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Alberto Burri. Materico pensante

Quando si pensa ad Alberto Burri si pensa a uno dei suoi sacchi. Ruvide superfici di iuta, integrate spesso con toppe e rammendi, in un gioco di cromie terree che rimanda ai colori della sua terra d’origine, l’Umbria. Terra di San Francesco, che vestiva di un saio simile per colore e texture ai sacchi sopracitati. In una dimensione più accademica, si pensa invece a Burri come a uno dei maggiori esponenti dell’Informale italiano, senza dubbio il più importante se pensiamo a quello materico.

La materia di Burri non è supporto ne contenuto. E’ sostanza o grido, superficie vibrante o buco nero, plasma o ustione.

Si laurea in medicina, viene arruolato come ufficiale medico nella Seconda Guerra Mondiale; nel 1944 viene catturato e rinchiuso in un campo di prigionia in Texas: qui inizia a dipingere. Quando farà ritorno in patria non eserciterà più. Sceglie la via artistica come occupazione definitiva; di dolori e lacerazioni, del corpo e dell’anima, forse ne ha viste già a sufficienza.

Ma l’elaborazione di un ricordo o di un forte accadimento avviene spesso proprio tramite la sua ripetizione. Non esercita più la sua manualità sui corpi umani, non ha più sotto gli occhi ferite e sangue, ma compie una scelta artistica curiosamente affine a ciò che lascia dietro di sé.

Burri interviene in modo chirurgico e intenso su diversi materiali che catturano il suo interesse: i primi esperimenti portano alla creazione di muffe, catrami, fino ad arrivare ai plastici gobbi. Dagli anni ’50 parte la serie dei sacchi: materiali poveri e logori, resi ancora più lisi dall’intervento consumante dell’artista, un’azione coercitiva che accelera il normale deteriorarsi delle cose, l’artista è un padre tempo che ha fretta di finire.

In seguito, l’azione diviene più incisiva, e forse anche più simbolica. Nascono le combustioni, il materiale, il più delle volte plastico, quindi nettamente artificiale, viene sollecitato, martoriato, modellato con la fiamma. Opera cardine di questa serie è senza dubbio il Grande rosso P18 del 1964, oramai un’icona. A prima vista è un’esplosione di un telo di plastica color rosso sangue, che implode in sé stesso in buchi e brandelli. Ma non cade, resta intero in un certo senso, nel suo essere comunque opera d’arte. Il tempo, la vita, la violenza ci consumano, ma non ci tolgono del tutto la dignità. Queste ferite inferte a questi materiali, che malgrado il tormento restano in piedi, di una bellezza incredibile proprio perché dilaniati fino a mostrarsi dal dentro, non è forse un elogio di quelle persone che hanno vissuto il martirio fisico ed emotivo di una guerra che non accettava logiche e che, seppur a brandelli sono sopravvissuti e mostrano quasi fieri le proprie cicatrici, come a dire, sono qui, sono ancora un uomo, guardami?

Dagli anni ’70 esegue i famosi cretti, realizzati con un impasto di colle viniliche, caolino e terre, che seccandosi, si cretta, per l’appunto. Da qui il nome. Grandi distese di crepe, in bianco o nero, nette e pure, aride come la terra assetata, potenti come l’azione del tempo che le ha provate, lasciandole secche ma integre, prosciugate ma luminose. Una superficie scabra e segnata da processi erosivi, come anche quelli del pensiero possono essere.