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Paesaggi mentali e stratificazioni linguistiche. Le tracce di una condizione umana nelle opere di Corinna Gosmaro

Vincitrice del Talent Prize 2018, undicesima edizione del premio di Inside Art dedicato alle giovani proposte artistiche contemporanee, Corinna Gosmaro fa del colore e dell’idea di paesaggio il suo centro focale. La sua ricerca si concentra essenzialmente sulla condizione umana e sulla sua totalità attraverso l’evocazione di paesaggi visivi e mentali che accomunano e coinvolgono qualsiasi esperienza umana, che sia essa soggettiva o oggettiva.

Al confine tra pittura e scultura, l’operato artistico di Gosmaro parte da studi antichissimi e primordiali, attraverso la cui ricerca e destrutturazione, crea delle narrazioni visive che evocano paesaggi mentali e scenari domestici necessariamente interconnessi tra loro. Una sovrastruttura immaginifica, che assume i propri connotati da stratificazioni della memoria e della conoscenza personale. Le pitture, così come le sculture, si presentano sotto molteplici forme estetiche e materiche, dove la superficie diventa parte integrante del processo artistico. I materiali utilizzati dalla giovane artista torinese nascono anch’essi da uno studio pragmatico e meticoloso di una storia che vuole essere raccontata e rappresentata non solo visivamente ma soprattutto esperienzialmente.

Il simbolo è assunto da Gosmaro come presupposto formale per raggiungere un’identificazione personale di una determinata visione che tante volte si cela sotto chiazze di colore. Come delle stratificazioni linguistiche, le opere dell’artista sono codici narrativi precisi, una sorta di proto scrittura che si racconta attraverso simboli, geroglifici o composizioni visive. È un linguaggio archetipo che lavora attraverso accostamenti per produrre processi cognitivi che attivano la narrazione tra l’essere umano, l’ambiente e la cultura che lo circonda.

Le opere dell’artista, che siano esse pitture o sculture, sono delle immagini ideali, mentali poiché appartengono a processi cognitivi diversi per ogni essere umano che si legano tra loro come risultato di una somma di percezioni. I paesaggi ideali di Gosmaro sono composizioni astratte che non devono rappresentare ciò che è ma ciò che è stato più e più volte immaginato, ricomposto, sovrapposto o raccolto nel corso dei propri processi di crescita. Un concetto di natura ideale che parte dalla memoria per rielaborare un’unione di emozioni interiori in perenne mutamento. Così, la temporalità stessa delle immagini si blocca in un continuum che non ha un inizio né tantomeno una fine ma si estende e si propaga attraverso esperienze visive ed emotive. La scelta dei materiali di supporto, evidenzia sia l’assenza di un preciso flusso temporale così come l’esigenza comunicativa richiesta dalle sue opere: un linguaggio condiviso e in continuo divenire tramite cui lo spettatore tenta di completarne le fattezze e di riedificarne i caratteri emotivi. L’esperienza mentale, fisica e primordiale, si accompagna a processi visivi ed esperienziali unici e perennemente al limite tra l’essere e il mondo che lo circonda.

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Discreto Continuo. Alberto Bardi. Dipinti 1964-1984

L’impegno di Alberto Bardi come pittore fino all’inizio degli anni ’60 era piuttosto discontinuo, prima per la partecipazione alla Resistenza come comandante partigiano, e poi per gli incarichi politici che lo portarono in varie città italiane. Dal ’62 si stabilisce definitivamente a Roma, dove qualche  anno  dopo  assume  l’impegno di dirigere la Casa della Cultura, impegno che manterrà fino alla morte nel 1984.La sua pittura era sostanzialmente figurativa, sia pure con una estrema essenzialità e senza indugi descrittivi, una sorta di generica adesione al neocubismo, come per gran parte degli artisti usciti dalla guerra e dal dopoguerra. Negli anni ’60 avviene un cambiamento decisivo: la figurazione si scompone, fino ad essere completamente superata, le pennellate diventano più rapide e aggressive, i colori si accentuano in decisi contrasti. Una pittura gestuale i cui ripetuti esperimenti si possono vedere nei tanti fogli di giornale (soprattutto L’Espresso, talvolta anche L’Unità) ricoperti di segni spessi, vorticosi, nel tentativo di ottenere una efficace sintesi espressiva tra colori, gesto, istinto pittorico. Questi fogli sembrano quasi una prova di getto per arrivare poi a conquistare sulla tela un maggiore equilibrio, pur mantenendo lo stesso movimento compositivo, più controllato, fino a ricoprire l’intero supporto e raggiungere un delicato effetto cromatico.
Alla fine degli anni ’60, un nuovo cambiamento in senso strutturalista: una pittura astratto geometrica, che sembra riconsiderare in modo nuovo le esperienze delle avanguardie storiche, basata sulla proiezione di forme essenziali e di colori ricondotti alla loro funzione primaria. Questo periodo va dal ’68 al ’74 circa, nel momento in cui subentra una nuova fase,
tecnicamente molto complessa, basata su sottili, fittissimi ritmi lineari che creano intense suggestioni di colore e di vibrazioni.
Sono delle textures ottenute con un procedimento abbastanza innovativo attraverso un sistema di matrici pastellate e una attenta, complessa manualità. E’ forse questa la fase più affascinante del lavoro di Alberto Bardi, ed anche quella più apprezzata dalla critica. Oltre ad un’ovvia progettualità all’origine di queste operazioni, vi è anche qualcosa di imprevedibile nello scoprire la tela e vedere la fusione tra pastelli a cera e tempera, segni, ritmi e illuminazioni.
Ma ogni fase raggiunta, sia pure con successo, non arresta la sua ricerca. Difatti, un metodo così particolare come quello descritto, adatto ad infinite variabili, rischiava di diventare troppo costrittivo. E quindi, l’esplosione di colori nelle tele e nelle carte degli ultimi quattro anni, una sorta di reazione a quella ricerca analitica degli anni precedenti, il bisogno di ritrovare nella pittura una più diretta istintività e una maggiore carica emotiva. La fantasia, la felicità dei colori hanno il sopravvento in queste opere, e ancora un modo più libero di sollecitare, con passione e rigore, le molteplici qualità della pittura.

In questa mostra vengono presentate le diverse fasi del suo lavoro artistico, mettendo in luce anche l’esperienza e i procedimenti tecnici mostrando, per esempio, per quanto riguarda le textures, le matrici a pastello che ne sono all’origine, gli strumenti con cui realizzava le sue opere. Infine, una documentazione fotografica illustra la sua attività di direttore della Casa della Cultura, attività svolta con passione e con una straordinaria apertura culturale.

 

 

Dal 13 Dicembre 2018 al 31 Marzo 2019

Roma

Luogo: Casino dei Principi – Villa Torlonia

Curatori: Claudia Terenzi

Enti promotori:

  • Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale
  • Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Telefono per informazioni: +39 06 0608

E-Mail info: archiviobardi@gmail.com

Sito ufficiale: http://www.museivillatorlonia.it

Tra delicatezza del ricamo e potenza del colore: le atmosfere sospese di Michael Raedecker

Superficie e materia, bidimensionalità ed effetto 3D, artigianato e arte alta: dall’incontro di questi opposti nasce l’opera di Michael Raedecker. Opera caratterizzata da una tecnica del tutto originale, frutto dell’unione tra ricamo e pittura, tra filo e vernice. In tutti i quadri dell’artista olandese, infatti, quelli che da lontano sembrano elementi dipinti, frutto di pennellate materiche e corpose, a una visione più attenta e ravvicinata si rivelano fili cuciti sulla tela, con grande effetto di tridimensionalità e soprattutto di sorpresa.

Per il modo in cui sono realizzate, ci si aspetterebbe di trovare in queste opere soprattutto virtuosismo tecnico e decorativismo, esse stupiscono invece per il loro grande effetto poetico. Non è in effetti solo la tecnica insolita a rendere unico il lavoro di Raedecker, quanto la potenza evocativa che i suoi quadri sono in grado di sprigionare, anche solo attraverso pochi e semplici segni.

Le linee del ricamo, unite alla magia del colore, riescono a creare nei quadri dell’artista atmosfere incantevoli, in grado di catturare l’osservatore come di rado avviene in immagini statiche e bidimensionali, tanto da essere state definite avvolgenti quanto un film completo di colonna sonora.

Un forte senso di indeterminatezza, di sospensione temporale, quasi di abbandono, è il protagonista assoluto di queste opere. L’assenza della figura umana, le superfici monocrome dai toni spesso malinconici e gli elementi figurativi ridotti al minimo sono gli ingredienti base che rendono questo possibile. Soggetti isolati emergono da uno spazio piatto e vuoto, vaghe rappresentazioni che si stagliano contro la materia allo stato puro. Architetture, paesaggi e oggetti quotidiani sembrano emergere come da una nebbia, dando vita ad atmosfere metafisiche di grande forza poetica. Quelle che si creano sono scene non collocabili in un tempo e luogo ben precisi, scene familiari ma mai del tutto riconoscibili. Hanno le sembianze di miraggi, di ricordi, di residui sfocati di qualcosa che ormai può solo intravedersi. Sembrano appartenenti a una memoria lontana, remota, che lentamente svanisce avvolta dalla nebbia.

La riduzione degli elementi figurativi e delle coordinate spazio-temporali, come spesso accade, è direttamente proporzionale all’effetto immaginifico che questi quadri sortiscono su di noi. Il pittore si limita a dare degli input, dei suggerimenti, che rimandino a qualcosa che c’è ma non si vede. Non fornisce, cioè, un tutto finito e definito, ma solo delle suggestioni, pronte a diventare immagini e storie nella mente di chi le guarda.

 

Mario Schifano. Sperimentare la vita

Sperimentare, tentare, trasgredire. Questi sono stati i capisaldi della pittura di Mario Schifano, artista italiano di punta della seconda metà del secolo scorso. La sua onnivora curiosità verso le più svariate forme d’arte, nonché verso tutte le esperienze che la vita poteva offrirgli, lo ha portato ad essere sempre un passo avanti rispetto ai suoi contemporanei. Sporgersi oltre, letteralmente, permette una visuale migliore, ma comporta anche dei rischi; sempre parlando per simboli, sappiamo che si può perdere l’equilibrio e, nel peggiore dei casi, anche precipitare giù. Schifano è caduto, alla fine, dopo una vita di eccessi, ma l’ha fatto al termine di una parabola luminosa e rumorosa, come quella di un fuoco d’artificio; il suo Senza titolo (Fibre ottiche), potrebbe anche essere un efficace autoritratto, una sintesi autobiografica che si fa guizzo di luce.

La sua parabola artistica inizia negli anni ’60, in quella temperie che anche in Italia prende il nome di Pop art; famose sono le sue reinterpretazioni dei grandi colossi pubblicitari stranieri, primo fra tutti quello della Coca cola; il noto marchio viene piazzato davanti agli occhi dello spettatore, gocciolante colore, come a trasudare la linfa stessa della pittura, che diventa liquida come la bevanda rappresentata. Se la Coca cola è il simbolo americano per eccellenza, l’arte pop di Schifano si rifà a quello che è il nostro di emblema nazionale: la tradizione storico-artistica italiana. Futurismo rivisitato, del 1965, è un’opera di un’attualità sconcertante. Schifano rielabora la famosa foto di gruppo che ritraeva il primo nucleo degli artisti futuristi, riproducendone le silhouette con lo spray: una vera e propria prefigurazione dell’odierna e tanto acclamata street art. Detto tra noi, Bansky non si è inventato nulla di nuovo. Riesce a rendere pop un elemento del passato e a trasformarlo in un’icona moderna.

Dello stesso periodo è la serie dei Paesaggi anemici, che ci mostra tele coperte da lievi cromie, linee e onde che suggeriscono piuttosto che indicare topografie riconoscibili. Progressiva perdita di forma, che a volte però torna preponderante, con un gesto esaltato, quasi infantile, come in Tutte stelle del 1967, dove il paesaggio notturno diviene immediatamente riconoscibile grazie a un manto di astri grandi e brillanti come quelli che disegnano i bambini. Si torna a sognare.

Successivamente i paesaggi si evolvono, da anemici diventano alfabetici, subentra anche il linguaggio, come indicazione supplementare: Mare del 1978 è un’ironica rappresentazione dello stesso, ottenuta ribaltando completamente i termini con i quali di solito riconsociamo la massa d’acqua che porta questo nome. L’immagine sta dritta in verticale, diventa uno schermo, quasi una tv che proietta il suo riflesso; il colore, blu intenso, alla Klein, ci dà un ulteriore dritta per riconoscere l’elemento di cui parliamo; e se ciò non bastasse, te lo scrivo sopra, così da fugare ogni dubbio residuo.

Schifano si cimenta anche nella musica e nel cinema; lui è l’artista, e la versatilità del suo operare diventa declinazione linguistica multistrato. Ciò che conta è comunicare un messaggio, il mezzo varia a seconda del momento, o magari dell’umore; poco importa. Ciò che si deve fare è provare, aprire un’altra porta, andare dove non si è ancora stati, usare nuovi colori; vivere davvero forse significa assaggiare tutto, almeno una volta.

 

 

Omaggio a Elia Volpi pittore

Domenica 6 maggio al Museo di Palazzo Davanzati è stata inaugurata la mostra Omaggio a Elia Volpi pittore.

Noto soprattutto quale intraprendente collezionista/antiquario e artefice della ardita intuizione di restaurare l’antico Palazzo Davanzati trasformandolo nel 1910 in un museo privato dedicato a testimoniare più in generale, lo stile di una abitazione fiorentina tra Medioevo e Rinascimento, il padre del Museo si cimentò anche in una personale produzione artistica figurativa dopo la formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Questa fase è poco nota ma non meno importante per restituire una visione a tutto tondo di questa complessa personalità. La mostra ripercorre la formazione e l’attività giovanile (dai primi anni Settanta all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento) del Volpi, attraverso l’esposizione di dipinti e disegni in gran parte inediti, pervenuti al museo grazie a donazioni e di alcune opere provenienti da collezioni private.

Tra le opere in mostra, il raffinato ventaglio dipinto per la Regina Margherita nel 1885, con la Regina seduta nel giardino delle Grazie e incoronata dal Genio d’Italia in mezzo alle Virtù morali e civili, di cui si propone in mostra il bozzetto affiancato alla foto d’epoca; il fascinoso Ritratto di Pia Lori, sua futura moglie, risalente al 1890 circa, che dialoga con il Ritratto di Elia Volpi, realizzato nel nel 1915 da Silvio Zanchi, suo amico e storico collaboratore nei restauri di Palazzo Davanzati; il Ritratto di fanciulla del 1885, utilizzato come immagine rappresentativa della Mostra, che spicca per la grande modernità.

In esposizione anche una sezione multimediale e in particolare un video inedito, intitolato Elia Volpi nella quiete di Villa di Celle; il filmato presentato per la prima volta, contiene riprese girate in tempi e luoghi diversi introducendoci in alcuni momenti della vita privata di Elia e della sua numerosa famiglia attorno alla fine degli anni Venti del Novecento.
Inoltre, un pannello touch screen con le foto dell’album dedicato a La storia di Palazzo Davanzati permetterà di ricostruire la storia della “creazione” del Museo e di un vero e proprio modello di “fiorentinità”.

 

 

Dal 06 Maggio 2018 al 05 Agosto 2018

Firenze

Luogo: Palazzo Davanzati

Enti promotori:

  • MiBACT

Costo del biglietto: intero € 6, ridotto € 3

Telefono per informazioni: +39 055 2388610

E-Mail info: mn-bar.museodavanzati@beniculturali.it

Sito ufficiale: http://www.bargellomusei.beniculturali.it

Simone Fugazzotto. Yesterday ended last nigth

La Fondazione MAIMERI ospita al M.A.C. di Milano, in Piazza Tito Lucrezio Caro 1, dal 21 al 25 marzo 2018, la nuova mostra dell’artista milanese Simone Fugazzotto a cura di Luca Beatrice.

In occasione dell’apertura – il 20 marzo, 2018 alle 19.00 – sarà presente l’attrice Sabrina Impacciatore.

Artista poliedrico, nato a Milano nel 1983, che vive e lavora nel Queens, New York, Fugazzotto attraverso la pittura ha dato avvio ad uno studio antropologico sul suo unico e solo soggetto, la scimmia. Dalla tela al cemento, l’artista sceglie di osservare da vicino vizi e virtù dell’uomo, sostituendolo con il suo più vicino predecessore tra i Primati.
Con le più svariate tecniche propone da una prospettiva diversa atteggiamenti della società contemporanea che vengono affrontati al contempo con umorismo e serietà.

L’artista milanese con ironia graffiante, che gli deriva dalla sua esperienza nella Street Art, impasta temi scomodi d’inizio millennio, in chiave pop, materializzando un universo fatto di muri, tele, plexiglass, sculture, video e ready-made. Nude o vestite, con un iphone in mano, o un fucile, simboli e status, enfatizzati da colori sgargianti, per rappresentare le debolezze, le paure, gli azzardi dell’intera umanità. Le scimmie di Fugazzotto vogliono essere un avvertimento per la nostra società e un invito a ripensare ai valori autentici e alle vere necessità degli esseri umani.

 

 

Dal 20 Marzo 2018 al 25 Marzo 2018

Milano

Luogo: Spazio M.A.C.

Curatori: Luca Beatrice

Enti promotori:

  • Fondazione Maimeri
  • ARTE.it (media partner)
  • Con il cotributo di:
  • BIG – Broker Insurance Group
  • exportiamo.it
  • Candiani Denim
  • Charlie max Milano

Costo del biglietto: Ingresso libero

Telefono per informazioni: +39 348 2253405

E-Mail info: info@fondazionemaimeri.it

Sito ufficiale: http://https://www.fugazzottosimone.com/

Intervista al pittore Antonio Mallus

Si è da poco conclusa presso il Monte Granatico di Isili la personale di Antonio Mallus Volcano ed altri cicli, inserita nella manifestazione Artecracy.eu: l’arte contemporanea in Sardegna.

Mallus, cagliaritano classe 1958, è pittore ma anche insegnante di liceo artistico, e si definisce “un artista maturo e iperproduttivo”. Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerlo meglio.

Come e quando si è avvicinato all’arte?

Io ho sempre amato colorare, fin da bambino, quando usavo i pennarelli perché erano appena stati introdotti. Poi ho fatto il liceo artistico e in terza e quarta ho avuto degli insegnanti di riferimento molto importanti, che appartenevano alle cosiddette “neoavanguardie sarde”, quelle che hanno iniziato a rompere con la tradizione figurativa regionale e italiana di quel periodo. Uno dei miei professori era Gaetano Brundu, che mi fece conoscere le avanguardie artistiche, e soprattutto Mondrian. Vedere i cataloghi e le monografie degli artisti più importanti del Novecento per un ragazzo di 17 anni, in quei tempi in cui non c’era Internet e l’unica cosa che avevamo era l’Argan con le immagini in bianco e nero, fu una vera folgorazione. Forse è lì, in terza liceo, che ho capito che potevo fare anche altre cose oltre alla copia dal vero e al disegno accademico, perciò la scuola è stata fondamentale per me. Lo è stata ancor di più dopo, perché ho proseguito nell’istruzione artistica. Del resto venivo da una famiglia di insegnanti, quindi la scuola ce l’avevo nel DNA, era destino.

Parlando di scuola, il suo ruolo di insegnante influisce su quello di artista? In che modo?

Quando ho iniziato a insegnare nel 1980 e volevo entrare di ruolo mi sono reso conto che i titoli artistici valevano molto, e allora ho iniziato a capire che fare le mostre, esporsi, confrontarsi, era importante. Fu uno stimolo per me scalare quella graduatoria che mi sembrava irraggiungibile. Capii che un conto era la passione, un altro era comunicare, poter condividere determinate cose al di fuori del proprio giro. Perciò la scuola mi ha sempre condizionato, una cosa aiutava e motivava l’altra diciamo, soprattutto in quegli anni lì.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole avvicinarsi alla carriera di artista?

Io userei un altro termine: carriera di creativo, perché ormai questo ambito si è espanso. Il Novecento ha rifondato il modo di pensare, è andato oltre la pittura, la scultura e l’architettura, per cui mi sembra riduttivo per artista intendere pittore. Oggi gli stilisti di moda, i designer, sono degli artisti. Io faccio il pittore perché ho fatto una scuola di pittura e mi sono sempre interessato di questo, ma oggi non basta più. Diciamo che è un punto di partenza, non è più un punto di arrivo. Io in un certo senso appartengo più agli anni Cinquanta che non al Duemila. Non sono un tradizionalista, un figurativo in senso stretto, ma le mie ricerche pagano pegno alle avanguardie storiche e alle neoavanguardie, dall’informale in poi sino alla transavanguardia. Penso che l’arte è un piacere, ma ci vuole anche la consapevolezza.

A questo proposito, quali sono i suoi punti di riferimento in campo pittorico? C’è qualche artista o movimento che l’ha influenzata più di altri?

Mah, ci sono tante cose. È ovvio che le avanguardie storiche sono state molto importanti, poi anche l’informale, l’arte concettuale, l’arte povera… Noi eravamo una generazione che è nata col bianco e nero, abbiamo scoperto il colore nell’arte. Avevamo un immaginario sconfinato da un certo punto di vista, ma gli strumenti erano molto poveri, soprattutto in proporzione alla generazione attuale. Non c’è paragone con oggi. Certo ci sono altri problemi, però le chance sono molte di più.

Devo molto anche ai miei professori. Negli ultimi anni sto cercando di pagare questi debiti di riconoscenza, per cui li cito nei miei cataloghi, faccio delle donazioni. C’è un fattore affettivo per l’istruzione artistica che permane. Il fattore umano per me non può essere disgiunto dal fattore artistico, le persone sono più importanti dei manufatti. Ecco cosa significa la consapevolezza.

 

Cos’è per lei la creatività? Come nascono le sue opere?

Negli ultimi anni mi sono reso conto che lavoro in maniera compulsiva, seriale, come quando ero in terza liceo. Non ho mai cambiato la strategia, ho sempre questa esigenza compulsiva che è un po’ di curiosità un po’ di sfogo. Sono agnostico, non sono un credente, perciò ho bisogno sempre di pormi domande anziché dare risposte. Dipingere per me è un lavoro ma anche un’identità, una memoria, un insieme di cose. È anche un’esigenza, uno sfogo, una nevrosi… anziché andare dallo psicanalista io compro materiale e vado in studio, forse risparmio anche!

 

E che tecniche pittoriche utilizza?

Io lavoro esclusivamente olio su tela, da questo punto di vista sono tradizionalista. Però ho una tecnica molto impulsiva: col pennello faccio le campiture di colore, mentre il disegno lo faccio poi con le “stubettature”, cioè vado a rievidenziare la materia, il colore, il contrasto direttamente col tubetto.

Cosa ne pensa invece dell’arte contemporanea in Sardegna? Si fa abbastanza per valorizzare il settore? Cosa si potrebbe fare di più?

Fare si potrebbe fare tutto, perché il sistema dell’arte in Sardegna non esiste, ma anche nel resto dell’Italia non scherza. Siamo molto indietro a livello istituzionale, non abbiamo musei e gallerie, e in quelli che ci sono arriviamo a malapena alla transavanguardia. Spetterà alle nuove generazioni cambiare le cose, ma faticheranno molto. Io ho dei figli che sono uno architetto e un altro violoncellista, chissà cosa faranno e dove… sicuramente non rientreranno in Sardegna.

Potrebbe esserci una rivoluzione culturale nei prossimi decenni se nella scuola italiana insegnassimo di più e meglio l’arte, la musica, la nostra cultura. Allora potremo competere anche con gli artisti e musicisti stranieri. Noi siamo nati i più bravi, abbiamo inventato e insegnato a tutti il meglio, ma ce lo stiamo dimenticando. Per me la scuola è strategica, dovrebbe essere al primo posto, invece si fanno riforme che sono solo razionalizzazioni, giochiamo col futuro delle prossime generazioni e rischiamo veramente di impoverirci, sia economicamente che culturalmente. Ai miei studenti definisco l’Italia una superpotenza culturale, dobbiamo solo ricordarlo e ridiventarlo.

 

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

Antonio Ligabue. Vita, opere e oggetti di un geniale artista

Fino al 17 Febbraio 2018 si terrà in Calabria, nelle sale espositive del Museo del Presente di Rende, una mostra monografica su Antonio Ligabue (Zurigo 1899 – Gualtieri 1965), uno fra i più eccezionali pittori del Novecento.

La mostra darà la possibilità al pubblico di ammirare dal vivo l’arte di Ligabue, e saperne di più su Toni al Matt, un genio tormentato, un folle, un visionario, un vero artista, segnato da un’infanzia difficile, ove a far da padrone erano il disagio, la solitudine e l’isolamento, un artista che seppe trovare nell’arte una sua originale forma di riscatto e fece dell’espressione artistica il suo principale mezzo di comunicazione.

Attraverso una selezione di opere, tra cui dipinti, sculture, incisioni, il percorso espositivo accompagnerà il visitatore alla scoperta di questo complesso personaggio vissuto nella provincia italiana del dopoguerra che, tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 ottenne, mentre era ancora in vita, un successo inaspettato.

La mostra non si limita a presentare al pubblico le sue opere ma vuole far luce sulla sua personalità, sulla sua singolare vicenda umana, attraverso l’esposizione di una selezione di suoi oggetti personali e una serie di focus relativi ad aneddoti e personaggi collegati all’artista. Si terranno, per supportare la mostra, per tutto il periodo di apertura, una serie di attività didattiche laboratoriali rivolte alle scuole, ai giovani visitatori e suddivise per fasce di età.

 

 

Fino al 17 Febbraio 2018

Rende | Cosenza

Luogo: Museo del Presente

Curatori: Alessandro Mario Toscano, Marco Toscano

Enti promotori:

  • Casa Museo Ligabue
  • Comune di Rende

Costo del biglietto: intero 5 euro, ridotto 4 euro (over 65, ragazzi dai 13 ai 18 anni, gruppi min. 15 max. 30 persone), scuole 2,50 euro. Gratuito bambini fino a 6 anni, disabili e loro accompagnatori, membri ICOM, guide turistiche dell’UE, giornalisti iscritti all’ordine previa richiesta di accredito

Telefono per informazioni: +39 345 59 85 044

E-Mail info: mostraligabuerende@gmail.com

Sito ufficiale: http://www.mostraligabue.it

Non di certo una vita semplice, ma ricca di avvenimenti sì. Vivere due guerre non è da tutti

Marino Marini nasce a Pistoia il 27 febbraio del 1901, all’età di sedici anni si trasferisce a Firenze per entrare a far parte dell’Accademia di Belle Arti e nel 1929 è professore della cattedra di scultura presso la Scuola d’Arte di Monza. Durante gli anni quaranta del novecento si ritira in Svizzera con sua moglie “Marina”, così chiamata per sottolineare il forte legame tra i due; durante questo periodo di riflessione si avvicina ad importanti artisti ontemporanei. Successivamente rientra in Italia dove espone alla Biennale di Venezia con una personale che sarà il trampolino di lancio per affacciarsi nel mondo: New York, Oslo, Stoccolma, Zurigo, Roma ecc. Premi, riconoscimenti e fama è così che va via via procedendo la vita di Marino Marini fino alla sua morte avvenuta a Viareggio il 6 agosto del 1980.

La carriera dell’artista si può suddividere in quattro temi principali e per temi intendiamo i soggetti riportati, infatti secondo Marini non è importante che cosa si rappresenta, ma come lo si rappresenta. Le Pamone, I Cavalli e Cavalieri, Il mondo del circo e del teatro e i Ritratti.

Rifacendosi all’arte classica le Pamone sono dei nudi artistici di donne, che vogliono richiamare la dea etrusca Pamone, dea della fertilità. Lo stesso Marini afferma di non essere ispirato dall’arte etrusca, ma di essere lui stesso un etrusco. Tra le tematiche però più care ci sono i Cavalli e Cavalieri che mettono in luce la storia dell’uomo, dove quest’ultimo è sempre meno in grado di badare al suo cavallo e quindi di controllare appieno la vita, la propria vita! Come un funambulo in bilico tra bene e male, vita e morte così ci appaiono le figure rappresentate nel fantastico mondo del circo; dove la continua ricerca dell’uomo è il motore che fa girare il mondo… forse alla ricerca della felicità o forse alla continua ricerca di qualcosa che nemmeno noi sappiamo che cosa sia.

 

Mario Vespasiani. FIVE

Fra gli artisti più eclettici della pittura italiana contemporanea si annovera Mario Vespasiani (1978), protagonista della grande mostra collettiva FIVE, inaugurata sabato 9 dicembre presso la Catania Art Gallery di Catania.

Vespasiani lo scorso anno era stato presentato con una personale dal titolo Sì Sì Lì, ove era stato apprezzato per l’originalità e l’attenzione alle dinamiche migratorie, grazie all’originalità rivolta verso interpretazione dell’Isola come metafora di contrasti e di energie, mentre in questa occasione ha avuto come intento quello di realizzare un’opera inedita, che vede nella marcia di quattro orsi polari il cambiamento e i grandi spostamenti che la nostra società sta vivendo.

La galleria in occasione del quinto anniversario di attività, ha voluto celebrare con questo evento il suo compleanno, effettuando una selezione fra alcune delle proposte più interessanti visibili nel panorama nazionale. Sessantacinque nomi di qualità che abbracciano varie generazioni e stili, ma non solo, anche autori che vanno da Alberto Abate a Ubaldo Bartolini, da Giuseppe Bergomi ad Andrea Martinelli, da Mauro Reggio a Livio Scarpella fino a Mario Vespasiani, il quale,in questi giorni, è anche presente con una personale al Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle.

La mostra a cura di Aldo Gerbino ed Elisa Mandarà si concluderà il 31 gennaio 2018. La presentazione del catalogo edito per la collana Edizioni Elefantino avverrà sabato 21 gennaio 2018.

Catania Art Gallery
Via Caronda 48-48a
Catania
orari: da lunedi a sabato dalle 16,30 alle 20,30 – lunedi su appuntamento 095-315047