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“La bellezza antimoderna”. Novità editoriale

Nella nostra società la bellezza va cancellata, giacché presuppone qualità, impegno. Per non parlare del fatto che i nostri musei sono un esempio incontestabile del primato italiano in ogni settore, o quasi, della conoscenza. Inoltre, sembra sempre di più che una certa mentalità incoraggi a non far conoscere l’Italia e i suoi tanti tesori; sia quelli meno noti, sia quelli celebri, a partire dai suoi musei. In primis, nel negare la netta superiorità dei Musei Vaticani sul Louvre, per proseguire col divulgare il messaggio corruttore che questi non siano Italia, che non facciano quindi parte della nostra storia e ricchezza. Con questo libro Riccardo Rosati intende difendere la bellezza, la quale, nella prospettiva dell’autore, per essere vera non può che essere antimoderna, perciò in contrasto col nichilismo spirituale tipico della era attuale; nonché rettificare le solite generalizzazioni giornalistiche di chi commenta senza avere una adeguata competenza specifica. Nel fornire vari spunti di riflessione sui musei e i beni culturali, ci si augura che il lettore si persuada definitivamente di vivere nel più bel paese del mondo, e non a mo’ di slogan, come avviene puntualmente nel dibattito politico-culturale italiano.

Paesaggio e identità. Storie di luoghi, di donne e di uomini / Collezioni di un “Secolo breve”. Il nostro Novecento

Palazzo di Città apre al pubblico con una veste rinnovata, nella quale il museo, che affaccia sul quartiere di Castello, accoglie la città, la vita e il paesaggio conferendo ampio respiro alla interazione tra gli spazi del quotidiano e dell’arte, in linea con l’iniziativa Cagliari paesaggio, alla quale si legano le mostre in programma.

Paesaggio e identità. Storie di luoghi, di donne e di uomini è il titolo che verrà articolato in due mostre: la prima, che si è inaugurata venerdì 30 giugno, presenta il tema attraverso le opere de Gli artisti della Collezione Civica Sarda. Si tratta di un’attenta selezione di opere dal corpus principale della collezione permanente, che spazia lungo il Novecento rimandando a un’idea e a una “auto” rappresentazione dell’Isola da parte dei suoi artisti. La mostra procede a ritroso nel tempo, a partire dall’opera di Maria Lai Come Daphne (1999), per la prima volta esposta al pubblico nell’atrio del museo, così da essere liberamente fruibile a tutti.

Paesaggio e Identità sono quindi declinati e approfonditi nelle radici della loro rappresentazione, attraverso le opere di Foiso Fois, Hoder Claro Grassi, Aligi Sassu, Ubaldo Badas, Giuseppe Biasi, Pietro Antonio Manca, Stanis Dessy, Melkiorre Melis, Costantino Nivola e Pinuccio Sciola, alcuni fra i più grandi maestri dell’arte in Sardegna.

Da luglio l’esposizione sarà arricchita dall’accostamento fra i nostri artisti e i grandi reporter dell’agenzia Magnum, presenti in mostra con le loro immagini di Sardegna, scattate fra gli anni ’50 e ’60 del Novecento. Henri Cartier-Bresson, David Seymour, Werner Bischof, Leonard Freed, Ferdinando Scianna, che immortalarono l’Isola nel momento del delicato passaggio da una cultura tradizionale alla cosiddetta “modernità”. Paesaggio e identità. Storie di luoghi, di donne e di uomini. I grandi fotografi della Magnum in Sardegna sarà inaugurata il 21 luglio 2017.

Due mostre per comporre un solo paesaggio.

La Galleria Comunale d’Arte si presenta al pubblico rinnovata nell’allestimento Collezioni di un “Secolo breve”. Il nostro Novecento. Dal 1933 al 1999, infatti, il Museo Civico ha raccolto, nei tre nuclei  Collezione Sarda, Collezione Contemporanea e Collezione Ingrao, le testimonianze d’arte di un secolo “breve”, secondo  la definizione di Eric H. Hobsbawm segnato da conflitti e contrapposizioni  contrapposizione fra sistemi economici e politici.
Preceduti dalla pittura d’Accademia, i capolavori di Giacomo Balla e di Umberto Boccioni, preludio all’avanguardia futurista, sono esposti nella sala dedicata al Divisionismo e al successivo Futurismo. Cpon questi dialogano le sculture di Francesco Ciusa, riunite in una sala dedicata.
Le sperimentazioni accolte da Ugo Ugo fra il 1968 e il 1974 fanno irruzione nella sala centrale del piano primo, evocando la forza dirompente che ebbero i movimenti artistici del secondo Novecento sulla compostezza delle espressioni d’arte figurativa, ampiamente testimoniata dalla Collezione Francesco Paolo Ingrao.
L’allestimento propone una lettura unica, nella quale convive una grande varietà di stili, dove nessuna delle opere e degli autori prevale sul resto, ma, di fatto, tutti compongono e conferiscono un senso dialettico al Novecento.
Le collezioni, sviluppate nell’asse temporale più pieno del secolo, restituiscono al pubblico espressioni di un’epoca, componendosi in un percorso che, pur all’interno di un quadro complesso e sfaccettato fatto di grandi passioni culturali e artistiche, usa l’arte come strumento emancipato di narrazione storica.

Un’ultima annotazione per i progetti appena avviati  al CARTEC, che si svilupperanno nel corso dei prossimi mesi con il supporto di un team di curatori e artisti: sono dedicati a Antonio Gramsci, uno dei più grandi intellettuali del Novecento.

 

 

Dal 30 Giugno 2017

Cagliari

Luogo: Palazzo di Città / Galleria Comunale d’Arte

Enti promotori:

  • Comune di Cagliari – Assessorato alla Cultura

E-Mail info: museicivici@comune.cagliari.it

Utopia e progetto. Sguardi sulla sculture del Novecento

Sarà possibile visitare la mostra Utopia e progetto. Sguardi sulla scultura del Novecento fino al 23 settembre 2017 alla Galleria Open Art di Prato. Curata da Mauro Stefanini e accompagnata da una monografia Carlo Cambi Editore con un testo di Beatrice Buscaroli.

In esposizione, tra le altre, opere di Mirko e Dino Basaldella, Agenore Fabbri, Nino Franchina, Quinto Ghermandi, Emilio Greco, Bruno Innocenti, Jiří Kolář, Luigi Mainolfi, Giuseppe Maraniello, Marino Marini, Fausto Melotti, Guido Pinzani, Francesco Somaini, Giuseppe Spagnulo, Mauro Staccioli.

«Il secolo scorso – spiega Beatrice Buscaroli –, in scultura, nacque già nettamente diviso da una forte tendenza all’astrazione che veniva dall’Europa e attraversava il Futurismo con la mitica parabola di Boccioni e la solitudine appartata di Modigliani, e il tradizionale, seppur declinato in decine di maniere diverse, legame che questa tecnica manteneva con le sue origini, con l’antico e la bellezza, con la figura. Naturalmente oggi non è più il tempo di queste distinzioni, che hanno però una loro valenza didattica e storica. Dopo la seconda guerra mondiale, dopo la desolazione dell’Arturo Martini del doloroso pamphlet su La scultura lingua morta, infatti, si dovette in qualche modo ricominciare da capo: ed ecco da una parte il ritorno alla figura al ritratto, al paesaggio, come l’apparizione di una tensione verso l’impalpabile richiamo della forma, del materiale, del gesto e dello spazio. Rivedere le sculture dei tanti protagonisti di questa mostra, di tutte le scuole e di tutte le tendenze, italiane ed europee, significa davvero gettare uno sguardo sulla complessa evoluzione di un linguaggio che nel nostro paese dovette soffrire il peso di un ottocento svaporato nella pur necessaria richiesta dei monumenti bellici che, tanto dopo la prima, quanto dopo la seconda, misero a prova la vera capacità della scultura italiana. Così, questa mostra segna una sorta di rinascita della scultura italiana, ormai non necessariamente legata alla narrazione o alla raffigurazione, ma semplicemente originata dallo studio e dalla conoscenza della tecnica. Figurativi e astrattisti, quindi, si confrontano accostandosi in situazioni spiritualmente affini, natura e gesto, dall’altra parte, riaprono orizzonti nuovi sui quali ancora la scultura d’oggi si confronta. Diverse le scuole, diversi i linguaggi, diversi i fini, ma una sola la qualità che distingue le opere in mostra. Una qualità che sembra davvero il filo conduttore di un percorso che accosta storie e strade diverse ma che davvero riesce a raccontare la vicenda non sempre facile di una tecnica non sempre semplice».

La presenza di quasi una decina di opere di Quinto Ghermandi, artista che a un anno dalla celebrazione del centenario della nascita sembra risalire la meritata fama, s’intende come una sorta di omaggio che la Galleria Open Art vuole dedicargli. È Ghermandi una sorta di simbolo della storia della scultura del Novecento, sospeso tra biografia e storia, studio e personali intuizioni, eredità difficili.

E così anche Francesco Somaini, a cui la galleria dedica una ristretta ma preziosa personale, un percorso che ne traccia i principali passaggi, è protagonista di una “mostra nella mostra” che propone alcune opere di estrema qualità, restituendo all’artista un volto a volte dimenticato ma sorprendente.

Fino al 23 Settembre 2017

PRATO

LUOGO: Galleria Open Art

CURATORI: Mauro Stefanini

ENTI PROMOTORI:

  • Galleria Open Art

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0574 538003

E-MAIL INFO: galleria@openart.it

SITO UFFICIALE: http://www.openart.it

DA GUTTUSO A VEDOVA A SCHIFANO. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento

In occasione dei vent’anni dalla nascita di Linea d’ombra, non potrà mancare una mostra sul secondo grande tema che ha accompagnato molte rassegne che hanno visto, appunto, Linea d’ombra quale veicolo organizzativo. Si tratta dello studio, sostanziato anche da decine e decine di cataloghi e libri, sulla pittura italiana del Novecento, e soprattutto quella della seconda parte del secolo.
Quello che si propone l’esposizione in oggetto è di individuare un percorso attraverso la selezione di una cinquantina di autori importanti della pittura italiana dagli anni che seguono la chiusura della Seconda guerra mondiale per giungere alla conclusione del Novecento. Scegliendo artisti nati tra la fine del primo decennio del XX secolo e la fine degli anni trenta. Quanto a dire due generazioni di pittori, che vanno da Afro e Guttuso fino a Novelli e Schifano.
Fonte beniculturali.it
Data Inizio: 29 ottobre 2016
Data Fine: 17 aprile 2017
Costo del biglietto: 14,00 euro
Prenotazione:Nessuna
Luogo: Treviso, Museo di Santa Caterina
Indirizzo: Piazzetta Mario Botter, 1
Città: Treviso
Provincia: TV
Regione: Veneto
Orario: da lunedì a giovedì: 9.00 – 18.00da venerdì a domenica: 9.00 – 19.00
Telefono: 0422 429999
Fax: 0422 308272
E-mail: info@lineadombra.it
Sito web

Francesco Menzio, un maestro del novecento.

La recente mostra “Asti Contemporanea” ha segnato l’inizio di una stretta collaborazione tra la Fondazione Palazzo Mazzetti e il collezionismo privato del territorio; la passione per l’arte dei collezionisti astigiani e piemontesi si consolida con questa esposizione dedicata a Francesco Menzio.
Francesco Menzio (Tempio Pausania 1899 – Torino 1979) è uno dei protagonisti dell’arte piemontese e italiana del Novecento. Formatosi nell’ambiente culturale della Torino di Felice Casorati e Riccardo Gualino, dopo una prima fase classicheggiante casoratiana, soggiorna a Parigi e sviluppa una sua ricerca antinovecentista, influenzata dalle tendenze post-impressioniste francesi (Matisse, Derain, Modigliani, Bonnard). Dal 1929 al 1931 fa parte insieme a Gigi Chessa, Carlo Levi, Jessie Boswell, Enrico Paulucci e Nicola Galante del Gruppo dei Sei di Torino (sostenuto da critici come Lionello Venturi e Edoardo Persico) con cui espone in varie mostre.

Francesco Menzio

Il suo raffinato linguaggio figurativo è caratterizzato da una moderna visione lirica intimistica della realtà quotidiana che prende corpo e si carica di tensione estetica attraverso una pittura di vibrante ma sommessa sensibilità luminosa e di meditate variazioni tonali, dove viene previlegiata la dimensione del frammento, inteso come messa in scena nello spazio della tela di figure in interni, di nature morte e di scorci paesaggistici spesso visti dalla finestra dello studio.
Menzio non è solo, insieme a Levi, l’esponente di maggior spicco del Gruppo dei Sei, ma anche e soprattutto un artista con una ben definita personalità e uno stile originale che raggiunge la piena maturità creativa negli anni Trenta e Quaranta (affermandosi in modo definitivo a livello nazionale) e che continua nel dopoguerra a sviluppare con grande coerenza nuove soluzioni compositive, formali e cromatiche, mantenendo sempre la freschezza inventiva della sua pittura fino alla fine.

Attraverso un’accurata selezione di circa cinquanta dipinti, questa mostra retrospettiva intende mettere in luce gli aspetti più significativi della sua ricerca di tutti i periodi.

link: Palazzo Mazzetti Asti

Fino al 4 Dicembre 2016
Da martedì a domenica, 10.30 – 18.30
Chiuso il Lunedì

Corso Vittorio Alfieri 357, Asti

Immagini di guerra. Robert Capa

Robert Capa, un fotoreporter in grado di cogliere la realtà attraverso pochi semplici scatti ma tali da lasciare un segno in chi li guarda.
Capa dimostra il suo talento per la fotografia cogliendo l’attimo esatto in cui lo sguardo di una persona si mostra privo di maschere.
Le foto di Robert sono come una sorta di mostra, concepita per ritrovare memorie e luoghi che ne hanno influenzato il carattere. I reportage sulle città bombardate, sulle truppe, sui sopravvissuti, sui soldati, testimoniano la dura realtà della guerra che soffoca ogni speranza di emozione positiva.

Queste immagini sono documentate nella memoria di Capa, che coglie con il suo sguardo tutto il potenziale delle scene che vive trasfigurandone l’essenza in arte.
Comunicando il dramma e trasformandolo in una pericolosa bellezza, in grado di trasmettere forti emozioni in chi lo osserva. I suoi scatti sono profondi e dolorosi squarci sulla condizione dell’uomo e della popolazione, e testimoniano il desiderio di raccontare una storia attraverso le immagini.
Le foto drammatiche non sono aggressive, ma mostrano tutta la sensibilità e la tenerezza delle volontarie in armi e delle pattuglie mostrando al mondo la cesura e la svolta in atto.

Memorabili alcuni scatti tra cui il suo servizio incentrato sulla figura di un pastore intento a celebrare la messa a cielo aperto, a causa dei bombardamenti, o su un uomo che tiene in braccio una bambina ignara di tutto ciò che le sta accadendo intorno.
Le immagini di Capa mostrano il dolore senta pudore restando fra le più drammatiche di tutta la guerra e rivelano il sentimento di profonda partecipazione del fotografo alle sofferenza degli individui. Così come accade a un cappellano che assiste alla morte di un giovane ragazzo, mostrando quell’attimo rivelatore e sentendo il fascino di uno spirito istintivo. Capa in se stesso è già la fotografia di un’arte senza fine.

Il Novecento nelle collezioni dei Musei Civici a Pavia

Il Novecento nelle collezioni dei Musei Civici intende valorizzare le ricche collezioni dei Musei di Pavia attraverso una settantina di opere normalmente non incluse nel comune percorso espositivo, ma conservate nei depositi, in quella che si dice anche reserve di un museo, da cui attingere per occasioni speciali. Si tratta di opere – soprattutto dipinti, ma anche incisioni – comprese tra i primi decenni del Novecento e i giorni nostri, frutto di donazioni, legati testamentari e recenti acquisizioni, che in attesa di trovare una collocazione definitiva nello sviluppo dell’esposizione delle collezioni dei Musei, vengono così valorizzate nel percorso della mostra. Un’occasione per approfondirne lo studio e consentirne quindi la conoscenza anche ad un pubblico più vasto di quello degli studiosi.

Il 900 nelle collezioni dei Musei Civici di Pavia

Se il “Nudo trasversale” di Renato Guttuso rappresenta la punta di diamante della collezione novecentesca dei Musei Civici, le altre opere non sono comunque di minore intensità. Un ampio gruppo punta l’attenzione sulle migliori espressioni artistiche del territorio, con pittori legati alla prestigiosa Accademia pavese, la Civica Scuola di Pittura, fondata grazie al generoso legato del filosofo, poligrafo e critico d’arte Defendente Sacchi. Tra coloro che hanno animato il contesto culturale e artistico della città compare Giorgio Kienerk (Firenze 1869 – Fauglia 1948), pittore, scultore, grafico e illustratore postmacchiaolo, allievo di Adriano Cecioni e Telemaco Signorini, che per ben 30 anni (dal 1905 al 1934) ha diretto la Civica Scuola di Pittura di Pavia e del quale le raccolte d’arte pavesi conservano numerose opere – tra paesaggi e ritratti –. Kienerk ha formato molti artisti, e la maggior parte dei suoi allievi sono ora presenti nel percorso espositivo: Erminio Rossi, Antonio Oberto, Romeo Borgognoni, Primo Carena, Oreste Albertini, Giovanna Nascimbene Tallone, Alfredo Beolchini, Mario Acerbi, figlio del più noto Ezechiele, nonché pronipote di Pasquale Massacra, e Antonio Villa, vincitore del Premio Frank nel 1904.
Tra i vincitori del Premio Frank – indetto dalla Civica Scuola di Pittura di Pavia, che ogni quattro anni, alla conclusione del ciclo di studi, sanciva l’alunno più promettente e artisticamente completo e maturo – ci sono Annibale Ticinese (nel 1907, con “Idillio”, ora esposto in mostra), Gino Testa (nel 1925), il pittore milanese Cesare Breveglieri (nel 1936 con “La madre prolifica”, ora in mostra), e Contardo Barbieri (nel 1936), pittore bronese, un diploma all’Accademia di Brera, di cui fu anche Direttore (venne nominato nel 1931), e poi personali in gallerie e spazi pubblici, e innumerevoli partecipazioni alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano e alla Quadriennale romana.
Anche il pittore bergamasco Severino Bellotti (Bergamo 1900 – Milano 1964), presente in mostra con “Ritratto femminile”, e conosciuto a livello nazionale, fu Direttore per due anni dell’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo, e profondo conoscitore e critico d’arte delle opere di Pellizza da Volpedo.
Tra le artiste spiccano le opere di Lina Sannazzaro (1878-1960), pittrice, moglie dello scultore Alfonso Marabelli, un amore incondizionato per i soggetti femminili, che ritrae con un simbolismo sensuale e talvolta morboso. Le sue donne sono forti, sicure, coi piedi ben saldi a terra, delle valchirie ritratte per lo più senza veli, che non si vergognano a coprire le proprie forme e a mostrare tutta la corporeità.
Tra gli artisti pavesi più contemporanei sono da segnalare le opere di Sandro Riboni (Pavia 1921-1986), personaggio eclettico e intellettualmente libero, in pratica autodidatta. Si è confrontato con i grandi maestri delle Avanguardie storiche (Picasso, Matisse, Mirò, Leger, Fontana, Licini), ha sperimentato tecniche e materiali diversi (la ceramica, l’olio, l’enacusto, l’incisione, la scultura) e ha persino girato mezza Europa in bicicletta (Parigi, Granada, la Costa Azzurra). E i dipinti di Francesco Saltara (Pavia 1930- 2010), esponente della pittura esistenzialista dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Novecento. Saltara si è imposto all’attenzione del pubblico nel 1959 quando partecipò al premio Bottigella Città di Pavia, mostra nazionale di pittura figurativa, dove la sua tela “Anguria” (presente nelle collezioni museali e ora in mostra) si aggiudicò il primo premio.
Tra i premi Bottigella Città di Pavia, donati alle collezioni museali dall’Associazione Commercianti, si trova il dipinto “Ritratto di donna in rosso”, del celebre pittore Fancesco Menzio (Tempio Pausania, Sassari 1899 – Torino, 1979), la cui formazione artistica si attua nell’ambiente torinese, grazie alla frequenza all’Accademia Albertina e all’influsso di Felice Casorati. Dopo l’esposizione alla galleria Pesaro di Milano (“Venti artisti italiani”) e un lungo soggiorno parigino (dove studia principalmente Matisse e i Fauves), Menzio nel 1929 aderisce al “Gruppo dei Sei”, di cui condivide il rifiuto per lo stile novecentista e l’apertura culturale verso le più vive esperienze europee. Con “Ritratto di donna in rosso” l’artista si aggiudica nel 1959 il primo premio al concorso Bottigella Città di Pavia, ex aequo con “Figura d’uomo”, di Cristoforo De Amicis (Alessandria 1902 – Milano 1987), anch’esso presente in mostra e nelle collezioni museali. De Amicis, come Menzio, si forma all’Accademia Albertina di Torino, e poi in quella milanese di Brera, presso cui nel 1924, si aggiudica il pensionato Hayez. I suoi paesaggi plasticamente costruiti ed intonati ad una cromia terrosa gli valgono il consenso del gruppo di Margherita Sarfatti, e nel 1929 sarà invitato all’esposizione milanese. La produzione successiva, presentata a numerose esposizioni su tutto il territorio nazionale, mostra un interesse sempre crescente per la figura umana, con richiami evidenti ad artisti francesi come Cézanne e Modigliani.
Tra gli artisti noti a livello nazionale e internazionale, troviamo poi: Roberto Aloi (Palermo 1897, Bergamo 1981), molto conosciuto nell’ambiente milanese: nel 1931 allestisce alla galleria Pesaro di Milano un’importante personale; il triestino Pietro Fragiacomo (Trieste 1856 – Venezia 1922), che trae profitto per la sua formazione artistica dall’intensa frequentazione di Giacomo Favretto e di Ettore Tito; il veneziano Eugenio Bonivento (Chioggia 1880 – Milano 1956), allievo di Guglielmo Ciardi all’Accademia di Venezia, una partecipazione all’Esposizione Internazionale di Bruxelles, a numerose edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale romana. È veneziano anche Beppe Ciardi, figlio del Guglielmo Ciardi che formò, tra gli altri, Bonivento, e che ottenne numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. E poi ancora, i bergamaschi Attilio Steffanoni e Ermenegildo Agazzi (medaglia d’oro nel 1900 e nel 1935 all’Esposizione di Parigi e presente a tutte le Biennali veneziane dal 1899 al 1928), i milanesi Leonardo Spreafico, Giuseppe Palanti e Gigi Comolli, formatosi a Brera e poi presente in numerose rassegne nazionali, come la Biennale veneziana, e la Quadriennale di Roma e di Torino. E i pavesi Alessandro Gallotti, Enzo Zanotti, Adolfo Mognaschi e Mario De Paoli.
Di grande interesse, tra gli artisti più contemporanei noti a livello nazionale e internazionale, sono le terrecotte policrome di Ernesto Ornati (Vigevano, classe 1932), artista noto e apprezzato nel panorama dell’arte contemporanea, anche internazionale. Nel 2013 Ornati ha donato ai Musei Civici la collezione di 31 ritratti (tutte terrecotte policrome, eccetto due bronzi) di personaggi della cultura e dell’arte del secolo scorso, già presentata alla Fondazione Stelline di Milano (nel 2002) e al Museo Archeologico di Potenza (nel 2004). Insieme ai dipinti che Dario Fo ha donato in occasione della mostra dedicata a La Battaglia di Pavia.

Una sezione della mostra è dedicata alle opere prodotte dalle tre giovani artiste Iris Dittler, Teresa Cinque e Isabella Mara, durante il loro soggiorno alla “Residenza d’artista”, organizzata dal 2014 dall’ Associazione “Ar.Vi.Ma. Arti Visive Marabelli. Scuola Civica di Pittura di Pavia. Le tre opere (donate alla Civica Scuola, e allestite insieme ai bozzetti preparatori, per mostrare lo sviluppo dell’opera) risultano particolarmente significative dello speciale rapporto che ciascuna delle artiste residenti ha individualmente instaurato con la città di Pavia, la sua storia, la sua cultura, la sua dimensione emotiva. “Abita sotto la lingua”, dell’austriaca Iris Dittler, mette in scena un dialogo evocativo tra contemporaneità e storia di Pavia, quale la relazione suggestiva con il nostro Romanico. “Bosco di dentro”, di Teresa Cinque, cattura le atmosfere sospese, plasmate dall’artista, che si è ispirata al paesaggio naturale extra moenia. “L’estate di Albert”, di Isabella Mara, propone una restituzione poetica dell’esperienza pavese di Albert Einstein. La permanenza delle artiste ospiti è stata documentata da due film brevi, diretti dalla regista Silvia Migliorati, che si offrono come ulteriori racconti delle singole esperienze artistiche in comunione con i luoghi, le persone, gli artisti locali della città.

Fino al 27 Novembre 2016

da martedì a domenica: 10.00 – 17.50
chiuso lunedì

Biglietto intero: euro 8.00 (tutti i musei)
Biglietto ridotto: euro 4.00 (singoli musei o sezioni)
Biglietto Famiglia (due genitori + figli fino a 18 anni): euro 10.00
Corte del Castello: gratuito

Musei Civici di Pavia, Castello Visconteo
Viale XI Febbraio 35, Pavia