romanticamente attribuiscono a Manhattan. Il rovescio della medaglia lo compie il regista Martin Scorzese che nella pellicola del 1976 – Taxi Driver – è stato in grado di catturare la sporcizia e il nichilismo delle strade newyorkesi.

Le foto di Sandler mostrano scenari contrastanti di bellezza e malinconia, c’è qualcosa di molto profondo nella sua fotografia tanto da essere in grado di trasformare la città di New York in un vero e proprio parco giochi di sperimentazione e di critica sociale, riuscendo a dare all’intero progetto una testimonianza di vita tra composizione ed ironia.

 

Wyatt Kahn: Variazioni sull’oggetto

Focalizzando la propria attività sulla ricerca nel campo dell’arte contemporanea, la Galleria Civica di Trento propone, sino al 2 ottobre 2016, una mostra monografica dedicata a Wyatt Kahn, artista emergente già molto presente in esposizioni museali oltreoceano.

Utilizzando tele sagomate tese su telai di legno, l’artista newyorkese Wyatt Kahn, classe 1983, assembla a parete complessi polittici in cui il divario tra le singole tele dà luogo a composizioni astratte. Le linee non vengono tracciate sulle tele, che in ossequio alla tradizione minimalista rimangono quasi monocrome, ma nascono dalle componenti fisiche dall’opera  ovvero dal confine fra una tela e l’altra dando ai soggetti delle sue opere una paradossale esistenza data dalla mancanza di materia tra i vari elementi. Il vuoto, l’inesistenza, crea l’oggetto.

Artista sicuramente non convenzionale e ricco di innovazione, dopo alcune importanti esposizioni personali negli Stati Uniti, è riuscito in pochi anni a richiamare l’attenzione anche del sistema artistico europeo. Gli strumenti e i materiali usati, lino, gesso e legno, minimali e scelti con estrema cura, permettono a Kahn di creare opere che intercorrono tra le due dimensioni del dipinto e le tre dimensioni della scultura e di dare a queste ultime caratteristiche riconducibili ad entrambi gli ambiti artistici. Attraverso le sue composizioni l’artista strega l’intelletto e l’occhio umano, lasciando un punto interrogativo all’interno dello spettatore sul valore e la quantità delle dimensioni che un’opera possiede, mettendo in luce nuove modalità di analisi e rappresentazione della realtà.

A cura di Margherita de Pilati

Basquiat: un artista contro le regole

Il giovane Basquiat sembra avere le idee molto chiare quando, dopo l’ennesima fuga da casa, esordì un giorno dicendo: «diventerò famoso».

Il ragazzo è già un fenomeno nella scena artistica degli anni ’80, negli ambienti culturali newyorkesi.

Il desiderio di ottenere successo è, per lui, una sorta di riconoscimento, come mancanza dell’affetto da parte del padre e la vita in un ambiente fatto di disordini, alcool e droga.

Mostra subito un talento nell’arte, che diventa una sorta di guida spirituale, che lo tiene lontano da quelli ambienti malfamati.

Il suo talento, insieme all’ambizione, entra a far parte di un mercato troppo cruente. Ogni suo gesto, apertamente spontaneo, s’inserisce in un mondo troppo competitivo e selettivo, fatto da un ambiente culturale particolare con profonde differenze riservate ai neri, dove un ragazzo di colore non poteva competere e non aveva nessuna possibilità di emergere.

I primi successi ottenuti come arista prodigio e riconosciuto lo abbandonarono presto, tanto da farlo precipitare in una crisi da autodistruzione.

Personaggio cupo, malinconico, tenebroso, adatto in quel tempo a rappresentare il proibito; i suoi grafismi riflettono la dura condizione del popolo afroamericano.

I suoi lavori sembrano stilizzati, come un’illustrazione di fumetti, un’alternanza di bianchi e neri, fatti da pennellate rapide: un monito contro la società che aveva oppresso il popolo nero sfruttato come merce da lavoro.

Non trovando nuovi stimoli Basquiat è stato travolto dall’angoscia e ricadde nella droga. Solo la musica, la sua passione, non lo abbandonerà mai, sarà infatti sempre presente nei suoi dipinti.

Dipinge per le strade di New York e sulle metropolitane, acquisendo sempre maggiore consapevolezza della propria vocazione artistica.

Basquiat finì per annullarsi come artista non a causa della sua di se stesso ma come conseguenza dei meccanismi di un mercato troppo cruente che avrebbe travolto chiunque in quella spirale critica, dove la comunicazione riversa i proprio interlocutori sul solo prodotto.

Morì giovane per effetto di quell’energia frenetica, che soffocava l’artista impedendo di esprimersi.

 

Vivian Maier e i primi selfie della storia

A volte la bellezza non nasce dalle cose, ma dallo sguardo sulle cose. A volte capita che non occorra avere chissà quale passato o fortuna per essere considerati pionieri artistici di un genere. A volte dietro un umile lavoro si può nascondere un talento inaspettato.

L’immagine dell’artista spesso segue degli stereotipi scontati legati ad una vita dissoluta, qui invece siamo davanti ad una tata di professione ed una fotografa di vocazione: Vivian Maier [1926 – 2009] anonima bambinaia degli anni Cinquanta, oggi acclamata pioniera della street photography. I suoi lavori sono stati totalmente ignorati per decenni e poi, a causa di una scoperta fortuita, sono stati apprezzati solo in tempi recenti, dopo la sua morte.

Girava con la Rolleiflex al collo realizzando centinai di scatti tra le strade di New York e di Chicago; facce di strada e panorami urbani, istanti rubati alla quotidianità uniti a scorci metropolitani inediti e perfetti. Immagini di un’autenticità rara che danno vita a suggestioni in grado di valicare le coordinate spazio temporali. Ci si trova proiettati nella New York del dopoguerra o ad aspettare l’autobus in una Chicago degli anni Sessanta, però quello che maggiormente colpisce l’occhio esterno sono i suoi autoritratti.

Si fotografava riflessa nelle vetrine, negli specchi, nelle finestre con un’espressione tragicamente identica anche con il trascorrere degli anni: lineamenti duri, austeri, una sola volta un sorriso il resto è una piega, impenetrabile anche a se stessa ma allo stesso tempo emerge una donna estremamente sensibile e femminile.

Uno sguardo che coglieva l’essenza anche da un movimento impercettibile, si vedeva che amava il mondo e soprattutto adorava l’irreperibilità di ogni singolo frammento che rendeva eterno grazie ai suoi scatti.

I primi selfie della storia portano la sua firma ma con uno scopo ben diverso: non di certo quello di mettersi in mostra, dal momento che per una vita intera ha protetto e custodito gelosamente i suoi lavori da sguardi altrui, ma per sottolineare quanto anche lei fosse parte integrante di quel mondo che passava davanti al suo obiettivo.