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El Manto. Omar Rodríguez-Graham

Operare costantemente sulla decostruzione e ricostruzione del linguaggio pittorico, questo uno dei punti fondamentali della ricerca di Omar Rodríguez-Graham, artista messicano, classe 1978, formatosi negli Stati Uniti, il cui lavoro è oggi riconosciuto e apprezzato tra Messico, Stati Uniti, Europa e Sud America. La perfetta padronanza pittorica permette all’artista di muoversi con spregiudicatezza passando dalla figurazione all’astrazione in un continuo rimando di contenuti e linguaggi spesso dichiarati ed immediatamente sovvertiti. Un esempio sono le carni di bovino squartate dipinte in omaggio ad una straordinaria tradizione che muove da Rembrandt per arrivare a Soutine e agli ultimi casi di Jenny Saville, esposte, alcuni anni or sono, alla galleria Arróniz a Città del Messico. Forza e vigore, date in formidabili pennellate di luce, si ricompongono nel silenzio di grandi cavalli magistralmente variati in una serie intitolata “Variazioni su tema” e presentata nel 2011 nella stessa galleria. La grande abilità pittorica è sempre e comunque al servizio di un pensiero che indaga costantemente il rapporto tra arte e illusione. “Ogni arte ha origine nella mente umana e nelle nostre reazioni al mondo, piuttosto che nel mondo visibile, e proprio perché ogni arte è ‘concettuale’, tutte le rappresentazioni sono riconoscibili dal loro stile”… questo pensiero di Ernst H. Gombrich sembra costantemente evocato nelle opere di Rodríguez-Graham, in particolare, quando il confine tra figurazione e astrattismo si fanno labili. L’alfabeto dell’arte figurativa di tradizione occidentale è saccheggiato e riscritto in un ordine nuovo che si fa carico di secoli di storia; in “Eternal Return”, serie di lavori del 2014, ritroviamo grandi affreschi di gusto barocco, iridescenti cieli tiepoleschi, campiture di colori aspri espressionisti, il cubismo orfico, velocità e movimento dell’action painting, il gusto pop, fino ai tondi pittorici di Damien Hirst la cui creazione non è però costantemente controllata, come nelle tele di Omar, ma lasciata all’azione ‘non umana’ della forza centrifuga.

Oil on Canvas, 150 x 130 cm

Oil on Canvas, 150 x 130 cm

I lavori della serie “El manto”, di piccole dimensioni (34 x30 cm), offrono brani di delicata quanto intensa poesia, sono tutti realizzati a matita su tela di lino grezzo e sembrano rimandare a mondi di tessuti dipinti impreziositi da articolati ricami.  Tra i primi a partecipare delle sperimentazioni anamorfiche per soddisfare la necessità di rappresentazione prospettica nelle tele quattro-cinquecentesche, i finti panneggi si sono arricchiti di articolati motivi geometrici e fitomorfi hanno coperto dei e santi, vestito Madonne cortesi, riflesso ori abbaglianti, dando movimento, peso e volume alla storia per renderla verità. Da Piero della Francesca a Beato Angelico, attraverso  i delicati racemi fioriti della Primavera di Botticelli, fino agli straordinari studi chiaroscurali di Leonardo, i lavori di Omar Rodríguez-Graham  arrivano ad intercettare forme calligrafiche orientali di sete dipinte e  voluttuose forme curve dal gusto liberty. Il velo è tessuto ma anche diaframma che si interpone tra l’immagine e l’occhio, sottile impalpabile confine tra il reale e la sua rappresentazione.

link: Galleria Macca

Fino al 20 Ottobre 2016

Palazzo Amat
Via Lamarmora 136, Cagliari

Art Histories. Deborah Kass

Deborah Kass: Art Histories è la prima personale in Italia dell’artista. La mostra riunisce un gruppo di opere provenienti dalle più interessanti serie realizzate da Deborah Kass durante la sua lunga carriera.

Nel 1992 Kass iniziò The Warhol Project utilizzando le tecniche ed il linguaggio stilistico di Andy Warhol per rappresentare i suoi personaggi che non erano di certo meno iconici rispetto a quelli del suo predecessore. Deborah Kass ha scelto i suoi soggetti in base alla sua personale relazione con loro o ai suoi interessi. Nei suoi lavori ritroviamo artisti e storici dell’arte – i suoi “eroi” con lo stile mutuato da Warhol. Nella serie My Elvis, Kass sostituisce il famoso Elvis di Warhol con Barbra Streisand interprete del film “Yentl” del 1983. Nel film Streisand interpreta il ruolo di una donna ebrea che indossa abiti maschili e vive come un uomo per poter ricevere un’istruzione presso un’accademia ebraica. In My Elvis l’artista esprime le sue perplessità circa le relazioni tra i sessi, promuovendo il femminismo nella società e sfidando apertamente il patriarcato.

In The Jewish Jackie series (1992-1993), Kass ha preso in prestito le famosissime composizioni a scacchiera dove Warhol ripeteva le sue Marilyn inserendo dei ritratti di Barbra Streisand fotografata di profilo con il naso all’insù. L’artista si è appropriata della tecnica e dello stile del padre della Pop-Art anche nei suoi autoritratti (Blue Deb, 2000).

Deborah Kass, Blue Deb 2000

Nel 2002 l’artista ha iniziato un nuovo ciclo di opere, Feel Good Paintings for Feel Bad Times, ispirato, in parte, alla sua reazione alla nomina dell’amministrazione Bush. Queste opere combinano una serie di spunti presi dalla pittura del dopo guerra (Ellsworth Kelly, Frank Stella, Jackson Pollock, Andy Warhol e Ed Ruscha), dalle musiche scritte da compositori come Stephen Sondheim, Laura Nyro, Sylvester, dalle commedie di Broadway (Great American Songbook, Yiddish) e dai film. Questa serie di dipinti interpretano l’arte e la cultura americana degli ultimi cento anni come un periodo caratterizzato da una grande creatività data dall’ottimismo del dopoguerra, da una borghesia in crescita e dall’affermazione dei valori democratici.

Il lavoro di Deborah Kass si identifica come una risposta all’instabilità in termini politici ed ecologici e osserva in modo critico e nostalgico il XX° secolo. In questo modo, l’artista continua la sua riflessione ed analisi politico-filosofica tipica del suo lavoro dagli anni Ottanta ad oggi.

Deborah Kass ha recentemente dichiarato il suo appoggio a favore della candidatura alla Casa Bianca per la democratica Hillary Clinton attraverso un’opera in edizione limitata che riprende l’iconico lavoro Vote McGovern del 1972 di Andy Warhol dove sotto il volto di Richard Nixon l’artista scrive “Vote McGovern”. Allo stesso modo, Kass sotto il volto di Donald Trump, scrive le parole “Vote Hillary”. Tutti i ricavati della vendita delle opere Vote Hillary così come dell’edizione creata da Chuck Close, saranno impiegati per la campagna elettorale di Hillary Clinton.

link: Brand New Gallery

Fino al 12 Novembre 2016
Martedì-Sabato: 11.00-13.00 I 14.30-19.00
ingresso libero

via Carlo Farini 32, Milano

Uneasy Dancer. Betye Saar

“Uneasy Dancer” (danzatrice incerta) è l’espressione con cui Betye Saar definisce se stessa e il proprio lavoro che, per usare le sue parole, “segue il movimento di una spirale creativa ricorrendo ai concetti di passaggio, intersezione, morte e rinascita, nonché agli elementi sottostanti di razza e genere”. Il suo processo artistico implica “un flusso di coscienza” che esplora il misticismo rituale presente nel recupero di storie personali e di iconografie da oggetti e immagini quotidiani. Al centro della sua opera si possono individuare alcuni elementi chiave: l’interesse per il metafisico, la rappresentazione della memoria femminile e l’identità afroamericana che, grazie al suo lavoro, assumono forme e significati inediti. Come sostiene Saar, la sua arte “ha più a che fare con l’evoluzione che non con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani”.

Il primo ricordo artistico di Betye Saar è ispirato dalla visione delle Watts Towers di Simon Rodia nel quartiere periferico di Los Angeles che frequentava assieme alla nonna negli anni Trenta. La costruzione delle torri, prolungatasi per un periodo di 33 anni, fu decisiva nel stimolare in lei la convinzione che i materiali di recupero potessero esprimere sia un contenuto spirituale che tecnologico. Dopo la laurea in design alla UCLA, Saar lavora come grafica dedicandosi all’incisione, al disegno e al collage. A partire dalla fine degli anni Sessanta, ispirata dall’artista americano Joseph Cornell, la sua sperimentazione con i materiali diventa sempre più tridimensionale e verso l’inizio degli anni Settanta inizia a creare veri e propri assemblage.

Attraverso il suo uso esperto di materiali di recupero, memorabilia personali e immagini dispregiative che richiamano storie negate o deformate, Saar sviluppa una potente critica sociale che sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana. Negli anni Settanta, i suoi assemblaggi iniziano ad assumere dimensioni sempre maggiori, e diventano delle vere e proprie installazioni, accomunate da un approccio che unisce visioni e fedi di ogni tipo – da quelle più personali e misteriose a quelle universali – accostandole a riflessioni politiche.

Betye Saar, TheP 1966

Come osserva Elvira Dyangani Ose, “Saar confonde i confini tra arte e vita, tra piano fisico e metafisico. Il carattere spirituale della sua produzione non risiede solo nelle opere in cui trova espressione diretta il suo interesse per una pluralità di tradizioni culturali. Risiede soprattutto nell’operazione artistica che trasforma materiali comuni in nuove iconografie evocative, in suggestive narrazioni del reale capaci di coinvolgere intimamente l’osservatore”.

“Uneasy Dancer” espande nel suo complesso temi fondamentali della pratica di Betye Saar, tra i quali la memoria, il misticismo e la costruzione di entità socio-politiche. Questo emerge nell’opera seminale The Alpha and the Omega (2013-16), un ambiente circolare che allude al viaggio iniziatico e all’esperienza della vita umana. Questa installazione è stata concepita in occasione della mostra e include una serie di nuovi elementi che rappresentano l’idea del tutto, nella sua circolarità.

In mostra saranno presenti i suoi assemblaggi di immagini e oggetti inseriti in scatole o valigie, come Record for Hattie (1975) e Calling Card(1976), che assumono una dimensione performativa, anche se in miniatura. Altri assemblaggi, creati più recentemente e contenuti all’interno di gabbiette, come Domestic Life (2007) e Rhythm and Blues(2010), rappresentano una condizione fisica e metaforica di segregazione, ma anche di resistenza e sopravvivenza. Questi lavori includono tracce del folclore afroamericano, combinando la dimensione politica a una visione spirituale che attinge a molteplici credenze e tradizioni di origine africana, asiatica, americana ed europea.

Inoltre sarà presentata una serie di opere che utilizzano strumenti di lavoro o elementi della vita domestica, come assi per il bucato, bilance e finestre, assemblati a fotografie o manufatti d’epoca, come le opereMystic Window for Leo (1966), The Phrenologer’s Window II (1966) e A Call to Arms (1997). Questi ultimi lavori che abbracciano vari decenni svelano, da un lato, una condizione intima e autobiografica e dall’altro alludono a una dimensione immaginativa e fantastica. L’impiego di fotografie, trattate come oggetti trovati, in lavori come Migration: Africa to America I (2006), diventa una modalità di celebrazione della bellezza e degli artifici della femminilità.

In tutta la sua carriera Saar ha portato avanti una posizione artistica che, oltre a opporsi al pensiero maschilista ed eurocentrico, sostiene una prospettiva umanistica che riconsidera le nozioni di individuo, famiglia, comunità e società.

link: Fondazione Prada

Fino all’8 Gennaio 2016
lunedì / mercoledì / giovedì, 10 – 20
venerdì / sabato / domenica, 10 – 21
Intero – 10 €
Ridotto – 8 €

Largo Isarco 2,  Milano

BENVENUTO! Sislej Xhafa

“Sono nato in Kosova, ho vissuto in Italia e ora sono negli Stati Uniti. Quella che mi descrive è una realtà fluttuante”

Ha arredato come un grande palazzo la sala di attesa di una stazione di polizia a Gent, ha proposto un padiglione albanese clandestino alla Biennale di Venezia, ha utilizzato la stazione di Ljubljana come fosse una Borsa in cui al posto delle azioni si vendono desideri e speranze delle persone, è Sislej Xhafa, artista ironico e sovversivo che trae ispirazione dalla complessità e dalle contraddizioni della realtà, a cui il MAXXI dedica una grande retrospettiva.

Sislej Xhafa

La mostra comprende circa 30 opere, di cui una realizzata e pensata dall’artista appositamente per gli spazi del museo, che abbracciano tutto l’arco della sua produzione dagli anni Novanta fino ad oggi, restituendo le sfaccettature della sua produzione artistica, che trae ispirazione dalle contraddizioni della realtà contemporanea.

“La realtà è più forte dell’arte. Come artista non m’interessa riflettere la realtà, ma voglio interrogarla e metterla in discussione”

L’esposizione prende il titolo dalla grande installazione realizzata dall’artista nel 2000, nell’ambito del progetto Arte all’Arte sulle colline di Casole d’Elsa nel senese.
BENVENUTO! Sislej Xhafa è un viaggio visivo attraverso le complessità del mondo contemporaneo, in cui ogni opera spinge lo spettatore a riflettere, sia sul piano personale che sociale e collettivo, sui fenomeni sociali, economici e politici del nostro mondo.

link: MAXXI

Fino al 3 Ottobre 2016

Intero 12€, ridotto 8€
dal Martedì al Venerdì  11.00-19.00
Sabato  11.00-22.00
Domenica  11.00-19.00

Via Guido Reni 4A, Roma

Lettere d’amore. Giosetta Fioroni

L’incontro con Goffredo Parise rimane “l’evento centrale e felice” nella vita di Giosetta Fioroni. Un amore che Giosetta ha continuato a coltivare per tutta la sua vita. Nel trentennale della scomparsa dell’autore dei Sillabari e in occasione di Festivaletteratura, sarà visibile alla Galleria Corraini una mostra personale di Giosetta Fioroni dedicata a Goffredo Parise. Una serie anomala di varie opere costruiscono un racconto intimo del rapporto tra l’artista, lo scrittore e la cultura del loro tempo, che ripercorre inoltre la lunga collaborazione, dal lontano passato ad oggi, tra Giosetta Fioroni e la Galleria Corraini.

Diventa un’opera l’ingrandimento, realizzato dai grafici della casa editrice Corraini, della lettera scritta a mano, da Giosetta a Goffredo, esempio della costante passione dell’artista per l’uso della calligrafia. Nella mostra si potranno vedere ritratti e foto di Parise insieme ad alcune speciali operine in ceramica e metallo realizzate da Giosetta Fioroni alla Bottega Gatti di Faenza.

Contemporaneamente alla  mostra verrà pubblicata una plaquette (nome che a Parigi si dava, nei primi anni del Novecento, a edizioni brevi, ma assai speciali): Lettere d’amore, con due scritti di Goffredo Parise e Giosetta Fioroni.

La mostra sarà inoltre l’occasione per la ristampa di Tapestry. Psiche, metapsiche e guerre stellari, un piccolo libro del 1992 da tempo esaurito e ora finalmente ristampato, con disegni e parole di Goffredo e Giosetta dedicati alla poesia di Andrea Zanzotto.

Durante Festivaletteratura la Galleria Corraini accoglierà inoltre anche presentazioni, firmacopie e incontri con artisti e autori.

link: Galleria Corraini

Fino all’8 Ottobre 2016
dal Lunedì al Venerdì 9.30 – 12.30/15.30 – 19.30

Via Ippolito Nievo 7a, Mantova

Settembre. Paulo Pasta

In questa sua prima mostra individuale a Roma intitolata Settembre, Paulo Pasta, artista brasiliano e nipote di italiani, presenta nella Galleria Candido Portinari di Palazzo Pamphilj, sede dell’Ambasciata del Brasile in Italia, un insieme inedito di 16 dipinti astratti, olio su tela di differenti grandezze. I più grandi, come quello che dà il titolo alla mostra, hanno più di 2 metri di larghezza, mentre i più piccoli misurano 20 x 30 cm. Così come nella sua individuale presso la Galeria Millan di San Paolo nel novembre del 2015 (Há um fora dentro da gente e fora da gente um dentro – C’è un fuori dentro di noi e fuori di noi un dentro), i lavori sono caratterizzati da una intensa e ambigua atmosfera cromatica e da raffinate strutture geometriche, elementi che giustificano il ruolo da protagonista assunto da Paulo Pasta nella pittura contemporanea brasiliana.

Paulo Pasta, Setembro, 2016

Nelle tele astratte esibite presso l’Ambasciata del Brasile è possibile percepire una maggiore libertà rispetto ai lavori precedenti. Il contrasto cromatico è più intenso, i colori sono più luminosi e intraprendenti. Paulo Pasta non è un artista astratto nel senso puro del termine. Le sue forme sorgono necessariamente dal mondo, sono ispirate da piccoli dettagli, immagini catturate qua e là e poi rielaborate. Croci, ogive o pezzi di azulejo – la tipica piastrella di ceramica smaltata della tradizione iberica – sono temi ricorrenti nella sua produzione.
Tra le sue ricerche più recenti (la mostra riunisce solo opere del 2016) emerge, ad esempio, il tema ricorrente dell’Annunciazione. Valendosi delle diverse rappresentazioni dell’annunciazione dell’angelo alla Vergine Maria, nelle quali i due personaggi sono sempre separati da una colonna, Pasta ricrea uno spazio sintetico, benché scenico e con un leggero carattere tridimensionale a causa dell’uso inedito della linea diagonale nelle sue opere. Come una sorta di “preghiera”, la tela infonde pace a colui che la osserva con la necessaria attenzione.
Allo stesso modo, la tela Setembro (Settembre) richiama i colori emblematici della capitale italiana, tanto ricordata per i suoi templi dalle colonne marmoree e per gli edifici dai colori terrei. Un’altra forte influenza nella traiettoria di Pasta è quella dell’italiano Giorgio Morandi (1890-1964). Così come Paulo Pasta, suo “discepolo”, anche Morandi apprezzava le strutture geometriche e non usava colori primari, preferendo toni pastosi e con vari strati di tinta sovrapposta, fino a raggiungere i colori desiderati, ibridi e complessi.

Fino al 4 Ottobre 2016
dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 17
Ingresso libero

Ambasciata del Brasile a Roma (Palazzo Pamphilj)
Galleria Candido Portinari, Piazza Navona 10, Roma

Giovanni Presutti – Hello Dolly

Cemento,fiamme,fumo,vuoto,cemento.

Uno scenario apocalittico,degradato e degradante quello che ci viene offerto da Giovanni Presutti attraverso gli scatti della serie “Hello Dolly!”. La macchina fotografica dell’artista diventa il paio di occhi disillusi e disincantati necessari per potersi accorgere del baratro verso il quale si sta incamminando la società contemporanea.

Presutti fornisce così degli spiragli attraverso i quali gli spettatori possono in qualche modo prendere coscienza di questo cambiamento, di questo “modus vivendi”. Le figure umane scompaiono, lasciando spazio a questa bambola, vuota e inerme, ingentilita da un sorriso inconsapevole ed unica testimone di quel che è stato e quel che sarà. Un personaggio antropomorfo ma vuoto che rimanda con chiarezza e con un velo di umorismo perverso all’uomo moderno, inconsapevole per sua stessa scelta del declino apparentemente impossibile ma invece inevitabile verso cui si sta avvicinando, ma soprattutto svuotato prima e riempito poi di tutti quei valori effimeri e passeggeri di cui la società si fa tristemente veicolo.

Giovanni Presutti - Hello Dolly

Una fine del mondo diversa da quelle proposte dai colossi hollywoodiani, dai best seller in cima alle classifiche mondiali e da tutte le teorie evoluzionistiche di cui ormai siamo tutti profondi conoscitori, una fine del mondo che si allontana dal catastrofismo naturale e geologico, piuttosto un collasso sociale dovuto al rovesciamento dei valori, delle priorità.
Così le insegne pubblicitarie dei centri commerciali si illuminano al buio diventando totem inneggianti al consumismo, all’omologazione, alla serialità; le sale multiplex irradiano nella notte la propria accecante luce, divenendo così frammenti onirici di un sogno grottesco; le fermate del tram diventano tecnologiche reliquie viventi di un passato recente ormai finito; gli ipermercati diventano oasi di salvezza nel deserto della crisi economica.
Una società di consumatori e non di individui, un mondo di apparenza e non di sostanza. Un mondo di cemento, avvolto dal silenzio e dalle fiamme, dalle nubi tossiche che si dissolvono nell’atmosfera e di cui Dolly rimane l’unica, sola, ultima spettatrice.

La forza narrativa di Presutti è tangibile e supera il limite fisico della tela stampata colpendo violentemente in pieno lo spettatore. Le atmosfere apocalittiche presuttiane sono il frutto di un accurato lavoro di cesello, un “labor limae” Catulliano postposto in chiave visiva. Le influenze cinematrografiche sono molteplici, così come quelle degli artisti del calibro di Hopper. La luce, sospesa tra un effetto“naturale e non” caratterizza la serie di Presutti e diventa una sorta di filo rosso che collega uno scatto all’altro.
“Hello Dolly!” rappresenta non solo un saggio di bravura e sensibilità dell’artista Giovanni
Presutti, ma diventa veicolo di un messaggio più grande declinando alla massima sfumatura gli effetti di questo vivere “senza vivere”.
[Chiara Lascialfari]

Fino al 30 Settembre 2016

link: Die Mauer

Via Firenzuola 33, Prato

Nicolas Lamas a Milano

Il lavoro di Nicolás Lamas ruota costantemente intorno all’interazione tra le cose, ai luoghi in cui esse coesistono e creano altre tipologie di associazioni, scambi e potenziali combinazioni non tenendo conto di regole prestabilite.

La sua ricerca artistica può essere vista come una serie di esercizi speculativi dove tutto è parte di un processo ciclico di trasmissione di informazioni e di energia. È importante pensare alla pratica di Lamas come al risultato di un processo di produzione in continuo mutamento; dove l’intuizione, il caso, il gioco e la fisica determinano le sue relazioni con gli oggetti e le immagini all’interno di contesti specifici.

Nicolas Lamas - Between the Lines 1, 2016

Attraverso diverse metodologie di ricerca e di produzione, queste idee prendono forme e stati specifici in ogni progetto. Questa ricerca porta alla creazione di un corpo eterogeneo di opere che costituiscono un sistema che riesce ad acquisire un proprio equilibrio. Il lavoro continua così a mutare generando riferimenti e significati multipli.

Sono ossessionato dalla relatività degli oggetti e da come tutto sembri favorire relazioni diverse in base a differenti parametri che non vengono colti quotidianamente. Penso costantemente al concatenarsi di cause ed effetti che influiscono su tutti gli aspetti della realtà. Sono interessato alla “potenzialità” degli oggetti, al loro stato latente. A quando un oggetto, perdendo la sua essenza, il suo significato, il suo valore, possa trasformarsi in qualsiasi altra cosa. Mi interessano i valori attribuiti in senso simbolico, psicologico, culturale o economico ad un oggetto e a quanto questi siano relativi e mutevoli.

Nicolas Lamas - Breeze, 2016

“Cosa pensiamo quando interagiamo con gli oggetti che crediamo di conoscere? Come le nostre conoscenze, credenze o superstizioni determinano il grado di rispetto ed empatia tra noi ed un oggetto? Cosa succede quando un oggetto perde la forma che ne determina l’utilità? Non sempre è sufficiente solamente cambiare la forma per far si che un determinato oggetto acquisisca una nuova relazione con il mondo, ma è divertente osservare come, molto spesso e in modo del tutto naturale, utilizziamo degli oggetti con scopi diversi rispetto a quelli per cui sono stati creati.”
(Estratto dal dialogo tra l’artista Laura Buttons e Nicolás Lamas)

Fino al 10 Settembre 2016

link: Brand New Gallery

Martedì-Sabato: 11.00-13.00 I 14.30-19.00
Luglio: Lunedì-Venerdì: 14.00-19.30
La galleria sarà chiusa nel mese di agosto

via Carlo Farini 32, Milano

Il “Valore Reale” di Theaster Gates

“True Value” di Theaster Gates (Chicago, Stati Uniti; 1973) riunisce in due spazi della Fondazione Prada una selezione di opere recenti e nuove commissioni realizzate per la mostra.
La Cisterna ospita i lavori in cui l’artista esplora elementi del quotidiano all’interno dell’estetica e della cultura black. L’opera di Gates è caratterizzata dalla convinzione secondo la quale gli oggetti comuni sono in grado di veicolare una conoscenza profonda, insita non solo nel loro aspetto materiale, ma evocativa anche delle esperienze legate al loro utilizzo. In questo senso, i materiali di scarto rappresentano la memoria collettiva e sono i catalizzatori di una riflessione politica ed estetica sulla riqualificazione culturale e sull’attivismo sociale. Ad esempio, le manichette antincendio utilizzate contro i manifestanti all’epoca del movimento americano per i diritti civili degli anni Sessanta, o i pavimenti delle palestre di decine di scuole abbandonate in seguito alla diffusione di politiche neoliberali, sono stati trasformati in opere nelle quali il formalismo non è semplicemente un elemento estetico. La chiave della pratica artistica di Gates risiede in questa attitudine trasformativa, capace di trasmettere un valore universale simbolico. Una selezione di oggetti quotidiani, insieme a elementi che evocano esperienze rituali e spirituali, costituiscono il nucleo centrale del progetto esposto nella Cisterna.

Fondazione-Prada-Theaster-Gates

Al primo piano del Podium, Gates presenta True Value (2016), l’installazione che dà il titolo alla mostra e che consiste nella ricostruzione di un negozio di ferramenta abbandonato. L’opera raccoglie materiali, oggetti, strumenti di lavoro e utensili decontestualizzati rispetto al loro luogo di origine. Ricollocandoli in un ambito artistico, True Value sviluppa una nuova dimensione capace di creare uno spazio poetico e al tempo stesso pragmatico partendo dai materiali in vendita e dalle relazioni umane connesse al loro commercio e al lavoro.

Il progetto espositivo rappresenta inoltre l’opportunità di scoprire alcuni luoghi culturali e commerciali nelle vicinanze della Fondazione, ponendo l’attenzione su storie locali, modelli socio-politici e realtà culturali marginali, che formano una possibile nuova cartografia degli aspetti meno noti di Milano. Inoltre i lavori realizzati per tutta la durata della mostra saranno esposti in un ambiente che assumerà le caratteristiche di uno studio di artista o di un laboratorio artigianale.

Fino al 25 Settembre 2016

link: Fondazione Prada

lunedì / mercoledì / giovedì, 10 – 20
venerdì / sabato / domenica, 10 – 21

Largo Isarco 2, Milano

Summer Time, Malacarne a Roma

Nella poetica degli elementi l’acqua ha da sempre rappresentato sacralità e purificazione, la virtù assoluta da cui ogni cosa trae fondamento e origine, il caos primigenio da cui scaturisce il cosmo. Secondo Talete tutto nasce dall’acqua. L’acqua come origine di ogni cosa, del tutto che ancora non esiste ma è in divenire, l’immersione nell’acqua come regressione alla non vita e l’emersione come un nascere di nuovo.
Da qui, l’applicazione della simbologia del rito dell’immergersi all’individuo singolo e la trasposizione anche al battesimo, inteso come morte e rigenerazione per il tramite della fede del nuovo uomo. I tempi moderni sono gestiti dalla psicanalisi secondo la quale l’acqua nel sogno rappresenta, secondo Freud, la fisicità materna, mentre per Jung
sonda l’inconscio misterioso.
Malacarne
Quindi il nuoto, attraverso il quale più laicamente, assiri, indiani, romani rigeneravano lo spirito e tempravano il fisico, come evidente in straordinari bassorilievi, affreschi e mosaici. In epoca molto più recente il fascinoso Byron sollecitava le eccezionali capacità natatorie per il giovamento romantico e soprattutto delle dame sue ammiratrici nei circoli –  letterari e non –  di mezza Europa.
I Costruttivisti 
identificano nuoto e idoneità fisica nel segno del benessere e del progresso sociale. 

Probabilmente conscio ed inconscio di Malacarne sono intrisi, in tutto o almeno in parte, di tali dati quando si riferisce a figure che non sembrano nuotare bensì fluttuare.
L’iconografia di adolescenti che nuotano sembra palesarsi come il pretesto per la rappresentazione di una gravità particolare, soggettiva: più che in acqua i bagnanti sono immersi in un fluido, è liquido ma potrebbe essere aria e cielo.
Malacarne
Elementi che avvolgono la fisicità-materia e che permettono loro di vivere di gravitazione propria, elevandosi. La tela delimita l’acquario personale dell’artista in cui le figure levitano in un insieme coreutico, una danza orchestrata dalle armonie del nuoto, dove i flussi dell’acqua avvolgono i corpi e marcano le note attraverso il tocco pittorico, nel tratto-colore che parte dalla ricerca di fin de siecle poi dipanandosi, musicalmente con Debussy. Malacarne esercita raffigurazione e impianto come tastiera, la timbrica a volte è dolce, a volte appare decisa e violenta, nella naturale confusione tra visione, sonorità, percezione.
Ma è lo studio su levità e leggerezza quello in cui sembra concentrarsi l’artista, i corpi seguono piani e linee di galleggiamento aeree, le atmosfere sono morbide, l’elemento motorio si confonde nell’energia generale, avvolgente, metafisica. Malacarne sente le trasparenze dell’acqua e sembra ricercare, nel gesto di chi la trascorre, calma e sospensione, pur nelle sollecitazioni idrodinamiche.
E poi l’evidente indagine sulla luce, il rapporto tra la stessa e la fotografia, la rifrazione ed il confronto con l’immagine, sempre e comunque bidimensionale.Immagine emergente, della mente e di quel mondo.
L’immagine fluttuante.
Fino al 30 Settembre 2016
lun. ven. 10.30/13.00 – 16.30/19.30
sabato e domenica su richiesta
Pausa estiva dal 6 al 28 agosto.

Via Paola 23, Roma