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Marina Abramovic e Ulay. Due corpi nudi per la performance Imponderabilia

Il corpo non è solo lo strumento per eccellenza attraverso il quale l’uomo riesce a esprimere i propri sentimenti, il corpo è il mezzo attraverso il quale numerosi artisti hanno deciso di affrontare temi differenti, presentandoli al pubblico attraverso un’ottica nuova, originale e moderna.

Tornando indietro di qualche decennio è possibile esaminare come negli anni ’70 la nudità del corpo umano fosse considerata un tabù, l’esser nudi provocava disagio fra i membri della società, era un oltraggio al pudore, uno scandalo per la pia morale cattolica.

Marina Abramovic ha affrontato tale questione attraverso la performace Imponderabilia, un’esibizione del 1977 realizzata presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna insieme al proprio compagno, l’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen, meglio noto con l’appellativo di Ulay.

Si tratta della messa in scena di due corpi completamente nudi, posti uno di fronte all’altro in uno spazio stretto. Qual è però la particolarità della performance? Se il corpo nudo crea imbarazzo, scandalo, perché non viene semplicemente ignorato dal pubblico? Non è possibile far finta che i corpi dei due artisti non esistano, per entrare nel museo il pubblico è obbligato a oltrepassare i due corpi e trattandosi di uno spazio strettissimo non c’è la possibilità di passare dritti, senza interagire con i corpi estranei, i visitatori sono costretti a rivolgersi verso Marina Abramovic o in direzione di Ulay.

E’ la psicologia dell’individuo ad entrare in gioco nella performace: verso quale corpo si volgerà il pubblico? E’ il corpo femminile o quello maschile a creare minor turbamento? La nudità provoca disagio, perciò per molti individui dover operare una scelta diventa una vera e propria sfida. Non sono gli artisti a sentirsi in imbarazzo, essi hanno trasferito tale sensazione al pubblico, il quale deve fare i conti con le proprie emozioni e istinti, affronta il tabù ed entra letteralmente in contatto con esso, diventando così parte integrante della performance artistica.

 

L’arte della sensualità nei nudi della Beecroft

Forza, fascino, bellezza femminile. La scelta di Vanessa Beecroft è semplice: realizzare performance avvalendosi del corpo di donne più o meno nude, posizioni quasi coreografiche accompagnate da giochi di musica e di luce. L’artista vuole comporre quadri viventi, basta poco: una galleria e un gruppo di modelle.

Ciascuna delle partecipanti deve attenersi a delle norme che lei stessa stabilisce, assegna loro una disposizione segnata da un numero, scritto sul pavimento, una posizione precisa su una linea quadrata, circolare o comunque simmetrica. A loro stesse spetta poi di creare il disordine naturale, privo di teatralità, per trasportarsi tutte assieme in un’idea di nudità metafisica, fortemente indicata anche dalla scelta dei corpi e dalla tessitura dell’epidermide.

Come se fossero corpi finti, costringe giovani modelle seminude a stare immobili per ore ed ore. Quando si muovono, lo fanno secondo coreografie progettate nei minimi dettagli, e guai a sbagliare: vietato parlare e interagire tra di loro o con il pubblico nemmeno scambiando uno sguardo, è necessaria la massima concentrazione.

«Non parlate, non interagite con gli altri, non ridete, non muovetevi teatralmente, non muovetevi troppo velocemente, non muovetevi troppo lentamente, siate semplici, naturali, distaccate, siate inapprocciabili, non siate sexy, comportatevi come se foste vestite e se come se non ci fosse nessuno nella stanza», è così che la Beecroft si rivolge alle sue ragazze, ed è solo tramite questi schemi che può ottenere il totale straniamento della loro presenza.

Beecroft pone al centro della propria riflessione i temi dello sguardo, del desiderio e del mondo della moda. I corpi morbidi delle donne si contrappongono al terreno umido e sporco, si lasciano cadere sulla terra, venendo a contatto con essa, sporcandosi. Nel corso della mostra si alternano i ritratti di ragazze a figura intera, dalla chioma lunghissima o dai capelli raccolti, come fossero fiori e germogli di piante. Secondo l’artista La terra è un riferimento alla land art, molto scura e umida, come la terra ricca dei campi coltivati. La performance contrappone la purezza dei corpi femminili, la loro nudità, con il colore sporco della terra e la sua materia. Alcune modelle saranno simili a gigli e altre simili a patate.

È evidente che, come in tutti i lavori di Beecroft, il corpo è protagonista, spesso nudo o accompagnato da pochi accessori, un costume, una scarpa dai tacchi vertiginosi, calze o parrucche. Lo splendore femminile è analizzata nelle sue molteplici sfaccettature, nella fisicità, nella forza e nel fascino, nella fertilità. Una bellezza ideale che quasi richiama quella sensualità della Venere di Urbino.