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Pomezia si illumina con l’arte

Dal 21 al 23 settembre Pomezia si illumina con l’arte. Torna infatti la manifestazione artistica Pomezia Light festival, che quest’anno metterà in campo ben 27 artisti, 8 dei quali internazionali, in mille metri quadrati di percorso luminoso. Giochi di luce, performance, colori e proiezioni faranno rivivere gli spazi pubblici della cittadina laziale, spingendo gli spettatori a guardarli con occhi nuovi.

Tema di questa edizione sarà la Smart City, la città intelligente e ideale già immaginata dagli intellettuali del Rinascimento, un luogo in cui l’armonia e la bellezza dell’architettura si sposano con la lungimiranza del governo politico e la vita della comunità, fondendo estetica, funzionalità e ideali. L’idea degli organizzatori – il collettivo Opificio in collaborazione con il Comune di Pomezia – è quindi quella di ridisegnare le strade della città attraverso le opere, in un intervento di rigenerazione urbana e riqualificazione del patrimonio edilizio. Pomezia è la città ideale per tutto ciò: moderna ma con una storia alle spalle, è l’unico vero polo industriale del Lazio, con delle strutture urbanistiche che si prestano perfettamente alla realizzazione di interventi estetici luminosi.

Quest’anno il festival si articolerà in tre sezioni: AroundTheCity, dedicata a digital performance, media performance, video teatro, video installazioni, installazioni luminose, light art, light design, digital art; EyesUpTower, dedicata alle operazioni di videomapping o live mapping sulla Torre Civica; e FunAtBeach, dedicata alle live performance, in particolare AV performance, live cinema, VJing.

Le luci si accenderanno ogni giorno alle 21.30. Condizione essenziale per l’evento infatti è l’oscurità, ma quest’anno il festival non vive solo di notte: sono in programma anche diversi incontri, workshop e masterclass aperti a tutti. Per maggiori informazioni sul programma e per prenotare gratuitamente le attività: www.pomezialightfestival.it.

 

 

Dal 21 al 23 settembre 2018

Pomezia

Ingresso gratuito

 

 

Il mare di Hull. I nudi blu di Spencer Tunick

Risale al 9 luglio 2016 la nuova iniziativa di Spencer Tunick (1967), artista statunitense specializzato nella fotografia collettiva rappresentante persone nude, che grazie all’ausilio di 3.200 volontari completamente nudi e dipinti in quattro diverse tonalità di blu ha potuto realizzare l’opera intitolata Il mare di Hull. E’ stata la Ferens Art Gallery di Hull a commissionare le fotografie al celebre artista americano per rendere omaggio alla città, nominata capitale britannica della cultura del 2017.

L’effetto scenografico della performance artistica è sorprendente, viene offerta all’osservatore la vista di un mare umano che scorre fra le vie della città, una marea senza acqua ma carica di emozioni variopinte, una distesa d’acqua umana che celebra il rapporto tra Hull e il mare. Il flusso umano suscita reazioni emotive non solo nello spettatore che ammira l’opera d’arte contemporanea ma anche fra gli stessi membri che hanno contribuito la realizzazione del mare umano. “Siamo diventati un mare di silenziosi monoliti blu, di fronte a un obbiettivo quasi invisibile. Siamo diventati acqua che fluisce attraverso una città che una volta era stata inondata”: queste sono le parole di Hannah Tomes su Il Post, una ragazza di 23 anni che ha preso parte all’opera di Spencer Tunick, spinta dall’entusiasmo di essere immortalata dal fotografo statunitense.

Il divertimento, la passione per l’arte e il desiderio di esibizionismo sono i motivi che hanno indotto le persone a prendere parte in modo volontario all’iniziativa artistica. Partecipare come volontari per realizzare Il mare di Hull significa che bisogna affrontare il problema della nudità, l’individuo deve eliminare i tabù che vivono intorno all’essere nudi, si deve superare l’imbarazzo di mostrare il proprio corpo nudo a migliaia di persone estranee, il corpo viene celebrato, non esiste la parola censura per Tunick. L’essere umano è colui che coltiva la cultura e questa non deve avere limiti, il nudo celebrato da Tunick non viene celato, viene fatto marciare silenziosamente tra le vie cittadine ed è ammirato con stupore, lo stesso stupore provato da un qualunque individuo mentre si sofferma ad ammirare l’immensità della natura del mare.

Ars Captiva 2017 – De_locazioni

Stendardi, opere pittoriche, fotografie, video, installazioni e perfomance che ruotano intorno a due concetti complementari: lo spostarsi e l’abitare. E’ questo Ars Captiva 2017, il progetto, unico in Italia, di formazione artistica rivolto agli studenti degli istituti superiori piemontesi. La sesta edizione biennale apre a Torino, sotto la direzione artistica di Maria Teresa Roberto, dal 26 ottobre al 9 novembre 2017, nelle settimane dedicate all’arte contemporanea. Dopo Le Nuove, il Museo regionale di Scienze naturali e l’ex Manifattura Tabacchi, l’iniziativa, nata dieci anni fa su impulso del Comitato Creo per avvicinare le scuole alle pratiche dell’arte contemporanea, ha scelto quest’anno di confrontarsi con gli spazi condivisi dell’Housing Giulia, in via Cigna 14/L, proseguendo così la collaborazione con l’Opera Barolo iniziata lo scorso anno.

Il percorso espositivo, composto da circa 40 opere realizzate per l’occasione, si sviluppa negli spazi esterni e nelle storiche cantine del complesso ottocentesco, aperte per la prima volta al pubblico. Nel cortile sono collocati, in corrispondenza dei pilastri esterni del portico, nove stendardi di grandi dimensioni, mentre sei opere pittoriche su tela occupano i vani delle nicchie nel lato breve del sottoportico. All’aperto trova spazio anche un grande Ikebana realizzato, nel corso di un workshop aperto agli studenti di Ars Captiva e agli ospiti della residenza, dal maestro Mario Sonsini, responsabile del Northern Italy Study Group che rappresenta in Italia la prestigiosa scuola Ikebana Sogetsu di Tokyo. L’opera collettiva, composta da materiale vegetale non convenzionale disposto secondo un’antica tradizione giapponese, è frutto di un progetto didattico portato avanti in collaborazione con la Gam di Torino, dove a fine settembre è stato allestito un altro Ikebana in omaggio all’opera realizzata nel 1960 dal maestro Sofu Teshigahara, proprio nei giardini della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Le cantine di Housing Giulia ospitano poi una ventina di altre opere, tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni sonore, dedicate ai temi della biennale. Tra queste, merita citare l’installazione di Lorenzo Gnata (Biella, 1997): una sorta di albero le cui foglie sono simbolicamente rappresentate da tanti post-it contenenti le risposte, raccolte dall’artista anche tra i residenti del luogo, alla domanda “Qual è l’ultima cosa che hai imparato?”.

 

 

Dal 26 Ottobre 2017 al 09 Novembre 2017

Torino

Luogo: Housing Giulia

Enti promotori:

  • Regione Piemonte
  • Consiglio Regionale del Piemonte
  • Città di Torino
  • Fondazione CRT

Lucio Pozzi. Personale

RizzutoGallery è lieta di ospitare per la prima volta a Palermo la personale di Lucio Pozzi (Milano 1935).

La mostra – accompagnata da un testo di Marcello Carriero – dà il via alla programmazione della Galleria nella sua nuova sede nel centro storico della Città, in via Maletto 5.

Lucio Pozzi è un’artista che ha incontrato durante la sua vicenda artistica le avanguardie americane con le quali ha condiviso temperature e sperimentazioni tra gli anni sessanta e settanta, essendosi trasferito a New York proprio in quel momento fertile e problematico che coincide con il minimalismo, l’arte concettuale, l’antiform.

Sebbene coerente con il suo tempo e la sua ricerca, Pozzi ha sempre considerato centrale il problema linguistico della pittura sia nella sua componente dialettica di segno e superficie, sia nella funzione di connotato emotivo del colore. Questa duplice indagine Pozzi la esplica in forme molteplici in cui l’immagine è sempre legata alla natura fenomenica, sebbene a volte del tutto secondaria nella soluzione visiva.

Dalla performance all’installazione ambientale, le opere di Lucio Pozzi hanno sempre ben chiari due sistemi oppositivi, un dialogo che ha sempre sfuggito la narrazione didascalica e il semplice commento della realtà.

Le opere esposte rappresentano la coerenza di questo percorso, sono state infatti scelte tra quelle più lontane nel tempo e quelle più recenti, in una soluzione comunque lontana dal dileggio antologico.

 

 

Dal 20 Giugno 2017 al 02 Settembre 2017

PALERMO

LUOGO: RizzutoGallery

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 091 7795443

E-MAIL INFO: tizianapantaleo@rizzutoarte.com

SITO UFFICIALE: http://www.rizzutogallery.com

Marina Abramovic e Ulay. Due corpi nudi per la performance Imponderabilia

Il corpo non è solo lo strumento per eccellenza attraverso il quale l’uomo riesce a esprimere i propri sentimenti, il corpo è il mezzo attraverso il quale numerosi artisti hanno deciso di affrontare temi differenti, presentandoli al pubblico attraverso un’ottica nuova, originale e moderna.

Tornando indietro di qualche decennio è possibile esaminare come negli anni ’70 la nudità del corpo umano fosse considerata un tabù, l’esser nudi provocava disagio fra i membri della società, era un oltraggio al pudore, uno scandalo per la pia morale cattolica.

Marina Abramovic ha affrontato tale questione attraverso la performace Imponderabilia, un’esibizione del 1977 realizzata presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna insieme al proprio compagno, l’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen, meglio noto con l’appellativo di Ulay.

Si tratta della messa in scena di due corpi completamente nudi, posti uno di fronte all’altro in uno spazio stretto. Qual è però la particolarità della performance? Se il corpo nudo crea imbarazzo, scandalo, perché non viene semplicemente ignorato dal pubblico? Non è possibile far finta che i corpi dei due artisti non esistano, per entrare nel museo il pubblico è obbligato a oltrepassare i due corpi e trattandosi di uno spazio strettissimo non c’è la possibilità di passare dritti, senza interagire con i corpi estranei, i visitatori sono costretti a rivolgersi verso Marina Abramovic o in direzione di Ulay.

E’ la psicologia dell’individuo ad entrare in gioco nella performace: verso quale corpo si volgerà il pubblico? E’ il corpo femminile o quello maschile a creare minor turbamento? La nudità provoca disagio, perciò per molti individui dover operare una scelta diventa una vera e propria sfida. Non sono gli artisti a sentirsi in imbarazzo, essi hanno trasferito tale sensazione al pubblico, il quale deve fare i conti con le proprie emozioni e istinti, affronta il tabù ed entra letteralmente in contatto con esso, diventando così parte integrante della performance artistica.

 

Have a Nice Time. Da Kounellis a Shiota

Si è inaugurata sabato 20 maggio a Palazzo San Francesco di Domodossola la mostra Have a Nice Time. Da Kounellis a Shiota a cura di Antonio D’Amico. Promossa e realizzata dalla Città di Domodossola, Assessorato alla Cultura, nell’ambito delle iniziative dell’Associazione Musei d’Ossola, l’iniziativa è, inoltre, sostenuta dall’Associazione Ruminelli e dalla Fondazione Comunitaria del VCO. In collaborazione con Mimmo Scognamiglio, la rassegna presenta un nucleo di 24 opere e installazioni.

Il progetto espositivo è una finestra che si apre sulla storia artistica dell’ultimo ventennio, e si presenta come spazio privilegiato dove fermarsi a guardare e compenetrare le ricerche e le tematiche poste in essere da alcuni fra i più significativi artisti del panorama dell’arte contemporanea italiano e mondiale. Le opere in mostra tentano di rispondere a una preponderante domanda che si pone la nostra contemporaneità: “a cosa serve l’arte?”, la riposta a questo interrogativo è: “a trovare se stessi”, una risposta implicita – anche se non del tutto -, che si scorge nelle opere, nelle performance e nelle installazioni dell’ultimo ventennio. Può sembrare una risposta banale, retorica, ma è profonda e reale, tanto più che questa considerazione non è soltanto tale per chi crea arte ma anche per chi la propone sul mercato, ovvero il gallerista, e quindi per chi la compra, dunque il collezionista. Un circolo vizioso e allettante in cui i protagonisti sembrano alla ricerca di uno specchio nel quale incontrare e riconoscere qualcosa di se stessi. Da questo girotondo seduttivo si può uscire sconfitti dalla tanta imperfezione, smarriti dall’assenza di punti di riferimenti, divertiti dalle molte stimolazioni, Have a Nice Time, ovvero trovare se stessi nello spazio dell’arte, o ritrovarsi salvati dall’immersione nell’ignoto per ritrovarvi il nuovo, come suggerirebbe Baudelaire.

Nel panorama artistico degli ultimi vent’anni, ricco di nuove modalità di pensiero visuale e di idee, si inseriscono il lavoro e la passione di Mimmo Scognamiglio che in questo girotondo è un anello di congiunzione tra artisti in grado di cavalcare linguaggi e proporre nuove letture del reale e dell’Io e i collezionisti, sempre alla ricerca di immagini entro cui ritrovarsi.

La mostra, infatti, propone il lavoro e le passioni di Mimmo Scognamiglio, il gallerista che tra Napoli e Milano ha tracciato con le sue scelte artistiche uno spaccato di storia dell’arte contemporanea, tra Kounellis e Shiota. Dal 1995 a oggi, si sono susseguiti nelle sue gallerie artisti che oggi calcano il panorama dell’arte internazionale e dettano ondate di pensiero che sarà possibile vedere radunati nella suggestiva cornice di Palazzo San Francesco a Domodossola. In quella che è stata un’antica chiesa medioevale e oggi sede della Pinacoteca Civica, potremo soffermarci dinanzi a un racconto per immagini che diventa il fissante di istanti di vita vissuta, di pensieri sconnessi tra loro che si lasciano ricomporre o dipanare dal pubblico con singolarissime interpretazioni e chiavi di letture. Le opere sono frutto di un percorso mentale intrapreso dall’artista che rimane pur sempre fascinosamente misterioso, tanto è vero che ogni opera assume il suo valore reale soltanto grazie al messaggio che ne recepisce chi guarda. Dunque a Domodossola sarà possibile ritrovare vicini tra loro tanti percorsi mentali visibili nelle opere di Maddalena Ambrosio, Chiharu Shiota, Antony Gormley, Peppe e Lucio Perone, Jason Martin, Mimmo Paladino, Joerg Lozek, Daniel Canogar, Jannis Kounellis, Jenni Hiltunnen, Jaume Plensa, Anneé Olofsson, Bernardi Roig, Marcus Harvey, Gavin Turk, Giovanni Manfredini, Ximena Garrido Lecca, Spencer Tunick, Julian Opie, Max Neumann, Massimo Kaufmann, Franco Rasma.

È certamente uno spaccato caotico, ma pieno di fermento della cultura artistica del così detto “secolo breve”, non sempre ben definibile entro un linguaggio riconoscibile e univoco, ma che ha portato questi artisti a sovvertire il vecchio concetto di “bellezza” e a definire inediti percorsi che mettono in relazione mondi empirici e sistematici.

Fino al 15 Ottobre 2017

DOMODOSSOLA | VERBANO-CUSIO-OSSOLA

LUOGO: Palazzo San Francesco

Orari: dalle ore 10 alle ore 12:30 e dalle ore 16 alle ore 19. Giorni di chiusura: lunedì e martedì; mercoledì su prenotazione

CURATORI: Antonio D’Amico

ENTI PROMOTORI:

  • Città di Domodossola – Assessorato alla Cultura

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0324 492313-312

E-MAIL INFO: cultura@comune.domodossola.vb.it

SITO UFFICIALE: http://www.comune.domodossola.vb.it

Da Vito Acconci a Milo Moirè: com’è cambiata la percezione della Body Art ai tempi di Two girls one cup

La Body Art è certamente la forma d’arte più controversa del panorama moderno. L’utilizzo diretto del proprio corpo per fini artistici si traduce molto spesso in performance oltraggiose che superano il limite della decenza. Chi frequenta i social network ricorderà sicuramente lo scalpore che fece nel giugno 2016 l’artista svizzera Milo Moirè, arrestata a Londra per essersi fatta palpare e masturbare in piazza dai passanti durante una performance artistica. La notizia ebbe parecchia risonanza mediatica e finì in breve tempo su tutte le testate, la Moirè fu denigrata e l’esibizione fu derisa. La recente scomparsa del newyorkese Vito Acconci, un pioniere della Body Art mondiale e autore di performance che hanno fatto la storia, un gigante che ha saputo spaziare anche nella poesia e nell’architettura, ci riporta a quella notizia virale di un anno fa.

Si perché nei vari coccodrilli usciti su Acconci l’esibizione più citata è la famosa Seedbed del 1972 alla Galleria Sonnabend di Parigi, consistente in una piattaforma sopraelevata sotto la quale l’artista si cimentava in atti masturbatori ripetuti a sfinimento davanti a un microfono e una telecamera. Il visitatore che camminava sopra la pedana ne udiva i gemiti dagli amplificatori e poteva scegliere se interagire con voyeurismo o andarsene via. Potrà sembrare una cosa da depravato e forse lo è, ma non c’è dubbio che Seedbed sia una pietra miliare della Body Art e a modo suo costituisca un pezzo di storia dell’arte.

In questo tipo di performance la volontà dell’artista è quella di shockare il pubblico e metterlo faccia a faccia con i limiti imposti dalle convenzioni sociali. La sessualità esce dai tabù dell’educazione, le inibizioni si azzerano e la persona diventa padrona assoluta del proprio corpo. L’artista diventa così espressione di libertà totale, mentre il pubblico, partecipe della sua libertà, si libera a propria volta di tutta l’impalcatura di regole imposte dal vivere civile. La Moirè è una continuatrice delle idee di Acconci, di Marina Abramovich e di tanti altri che in passato hanno usato, più o meno efficacemente, il proprio corpo come strumento di lotta culturale.

Detto questo, la domanda è: oggi questi atti performatori hanno ancora senso di esistere? È utile nella nostra società occidentale, moderna e multiculturale, comunicare con questi mezzi? Abbiamo attraversato un ventennio televisivo fatto di vallette e subrette che definire disinibite è un eufemismo (in Italia, tanto per citare un altro recentemente scomparso, siamo arrivati a vedere sculettare pure le minorenni per merito di Gianni Buoncompagni) e oggigiorno abbiamo pure la rete veloce che ci consente di vedere i pornazzi in alta definizione sul cellulare o girarli direttamente noi in POV. Dunque siamo sicuri di essere ancora ricettivi verso queste performance o dopo Two girls one cup ormai ci fa ridere tutto? La sensazione è che certi estremismi oggi abbiano perso d’impeto rispetto ai tempi in cui si esibiva Acconci, la società è cambiata e quello che ha funzionato in passato oggi comunica solo esibizionismo. Il problema è che di questi tempi l’esibizionismo fa parlare parecchio, il rischio di screditare la genialità della Body Art e di conseguenza decretarne la morte è alto.

 

Nedko Solakov: quando lo scarabocchio diventa arte

Ci sono molti modi con cui artisti e curatori possono approcciarsi a uno spazio espositivo, e può capitare, a volte, che da semplice contenitore esso si trasformi in strumento nelle mani dell’artista, generando felici occasioni di immersione e interazione tra pubblico e opera d’arte. É questo il caso di Nedko Solakov, artista bulgaro di difficile inquadramento, poiché fin dal suo esordio negli anni Ottanta evita accuratamente di essere legato a un unico stile e a un unico mezzo espressivo. La sua arte, in effetti, spazia tra i media più disparati, senza mai rinunciare però a una grande potenza narrativa e un atteggiamento ironico e radicale. Solakov, del resto, non accetta di essere confinato neppure nella comune logica della produzione artistica e dei modelli espositivi tradizionali. Pur abitando e alimentando il sistema dell’arte dall’interno, si dedica a suo modo a modificarne le regole.

In occasione delle sue mostre, in particolare, Solakov non si limita mai alla semplice pratica dell’esposizione di opere d’arte, ma sconfina in una dimensione che si può definire performativa, interagendo con lo spazio in maniera non convenzionale, spontanea e mai premeditata. Gli spazi che lo ospitano si riempiono così sempre di scritte e figurine disegnate a mano, dotate di una insolita ironia e un sarcasmo pungente, capaci di strappare una risata o una riflessione a chi è abbastanza attento da notarle. Si tratta di brevi storielle, aforismi e giochi di parole. Piccole incursioni dell’artista nello spazio espositivo, straripamenti dal suo normale raggio d’azione, che fungono da commenti ambigui e fantasiosi alla realtà che lo circonda.

Si tratta, in poche parole, di “scarabocchi” (o doodle, per adottare una definizione più alla moda), che con la loro grafia elementare e il loro linguaggio esplicito, sembrano scritti da un bambinone birichino e provocatore, e sono in grado di arrivare al pubblico in maniera diretta e immediata. Può capitare, addirittura, che ci si chieda se il museo sia o meno consapevole della loro presenza, e se non si tratti invece di una marachella di qualche pazzo o vandalo.

Possono essere piccolissimi o giganti, evidenti o sapientemente nascosti nei luoghi più impensabili (come bagni, soffitti, panchine, interstizi e ombre). Possono poi essere permanenti o effimeri, indipendenti o a commento di opere più convenzionali. In ogni caso sono sempre fortemente legati al luogo in cui si trovano, senza il quale non potrebbero neppure esistere. Non sono mai infatti progettati a priori, ma seguono la conformazione e le caratteristiche degli ambienti con cui si confrontano. Questo conferisce, come si diceva, un carattere performativo alle opere dell’artista, che non va rintracciato però solo nella modalità di realizzazione, ma anche in quella di fruizione da parte del pubblico. Il visitatore, infatti, di fronte a questi interventi, si trova spesso inconsapevolmente coinvolto in una sorta di caccia al tesoro, per tentare di scovare tutte le tracce furbescamente disseminate dall’artista nello spazio, e soprattutto si rapporta in maniera inconsueta alle opere, prendendo parte in qualche modo a una comunicazione diretta. Solakov, infatti, con queste operazioni, non fa altro che porsi sul suo stesso piano, interloquendo con lui, raccontandogli delle storie e provocandolo, cosa che gli permette di stabilire un contatto diretto ed estremamente efficace.

Per chi fosse interessato a prendere parte a questo dialogo, alcune opere dell’artista di trovano attualmente in mostra in Italia, alla Galleria Continua di San Gimignano fino al 23 aprile.

Nedko Solakov “Stories in Colour”

18 febbraio – 23 aprile 2017

Galleria Continua

Via Arco dei Becci, 1 – San Gimignano

 

http://www.galleriacontinua.com/exhibitions/exhibition/401

 

 

 

Jana’S, l’arte tessile in chiave contemporanea

Ingegno, dote artistica, passione. Stiamo parlando di Daniela Frongia, artista giovanissima nata nel 1981 a San Gavino in Sardegna. Fin dalla sua adolescenza ha mantenuto la passione per l’arte e la creatività, così dopo aver frequentato l’Istituto d’arte Contini di Oristano vola in Toscana per perfezionare i suoi studi all’Accademia delle Belle Arti di Firenze.

Al termine degli studi ha iniziato subito a lavorare, promuovendo la propria arte nel territorio toscano. Ha partecipato ad un progetto volto a promuovere l’arte contemporanea giovanile, attraverso workshop con personalità internazionali quali John Duncan, Melissa Pasut, Stefanos Tsivopoulos.

Daniela, in arte Jana’S, è riuscita a crearsi un bagaglio ricchissimo. Si è occupata di attività molto varie quali pittura e disegno, fotografia e video, installazioni e performance, ma ha sempre portato con se il fascino del vero artigianato sardo e in particolare della manifattura tessile. Così, una volta tornata in Sardegna ha sentito l’esigenza di toccare con mano questa eccellenza dell’arte tessile, per coinvolgere il suo pubblico verso il magico mondo dei tessuti. Lana, lino, cotone, canapa, tutte materie prime che Jana’S prende in mano per creare vere e proprie opere d’arte.

Un giorno, pochi anni fa, durante una passeggiata tra i nuraghi della sua terra, le cade l’occhio su della lana di agnello. Una scoperta, un istinto: la raccoglie. Grazie alla sua fervida creatività costruisce poi un fuso e un telaio. Così inizia a lavorare la lana, dando vita in questo modo alla sua prima creazione: un libro cucito interamente a mano.

Jana’S continua su questo panorama, e con grande manualità e devozione mantiene viva una delle più grandi antiche tradizioni della sua terra, riproponendo in chiave contemporanea la nobile arte della tessitura.

In prima persona si occupa dell’intero processo di lavorazione: dalla raccolta al filato, dalla macerazione alla essicazione, dalla gramolatura alla filatura. Le opere, raccontano il lungo percorso compiuto dalla fibra: prima seme, poi fiore e infine filo. Trama e ordito si danno da fare nella tela, si mettono in gioco con forte impatto visivo, creando un segno, una forma. L’azione del telaio che lavora il tessuto, l’ago che fora la pezza, uno sviluppo regolare che definisce le cuciture creando un suono del tutto armonico e ritmico.

L’originale rapporto di Jana’S con la natura caratterizza questa sua fase produttiva, spingendola verso altri orizzonti: come ad esempio le venature delle pietre e le ragnatele. Procede in questo modo una frenetica traiettoria di ricerca, che porta l’artista alla costruzione di telai sperimentali e installazioni che rielaborano antiche tradizioni, ma sempre in chiave moderna.

Ora, fino al 27 Febbraio 2017, in occasione della III° Expo del Turismo Culturale in Sardegna, presso il Centro di Comunicazione e Promozione del Patrimonio Culturale “Giovanni Lilliu”, è possibile visitare la mostra personale di Daniela Frongia dal titolo Perfiloepersegno, curata da Anna Rita Punzo.

 

perfiloepersegno.

#perfiloepersegnoPersonale di Daniela Frongia Jana S a cura di Anna Rita PunzoBARUMINI : Su Nuraxi - Casa Zapata - Centro Giovanni LilliuProrogata fino al 27 Febbraio 2017Music: River Flows in You - Yiruma (2001)

Geplaatst door Perfiloepersegno op donderdag 5 januari 2017

 

 

Il segno gestuale attraverso la corporeità performativa di Tino Sehgal

Immaginate una stanza, gli specchi opachi segnano l’ingresso in uno spazio in cui il protagonista non è lo spettatore, anzi ci si sente quasi a disagio quando davanti agli occhi due corpi si muovono all’unisono sul pavimento della sala uniti da un bacio che s’interrompe solo per qualche breve parola. Azione e gesto si prestano al minimo sforzo e tutto il resto sembra non esistere. È una coreografia? O si tratta, forse, di un momento intimo e privato? È performance! È il gesto intimo e docile di Tino Seghal, ricercatore per eccellenza della performatività in tutte le sue forme. Un’arte fatta di gesti e azioni, a volte difficilmente percettibili, che coinvolgono indirettamente i visitatori, immersi d’improvviso in un mondo diverso e alienante.

L’arte performativa di Tino Sehgal nasce dalla comunione di varie forme di gestualità: intuitive, sospese, in continuo divenire. Così come la sua arte sembra non avere mai una fine reale, così le forme di espressione dei corpi che prendono parte alle azioni dell’artista, non si spiegano mai del tutto. Il gesto, dunque, è per Sehgal la forma di comunicazione d’eccellenza che gli permette di creare frammenti d’arte attraverso altri corpi diversi dal suo. Questa non presenza dell’artista identifica una scelta stilistica molto pensata, che fa della sua arte una forma d’espressione in continuo mutamento. La sua presenza esiste sotto forma di regista e d’interlocutore. Sono, infatti, l’incontro e il dialogo, le due modalità di creazione che permettono a Tino Sehgal di conquistare ogni volta una generale acclamazione.

Si tratta, quindi, non solo di gesto ma di narrazioni intime e private, confidenze tra l’artista e i performer che permettono di creare delle atmosfere celate e sommesse. È un groviglio di pensieri e di emozioni ciò che porta, immancabilmente, a una riflessione postuma che si trascina da un corpo a un altro, in un movimento ostinato e continuo. Tino Seghal come un direttore d’orchestra, mette insieme i frammenti di ogni corpo e li traspone in un’unica musica che ha un senso solo se legata ad altri frammenti.

Un altro aspetto del suo modus operandi è il rifiuto di ogni forma di riproduzione multimediale che tramandi le sue esperienze performative in maniera globale e virale. La riservatezza e l’attenzione dell’artista fanno sì che il pubblico venga chiamato, invogliato a fare un viaggio che esula dalla forma tradizionale di arte e si apre, invece, a nuove forme di visione, creazioni della mente, gesti dell’espressività interiore e narrazione. I racconti che s’intrecciano tra loro tessono una storia che commuove, stranisce e fa pensare attraverso l’esperienza fisica di corpi in continuo dinamismo che raccolgono dei pensieri e li trasformano in arte.