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Mario Sironi. La polemica attraverso l’arte

  1. «Notissimo sconosciuto, vissuto e morto per la verità, che impone rispetto assoluto».

La frase sopra riportata appartiene allo scrittore e poeta Guido Ceronetti, il quale si è espresso in favore di un grande artista del secolo scorso, ovvero Mario Sironi, un artista di immenso valore, il cui lavoro ha subito per lunghissimo tempo una sorta di “cancellazione” a causa dei suoi legami col Fascismo.

Cubista, futurista, metafisico, illustratore, ritrattista; Sironi si cimentò con quasi tutte le avanguardie del Novecento e sempre ai massimi livelli. Le opere per le quali Sironi viene maggiormente ricordato sono chiaramente quelle dalle forme monumentali, sia nel caso delle grandi commissioni pubbliche, sia nei semplici quadri (Solitudine, 1925). Ciononostante, vi è un aspetto in Sironi verso il quale molti storici dell’arte hanno spesso fatto orecchie da mercante e che dimostra la sua indipendenza creativa. Ci riferiamo ai suoi paesaggi urbani, dove si evince come egli non fu esclusivamente il cantore del fascismo, bensì un uomo conscio della crudeltà e dell’isolamento causati dalla crescente urbanizzazione di quel periodo.

Nell’operato di Mario Sironi non devono essere dimenticate le illustrazioni realizzate per Il Popolo d’Italia, il quotidiano fondato da Benito Mussolini nel 1914, voce ufficiale del Duce. Sironi non fu solo un semplice illustratore, fu un “disegnatore politico”, attività alla quale si dedicò con abnegazione per buona parte della sua vita. I disegni costituiscono il maggior sforzo produttivo della carriera di Sironi, dove il pittore ha avuto modo di liberare tutta la propria vis polemica, e lo ha fatto dimostrando non solo un eccellente acume, ma anche una notevole conoscenza delle questioni di politica interna ed estera di quegli anni: un periodo ben diverso dall’appiattimento di stampo non-ideologico contemporaneo. Tali vignette costituiscono una preziosa testimonianza in quanto attraverso esse Sironi commenta quelli che erano, a suo avviso, i veri mali italiani ed europei di quel periodo.

I disegni per Il Popolo d’Italia portarono a Sironi una grande quantità di consensi. Il Fascismo aveva concentrato una parte fondamentale della sua propaganda contro le ingiustizie dei paesi più ricchi verso l’Italia, che, alleata durante la guerra, aveva contribuito con il sangue dei suoi caduti alla vittoria contro gli Imperi Centrali, e alla quale, col Trattato di Versailles, erano state riservate solo le briciole di una vittoria passata alla storia come “mutilata”, a causa della ingordigia di francesi e inglesi. Con le sue incisive illustrazioni, Sironi partecipò con forza al risentimento verso quella che apparve allora non a torto come una profonda ingiustizia verso il nostro Paese. Sia chiaro però, che i suoi lavori non vanno giudicati con lo stesso canone delle faziosissime vignette politiche di oggi. La satira sironiana era onesta, con delle argomentazioni che la storia ha poi dimostrato essere valide.

Le immagini di Sironi sono intrise di uno spirito drammatico, a dimostrazione di come egli non fu mai un cortigiano del Fascismo, bensì animato da rigore e volontà sinceri, così da stigmatizzare le bassezze della politica. Nella variegata gamma di grottesco e di caricaturale che popolano i suoi disegni, Sironi non dimentica l’influenza di artisti che egli considera fonti di ispirazione, come Francisco Goya con il suo tratto da incubo visionario.

Le illustrazioni sono dotate di una satira feroce e di una ironia graffiante, prendono di mira soggetti quali i partiti avversari, la vecchia classe governativa liberale, la stampa filo-democratica e le ricche democrazie.

Nonostante l’imponente carriera artistica Mario Sironi è spesso assente nei musei italiani, gran parte dei suoi lavori sono infatti appartenenti a collezioni private. E’ opportuno interrogarsi sul perché di tale scelta, una decisione che ha penalizzato un artista che non era per nulla un fanatico e che mal sopportava l’idea della visione dell’arte come propaganda. Il ricorrente pessimismo nelle opere di piccolo formato lo dimostra, essendo queste tutt’altro che delle rappresentazioni di tipo celebrativo.

 

 

Riccardo Rosati

 

Art Histories. Deborah Kass

Deborah Kass: Art Histories è la prima personale in Italia dell’artista. La mostra riunisce un gruppo di opere provenienti dalle più interessanti serie realizzate da Deborah Kass durante la sua lunga carriera.

Nel 1992 Kass iniziò The Warhol Project utilizzando le tecniche ed il linguaggio stilistico di Andy Warhol per rappresentare i suoi personaggi che non erano di certo meno iconici rispetto a quelli del suo predecessore. Deborah Kass ha scelto i suoi soggetti in base alla sua personale relazione con loro o ai suoi interessi. Nei suoi lavori ritroviamo artisti e storici dell’arte – i suoi “eroi” con lo stile mutuato da Warhol. Nella serie My Elvis, Kass sostituisce il famoso Elvis di Warhol con Barbra Streisand interprete del film “Yentl” del 1983. Nel film Streisand interpreta il ruolo di una donna ebrea che indossa abiti maschili e vive come un uomo per poter ricevere un’istruzione presso un’accademia ebraica. In My Elvis l’artista esprime le sue perplessità circa le relazioni tra i sessi, promuovendo il femminismo nella società e sfidando apertamente il patriarcato.

In The Jewish Jackie series (1992-1993), Kass ha preso in prestito le famosissime composizioni a scacchiera dove Warhol ripeteva le sue Marilyn inserendo dei ritratti di Barbra Streisand fotografata di profilo con il naso all’insù. L’artista si è appropriata della tecnica e dello stile del padre della Pop-Art anche nei suoi autoritratti (Blue Deb, 2000).

Deborah Kass, Blue Deb 2000

Nel 2002 l’artista ha iniziato un nuovo ciclo di opere, Feel Good Paintings for Feel Bad Times, ispirato, in parte, alla sua reazione alla nomina dell’amministrazione Bush. Queste opere combinano una serie di spunti presi dalla pittura del dopo guerra (Ellsworth Kelly, Frank Stella, Jackson Pollock, Andy Warhol e Ed Ruscha), dalle musiche scritte da compositori come Stephen Sondheim, Laura Nyro, Sylvester, dalle commedie di Broadway (Great American Songbook, Yiddish) e dai film. Questa serie di dipinti interpretano l’arte e la cultura americana degli ultimi cento anni come un periodo caratterizzato da una grande creatività data dall’ottimismo del dopoguerra, da una borghesia in crescita e dall’affermazione dei valori democratici.

Il lavoro di Deborah Kass si identifica come una risposta all’instabilità in termini politici ed ecologici e osserva in modo critico e nostalgico il XX° secolo. In questo modo, l’artista continua la sua riflessione ed analisi politico-filosofica tipica del suo lavoro dagli anni Ottanta ad oggi.

Deborah Kass ha recentemente dichiarato il suo appoggio a favore della candidatura alla Casa Bianca per la democratica Hillary Clinton attraverso un’opera in edizione limitata che riprende l’iconico lavoro Vote McGovern del 1972 di Andy Warhol dove sotto il volto di Richard Nixon l’artista scrive “Vote McGovern”. Allo stesso modo, Kass sotto il volto di Donald Trump, scrive le parole “Vote Hillary”. Tutti i ricavati della vendita delle opere Vote Hillary così come dell’edizione creata da Chuck Close, saranno impiegati per la campagna elettorale di Hillary Clinton.

link: Brand New Gallery

Fino al 12 Novembre 2016
Martedì-Sabato: 11.00-13.00 I 14.30-19.00
ingresso libero

via Carlo Farini 32, Milano

L’essere più dell’apparire. Luc Tuymans

Considerato uno dei più grandi artisti belgi in attività, Luc Tuymans è un formidabile storiografo col pennello. Una delle sue convinzioni, è che non si possa creare nulla di veramente originale, ma che tutto esiste già.

Ecco perché la maggior parte dei suoi lavori riprendono immagini già esistenti, le quali vengono caricate di significato attraverso la mano dell’artista. Dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale agli avvenimenti storici del passato più remoto; le tematiche affrontate da Tuymans sono sempre di grande impatto. Un esempio perfetto della sua capacità di raccontare la storia, è la serie di dipinti politici intitolata Mwana Kitoko, tradotto come “bel ragazzo”.

Presentati nel 2000 alla David Zwirner Gallery, sono stati esposti l’anno seguente al padiglione belga della Biennale di Venezia. Il più noto di questi, è sicuramente il quadro che rappresenta il re del Belgio in visita in Congo negli anni ’50. Re Baldovino è vestito con una divisa militare completamente bianca, ha un bastone da passeggio in mano ed è appena sceso da una scaletta, probabilmente quella dell’aereo che l’ha portato lì. All’epoca era un ventenne appena diventato re dopo l’abdicazione del padre.

L’occhio di Tuymans si sofferma sul giovane re, ma dietro quella divisa bianca candida c’è una delle pagine più oscure della storia del Belgio. La storia del Congo Belga è lunga e sanguinosa, e una delle peggiori è sicuramente l’uccisione del fondatore del Movimento Nazionale Congolese della Liberazione, Patrice Lumumba. Proprio su questo episodio si è aperta un’indagine sul coinvolgimento del Belgio e del re Baldovino.

L’opera di Tuymans, nel suo rilassato candore, sembra comunicare quella tranquillità di facciata di tutti i capi di Stato, sempre attenti ad apparire in pieno controllo di tutti i problemi del proprio popolo. La capacità di raccontare una storia così complessa con un’immagine semplice, dice molto su come per Luc Tuymans l’essere sia altra cosa rispetto all’apparire.

Meraviglia e shock. Tranquilli, è tutto come prima

Una delle caratteristiche che spesso si attribuiscono all’arte contemporanea come differenza dall’arte tradizionale è la volontà di scioccare il pubblico. Un’attribuzione, con accezione negativa,  erronea o quantomeno imprecisa. Fin da sempre l’arte ha cercato di suscitare meraviglia.

Meraviglia:
“Sentimento vivo e improvviso di ammirazione, di sorpresa, che si prova nel vedere, udire, conoscere cosa che sia o appaia nuova, straordinaria, strana o comunque inaspettata: lieta, dolce, grata o spiacevole, dolorosa meraviglia […](Dizionario Treccani)

In questa definizione possiamo riconoscere una delle proprietà principali dell’arte, da sempre e fino ai giorni nostri. Un’opera dovrebbe mostrare qualcosa che sia o semplicemente appaia nuova, straordinaria, strana o inaspettata. Questa definizione si può applicare senza grande difficoltà alla maggior parte della produzione artistica. Portare a conoscenza qualcosa di nuovo, veicolare un messaggio esponendolo sotto una luce insolita e inusuale è ciò che rende un oggetto qualsiasi un’oggetto d’arte.

La rivoluzione evidenziata da tutti è un semplice passaggio dalla ricerca di meravigliare diffusa in tutti i periodi storici a quella di urtare con violenza la sensibilità del pubblico. Spesso poi questa volontà è percepita come fine a se stessa, senza uno scopo nobile ma congeniale alla riuscita e il successo personale del singolo artista. Pubblicità di se stessi.
Il cambiamento reale e sensibile è che dalla fine del XIX secolo in poi non c’è più il committente.

Un “regime”, che sia esso regno, religione, dittatura o governo, pone un fine, se non necessariamente più alto, sicuramente più ampio e ambizioso dell’egoistica ed antipatica voglia di affermazione soggettiva.
In ognuna delle epoche della nostra storia c’è stata una commissione politico-religiosa a limitare la fantomatica libertà dell’artista. L’artista era uno degli strumenti di propaganda, una propaganda che richiedeva una esecuzione tecnica meravigliosa, fuori dal comune, straordinaria.

Con la caduta dei poteri forti e l’affermazione della libertà individuale l’artista è diventato, nel sentimento comune, strumento di propaganda delle proprie idee personali se non, come già detto, di mera propaganda personale.

Ci sarebbe da discutere sulla reale assenza di un regime, quantomeno di un’egemonia culturale dei nostri giorni, talmente pervasiva da essere committente silente della presunta libertà dei singoli artisti. Come non identificare ad esempio nelle espressioni di Pop Art delle origini e del Minimal-Pop odierno una propaganda consumistica?
Probabilmente questa è una delle tante contraddizioni dell’arte che nella contemporaneità si sono evidenziate e rese note su larga scala.

Serve the People, China

Conoscere la Cina di ieri, per capire la Cina di oggi, attraverso l’iconografia, l’arte e la propaganda maoista, in un percorso d’immagini originali d’epoca.
Per la prima volta in Europa, dopo il grande successo al Centro Cultural Borges di Buenos Aires e nella sede espositiva del Municipio di Las Condes a Santiago del Cile, dal 19 marzo al 17 aprile 2016, arriva in Italia, a Forte dei Marmi, nella meravigliosa cornice di Villa Bertelli, la mostra Chinese Propaganda Posters, Serve the People, China: Revolution – Evolution from 1949-1983, a cura di Massimo Scaringella.
Una selezione di Poster della propaganda cinese dell’epoca maoista appartenenti alla Hafnia Foundation di Xiamen (Cina) – una delle più grandi collezioni nel mondo su questa tematica – che ricrea in maniera attenta e ragionata un inedito viaggio nel passato prossimo del colosso orientale, per intenderne il presente e proiettarne il futuro.
La mostra si compone di manifesti e dipinti originali utilizzati come modello per fogli stampati tra il 1949 e il 1983 corrispondente al periodo di Presidenza di Mao Tse Tung e alla sua storica “Rivoluzione Culturale”, ed è suddivisa in categorie (Società, Industria, Socialismo e Pittura) e sottocategorie per aiutare il visitatore a comprendere maggiormente la loro storia e creazione.
I manifesti di propaganda cinese. Durante il forum di letteratura e arte di Yan’an realizzato nel maggio del 1942, il Partito Comunista Cinese guidato da Mao Tse Tung, tracciò le linee guida della “cultura rivoluzionaria” del partito. I discorsi di Mao, durante questo evento, delinearono il modello dell’arte che si sarebbe prodotta fino a dopo la Rivoluzione Culturale, negli anni ’80.
I suoi principali interessi erano che l’arte riflettesse la vita della classe operaia e la considerasse come la principale protagonista, e che fosse a servizio della politica e dello sviluppo del socialismo. Così, tutta la creazione artistica si trasformò in vera e propria propaganda, che principalmente, descriveva la vita dei contadini ed era a loro diretta.
Una produzione artistica di grande bellezza che rappresenta ancora oggi, nel 2016, le speranze più alte dell’utopia Maoista, dove si distinguono immagini di purezza ideologica e di felicità familiare.
In contrasto con la teoria tradizionale Marxista e a quella Marxista Leninista, il Maoismo, non è un’interpretazione materialistica dello sviluppo storico, ma piuttosto, una teoria idealista basata sulla convinzione di Mao che la coscienza e la volontà umana sono i principali fattori che guidano la storia. Da questo quadro ideologico, i propagandisti cinesi furono in grado di produrre opere che vennero valorizzate e apprezzate per la loro bellezza e il loro uso decorativo sia in ambienti pubblici che privati.
Nei Manifesti della Propaganda Cinese si alternavano diversi stili artistici, incluso il realismo sociale e il tradizionale acquerello cinese. Alcune opere, come i dipinti rupestri sono bellissimi esempi di arte näif; lineari e pieni di colori, con un leggero e bizzarro senso della prospettiva. Senza dubbio, l’ndiscusso talento naturale dei pittori è inconfondibile.
Fino al 17 Aprile 2016
Forte dei Marmi
Villa Bertelli
Via Giuseppe Mazzini, 200
mar, mer, gio, ven, dom ore 11.00 – 19.00, sab 11.00 – 22.00, lunedì chiuso
biglietto: 5,00 euro

Inchiodato per le palle. Petr Pavlensky

Petr Pavlensky usa il proprio corpo come manifesto delle pratiche politiche del proprio paese, la Russia. Un manifesto diverso da quelli delle campagne elettorali con grandi sorridenti faccioni photoshoppati. Il suo viso, magro e scavato non sorride, anzi ha la bocca cucita, letteralmente suturata.

Che cosa sia l’arte per Pavlensky è chiaro: l’arte è denuncia.
Quale sia il mezzo per fare arte è altrettanto evidente: il corpo.
Quale argomento debba trattare l’arte è semplice da capire: l’uomo, come individuo e come società.

Il suo lavoro è dedicato alla protesta contro la politica sociale di Putin, contro una serie di misure considerate limitanti della libertà individuale e sociale. Pavlensky si esibisce in performance cruente dove il suo corpo è metafora del corpo della Nazione.
Davanti alla Cattedrale di Kazan sulla famosa Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, lo vediamo con le labbra cucite da un grosso filo rosso tenere in mano un manifesto in favore delle Pussy Riot, messe a tacere dal governo.
Siede nudo sul tetto di un istituto psichiatrico, il maggiore centro di psichiatria forense di Mosca, e si taglia il lobo di un orecchio con un lungo coltello da cucina, per protestare contro le incarcerazioni per problemi psichiatrici.
Di fronte al palazzo dell’Assemblea Legislativa di San Pietroburgo lo troviamo sdraiato senza alcun vestito all’interno di una gabbia cilindrica di filo spinato. Una dolorosa limitazione di qualsiasi movimento, rappresentazione delle numerose leggi prodotte dal governo a censura del popolo, con un numero di prigionieri politici sempre crescente, l’omosessualità al bando, leggi sulla blasfemia, il controllo centralizzato dell’informazione e dei mass media. Tutte leggi non contro criminali, sostiene Pavlensky, ma contro la libertà individuale di ogni cittadino.
Ancora un’altra performance a Mosca dove, nudo, si inchioda lo scroto al pavimento della Piazza Rossa davanti al mausoleo di Lenin durante l’annuale giornata della Polizia a dimostrazione dell’indifferenza delle forze dell’ordine verso le sofferenze della gente.

E’ sempre curioso notare come le azioni non comuni di un singolo compiute su se stesso e per propria scelta facciano più clamore di una violenza imposta dall’alto e subita dalla collettività.
Le azioni di Pavlensky sono raffigurazioni della realtà da lui percepita, sono accuse allo Stato politico così come al popolo, che come l’artista, accetta tutte le vessazioni del governo in silenzio, senza opporre resistenza.

L’idea di arte che origina le opere sembra partire dall’equazione platonica Bello = Buono = Vero. Le performance rappresentano la verità della situazione russa, sono quindi buone perchè l’intenzione è di svegliare le coscienze e dunque devono essere anche belle nella loro espressione estetica.
Una certa bellezza in effetti è ravvisabile nelle immagini dell’artista diffuse attraverso la rete. Non nella sua figura smagrita, con le guance infossate e gli occhi grandi e silenziosi, ma nella totale nudità priva di qualsiasi malizia. Nell’innocenza di un corpo esposto al pubblico non per riduzione ad oggetto sessuale ma per un proprio ideale di giustizia. L’immagine di un letterario eroe russo.
Pavlensky è stato arrestato più volte e la sua arte è un rischio reale per il suo corpo e la sua libertà.
Voglio credere a questa innocenza, almeno per il momento, ignorando le quotazioni delle sue opere e sperando di non avere a che fare con un nuovo Ai Weiwei.

Max Papeschi: l’arte provocatoria da milioni di dollari

Spesso l’arte è un universo particolarmente bizzarro. Anni e anni di studio e ricerca per perseguire il sogno di una vita, diventare regista e autore teatrale, e invece ritrovarsi ad essere in pochissimi anni uno dei più importanti giovani artisti della digital-art esponendo in soli cinque anni in oltre cento mostre in giro per il mondo. Questo è Max Papeschi, artista eclettico, ironico e positivo di forte impatto mediatico. Lui ha iniziato quasi per caso con il solo obiettivo di rimettersi in gioco: nessun progetto, nessuna idea illuminante ma la semplice decisione di sostituire la videocamera con l’immagine.


Max papeschi _ NaziSexyMouse _ Max Papeschi ©

Un clamore mediatico che arriva con una sua opera gigante – un manifesto affisso sulla facciata di un famoso palazzo nel centro storico di Poznan (Polonia) – che rappresenta un corpo di donna con la faccia di Michey Mouse che ha alle spalle una gigantesca bandiera nazista. La critica lo esalta e ne suggella il genio.

Da Topolino Nazista alla Deflorazione di Minnie Mouse, le icone cult della bontà per antonomasia vengono rivestite di una simbologia che evidenzia la perdita della verginità/innocenza per trasformarsi in un incubo collettivo.


Max Papeschi©

Basti pensare ai lavori esposti a Osaka da novembre dal titolo La société du spectacle che hanno come comune denominatore la denuncia sull’ipocrisia dei maggiori capi di stato di tutto il mondo che sembrano figure autorevoli nel dirigere le nostre sorti ma a guardarli bene sono dei semplici burattini-attori al soldo dei veri potenti.

L’arte provocatoria di Max Papeschi è la massima espressione di una ribellione talentuosa, vera e cruda, che ci porta verso nuove riflessioni e verso un concreto concetto di cambiamento.


Max Papeschi ©

[Sara Costa]

Peace for Paris: l’icona di Jean Jullien

Un semplice tratto nero, un cerchio e quattro linee a rappresentare il simbolo della solidarietà nei confronti della capitale francese colpita dagli attacchi sanguinosi da parte dell’Isis il 13 novembre.

A idearlo il disegnatore umoristico francese Jean Jullien che con un esemplare colpo di genio e tocco d’artista accomuna il logo della pace all’icona della torre Eiffel, chiamando lo schizzo semplicemente “Peace for Paris” e affidando ad i social network la divulgazione dello stesso. Attraverso i social l’immagine è diventata un abbraccio virale e sociale all’intera comunità parigina.

Tra i tanti che l’ hanno condivisa e fatta diventare ancor più celebre occorre sottolineare lo street artist Bansky che, pubblicandola nel suo profilo, ha contribuito in poche ore ad unire milioni e milione di persone all’insegna della solidarietà, in un senso di unità e di pace.

Jean Jullien , Peace for Paris, Jean Jullien 2015 ©

Jean Jullien , Peace for Paris, Jean Jullien 2015 ©

[Sara Costa]

Dar vita ai propri disegni: William Kentridge

Con le sue animazioni ricavate da disegni a carboncino, William Kentridge ci dà una geniale rappresentazione di temi politici e sociali riguardanti specialmente il suo paese d’origine, il Sud Africa. Nella serie di nove video prodotti tra il 1989 e il 2003, un ottimo esempio della sua arte è dato da “Felix in Exile”, una malinconica animazione che racconta la devastazione di un territorio attraverso una corrispondenza tra una giovane donna nera, Nandi, e il protagonista Felix. La sofferenza del regime di Apartheid, la devastazione dell’ambiente, la morte di persone innocenti, sono visti da Felix attraverso i disegni inviatigli da Nandi, mentre lui sta a Parigi e lei in Sud Africa. Kentridge ci fa capire che i due, nonostante la lontananza e il diverso colore della pelle, soffrono allo stesso modo per il destino della loro terra. Il fatto che questo cortometraggio sia uscito nel 1994, anno delle prime elezioni democratiche in Sud Africa, non è secondario. Infatti, i disegni di Nandi stanno a indicare che il passato di sofferenza non va cancellato, ma è necessario tenerlo sempre impresso per costruire un futuro migliore. Un messaggio ancora molto attuale visto il recente scenario di guerra e migrazione che sta coinvolgendo anche l’Europa, con Felix e Nandi che potrebbero benissimo essere due Siriani o due Somali, per esempio. Ma noi spettatori terzi, riusciamo a vedere i disegni che Nandi ha mandato a Felix? O forse ci accontentiamo soltanto dell’interpretazione che ne dà il telegiornale o l’intellettuale di turno?