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L’invisibile che diventa percezione nelle installazioni ambientali di Shay Frisch

Campi elettromagnetici, adattatori composti e assemblati, corrente elettrica e infine la luce che illumina l’invisibile e lo rende improvvisamente percettibile. Queste le principali chiavi di lettura da tenere a mente quando si parla di Shay Frisch, artista e industrial designer, che ha fatto della riflessione tra arte e scienza il suo biglietto da visita. L’intervento al limite tra artistico e industriale che mette in atto Shay Frisch, racconta di un graduale spostamento della linea che separa il campo cognitivo da quello emotivo, alla ricerca di una nuova frontiera tra arte e scienza. Attraverso l’utilizzo perentorio di prese elettriche e collegamenti energetici, l’artista tenta di creare un fil rouge che anziché dividere i due campi, tenta di metterli sullo stesso piano, inglobandoli e, in definitiva, annientandoli.

Fulcro dell’azione non è la luce generata da questi assemblaggi puramente industriali e quasi home-made, ma l’energia che origina, trasforma, manipola e modella. La luce è dunque solo il prodotto che, da ultimo, fa da connettore e svela un prodotto di per sé invisibile, ossia, l’energia. Essa scorre ovunque ma si percepisce solo lì dove delle lampadine ne rivelano la “forma” effimera e intuitiva. I campi elettromagnetici rivelano dunque che l’invisibile prevale nettamente sul visibile, ed è quella forza, quella vitalità che permette di far coincidere emozione e conoscenza su pari livello, inducendo lo spettatore a fare esperienza diretta con qualcosa che va al di là del proprio raziocinio.

Shay Frisch, mette in pratica un dinamismo inatteso e imprevedibile che porta a osservare e a percepire gli ambienti in maniera differente ed esperienziale. In particolare, i campi messi in moto dall’artista modellano anche l’idea di superfice che qui assume i connotati di un continuum e annullano dunque ogni separazione tra oggetto e spazio. Tutto è trasformabile e tutto vive su uno stesso livello emozionale e visivo. Gli assemblaggi di Shay Frisch, lavorano anche sullo spazio – ambiente o meglio su quel contenitore che accoglie e, tante volte, tende a coccolare il pubblico predisponendo oggetti o manufatti di facile interpretazione. In questo caso, il fruitore è invitato ad attivare il senso intrinseco dell’opera generando esso stesso energia emotiva. Avvolgere lo spettatore e immergerlo attraverso proiezioni di luce intensa ha l’obiettivo unico di guardare alla forza e all’elemento dell’elettricità sotto un aspetto innovativo e inatteso. Le intermittenze luminose permettono allo spettatore di sentire e percepire il movimento che si cela dietro questi meccanismi di materia inerte.

Shay Frisch permette all’aspetto immateriale di rivelarsi e allo stesso tempo rende consapevoli del fatto che spesso per poter sentire e percepire l’energia, l’arte o la materia non è necessario vederla o toccarla.

 

Karinè Sutyagina. Circoscrivere l’infinito

L’opera di Karinè Sutyagina auspica all’infinito, e ne diventa rappresentazione apparentemente circoscritta. Artista uzbeka di respiro internazionale, inizialmente si dedica agli studi di scenografia, effettuati presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. I suoi schizzi riflettono un grande interesse per il disegno: nel bozzetto per i costumi destinati al balletto del Valzer dei fiori, tratto dallo Schiaccianoci di Ciajkovskij, l’eleganza del segno si coniuga al movimento al quale è destinato il soggetto rappresentato, in un sinuoso fluttuare dato da rapidi tracciati di linee imbevute di sprazzi di colore. Le figure sono eteree, eppure vivono di una presenza ben definita, che mantiene costantemente dei connotati estremamente femminili. In bilico tra il mondo fisico e quello spirituale, questi disegni denotano già una spinta verso un principio più impalpabile, meno ancorato a una necessità descrittiva e più propenso a un linguaggio fatto di sensazioni.

Questa ricerca di spirituale si è concretizzata negli ultimi anni, da quando Karinè Sutyagina ha iniziato a dedicarsi alla realizzazione dei cosiddetti occhi, creati assemblando materiali vari e protetti da sfere in plexiglass; sono propaggini estetizzate dei suoi studi accademici che rivelano a sorpresa un nucleo quasi filosofico.

L’occhio è da secoli espressione di una superiore entità divina, che guarda e protegge, veglia e controlla. Nella sfericità della sua forma il Tutto viene illusoriamente rinchiuso, in realtà si dipana, include tutti noi che l’osserviamo, perché altro non è che un riflesso di un bagliore che è già insito nella nostra anima.

Onde senza tempo e senza continuità, l’una nell’altra; i riverberi dell’esperibile accumulato nel corso delle ere diventano conoscenza, sapere che si fa nostro attraverso la presa di coscienza della memoria individuale e collettiva.

Numerosi sono i verbi che si collegano alla percezione visiva: guardare, osservare, spiare, fissare. Ma quello che le sfere ipnotiche di Karinè Sutyagina vogliono condurci a fare è Vedere: dentro e fuori di noi, farci immergere in un cosmo dove possiamo ritrovarci. Siamo minuscoli frammenti che diventano, in modo ordinato e imprevedibile, parte fondante della Realtà, divina ed umana.

Le categorie si perdono nel firmamento dell’universo, e l’unico modo per mantenere la rotta è affidarsi alla propria vista, che altro non è che propaggine di quella di un essere superiore che porta il nostro stesso nome.

L’energia divina ci guarda, e nel suo riflesso ci ritroviamo. Le sfere di Karinè Sutyagina sono una preghiera circolare, che parte dall’uomo verso l’alto per poi tornare a lui, causa ed origine della sua stessa essenza.