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Aritzo celebra Antonio Mura

Antonio Mura nato ad Aritzo il 12/01/1902 è stato un pittore ed incisore, tra i più rinomati del 900 sardo. Studia presso il liceo classico di Cagliari per poi proseguire a Roma i suoi studi, presso l’Accademia di Belle Arti. Partecipa a numerose mostre ed esposizioni, dove vinse prestigiosi premi, e vediamo il suo nome in città come Milano, Torino, Berlino, Beirut, Venezia e ovviamente le città della Sardegna.
Fervente cattolico è autore di innumerevoli pale d’altare, che sono conservate presso le chiese sarde e romane. Particolare attenzione rivolgiamo alle opere presenti nel Santuario di Nostra Signora di Bonaria; colori, volti ed espressività che rimandano ad una pia devozione. Sono opere notevoli per dimensioni, composizione, armonia ed esecuzione pittorica. Tra le varie opere da lui firmate dobbiamo ricordare il ritratto che fece al Santo Padre Pio XII per il quale fu chiamato direttamente dalla Santa Sede per le sue capacità artistiche.
Mura muore a Roma il 7/04/1972 in seguito ad un intervento chirurgico andato male.
Oggi il comune di Aritzo vuole ricordarlo attraverso uno spazio a lui dedicato: il Museo Mura, che ha sede nell’ex municipio in Pratz’e Iscola; dove la curatrice Simona Campus ha dato vita alla mostra permanente in suo onore.
Uno spazio a lui dedicato con le sue maggiori opere, e tante altre donate al comune da privati e dai suoi familiari; uno spazio che lega l’artista con i suoi compaesani, per mostrare e celebrare la grandezza e bravura di un sardo dei primi del 900. La bellezza che attraverso il tratto pittorico ci riporta in quella Sardegna fatta di tradizioni e di colori, colori dei meravigliosi tessuti sardi che Antonio Mura riporta nelle sue opere. Volti di donne e uomini che sfidano la vita per un mondo migliore.

Pratz’e Iscola 1, Aritzo.
Tel: 389 873 1853
Indirizzo e-mail: aritzomusei@gmail.com

Della declinante ombra: Vincenzo Scolamiero al Museo Bilotti

Una pittura “evocativa, raffinata, sinestetica”. Una pittura che è anche poesia, musica, danza. Una pittura “solcata sempre da un vento malinconicamente inquieto che è prima di tutto soffio e respiro interiore”. Così è descritto dal curatore Gabriele Simongini il lavoro del pittore campano ma romano d’adozione Vincenzo Scolamiero, in mostra al Museo Carlo Bilotti di Roma fino al 9 giugno 2019.

Nella personale, intitolata Della declinante ombra, sono esposte le opere e le carte dell’artista. La mostra, ospitata in tutto il primo piano del Museo Bilotti e nella sala del Ninfeo al piano terra, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove Scolamiero è docente di Pittura.

Le opere in mostra, alcune delle quali realizzate per l’occasione, appartengono a diversi cicli pittorici, a cui corrispondono le diverse sezioni dell’esposizione. Si tratta di quadri astratti, le cui forme sospese, misteriose e in divenire, sono però capaci di annullare ogni distinzione fra figurativo e non figurativo. Sono forme evocative, che conservano evidente memoria del gesto dell’artista, ma allo stesso tempo rimandano a immagini naturali come campi arati, deserti e foglie trascinate dal vento, o ancora ghiacci e paesaggi polari.

Quelle di Scolamiero sono opere fortemente intrise di poesia – come del resto si evince già dai titoli (“Lascia parlare il vento”, “Come l’aria alla terra legati”, “Ogni cosa ad ogni cosa ha detto addio” e soprattutto “Della declinante ombra”, da cui l’intera mostra prende nome) – il cui scopo è quello di isolare l’uomo moderno dalla troppo veloce, caotica e tecnologica realtà attuale, per riportarlo sulla via dell’illuminazione e dell’interiorità.

La sede che ospita la mostra, il Museo Carlo Bilotti all’interno di Villa Borghese, purtroppo spesso sottovalutato e a rischio chiusura, è in realtà uno spazio bellissimo, fermo nel tempo. L’ingresso (sia alle mostre che alla collezione permanente) è sempre gratuito e merita decisamente una visita!

Fino al 9 giugno 2019
Roma
Museo Carlo Bilotti

Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone

Palazzo Reale di Milano dal 12 marzo al 23 giugno 2019 presenta la mostra Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, in collaborazione con StArt e il Museo Ingres di Montauban. La mostra è curata da Florence Viguier-Dutheil, Conservatore Capo del Patrimonio e Direttrice del Musée Ingres di Montauban e si avvale di un Comitato Scientifico composto da Adrien Goetz, membro dell’Institut de France – Académie des Beaux-Arts, Stéphane Guégan, storico dell’arte, Frédéric Lacaille, Conservatore del Musée national du Château de Versailles, Isabella Marelli, Curatrice della Pinacoteca di Brera e Gennaro Toscano, Professore universitario e consulente scientifico e culturale presso la Biblioteca Nazionale di Francia, Richelieu.

Il 12 giugno del 1805, dopo essersi fatto incoronare a Milano, Napoleone I dichiarava di voler «francesizzare l’Italia». L’espressione è certamente brutale, ma testimonia, in quel contesto storico, il desiderio di accelerare le trasformazioni della vita pubblica e culturale da parte del Generale divenuto Imperatore e poi Re d’Italia. Coniugando eredità della Rivoluzione e dispotismo autoritario, in effetti la sua politica ha avuto un impatto immediato e duraturo anche al di qua delle Alpi. Proprio in ragione della sua ampiezza e della funzione attribuita alle arti, si è sviluppato uno straordinario incontro tra le diverse tendenze che compongono la modernità europea nella stagione del neoclassicismo, di cui Jacques Louis David (1748-1825), Antonio Canova (1757-1822) e Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867) sono stati i punti di riferimento.

Ma il termine “neoclassicismo” non rende giustizia a quella che è stata una profonda rivoluzione del gusto. La definizione emerge in epoca romantica ed assume un senso peggiorativo, per stigmatizzare uno stile algido e “marmoreo”, un banale “ritorno all’antico”. Ci vorrà più di un secolo perché il neoclassicismo ritrovi un senso positivo e una fisionomia originale, nel quadro di una rivalutazione che continua ancora oggi.

La mostra Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone intende presentare al pubblico italiano l’artista che più di ogni altro si è ispirato a Raffaello e nello stesso tempo vuole restituire alla vita artistica degli anni a cavallo del 1800 la sua carica di novità e, per così dire, la sua “giovinezza conquistatrice”. Con una particolare attenzione a Milano, che in quella riorganizzazione politica e artistica ebbe un ruolo fondamentale. In una stagione di grande prosperità, la città fu fortemente rimodellata nei suoi monumenti, nei suoi spazi verdi e nelle infrastrutture urbane, a partire dalla nuova Pinacoteca di Brera. Anche gli artisti italiani furono coinvolti nell’ondata di lavori e di cantieri che ne seguì. Appiani nella pittura e Canova nella scultura si avvalsero ampiamente di questa “politica delle arti”, ascrivibile all’arte del governare di Napoleone Bonaparte. Ma non fu da meno l’iniziativa privata di nuovi protagonisti, estranei al mecenatismo aristocratico: primo fra tutti Giovanni Battista Sommariva, definito da Francis Haskell “il mecenate indubbiamente più importante dopo l’imperatore e la sua famiglia”.

Ingres è parte integrante di queste storie incrociate, senza le quali l’Europa di oggi sarebbe incomprensibile. Con la mostra, il pittore delle odalische, nella sua modernità, svela anche la sua italianità, un’impronta che fa di lui una figura fondamentale della vita artistica prima, durante e dopo l’Impero. Nato nel 1780 nel sud-ovest della Francia, a Montauban, Ingres dimostra presto un talento straordinario per il disegno. Dal 1797 è a Parigi nella cerchia di David. Nel 1800 concorre per il prix de Rome e nel 1806, dopo aver completato il grande Napoleone in costume sacro, è finalmente a Roma, dove può approfondire gli studi e la passione per Raffaello. Inviato in Italia sotto l’Impero e poi coinvolto nei cantieri imperiali di Roma, Ingres decide di restare «italiano» fino al 1824, per tornare più avanti a dirigere Villa Medici.

Della vita artistica in questo periodo, oggi abbiamo una visione globale, che non oppone più la componente severa e apollinea, rappresentata da David e Canova, agli aspetti più “moderni” o più sorprendenti, rappresentati dalle bizzarrie di Girodet e dall’erotismo di Ingres, dall’onirismo e dal gusto del macabro, dallo slancio delle donne pittrici e dalla reinvenzione del nudo femminile. Dato che si proclamava come continuazione degli antichi, la “paradossale modernità del neoclassicismo” (Marc Fumaroli) richiede insomma di essere apprezzata nelle sue tensioni, nelle sue contraddizioni, nella sua dualità solare e tenebrosa.

Per documentare la grande varietà stilistica e tematica del “nuovo classicismo” il percorso espositivo si sviluppa in varie sezioni. La prima parte mette in evidenza l’invenzione del nuovo linguaggio figurativo tra l’Ancien Regime e la Rivoluzione Francese di cui è protagonista David insieme ai suoi allievi più vicini, con un lessico fatto di corpi virili e di una grande energia. Ma l’”uomo nuovo” che questi dipinti intendono rappresentare si esprime anche attraverso l’evoluzione del ritratto.

Molto presto una sorta di preromanticismo verrà a controbilanciare l’esaltazione del cittadino devoto ai suoi compatrioti. Girodet incarna questa svolta, precedendo Gros e Prud’hon nell’esplorazione del fantastico, del dramma e del ripiegamento melanconico. Per arrivare al sorprendente Sogno di Ossian, uno dei capolavori di Ingres esposti in mostra.

Un altro fenomeno decisivo di questa stagione è lo slancio e il successo delle donne pittrici e in particolare di Elisabeth Vigée Le Brun (1755 – 1842), dal 1774 ritrattista ufficiale della regina Maria Antonietta. La sua carriera dovette presto affrontare le rivalità dell’ambiente, ma sarebbe stata inimmaginabile al di fuori della società degli anni 70 del Settecento, molto più aperta di quanto si creda.

La campagna d’Italia e Napoleone sono protagonisti delle sezioni successive, con alcuni famosi ritratti tra cui quelli di Appiani. All’altra capitale dell’Impero sono dedicate opere di Greuze, Canova, Gerard, Finelli, con alcuni disegni di Ingres. Una sala è riservata alla figura di Giovanni Battista Sommariva, a partire dal ritratto di Pierre Paul Prud’hon e dalla Tersicoredi Canova. Il percorso espositivo giunge così al solenne e magnifico ritratto di Napoleone in costume sacro, preceduto da una serie di disegni preparatori di Ingres.

Nella parte finale la mostra assume un carattere monografico ed è costituita in larga misura da opere di Ingres eccezionalmente provenienti dal Museo di Montauban, a partire da una serie di straordinari ritratti maschili, seguiti da un nucleo di disegni e poi di ritratti femminili, di Veneri e di Odalische, oltre ad un dipinto del 1818 che rappresenta la morte di Leonardo da Vinci, tanto più significativo nell’anno in cui si celebra il suo quinto centenario.

In un certo modo Ingres porta all’ultimo stadio di straniamento e di erotismo l’eredità di David e dei suoi migliori allievi (di cui fece parte lui stesso). La mostra intende dimostrare in che modo il suo preteso classicismo sia un’illusione, rivelando il colorista che è dietro il disegnatore e mostrando la sua pittura religiosa insieme alle scene “trobadoriche” in prossimità di odalische dai lunghi colli e dalle anche salienti.

La mostra comprende oltre 150 opere, di cui più di 60 dipinti e disegni del grande maestro francese, riunite grazie a prestiti internazionali da alcune delle più grandi collezioni di tutto il mondo come il The Metropolitan Museum of Art di New York, il Columbus Museum of Art dell’Ohio, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Musée du Louvre, il Musée d’Orsay, il Petit Palais, Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris oltre al già citato museo di Montaubaun, dal quale proviene il nucleo più corposo di opere, e da grandi musei italiani come la Pinacoteca di Brera, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, i Musei Civici di Brescia e ancora da collezioni private.

Il suo percorso è singolare e sorprendente. Considerato come un inclassificabile, percepito come l’erede di Raffaello e allo stesso tempo come il precursore di Picasso, tra il maestro della bella forma e quello della non-forma Jean Auguste DominiqueIngres è innanzitutto un “rivoluzionario”. Realista e manierista al contempo, egli affascina tanto per le sue esagerazioni espressive quanto per il suo gusto del vero.

Dal 12 Marzo 2019 al 23 Giugno 2019

Milano

Luogo: Palazzo Reale

Indirizzo: piazza Duomo 12

Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30. La biglietteria chiude un’ora prima

Curatori: Florence Viguier-Dutheil

Enti promotori:

Comune di Milano – Cultura

Costo del biglietto: open 16, intero 14 €, ridotto semplice 12 € / 10 € / 6 €. Gratuito per minori di 6 anni, un accompagnatore per gruppo, due insegnanti accompagnatori per classe, un accompagnatore per disabile che ne presenti necessità, giornalisti accreditati dall’Ufficio Stampa del Comune o della mostra, guide turistiche abilitate, tesserati ICOM, dipendenti della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Architettonici di Milano

E-Mail info: mostre@civita.it

Sito ufficiale: http://www.mostraingres.it

Paesaggi mentali e stratificazioni linguistiche. Le tracce di una condizione umana nelle opere di Corinna Gosmaro

Vincitrice del Talent Prize 2018, undicesima edizione del premio di Inside Art dedicato alle giovani proposte artistiche contemporanee, Corinna Gosmaro fa del colore e dell’idea di paesaggio il suo centro focale. La sua ricerca si concentra essenzialmente sulla condizione umana e sulla sua totalità attraverso l’evocazione di paesaggi visivi e mentali che accomunano e coinvolgono qualsiasi esperienza umana, che sia essa soggettiva o oggettiva.

Al confine tra pittura e scultura, l’operato artistico di Gosmaro parte da studi antichissimi e primordiali, attraverso la cui ricerca e destrutturazione, crea delle narrazioni visive che evocano paesaggi mentali e scenari domestici necessariamente interconnessi tra loro. Una sovrastruttura immaginifica, che assume i propri connotati da stratificazioni della memoria e della conoscenza personale. Le pitture, così come le sculture, si presentano sotto molteplici forme estetiche e materiche, dove la superficie diventa parte integrante del processo artistico. I materiali utilizzati dalla giovane artista torinese nascono anch’essi da uno studio pragmatico e meticoloso di una storia che vuole essere raccontata e rappresentata non solo visivamente ma soprattutto esperienzialmente.

Il simbolo è assunto da Gosmaro come presupposto formale per raggiungere un’identificazione personale di una determinata visione che tante volte si cela sotto chiazze di colore. Come delle stratificazioni linguistiche, le opere dell’artista sono codici narrativi precisi, una sorta di proto scrittura che si racconta attraverso simboli, geroglifici o composizioni visive. È un linguaggio archetipo che lavora attraverso accostamenti per produrre processi cognitivi che attivano la narrazione tra l’essere umano, l’ambiente e la cultura che lo circonda.

Le opere dell’artista, che siano esse pitture o sculture, sono delle immagini ideali, mentali poiché appartengono a processi cognitivi diversi per ogni essere umano che si legano tra loro come risultato di una somma di percezioni. I paesaggi ideali di Gosmaro sono composizioni astratte che non devono rappresentare ciò che è ma ciò che è stato più e più volte immaginato, ricomposto, sovrapposto o raccolto nel corso dei propri processi di crescita. Un concetto di natura ideale che parte dalla memoria per rielaborare un’unione di emozioni interiori in perenne mutamento. Così, la temporalità stessa delle immagini si blocca in un continuum che non ha un inizio né tantomeno una fine ma si estende e si propaga attraverso esperienze visive ed emotive. La scelta dei materiali di supporto, evidenzia sia l’assenza di un preciso flusso temporale così come l’esigenza comunicativa richiesta dalle sue opere: un linguaggio condiviso e in continuo divenire tramite cui lo spettatore tenta di completarne le fattezze e di riedificarne i caratteri emotivi. L’esperienza mentale, fisica e primordiale, si accompagna a processi visivi ed esperienziali unici e perennemente al limite tra l’essere e il mondo che lo circonda.

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Discreto Continuo. Alberto Bardi. Dipinti 1964-1984

L’impegno di Alberto Bardi come pittore fino all’inizio degli anni ’60 era piuttosto discontinuo, prima per la partecipazione alla Resistenza come comandante partigiano, e poi per gli incarichi politici che lo portarono in varie città italiane. Dal ’62 si stabilisce definitivamente a Roma, dove qualche  anno  dopo  assume  l’impegno di dirigere la Casa della Cultura, impegno che manterrà fino alla morte nel 1984.La sua pittura era sostanzialmente figurativa, sia pure con una estrema essenzialità e senza indugi descrittivi, una sorta di generica adesione al neocubismo, come per gran parte degli artisti usciti dalla guerra e dal dopoguerra. Negli anni ’60 avviene un cambiamento decisivo: la figurazione si scompone, fino ad essere completamente superata, le pennellate diventano più rapide e aggressive, i colori si accentuano in decisi contrasti. Una pittura gestuale i cui ripetuti esperimenti si possono vedere nei tanti fogli di giornale (soprattutto L’Espresso, talvolta anche L’Unità) ricoperti di segni spessi, vorticosi, nel tentativo di ottenere una efficace sintesi espressiva tra colori, gesto, istinto pittorico. Questi fogli sembrano quasi una prova di getto per arrivare poi a conquistare sulla tela un maggiore equilibrio, pur mantenendo lo stesso movimento compositivo, più controllato, fino a ricoprire l’intero supporto e raggiungere un delicato effetto cromatico.
Alla fine degli anni ’60, un nuovo cambiamento in senso strutturalista: una pittura astratto geometrica, che sembra riconsiderare in modo nuovo le esperienze delle avanguardie storiche, basata sulla proiezione di forme essenziali e di colori ricondotti alla loro funzione primaria. Questo periodo va dal ’68 al ’74 circa, nel momento in cui subentra una nuova fase,
tecnicamente molto complessa, basata su sottili, fittissimi ritmi lineari che creano intense suggestioni di colore e di vibrazioni.
Sono delle textures ottenute con un procedimento abbastanza innovativo attraverso un sistema di matrici pastellate e una attenta, complessa manualità. E’ forse questa la fase più affascinante del lavoro di Alberto Bardi, ed anche quella più apprezzata dalla critica. Oltre ad un’ovvia progettualità all’origine di queste operazioni, vi è anche qualcosa di imprevedibile nello scoprire la tela e vedere la fusione tra pastelli a cera e tempera, segni, ritmi e illuminazioni.
Ma ogni fase raggiunta, sia pure con successo, non arresta la sua ricerca. Difatti, un metodo così particolare come quello descritto, adatto ad infinite variabili, rischiava di diventare troppo costrittivo. E quindi, l’esplosione di colori nelle tele e nelle carte degli ultimi quattro anni, una sorta di reazione a quella ricerca analitica degli anni precedenti, il bisogno di ritrovare nella pittura una più diretta istintività e una maggiore carica emotiva. La fantasia, la felicità dei colori hanno il sopravvento in queste opere, e ancora un modo più libero di sollecitare, con passione e rigore, le molteplici qualità della pittura.

In questa mostra vengono presentate le diverse fasi del suo lavoro artistico, mettendo in luce anche l’esperienza e i procedimenti tecnici mostrando, per esempio, per quanto riguarda le textures, le matrici a pastello che ne sono all’origine, gli strumenti con cui realizzava le sue opere. Infine, una documentazione fotografica illustra la sua attività di direttore della Casa della Cultura, attività svolta con passione e con una straordinaria apertura culturale.

 

 

Dal 13 Dicembre 2018 al 31 Marzo 2019

Roma

Luogo: Casino dei Principi – Villa Torlonia

Curatori: Claudia Terenzi

Enti promotori:

  • Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale
  • Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Telefono per informazioni: +39 06 0608

E-Mail info: archiviobardi@gmail.com

Sito ufficiale: http://www.museivillatorlonia.it

Tra delicatezza del ricamo e potenza del colore: le atmosfere sospese di Michael Raedecker

Superficie e materia, bidimensionalità ed effetto 3D, artigianato e arte alta: dall’incontro di questi opposti nasce l’opera di Michael Raedecker. Opera caratterizzata da una tecnica del tutto originale, frutto dell’unione tra ricamo e pittura, tra filo e vernice. In tutti i quadri dell’artista olandese, infatti, quelli che da lontano sembrano elementi dipinti, frutto di pennellate materiche e corpose, a una visione più attenta e ravvicinata si rivelano fili cuciti sulla tela, con grande effetto di tridimensionalità e soprattutto di sorpresa.

Per il modo in cui sono realizzate, ci si aspetterebbe di trovare in queste opere soprattutto virtuosismo tecnico e decorativismo, esse stupiscono invece per il loro grande effetto poetico. Non è in effetti solo la tecnica insolita a rendere unico il lavoro di Raedecker, quanto la potenza evocativa che i suoi quadri sono in grado di sprigionare, anche solo attraverso pochi e semplici segni.

Le linee del ricamo, unite alla magia del colore, riescono a creare nei quadri dell’artista atmosfere incantevoli, in grado di catturare l’osservatore come di rado avviene in immagini statiche e bidimensionali, tanto da essere state definite avvolgenti quanto un film completo di colonna sonora.

Un forte senso di indeterminatezza, di sospensione temporale, quasi di abbandono, è il protagonista assoluto di queste opere. L’assenza della figura umana, le superfici monocrome dai toni spesso malinconici e gli elementi figurativi ridotti al minimo sono gli ingredienti base che rendono questo possibile. Soggetti isolati emergono da uno spazio piatto e vuoto, vaghe rappresentazioni che si stagliano contro la materia allo stato puro. Architetture, paesaggi e oggetti quotidiani sembrano emergere come da una nebbia, dando vita ad atmosfere metafisiche di grande forza poetica. Quelle che si creano sono scene non collocabili in un tempo e luogo ben precisi, scene familiari ma mai del tutto riconoscibili. Hanno le sembianze di miraggi, di ricordi, di residui sfocati di qualcosa che ormai può solo intravedersi. Sembrano appartenenti a una memoria lontana, remota, che lentamente svanisce avvolta dalla nebbia.

La riduzione degli elementi figurativi e delle coordinate spazio-temporali, come spesso accade, è direttamente proporzionale all’effetto immaginifico che questi quadri sortiscono su di noi. Il pittore si limita a dare degli input, dei suggerimenti, che rimandino a qualcosa che c’è ma non si vede. Non fornisce, cioè, un tutto finito e definito, ma solo delle suggestioni, pronte a diventare immagini e storie nella mente di chi le guarda.

 

Mario Schifano. Sperimentare la vita

Sperimentare, tentare, trasgredire. Questi sono stati i capisaldi della pittura di Mario Schifano, artista italiano di punta della seconda metà del secolo scorso. La sua onnivora curiosità verso le più svariate forme d’arte, nonché verso tutte le esperienze che la vita poteva offrirgli, lo ha portato ad essere sempre un passo avanti rispetto ai suoi contemporanei. Sporgersi oltre, letteralmente, permette una visuale migliore, ma comporta anche dei rischi; sempre parlando per simboli, sappiamo che si può perdere l’equilibrio e, nel peggiore dei casi, anche precipitare giù. Schifano è caduto, alla fine, dopo una vita di eccessi, ma l’ha fatto al termine di una parabola luminosa e rumorosa, come quella di un fuoco d’artificio; il suo Senza titolo (Fibre ottiche), potrebbe anche essere un efficace autoritratto, una sintesi autobiografica che si fa guizzo di luce.

La sua parabola artistica inizia negli anni ’60, in quella temperie che anche in Italia prende il nome di Pop art; famose sono le sue reinterpretazioni dei grandi colossi pubblicitari stranieri, primo fra tutti quello della Coca cola; il noto marchio viene piazzato davanti agli occhi dello spettatore, gocciolante colore, come a trasudare la linfa stessa della pittura, che diventa liquida come la bevanda rappresentata. Se la Coca cola è il simbolo americano per eccellenza, l’arte pop di Schifano si rifà a quello che è il nostro di emblema nazionale: la tradizione storico-artistica italiana. Futurismo rivisitato, del 1965, è un’opera di un’attualità sconcertante. Schifano rielabora la famosa foto di gruppo che ritraeva il primo nucleo degli artisti futuristi, riproducendone le silhouette con lo spray: una vera e propria prefigurazione dell’odierna e tanto acclamata street art. Detto tra noi, Bansky non si è inventato nulla di nuovo. Riesce a rendere pop un elemento del passato e a trasformarlo in un’icona moderna.

Dello stesso periodo è la serie dei Paesaggi anemici, che ci mostra tele coperte da lievi cromie, linee e onde che suggeriscono piuttosto che indicare topografie riconoscibili. Progressiva perdita di forma, che a volte però torna preponderante, con un gesto esaltato, quasi infantile, come in Tutte stelle del 1967, dove il paesaggio notturno diviene immediatamente riconoscibile grazie a un manto di astri grandi e brillanti come quelli che disegnano i bambini. Si torna a sognare.

Successivamente i paesaggi si evolvono, da anemici diventano alfabetici, subentra anche il linguaggio, come indicazione supplementare: Mare del 1978 è un’ironica rappresentazione dello stesso, ottenuta ribaltando completamente i termini con i quali di solito riconsociamo la massa d’acqua che porta questo nome. L’immagine sta dritta in verticale, diventa uno schermo, quasi una tv che proietta il suo riflesso; il colore, blu intenso, alla Klein, ci dà un ulteriore dritta per riconoscere l’elemento di cui parliamo; e se ciò non bastasse, te lo scrivo sopra, così da fugare ogni dubbio residuo.

Schifano si cimenta anche nella musica e nel cinema; lui è l’artista, e la versatilità del suo operare diventa declinazione linguistica multistrato. Ciò che conta è comunicare un messaggio, il mezzo varia a seconda del momento, o magari dell’umore; poco importa. Ciò che si deve fare è provare, aprire un’altra porta, andare dove non si è ancora stati, usare nuovi colori; vivere davvero forse significa assaggiare tutto, almeno una volta.

 

 

Omaggio a Elia Volpi pittore

Domenica 6 maggio al Museo di Palazzo Davanzati è stata inaugurata la mostra Omaggio a Elia Volpi pittore.

Noto soprattutto quale intraprendente collezionista/antiquario e artefice della ardita intuizione di restaurare l’antico Palazzo Davanzati trasformandolo nel 1910 in un museo privato dedicato a testimoniare più in generale, lo stile di una abitazione fiorentina tra Medioevo e Rinascimento, il padre del Museo si cimentò anche in una personale produzione artistica figurativa dopo la formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Questa fase è poco nota ma non meno importante per restituire una visione a tutto tondo di questa complessa personalità. La mostra ripercorre la formazione e l’attività giovanile (dai primi anni Settanta all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento) del Volpi, attraverso l’esposizione di dipinti e disegni in gran parte inediti, pervenuti al museo grazie a donazioni e di alcune opere provenienti da collezioni private.

Tra le opere in mostra, il raffinato ventaglio dipinto per la Regina Margherita nel 1885, con la Regina seduta nel giardino delle Grazie e incoronata dal Genio d’Italia in mezzo alle Virtù morali e civili, di cui si propone in mostra il bozzetto affiancato alla foto d’epoca; il fascinoso Ritratto di Pia Lori, sua futura moglie, risalente al 1890 circa, che dialoga con il Ritratto di Elia Volpi, realizzato nel nel 1915 da Silvio Zanchi, suo amico e storico collaboratore nei restauri di Palazzo Davanzati; il Ritratto di fanciulla del 1885, utilizzato come immagine rappresentativa della Mostra, che spicca per la grande modernità.

In esposizione anche una sezione multimediale e in particolare un video inedito, intitolato Elia Volpi nella quiete di Villa di Celle; il filmato presentato per la prima volta, contiene riprese girate in tempi e luoghi diversi introducendoci in alcuni momenti della vita privata di Elia e della sua numerosa famiglia attorno alla fine degli anni Venti del Novecento.
Inoltre, un pannello touch screen con le foto dell’album dedicato a La storia di Palazzo Davanzati permetterà di ricostruire la storia della “creazione” del Museo e di un vero e proprio modello di “fiorentinità”.

 

 

Dal 06 Maggio 2018 al 05 Agosto 2018

Firenze

Luogo: Palazzo Davanzati

Enti promotori:

  • MiBACT

Costo del biglietto: intero € 6, ridotto € 3

Telefono per informazioni: +39 055 2388610

E-Mail info: mn-bar.museodavanzati@beniculturali.it

Sito ufficiale: http://www.bargellomusei.beniculturali.it

Simone Fugazzotto. Yesterday ended last nigth

La Fondazione MAIMERI ospita al M.A.C. di Milano, in Piazza Tito Lucrezio Caro 1, dal 21 al 25 marzo 2018, la nuova mostra dell’artista milanese Simone Fugazzotto a cura di Luca Beatrice.

In occasione dell’apertura – il 20 marzo, 2018 alle 19.00 – sarà presente l’attrice Sabrina Impacciatore.

Artista poliedrico, nato a Milano nel 1983, che vive e lavora nel Queens, New York, Fugazzotto attraverso la pittura ha dato avvio ad uno studio antropologico sul suo unico e solo soggetto, la scimmia. Dalla tela al cemento, l’artista sceglie di osservare da vicino vizi e virtù dell’uomo, sostituendolo con il suo più vicino predecessore tra i Primati.
Con le più svariate tecniche propone da una prospettiva diversa atteggiamenti della società contemporanea che vengono affrontati al contempo con umorismo e serietà.

L’artista milanese con ironia graffiante, che gli deriva dalla sua esperienza nella Street Art, impasta temi scomodi d’inizio millennio, in chiave pop, materializzando un universo fatto di muri, tele, plexiglass, sculture, video e ready-made. Nude o vestite, con un iphone in mano, o un fucile, simboli e status, enfatizzati da colori sgargianti, per rappresentare le debolezze, le paure, gli azzardi dell’intera umanità. Le scimmie di Fugazzotto vogliono essere un avvertimento per la nostra società e un invito a ripensare ai valori autentici e alle vere necessità degli esseri umani.

 

 

Dal 20 Marzo 2018 al 25 Marzo 2018

Milano

Luogo: Spazio M.A.C.

Curatori: Luca Beatrice

Enti promotori:

  • Fondazione Maimeri
  • ARTE.it (media partner)
  • Con il cotributo di:
  • BIG – Broker Insurance Group
  • exportiamo.it
  • Candiani Denim
  • Charlie max Milano

Costo del biglietto: Ingresso libero

Telefono per informazioni: +39 348 2253405

E-Mail info: info@fondazionemaimeri.it

Sito ufficiale: http://https://www.fugazzottosimone.com/

Intervista al pittore Antonio Mallus

Si è da poco conclusa presso il Monte Granatico di Isili la personale di Antonio Mallus Volcano ed altri cicli, inserita nella manifestazione Artecracy.eu: l’arte contemporanea in Sardegna.

Mallus, cagliaritano classe 1958, è pittore ma anche insegnante di liceo artistico, e si definisce “un artista maturo e iperproduttivo”. Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscerlo meglio.

Come e quando si è avvicinato all’arte?

Io ho sempre amato colorare, fin da bambino, quando usavo i pennarelli perché erano appena stati introdotti. Poi ho fatto il liceo artistico e in terza e quarta ho avuto degli insegnanti di riferimento molto importanti, che appartenevano alle cosiddette “neoavanguardie sarde”, quelle che hanno iniziato a rompere con la tradizione figurativa regionale e italiana di quel periodo. Uno dei miei professori era Gaetano Brundu, che mi fece conoscere le avanguardie artistiche, e soprattutto Mondrian. Vedere i cataloghi e le monografie degli artisti più importanti del Novecento per un ragazzo di 17 anni, in quei tempi in cui non c’era Internet e l’unica cosa che avevamo era l’Argan con le immagini in bianco e nero, fu una vera folgorazione. Forse è lì, in terza liceo, che ho capito che potevo fare anche altre cose oltre alla copia dal vero e al disegno accademico, perciò la scuola è stata fondamentale per me. Lo è stata ancor di più dopo, perché ho proseguito nell’istruzione artistica. Del resto venivo da una famiglia di insegnanti, quindi la scuola ce l’avevo nel DNA, era destino.

Parlando di scuola, il suo ruolo di insegnante influisce su quello di artista? In che modo?

Quando ho iniziato a insegnare nel 1980 e volevo entrare di ruolo mi sono reso conto che i titoli artistici valevano molto, e allora ho iniziato a capire che fare le mostre, esporsi, confrontarsi, era importante. Fu uno stimolo per me scalare quella graduatoria che mi sembrava irraggiungibile. Capii che un conto era la passione, un altro era comunicare, poter condividere determinate cose al di fuori del proprio giro. Perciò la scuola mi ha sempre condizionato, una cosa aiutava e motivava l’altra diciamo, soprattutto in quegli anni lì.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole avvicinarsi alla carriera di artista?

Io userei un altro termine: carriera di creativo, perché ormai questo ambito si è espanso. Il Novecento ha rifondato il modo di pensare, è andato oltre la pittura, la scultura e l’architettura, per cui mi sembra riduttivo per artista intendere pittore. Oggi gli stilisti di moda, i designer, sono degli artisti. Io faccio il pittore perché ho fatto una scuola di pittura e mi sono sempre interessato di questo, ma oggi non basta più. Diciamo che è un punto di partenza, non è più un punto di arrivo. Io in un certo senso appartengo più agli anni Cinquanta che non al Duemila. Non sono un tradizionalista, un figurativo in senso stretto, ma le mie ricerche pagano pegno alle avanguardie storiche e alle neoavanguardie, dall’informale in poi sino alla transavanguardia. Penso che l’arte è un piacere, ma ci vuole anche la consapevolezza.

A questo proposito, quali sono i suoi punti di riferimento in campo pittorico? C’è qualche artista o movimento che l’ha influenzata più di altri?

Mah, ci sono tante cose. È ovvio che le avanguardie storiche sono state molto importanti, poi anche l’informale, l’arte concettuale, l’arte povera… Noi eravamo una generazione che è nata col bianco e nero, abbiamo scoperto il colore nell’arte. Avevamo un immaginario sconfinato da un certo punto di vista, ma gli strumenti erano molto poveri, soprattutto in proporzione alla generazione attuale. Non c’è paragone con oggi. Certo ci sono altri problemi, però le chance sono molte di più.

Devo molto anche ai miei professori. Negli ultimi anni sto cercando di pagare questi debiti di riconoscenza, per cui li cito nei miei cataloghi, faccio delle donazioni. C’è un fattore affettivo per l’istruzione artistica che permane. Il fattore umano per me non può essere disgiunto dal fattore artistico, le persone sono più importanti dei manufatti. Ecco cosa significa la consapevolezza.

 

Cos’è per lei la creatività? Come nascono le sue opere?

Negli ultimi anni mi sono reso conto che lavoro in maniera compulsiva, seriale, come quando ero in terza liceo. Non ho mai cambiato la strategia, ho sempre questa esigenza compulsiva che è un po’ di curiosità un po’ di sfogo. Sono agnostico, non sono un credente, perciò ho bisogno sempre di pormi domande anziché dare risposte. Dipingere per me è un lavoro ma anche un’identità, una memoria, un insieme di cose. È anche un’esigenza, uno sfogo, una nevrosi… anziché andare dallo psicanalista io compro materiale e vado in studio, forse risparmio anche!

 

E che tecniche pittoriche utilizza?

Io lavoro esclusivamente olio su tela, da questo punto di vista sono tradizionalista. Però ho una tecnica molto impulsiva: col pennello faccio le campiture di colore, mentre il disegno lo faccio poi con le “stubettature”, cioè vado a rievidenziare la materia, il colore, il contrasto direttamente col tubetto.

Cosa ne pensa invece dell’arte contemporanea in Sardegna? Si fa abbastanza per valorizzare il settore? Cosa si potrebbe fare di più?

Fare si potrebbe fare tutto, perché il sistema dell’arte in Sardegna non esiste, ma anche nel resto dell’Italia non scherza. Siamo molto indietro a livello istituzionale, non abbiamo musei e gallerie, e in quelli che ci sono arriviamo a malapena alla transavanguardia. Spetterà alle nuove generazioni cambiare le cose, ma faticheranno molto. Io ho dei figli che sono uno architetto e un altro violoncellista, chissà cosa faranno e dove… sicuramente non rientreranno in Sardegna.

Potrebbe esserci una rivoluzione culturale nei prossimi decenni se nella scuola italiana insegnassimo di più e meglio l’arte, la musica, la nostra cultura. Allora potremo competere anche con gli artisti e musicisti stranieri. Noi siamo nati i più bravi, abbiamo inventato e insegnato a tutti il meglio, ma ce lo stiamo dimenticando. Per me la scuola è strategica, dovrebbe essere al primo posto, invece si fanno riforme che sono solo razionalizzazioni, giochiamo col futuro delle prossime generazioni e rischiamo veramente di impoverirci, sia economicamente che culturalmente. Ai miei studenti definisco l’Italia una superpotenza culturale, dobbiamo solo ricordarlo e ridiventarlo.

 

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].