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Il campo di battaglia di Rudolf Stingel

La creazione di uno spazio espositivo che sia funzionale alla collezione è sempre un punto molto delicato nella progettazione di una mostra. Tutto deve essere armonioso e anche una scelta apparentemente banale come il colore delle pareti è frutto di attenti ragionamenti. Rudolf Stingel lo sa bene e infatti è riuscito a fare dello spazio espositivo il suo personalissimo mezzo artistico.

Nel 1991, a New York, Stingel usò per la prima volta un tappeto arancione fluorescente per ricoprire il pavimento di tutta la galleria Newburg. L’arancione era talmente acceso che il riflesso nelle pareti bianche le faceva sembrare rosa, creando un effetto quasi optical. Secondo quanto detto dallo stesso artista nel 2013 a La Stampa, in occasione della promozione della sua mostra a Palazzo Grassi, fu proprio quell’intuizione arancio fluo a farlo conoscere al grande pubblico.

Ma perché il pubblico è rimasto così colpito da quella moquette e dalle varie declinazioni proposte nel corso di tanti anni? Cosa fa si che quella idea sia tutt’ora un cavallo di battaglia di Stingel? Lo stesso artista ci da indirettamente una spiegazione quando dice di vedere una mostra come un campo di battaglia dove ogni artista cerca di prevalere, combatte cercando di lasciare qualcosa che gli consenta di essere ricordato più degli altri. Pensiamo ad esempio a quando lui ricopre tutto l’interno di Palazzo Grassi con un tappeto ottomano del XVIII secolo. Sta trasformando gli ambienti dell’edificio in un supporto artistico a cui applicare colori e fantasie; pareti e pavimenti diventano autentici ready made e il pubblico può riconoscere l’intervento dell’artista dove altrimenti non si sarebbe mai chiesto chi potesse aver intonacato o piastrellato una sala espositiva.

La vera chiave del successo di Stingel sta qui, nell’intervenire negli spazi “di scarto”, nelle zone che non interessano agli altri artisti perché la logica impone la prevalenza dell’opera sul contenitore per cui non serve preoccuparsi del muro dove si appende il quadro o del pavimento dove poggia l’installazione. Sono cose da curatori non da artisti, pensano. Invece Rudolf Stingel si impadronisce del contenitore ribaltando ogni logica, sorprendendo il pubblico e gli altri artisti, vincendo la battaglia colpendo dove gli altri non pensavano nemmeno si potesse colpire. Parafrasando Vujadin Boskov: un grande artista vede un’opera d’arte dove gli altri vedono solo pareti e pavimenti.