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Pedro Reyes e l’arte per il disarmo ideologico e sociale

Pedro Reyes, artista di origine messicana, è conosciuto a livello internazionale per il suo interesse relazionale e interattivo, legato alla necessità di accendere dei fari su problemi sociali e politici che affliggono la società contemporanea e in particolare quella del Sud America. Pedro Reyes dal 2000 lavora alla realizzazione di progetti su larga scala che includono collaborazioni con autorità locali messicane, come in Palas por Pistolas (2007) e Disarm (2013), o che richiedono la partecipazione diretta del pubblico, dei civili e dei cittadini, come ad esempio Sanatorium (2011- 2013).

L’approccio artistico di Reyes è prettamente pedagogico e relazionale. Tramite l’azione interattiva, l’artista mette in atto una rivoluzione dall’interno che tende a cambiare lo status di un oggetto e ridefinirlo secondo un’alterazione repentina di significato. Gli oggetti di Reyes sono reali, sono parte di una storia politica ben precisa e prettamente negativa, il compito e il lavoro dell’artista è quello di riabilitare ideologicamente e formalmente quell’azione negativa, omicida o di repressione in un atto di ribellione positiva e razionale attraverso l’uso interdisciplinare di musica, teatro, performance, ecc.

La partecipazione e l’interazione sono altri aspetti che fanno del lavoro di Reyes, una produzione artistica sensibile e allo stesso tempo contrassegnata da un forte impegno civile. In alcuni dei suoi progetti, l’artista, si è rivolto direttamente ai suoi fruitori, cercando tramite l’atto stesso di una riabilitazione emotiva, di rileggere e innescare processi di cura mirando a una progressiva democratizzazione della terapia.

Pedro Reyes dunque esplora il potere dell’individuo e della collettività, impiegando pratiche diverse, dalla scultura, al video, alla performance. L’artista incita al cambiamento razionale e alla conoscenza consapevole, ridefinendo altre forme di vita che inneschino, a loro volta, nuovi spunti reazionari e relazionali. Le opere oggettuali e i progetti artistici di Pedro Reyes, raccontano di una realtà politica molto spesso dimenticata e con la sua capacità emotiva di trasformare il negativo in azione positiva, permette di inondare di nuovi significati aspetti di una società spesso irrisoria e inconsapevole. La “politica dell’orrore” si fa portatrice di nuove speranze e quei demoni della morte da cui i suoi processi creativi prendono linfa, vengono annientati da esorcismi visivi, umorismi creativi, che inducono a una riflessione contemporaneamente coscienziosa e ricreativa.

 

Urs Fischer, il maestro del paradosso

Ironia e dramma sono due aspetti uguali e contrari per definire a grandi linee la produzione artistica di Urs Fischer. Un’arte di ossimori è quella realizzata dall’artista, di origine svizzera e con base a New York, che sorprende e allo stesso tempo fa storcere il naso chiedendo un passo cauto ma giocoso per le strade e le atmosfere oniriche create dall’artista.

Urs Fischer è visionario e allo stesso tempo realista, mette in scena accorte produzioni di oggetti o riproduzioni di opere della storia dell’arte ponendosi sempre in bilico tra un’attenzione iperrealistica, precisa e minuziosa, e una dimensione fantastica, fatta di sogni e di colore. L’universo artistico di Fischer mette in gioco tanti elementi che si contrappongono e si raccontano in maniera chiara e immediata. Non sono gli oggetti, però, ad essere il centro dell’attenzione di Fischer, bensì la sua abilità nel percepire e chiamare a sé tutti i sensi, avvicinarli allo spettatore e lasciarli andare con sfrontata delicatezza.

Con un particolare debole per il paradosso, l’artista distrugge dall’interno ogni singolo elemento, attuando una graduale separazione a più livelli dell’oggetto, devitalizzandolo e riambientandolo in nuove contingenze. Tuttavia, la separazione da significato e significante conduce a un lavoro che predilige il processo ideativo che precede la creazione piuttosto che la ricerca, a volte caratterizzata da errori e tentativi falliti. Non è dunque il punto di vista compositivo il protagonista dell’opera di Urs Fischer, bensì le contingenze, i racconti e i legami che nascono tra paradossi, tra visioni contrastanti, esuberanti ed eccessive. L’interazione è il racconto frammentato che l’artista tenta di costruire, una contingenza che ha al suo interno, celata, una forte critica politica ma che si astiene e si lega in maniera elegante e sofisticata alla storia dell’arte.

L’attualità visiva immaginaria di Fischer racconta anche di una confusione totalizzante, che annienta l’essere umano in ogni secolo. Questo spaesamento è descritto tramite racconti frammentati, oggetti annientati o destrutturati, abbandonati e dimenticati. Tutta la produzione di Fischer descrive una situazione che mano a mano si arricchisce di elementi, confusi e offuscati da una produzione quasi pop, divertente, umoristica e gioiosa. Questo grande controsenso, permette all’operato artistico di Urs Fischer di sperimentare e presentare un’arte logica e assurda, ironica e drammatica che tenta di catturare un momento che si smonta agli occhi dello spettatore, restando in sospeso, indefinito. Un’arte che riflette sul tempo e sulla sua caducità, attraverso drammatiche ironie colorate.

 

Marco Maria Zanin. Dio è nei frammenti

Si è inaugurata sabato 20 maggio, in occasione della Notte europea dei Musei, nelle sale superiori di Palazzo Santa Margherita, la personale di Marco Maria Zanin dal titolo Dio è nei frammenti.

La mostra, attraverso le fotografie e le sculture del giovane artista, esplora il tema della memoria e delle radici nella società contemporanea mediante un’opera di reinterpretazione di scarti prodotti dal tempo: detriti e oggetti che per Zanin, sulla scorta del filosofo francese Georges Didi-Huberman, sono “sintomi” della sopravvivenza lungo le epoche di valori umani archetipici. L’indagine si muove tra la civiltà rurale del Veneto, sua regione di origine, e la megalopoli di San Paolo, dove vive alcuni mesi all’anno: due luoghi profondamente diversi nel modo di vivere il passato e il presente, ma fortemente legati dai fenomeni migratori dall’Italia al Brasile tra XIX e XX secolo.

Attrezzi del mondo contadino vengono tagliati e fotografati, assumendo forme inedite dal carattere totemico, mentre da frammenti di edifici moderni demoliti sono tratte sculture in porcellana, oppure nature morte che riecheggiano Giorgio Morandi, maestro con cui l’artista istituirà in mostra un intenso dialogo. Gli interventi di trasformazione degli oggetti di Zanin costituiscono un invito a lavorare con la materia psichica della memoria assieme all’immaginazione.

Marco Maria Zanin è stato selezionato dalla Galleria Civica di Modena nell’ambito del progetto Level 0, promosso da ArtVerona in collaborazione con 14 musei e istituzioni d’arte contemporanea italiani, per offrire supporto e visibilità agli artisti emergenti esposti in occasione dell’ultima edizione della fiera, dove l’artista era proposto dalla Galleria Spazio Nuovo di Roma.
La mostra è patrocinata dall’Ambasciata del Brasile.

Fino al 16 Luglio 2017

MODENA

LUOGO: Galleria Civica di Modena – Palazzo Santa Margherita

CURATORI: Daniele De Luigi, Serena Goldoni

ENTI PROMOTORI:

  • Con il patrocinio di Ambasciata del Brasile – Italia

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 059 2032911

SITO UFFICIALE: http://www.galleriacivicadimodena.it/

Thierry Konarzewski. Enosim, il posto delle anime

Fino al 14 maggio 2017 Cartec, Galleria Comunale di Cagliari, ospiterà la mostra personale Enosim di Thierry Konarzewski, un arista che ha trascorso la sua vita sull’immaginazione visiva, un’immersione completa nel mondo animista.

Mostrò fin da subito un interesse verso la società industriale, guardando il ruolo di ciascun individuo per la perdita dell’estetica, che aveva favorito quest’attrazione estetica e la memoria degli oggetti, creando una simbiosi tra natura e il suo ambiente circostante.

L’artista scoprì negli oggetti un linguaggio metaforico fatto di suoni e visioni, una metafora dell’anima umana, di una società alla ricerca dell’etica e dell’estetica. Enosim racconta un’avventura umana, quella della nostra società, con la consapevolezza che ogni oggetto abbandonato o riciclato ha una sua anima.

Le immagini della mostra invitano ad accettare questo cambiamento di stato, all’affermazione della vita sull’eternità sconosciuta. La mostra si colloca in una metamorfosi, in questa mutazione obliqua, dove lo sguardo attento di un camminatore sappia cogliere la bellezza o il dolore o la presenza dell’anima degli oggetti.

Thierry Konarzeski è un visionario, prima che fotografo e prima che artista è un uomo del nostro secolo. Il suo sguardo non è quello del fotografo che fotografa ma dell’uomo che umanizza, che dona vita, che fa assomigliare le cose a dei volti e a sentimenti, che ispeziona le profondità delle cose come un bambino sa fare. Alla base di questa catalogazione c’è una metamorfosi del popolo sulla nostra società. L’inservibilità delle cose e la loro dimensione metaforica perviene la narrazione della mostra come un viaggio iniziato, un viaggio affondato sulle nostre cose, esausto e vagabondo.

Le foto ci osservano, ci ammoniscono, ci consegnano alla nostra mortalità, è lo sguardo di un fotografo che va oltre la memoria delle nostre azioni.

 

 

 

 

Cartec Galleria Comunale di Cagliari

Dalle 10,00 alle 18,00

Dal lunedì alla domenica

Chiuso il martedì

Anish Kapoor: un’esplosione di viscere e sensualità al Macro di via Nizza

Torna ad esporre in Italia, con una produzione totalmente rinnovata, la star dell’arte contemporanea Anish Kapoor.

La mostra, a cura di Mario Codognato e visitabile al MACRO fino al 17 aprile, è composta per la maggior parte da opere recenti e inedite, realizzate dall’artista principalmente negli ultimi cinque anni.

Tutte le opere in esposizione si concentrano sui toni del rosso e sui riferimenti al corpo umano, invadendo gli spazi del museo con forme organiche, bitorzolute e brutalmente sensuali che ricordano da vicino certa arte degli anni Sessanta, e si discostano invece nettamente dalle superfici lisce ed eleganti generalmente protagoniste della produzione dell’artista.

Silicone, tela e pittura si trasformano per volere di Kapoor in viscere giganti e carne viva, in ferite aperte, bendaggi e suture, in riferimenti alla natura primordiale dell’uomo e a organi sessuali, generando opere di grande forza espressiva e in grado di coinvolgere lo spettatore in maniera immediata.

Oltre che attraverso le consuete superfici riflettenti e bizzarre architetture – pur in parte presenti all’interno della mostra con lavori come Mirror (Black to Red), Corner disappearing into itself e la monumentale Sectional Body preparing for Monadic Singularity – il pubblico è coinvolto questa volta dall’artista anche attraverso colori e forme evocative, aiutate nel loro effetto dalle grandi dimensioni e dall’affollamento delle opere all’interno dello spazio espositivo.

È la presenza fisica, in sostanza, ciò che conferisce potenza alle opere in mostra, e ne racchiude il senso molto più che qualsiasi interpretazione. Quella di Kapoor è del resto da sempre un’arte che non ha bisogno di nessuna spiegazione, che tralascia il significato per concentrarsi unicamente sulla relazione tra l’oggetto e colui che lo guarda. Un’arte che va quindi vissuta, che può essere compresa solo attraverso il corpo e i sensi, mediante cioè un incontro fisico e ravvicinato.

Proprio per questo motivo chiunque si trovi a Roma da qui ad aprile farebbe bene ad approfittare di questa occasione, e fare in modo che l’incontro avvenga.

Red display, 2012, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Robe, 2012, in mostra al MACRO (museomacro.org) Sectional Body preparing for Monadic Singularity, 2015, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Anish Kapoor in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Apocalypse and Millennium, 2013, e Sectional Body preparing for Monadic Singularity, 2015, in mostra al MACRO (museomacro.org) Corner disappearing into itself, 2015, in mostra al MACRO(museomacro.org) Foetal (dettaglio), 2012, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Mirror (Black to Red), 2016, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Mist on the Mountain (dettaglio), 2016, in mostra al MACRO (foto dell'autrice)

Fino al 17 aprile 2017

MACRO Via Nizza, Roma

http://www.museomacro.org/mostre_ed_eventi/mostre/anish_kapoor

 

La quarta dimensione della percezione nelle installazioni sonore di Haroon Mirza

Haroon Mirza, vincitore di diversi premi internazionali tra cui il Leone d’Argento della 54esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia nel 2011, è ad oggi uno dei giovani artisti più promettenti della scena artistica internazionale. L’arte di ricerca di Mirza si basa su una scelta stilistica che si inserisce nel limbo tra scultura e installazioni sonore, raccogliendo e incrementando molti degli stimoli più interessanti dell’ultimo secolo.

Il suo sofisticato interesse artistico mette in moto un’attrazione verso la rielaborazione ambientale. Le sue sculture/installazioni, infatti, stravolgono lo spazio in maniera percettibile e minimale, creando contemporaneamente atmosfere imperturbate e a tratti inquietanti. La contraddittorietà visiva e percettiva amplifica potentemente la richiesta intenzionale di partecipazione da parte dell’artista britannico. L’ambiente a tratti asettico e quasi white cube si annulla per lasciare spazio ai concerti intuitivi e dinamici prodotti da Haroon Mirza.

La potenza e la forma di ricerca intravedono un interesse prettamente legato ai diversi modi di percepire il mondo attraverso differenti tipi di onde sonore. L’opera, infatti, nasce e si sviluppa come un unione di pezzi tra loro differenti. Può nascere da una singola idea o da un oggetto, a volte invece da un suono o da una composizione di suoni. Ma cosa succede quando esiste una sintesi tra di loro? Ogni singolo elemento, seppur mantenendo una propria autonomia e indipendenza, crea inevitabilmente una nuova dimensione di percezione, esplorata su un livello più astratto e intimo. La loro sintesi si esplica in volumi e nuove modalità di ascolto che determinano un livello altro di percezione che spesso ne definisce la potenza o l’assenza. Si tratta di rumori singoli e interni a un oggetto specifico, che si attivano e funzionano attraverso l’esistenza unificatrice di altri aspetti del sonoro.

Attraverso la rielaborazione tecnica e artistica degli oggetti, Haroon Mirza ci chiede di riconsiderare e di rianalizzare, le diverse forme percettive che si distinguono tra rumore, suono e musica. Quest’ultima, infatti, è costituita da un’unione di suoni che acquista un significato solo grazie alla percezione e al contesto socio-culturale che la definisce come rumore o come musica.

Questa tendenza inclusiva tipica di tutta la sua opera, lega ogni singolo elemento attraverso vuoti sostanziali, riempiti dallo spettatore che è chiamato a fare esperienza di quella composizione “entrandone”, in maniera ideale ma anche fisica, a fare parte. Attraverso un’esplorazione che va dal particolare al generale lo spettatore, in un viaggio fatto di suoni e rumori che si annullano tra di loro, è libero di percorrere lo spazio occupato dagli oggetti che acquistano vita e inondano la scena di stimoli percettivi e sensoriali unici e che conducono ed elevano lo spettatore su un nuovo livello di percezione che determina una forma estetica irripetibile.

 

 

Urs Fischer. Attenzione al quotidiano in primo piano

Noto come il Cattelan svizzero, Urs Fischer, classe 1973, è un artista contemporaneo che innalza l’oggetto quotidiano alla qualità di opera d’arte. Fonte d’ispirazione per l’arte di Fischer è sicuramente il mondo di Hollywood, in quanto il cinema, con il mondo dello spettacolo, influenza la vita di tutti i giorni, crea un’immagine di ciò che è giusto e sbagliato, ha la tendenza di formare immagini idealizzate, un po’ come accade, secondo quanto affermato dallo stesso artista, dal ruolo del Vaticano per la Chiesa Cattolica, ove il Vaticano, con il suo Credo, è l’esempio d’eccellenza per i fedeli.

Nonostante il cinema sia fonte d’ispirazione, il pubblico non deve cadere nell’errore, come spesso accade, di soffermare il proprio sguardo sugli oggetti presenti nello sfondo della scena, sono gli oggetti in primo piano, quelli che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi e che distrattamente non notiamo, a catturare l’attenzione, la sensibilità artistica di Fischer, i quali possono essere considerati grandi o piccoli in base al rapporto intercorrente con lo spazio che li ospita. Così in base a un rapporto oggetto – spazio, dove per oggetto si allude all’opera d’arte, Fischer reputa grande l’Hitler di Maurizio Cattelan, in quanto collocato in una sala di grandi dimensioni. Se la frenetica società contemporanea appare distratta nei confronti del quotidiano, arrivando spesso a non notare i semplici oggetti che accompagnano la nostra vita, niente paura! Ci pensa l’artista svizzero a omaggiarli.

Quotidiano non è solo l’oggetto rappresentato, ma anche la materia utilizzata per rappresentare l’opera, così Fischer servendosi della cera che solitamente si troverebbe in una casa sotto forma di una semplice candela ha plasmato il Ratto delle Sabine, sul modello della scultura del Giambologna. Con lo stoppino acceso, la scultura del Fischer è andata incontro al proprio destino sciogliendosi, emblema del tempo che scorre tutti i giorni inarrestabile, una condizione comporta un cambiamento dell’opera d’arte ma che non la distrugge totalmente perché, anche se si è sciolta la creazione del Fischer rimane lì, cambia solo la forma. Tale mutamento non comporta solamente la perdita della forma originale, viene alterato il rapporto opera – spazio in quanto la creazione artistica è legata allo spazio che la ospita, così se viene alterato il rapporto fra i due subisce un cambiamento e tali metamorfosi sono al centro degli studi di Fischer.

 

 

Joan Jonas

Fino al 27 febbraio 2017 sarà presente alla Galleria Alessandra Bonomo la terza mostra di Joan Jonas ideata per questo spazio. Joan Jonas è una figura emblematica nell’arte contemporanea americana del dopoguerra. Si distingue come una outsider dalle prime performance a New York negli anni ’70, nel momento in cui la città era un luogo di scambio per gli artisti più innovativi.

Cominciando dalla danza e dai video in bianco e nero, nei quali utilizza il corpo e il movimento come unico mezzo espressivo, l’artista evolve continuamente il proprio linguaggio, ampliando costantemente la sua ricerca con nuovi codici espressivi, influenzata nei suoi viaggi come in Islanda ed in Giappone.

I video tratti dalle performance interagiscono nei suoi lavori con elementi vecchi e nuovi, oggetti diversi trovati o disegnati dall’artista, la sua voce o la musica da lei scelta (Jason Moran) creano un filo continuo con la narrazione.
Il lavoro recente dell’artista si concentra sulla fragilità della natura e il suo legame con la condizione umana, come nella performance della Biennale di Venezia 2015, alla quale è ispirata la mostra.
Gli elementi principali sono un grande schermo, vari specchi che riflettono le proiezioni, oggetti trovati casualmente ed oggetti costruiti per la performance, i video e i disegni che mettono in relazione spazio e tempo intesi come materiali scenici.

Jonas, Fonte arte.it

Fino al 27 Febbraio 2017

Roma

Luogo: Galleria Alessandra Bonomo

Telefono per informazioni: +39 06 69925858

E-Mail info: mail@bonomogallery.com

Sito ufficiale: http://www.bonomogallery.com/

Scultura oggettuale. L’artisticità dell’oggetto

Ancora nel XXI secolo davanti a una mostra di arte contemporanea si prova un senso di smarrimento quando lo sguardo di una parte del pubblico incontra degli oggetti che compongono una scultura. Non sono ancora tutti abituati ad accettare il termine “contemporaneo”, così spesso si prova un senso di delusione in quando non ci si trova di fronte a una scultura che si può definire “tradizionale” e ci si interroga sul perché l’artista ha preferito plasmare un’opera che altro non è un insieme di oggetti. Sotto quale nomenclatura è possibile racchiudere la forma d’arte avente, utilizzando un gioco di parole, degli oggetti come oggetto?

Oggettualismo: interesse artistico verso l’oggetto. Già durante il corso degli anni ’80 è stato possibile assistere alla proliferazione di installazioni che avevano come base il recupero, l’esibizione e l’invenzione dell’oggetto di tipo industriale, frutto dei meccanismi e apparecchiature elettriche.

Utilizzare l’oggetto quotidiano non significa soltanto presentare al pubblico una catalogazione di quello che è il mondo in cui si vive, viene meno l’aspetto scandalistico e provocatorio che animò la Pop Art e artisti quali Jasper Johns, Oldenburg o Rauschenberg, l’obbiettivo degli artisti oggettuali è invece il voler “ritualizzare”, una “ritualizzazione” che avviene per mezzo della ripetitività degli oggetti di carattere vario.

Fra i vari artisti si annovera Haim Steinbach, artista israeliano, il quale opera proprio secondo quest’ultimo versante. A partire dagli anni ’60 realizzò opere attraverso le quali offriva la possibilità di indagare la qualità estetica e sociale degli oggetti: si tratta delle celebri mensole di Steinbach, create per rendere possibile la presentazione di oggetti di uso comune, artistici o etnografici. L’artista concentra la propria attenzione su tutte le cose appartenenti alla vita quotidiana ma che per abitudine vengono ignorate. L’uomo tende a ignorare un oggetto perché nella propria mente sa che quello si trova nel posto giusto, ma se cambia posizione, se viene cambiato l’ordine delle cose e l’oggetto non è più collocato nel proprio posto originario allora cattura l’attenzione dell’essere umano. E’ questo che fa Haim Steinbach col proprio operato artistico: interferisce sull’ordine degli oggetti, cerca altre soluzioni affinché questi siano in ordine.