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MILANO POP. Pop Art e dintorni nella Milano degli anni ’60/’70

Lo Spazio Espositivo di Palazzo Lombardia a Milano, sede della Regione, accoglie la mostra “MILANO POP. Pop Art e dintorni nella Milano degli anni ’60/’70” dal 4 aprile al 29 maggio 2019, a cura di Elena Pontiggia.

L’esposizione è promossa da Fontanasedici S.r.l. in collaborazione con Regione Lombardia, Collezione Koelliker, Arteutopia, Associazione Sergio Sarri, Associazione Giangiacomo Spadari.

Il percorso espositivo, che si snoda in diverse sale, approfondisce un segmento di storia recente del nostro Paese, gli anni Sessanta e Settanta, attraverso una cinquantina di lavori – molti dei quali inediti – dei principali protagonisti milanesi della Pop Art, movimento artistico che più di ogni altro ha saputo esprimere le icone e le contraddizioni della società contemporanea e che, muovendo dagli Stati Uniti, ha animato anche l’Italia, specialmente dopo la celebre Biennale di Venezia del 1964.

La collettiva muove da un panorama della Pop Art italiana con i grandi protagonisti della corrente, da Mario Schifano a Tano Festa, da Mimmo Rotella a Giosetta Fioroni e Concetto Pozzati, per poi concentrarsi sull’ambiente milanese con Valerio Adami, Enrico Baj, Paolo Baratella, Gianni Bertini, Fernando De Filippi, Lucio Del Pezzo, Umberto Mariani, Silvio Pasotti, Sergio Sarri, Giangiacomo Spadari, Tino Stefanoni, Emilio Tadini.

L’esposizione evidenzia così i diversi punti di contatto, ma anche e soprattutto le differenze profonde con la Pop Art americana – da qui il sottotitolo “Pop Art e dintorni” – indagando come gli artisti italiani, ed in particolare milanesi, abbiano interpretato originalmente la tendenza, sullo sfondo di un’Italia inquieta che da un lato conosce il boom economico e dall’altro si avvicina ai tempi bui degli “anni di piombo”.

Tra le opere esposte si segnalano l’ironico décollage di Rotella Cleopatra Liz (1963), che rimanda ai manifesti dei grandi kolossal cinematografici; la Palma di Schifano dei primi anni ’70; Gli occhiali (1968) dalla serie degli argenti di Giosetta Fioroni; la paradossale Nascita di una rosa del 1972 di Pozzati. Venendo al panorama milanese, ecco gli antropomorfici collage di Baj, tra cui l’inedito Cathérine Desjardins, dite Madame de Villedieu del 1974; il visionario Questo nottambulo di Zorro (I due astronauti) del 1965 di Bertini; il metafisico Archeologia con De Chirico del 1972 di Tadini. E, ancora, Stefanoni propone un inventario di oggetti quotidiani nella loro disarmante ovvietà, come Gli imbuti (1970) e I flaconi (1969), quest’ultimo esposto per la prima volta. Ecco infine i lavori ispirati a temi politici e sociali come Il giorno della presa del 1970 di Baratella; Cuba-Cuba del 1970 di De Filippi; Il grande prestigiatore (Le avventure di Nessuno) del 1967 di Sarri; Gli oggetti ci guardano e passano del 1970 di Umberto Mariani; Garibaldi e sua figlia Clelia del 1975 e l’inedita Metropolitana del 1973 di Spadari.

La mostra si completa di un video-documentario con testimonianze e interviste esclusive agli artisti e alla curatrice raccolte da Stefano Sbarbaro, prodotto da TVN Media Group – Arte e Cultura. Accompagna l’esposizione un approfondito catalogo con un testo critico di Elena Pontiggia e altre interviste inedite agli artisti.

Importante evento collaterale che accompagna per tutta la sua durata “MILANO POP”, la mostra tematica “CINEMA POP” che inaugura mercoledì 10 aprile presso la Galleria Robilant+Voena, in collaborazione con l’Associazione Sergio Sarri e l’Associazione Giangiacomo Spadari. L’esposizione, attraverso una trentina di lavori di Sergio Sarri e Giangiacomo Spadari, intende approfondire un aspetto comune a questi due protagonisti della Pop Art milanese, «attenti entrambi alle modalità espressive del cinema come spunto pittorico», così come rileva la curatrice Elena Pontiggia. Infatti, come la pittura anche il cinema fonda le sue basi sull’immagine; tuttavia, mentre il film la sviluppa nello spazio e nel tempo, l’arte pittorica la cristallizza in un “fotogramma”. Questa la riflessione di partenza che accomuna Sarri e Spadari e li allontana da altri artisti che hanno guardato alla settima arte come riferimento di cultura popolare, fra cui si ricordano Schifano e Rotella, i quali hanno attinto al bacino di immagini dell’universo cinematografico per farne delle icone pop.

Arricchisce l’evento un’originale pubblicazione, ispirata alla grafica delle riviste dell’epoca, con contributi di Elena Pontiggia, Sergio Sarri e un testo dedicato a Giangiacomo Spadari, in dialogo con immagini di repertorio e delle opere esposte. Per il sostegno alla mostra MILANO POP si ringrazia lo Sponsor ENRICO RIZZI – Milano

Inaugurazione mercoledì 3 aprile ore 18.30

Dal 03 Aprile 2019 al 29 Maggio 2019

Milano

Luogo: Palazzo Lombardia

Indirizzo: via Galvani 27

Orari: lunedì-venerdì ore 11-19; sabato-domenica ore 15-19; chiuso Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile e 1 maggio

Curatori: Elena Pontiggia

Enti promotori:

Fontanasedici S.r.l.

Regione Lombardia

Collezione Koelliker

Arteutopia

Associazione Sergio Sarri

Associazione Giangiacomo Spadari

Costo del biglietto: ingresso gratuito

E-Mail info: lunedì-venerdì ore 11-19; sabato-domenica ore 15-19; chiuso Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile e 1 maggio

CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co.

È in corso presso Camera Centro Italiano per la Fotografia a Torino la mostra CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co., che per la prima volta indaga il rapporto tra fotografia e arte Pop in tutta la sua complessità e in tutte le sue molteplici manifestazioni.

Il rapporto tra Pop Art e fotografia è sempre stato un argomento molto discusso. La Pop Art è stata forse la prima corrente artistica ad aver inglobato in maniera forte e costante la fotografia all’interno del proprio linguaggio, e secondo molti pertanto la prima ad aver interrotto il famoso “combattimento per l’immagine” (per citare un’altra storica mostra torinese) ingaggiato tra pittura e fotografia fin dalla nascita di quest’ultima. Nella Pop Art però la fotografia non è presente solo in maniera diretta, attraverso l’uso esplicito del mezzo da parte di molti artisti, ma anche in un modo più sottile, indiretto, in quella che è stata definita la “filosofia del fotografico” che sostiene e caratterizza tutta la poetica pop. A prescindere dall’utilizzo del mezzo o meno, in sostanza, c’è una coincidenza profonda e concettuale tra arte Pop e fotografia, quella che Claudio Marra ha definito “fotograficità implicita della Pop Art”. Walter Guadagnini – direttore di Camera e curatore della mostra, oltre che uno dei maggiori esperti di fotografia in Italia – ha impegnato la galleria nell’ambiziosa impresa di analizzare una volta per tutte questo complesso rapporto attraverso una grande esposizione. Con circa 150 opere esposte e la collaborazione di musei, fondazioni, artisti, collezioni private e archivi, italiani e stranieri, CAMERA POP rappresenta il più grande sforzo organizzativo messo in atto da Camera.

La mostra è divisa in sei sezioni, ognuna delle quali incentrata su un tema particolare e caratterizzata da un vocabolo significativo (i primi cinque sono tratti da una famosa definizione della Pop Art formulata da Richard Hamilton, l’ultimo da una altrettanto nota dichiarazione di Andy Warhol, il famoso slogan “Vorrei essere una macchina”).

La prima sala, definita dal vocabolo Popular, raccoglie gli incunamboli della Pop Art internazionale e i volti dei primi protagonisti della scena pop tra Londra, New York e Roma. Non poteva mancare in questa sezione un dittico eccezionale: il collage fotografico What is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton, considerato la prima opera pop della storia (qui nella versione digitalizzata dall’artista del 2004), affiancato dalla sua versione aggiornata sui cambiamenti della società e della tecnologia.

La seconda sala, intitolata Glamorous, è dedicata alle icone e ai miti pop. Le dieci Marilyn di Warhol (del 1967) dominano l’ambiente ed evidenziano come la Pop Art debba alla fotografia una parte centrale della propria natura, e anche del proprio successo.

La terza sala, Mass-produced, è dedicata all’altro grande tema del linguaggio pop: gli oggetti di uso comune e la produzione in serie. Nella sala sono riunite opere di Pistoletto, Jim Dine, Joe Tilson, Mimmo Rotella, e soprattutto è esposto il capolavoro Every building on the sunset strip di Ed Ruscha.

La quarta sala, caratterizzata dal termine Young, è dedicata interamente al lavoro di Ugo Mulas, il fotografo che più di tutti ha saputo documentare – ma anche interpretare – la natura e lo spirito dell’arte Pop e dei suoi rappresentanti. Circa 40 scatti di Mulas ci mostrano gli artisti nei loro studi newyorkesi (notevoli sopratutto le fotografie che ritraggono Warhol in azione nella sua Factory) e raccontano la mitica Biennale di Venezia del 1964.

La quinta sala, a tema Sexy, è una galleria di figure femminili (tra cui le modelle del celebre Calendario Pirelli e la Ragazza che cammina di Pistoletto) dedicata alla natura voyeuristica dello spettatore, tipica sia del mezzo fotografico che dello spirito pop.

Machine-like è il tema della sesta e ultima sala, che racconta più nello specifico il rapporto della pittura con la fotografia nella pratica della pop attraverso una serie di dipinti di grande qualità e impatto visivo, tra cui le celeberrime sedie elettriche di Warhol.

Nel corridoio principale sono poi rappresentati alcuni precursori della Pop, primo fra tutti ovviamente Robert Rauschenberg, ed esposte opere di Schifano, Franco Angeli, Bruno di Bello e Gianni Bertini. Uno spazio è poi dedicato alle polaroid di Warhol, esposte insieme a una delle macchinette con cui l’artista le scattava.

 

POP ART Portfolio – Ken Heyman
Roy Lichtenstein

 

Fino al 13 gennaio 2019.

Per maggiori informazioni: http://camera.to/mostre/camera-pop-la-fotografia-nella-pop-art-warhol-schifano-co/

 

Andy Warhol

A novant’anni dalla nascita di Andy Warhol, Roma celebra il padre della Pop Art con una grande mostra monografica allestita nelle sale del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini, prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con Eugenio Falcioni & Art Motors srl.

Inaugurata il 3 ottobre scorso, l’esposizione, a cura di Matteo Bellenghi, presenta oltre 170 opere, che ripercorrono l’intero percorso artistico di Warhol, iniziato a partire dagli anni Sessanta. Parliamo di un personaggio che non è stato solo un grande innovatore del linguaggio artistico contemporaneo ma anche e soprattutto un icona di stile e di costume, che è stato in grado di diventare lui stesso prodotto e marchio di fabbrica, al pari dei prodotti che dipingeva. Prodotti che appartenevano all’immaginario consumistico e pubblicitario collettivo degli Stati Uniti, diventati, attraverso il suo lavoro, veri e propri oggetti d’arte, sebbene sempre ricoperti da una forte patina di ironia dissacratoria e portatori di una progressiva svalutazione di significato.

Basti pensare alla notissima serie delle Campbell’s Soup, le zuppe in barattolo che l’artista a suo stesso dire ha mangiato per vent’anni prima di iniziare a dipingere, facendo diventare oggetto da museo un prodotto alimentare legato al consumo quotidiano, acquistato da intere generazioni appartenenti a diverse classi sociali, in un ottica di omologazione che è anche una chiara frecciata verso il consumismo di massa che abbassa (o innalza?) tutto allo stesso livello, sottraendo così ogni senso ed importanza individuale.

Le sue opere inoltre contengono spesso riferimenti alla morte, dai cicli degli incidenti stradali a quelli che hanno come soggetto la sedia elettrica, per non parlare dei ritratti dedicati ai grandi divi della mecca hollywoodiana morti prematuramente, come Elvis Presley o Marilyn Monroe, e che forse anche per questo motivo sono diventati così carismatici, perché come dicevano gli antichi “chi muore giovane è caro agli Dei.” Volti bellissimi, intensi, resi con forti gradazioni di colore, emblema di vite vissute così intensamente da colare via velocemente, viste, assimilate e consumate dallo spettatore di turno, che subito perde interesse e già si volge, vorace, verso il nuovo attore, la nuova marca di detersivi, il nuovo prodotto miracoloso che soppianta quelli ancora quasi intonsi sugli scaffali della sua casa o ritratti sulle locandine fuori dai cinema.

In mostra anche le serigrafie dedicate al mondo della moda, del cinema e della musica, le copertine dei dischi dei Rolling Stones e dei Velvet Underground, i cicli dedicati ai fiori e quelli che consacrano come moderni feticci le calzature femminili, oggetti che attiravano particolarmente la fantasia dell’artista. Anche il nostro paese diventa iconografia di suo interesse, come è evidente nella serie che celebra L’ultima cena di Leonardo Da Vinci o nel coloratissimo ciclo dei vulcani, chiaramente ispirati dal Vesuvio, che Warhol ebbe modo di vedere durante alcuni suoi viaggi a Napoli.

 

 

Complesso del Vittoriano – Ala Brasini

Via di San Pietro in Carcere, Roma

Dal 3 ottobre 2018 al 3 febbraio 2019

da lunedì a giovedì 9.30 – 19.30 – venerdì e sabato 9.30 – 22.00 domenica 9.30 – 20.30

www.ilvittoriano.com

 

Mario Schifano. Sperimentare la vita

Sperimentare, tentare, trasgredire. Questi sono stati i capisaldi della pittura di Mario Schifano, artista italiano di punta della seconda metà del secolo scorso. La sua onnivora curiosità verso le più svariate forme d’arte, nonché verso tutte le esperienze che la vita poteva offrirgli, lo ha portato ad essere sempre un passo avanti rispetto ai suoi contemporanei. Sporgersi oltre, letteralmente, permette una visuale migliore, ma comporta anche dei rischi; sempre parlando per simboli, sappiamo che si può perdere l’equilibrio e, nel peggiore dei casi, anche precipitare giù. Schifano è caduto, alla fine, dopo una vita di eccessi, ma l’ha fatto al termine di una parabola luminosa e rumorosa, come quella di un fuoco d’artificio; il suo Senza titolo (Fibre ottiche), potrebbe anche essere un efficace autoritratto, una sintesi autobiografica che si fa guizzo di luce.

La sua parabola artistica inizia negli anni ’60, in quella temperie che anche in Italia prende il nome di Pop art; famose sono le sue reinterpretazioni dei grandi colossi pubblicitari stranieri, primo fra tutti quello della Coca cola; il noto marchio viene piazzato davanti agli occhi dello spettatore, gocciolante colore, come a trasudare la linfa stessa della pittura, che diventa liquida come la bevanda rappresentata. Se la Coca cola è il simbolo americano per eccellenza, l’arte pop di Schifano si rifà a quello che è il nostro di emblema nazionale: la tradizione storico-artistica italiana. Futurismo rivisitato, del 1965, è un’opera di un’attualità sconcertante. Schifano rielabora la famosa foto di gruppo che ritraeva il primo nucleo degli artisti futuristi, riproducendone le silhouette con lo spray: una vera e propria prefigurazione dell’odierna e tanto acclamata street art. Detto tra noi, Bansky non si è inventato nulla di nuovo. Riesce a rendere pop un elemento del passato e a trasformarlo in un’icona moderna.

Dello stesso periodo è la serie dei Paesaggi anemici, che ci mostra tele coperte da lievi cromie, linee e onde che suggeriscono piuttosto che indicare topografie riconoscibili. Progressiva perdita di forma, che a volte però torna preponderante, con un gesto esaltato, quasi infantile, come in Tutte stelle del 1967, dove il paesaggio notturno diviene immediatamente riconoscibile grazie a un manto di astri grandi e brillanti come quelli che disegnano i bambini. Si torna a sognare.

Successivamente i paesaggi si evolvono, da anemici diventano alfabetici, subentra anche il linguaggio, come indicazione supplementare: Mare del 1978 è un’ironica rappresentazione dello stesso, ottenuta ribaltando completamente i termini con i quali di solito riconsociamo la massa d’acqua che porta questo nome. L’immagine sta dritta in verticale, diventa uno schermo, quasi una tv che proietta il suo riflesso; il colore, blu intenso, alla Klein, ci dà un ulteriore dritta per riconoscere l’elemento di cui parliamo; e se ciò non bastasse, te lo scrivo sopra, così da fugare ogni dubbio residuo.

Schifano si cimenta anche nella musica e nel cinema; lui è l’artista, e la versatilità del suo operare diventa declinazione linguistica multistrato. Ciò che conta è comunicare un messaggio, il mezzo varia a seconda del momento, o magari dell’umore; poco importa. Ciò che si deve fare è provare, aprire un’altra porta, andare dove non si è ancora stati, usare nuovi colori; vivere davvero forse significa assaggiare tutto, almeno una volta.

 

 

Jeff Koons e la banalità del quotidiano

E’ tendenzialmente considerato l’erede di Andy Warhol e continuatore della Pop Art, è spesso associato a Marchel Duchamp per le reinterpretazioni della tecnica del ready-made: si tratta di Jeff Koons (21 gennaio 1955), artista statunitense, uno fra i più ricchi del mondo, icona dello stile neo-pop che utilizza una vasta gamma di materiali e tecniche, quali pigmenti, plastica, marmo, metalli e porcellana, per la creazione delle proprie opere d’arte.

Ispirata al consumismo e alla banalità della vita e della società contemporanea, l’arte di Koons mette a nudo l’attaccamento dell’uomo agli oggetti, gli stessi oggetti di cui si serve l’individuo tutti i giorni per soddisfare le proprie esigenze. Il vocabolario visivo utilizzato dall’artista per comunicare col pubblico è tratto dal mondo della pubblicità e dall’industria, un modo di rendere i fruitori delle mostre a proprio agio con le opere d’arte, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza.

Già con le prime opere degli anni ’70 Koons presenta agli amanti dell’arte contemporanea delle composizioni costituite da giocattoli e fiori gonfiabili posizionate su superfici specchianti e nel 1979, con la serie The Pre-New, combina oggetti d’uso quotidiano a sfondi metallici o lampade al neon, creando composizioni da appendere al muro come se fossero dei quadri tradizionali. E’ ancora l’oggetto quotidiano il protagonista delle opere degli anni ’80, si pensi all’aspirapolvere della serie The New, uno strumento che non svolge più la sua funzione pratica e quotidiana, diventa un oggetto da ammirare e destinato a non essere più usato, non è più lo strumento amato dalle casalinghe per fare le pulizie, diviene un vero e proprio pezzo da museo suscitante reazioni diverse nel pubblico, creando approvazione o sgomento per aver inserito un oggetto banale nel tempio consacrato all’arte. Sono sempre gli oggetti di consumo ad essere presentati nella serie The Equilibrium (1985), dove uno o più palloni da basket fluttuano in teche di vetro in una soluzione di acqua distillata e cloruro di sodio come se fossero dei pesci in un acquario. “La sospensione dei palloni simbolizza uno stato di perfezione”: queste sono le parole di Jeff Koons in Retrospettivamente, attraverso le quali l’artista intende far riflettere circa il significato del concetto di equilibrio, infatti i palloni, anziché galleggiare, rimangono sospesi nel centro del liquido grazie alla perfetta equipollenza di forze.

Attraverso l’arte di Jeff Koons si assiste dunque alla celebrazione dell’oggetto quotidiano, l’oggetto viene manipolato e reso degno dell’ammirazione del pubblico, è l’atto dell’inserimento di quell’oggetto in una vetrina a trasformarlo in una sorta di reperto strappato dal sottosuolo e valorizzato in un museo. Ciò che generalmente è considerato un oggetto banale grazie a Koons viene elevato a opera d’arte. Il legame tra l’arte di Koons e la società dei consumi è innegabile, ma questa società viene criticata dall’artista attraverso le sue opere, tramite le quali è possibile sottolineare la banalità e superficialità di quella classe sociale che ha reso ricco e famoso l’artista.

I ritratti di Julian Opie: tra pop art e minimal

Immagina una persona, riduci i tratti somatici ai minimi termini, crea una miscela tra Pop art e minimal e il gioco è fatto: Julian Opie.

Nato a Londra nel 1958 da madre insegnante e padre economista Opie detestava l’arte, ma l’adolescenza gli fa cambiare idea. Dopo aver preso il diploma alla Chelsea College of Art and Design si laurea alla Scuola d’arte di Goldsmith. Oggi Opie ormai è un artista celebre a livello internazionale che conquista un ruolo importante nell’arte contemporanea, contribuendo a far parte delle collezioni del Moma di New York, della National Portrait Gallery di Londra, del Museo Stedelijk di Amsterdam e di altri.

Forse colpito dal fascino del genere fumettistico, Opie è molto interessato alla raffigurazione del corpo umano, anche in movimento. Ritratti di donne, ragazzi, ballerine, atleti, corridori, persone che camminano, e perché no anche bagnanti. Tutti hanno un minimo comun denominatore: il contorno. Un contorno netto e ben tracciato che fa sembrare i ritratti tutti uguali, tutti senza neanche un dettaglio, pochissime sfumature di colori, ma tutti con un’anima diversa.

Può sembrar difficile quantificare le diverse espressioni, sensazioni, introspezioni dei volti. Ma dopo un’accurata osservazione ci possiamo render conto che, uno dopo l’altro, i volti ritratti non solo sono diversissimi gli uni dagli altri ma hanno anche tutti una propria personale scintilla introspettiva, e perché no farci notare anche qualche stato d’animo. Spensieratezza, timidezza, imbarazzo, per non parlare del movimento nella gente che cammina e che corre, la fatica, la competizione, l’elasticità e l’equilibrio nelle ballerine di danza classica e ginnastica.

«Tutto quello che vedi è un trucco della luce. La luce che rimbalza nel tuo occhio, ombre di colata leggera, crea profondità, forme e colori. Spegni la luce e va tutto bene». Così si descrive Julian Opie, tra realtà e immaginazione, Pop art e fumetto.

 

Massimo Malpezzi. Pop Art by Kokokid

Le opere di Massimo Malpezzi: Giornalista e Fotografo, Grafico Editoriale, ma da sempre artista, saranno protagoniste presso la Galleria Daliano Ribani Arte di Via Marzocco 59, dal 15 al 27 Luglio, dal Martedì alla Domenica, con orario 19:30-24.

Kokokid, il suo pseudonimo, inizia a dipingere sin da piccolo osservando suo padre ceramista e pittore futurista, un inevitabile imprinting verso le avanguardie e le sperimentazioni, ma soprattutto influenzato dalla pop art americana inglese e dai graffitari. Lentamente sviluppa uno stile che oggi rimane personalissimo alla ricerca dell’ironia e del divertimento. Fa del materiale plastico, raccolto ovunque, grandi tele dove il personaggio viene scaraventato in primo piano circondato da mille colori, celluloide, poliuretano, brillantini, smeraldi che sapientemente incollati creano stratificazioni sulla superficie della tela dipinta ad acrilico formando fantasmagoriche scene. Dal 2010 inizia a produrre decine di quadri poi finalmente le offre al pubblico con alcune mostre di successo a Milano.

Per Massimo Malpezzi il modo semplice eppure geniale si identifica con una parola: colore! Ovvero vivacità cromatica, luminosità, splendore brillantezza… o per dirla all’anglosassone: Brilliant Pop! per uno stile personale che passa attraverso tutta l’espressività storica della Pop Art, ne coglie l’essenza e la sostanza ed esce dalla parte opposta, caricato d’una nuova e luminosa vitalità.

 

 

Fino al 27 Luglio 2017

Pietrasanta | Lucca

Luogo: Galleria Daliano Ribani Arte

Telefono per informazioni: +39 3921062411

E-Mail info: dalians88@live.it

Andy Warhol. Vip Society

Andy Warhol sbarca in Sardegna.

Fondazione Mazzoleni insieme alla Galleria d’arte di Eugenio Falcioni, grande collezionista dell’artista, presentano la mostra Andy Warhol Vip Society, una curiosa raccolta di circa duecento opere del genio della Pop art Andy Warhol.

Opere selezionate per risaltare uno spaccato concreto della vita di Warhol, interamente racchiusa nelle sue icone e ritratti: dalla serigrafia iconografica di Marilyn al ritratto di Mick Jagger, dalla ormai celebre e assoluta Campbell’s al partenopeo Vesuvius, dalla serie dei ritratti di drag queen Ladies and Gentlemen alle fiabe dello scrittore Christian Andersen, fino alle polaroid di celebrità come Ron Wood, Silvester Stallone, Grace Jones, oltre ai ricercati self portraits.

L’evento si terrà nell’incantevole località di Porto Cervo, rinomato luogo estivo di Vip, vacanze e divertimento, ma un’affascinante posizione per accogliere anche un pizzico di cultura, proprio come era lo Studio 54 di New York negli anni Settanta, punto di ritrovo per  divi del cinema,  artisti, musicisti, imprenditori della moda, non che soggetti ispiratori per le opere del celebre ma allo stesso tempo timido Andy.

 

 

Andy Warhol. Vip Society

Conference Centre presso l’Hotel Cervo, Costa Smeralda, 07020, Porto Cervo, OT

Dall’11 Giugno al 17 Settembre 2017

Dalle ore 18:30 alle ore 23:30

Aperto tutti i giorni

Vernissage: Domenica 11 Giugno ore 18:30

Biglietto: 10 €

Io non amo la natura. Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino

La Fondazione CRC e la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea presentano Io non amo la natura – Pop Art Italiana dalle collezioni della GAM-Torino a cura di Riccardo Passoni, in mostra a Cuneo, nel Complesso Monumentale di San Francesco da sabato 27 maggio 2017 a domenica 22 ottobre 2017.   La mostra – promossa dalla Fondazione CRC in occasione dei 25 anni dalla nascita, nel gennaio 1992 – propone un excursus intorno alla Pop Art italiana, attraverso una selezione di cinquanta opere tra dipinti, sculture e video, tutte provenienti dalla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino.

L’esposizione nasce dalla volontà di riflettere sulla vicenda storica della Pop Art in Italia, alla luce della recente rinnovata attenzione da parte della critica. Gli aspetti principali su cui la critica si è soffermata nel rileggere il fenomeno includono, da una parte, lo studio della cronaca di quegli anni, alla ricerca di corrispondenze dirette con l’arrivo e l’esplosione del fenomeno Pop americano sul suolo italiano e dall’altra, la messa a fuoco della provenienza culturale e linguistica degli artisti italiani, evidenziandone contiguità e differenze rispetto agli internazionali.

La mostra occupa i suggestivi spazi del Complesso monumentale di San Francesco − restaurato e restituito alla città nel 2011 grazie a un ingente finanziamento della Fondazione CRC e adiacente al Museo Civico di Cuneo − e vuole ricostruire l’ampio ventaglio delle proposte italiane maturate nei primi anni Sessanta. In quegli anni numerose furono le corrispondenze tra il progressivo ma rapido affermarsi della Pop Art americana e la scena italiana, in particolare nelle città di Roma e Torino, così come la circolazione degli artisti e delle loro proposte linguistiche.   Il percorso espositivo illustra, per campionamenti, le differenti declinazioni di stile degli artisti, tra cui Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Fabio Mauri, Mario Ceroli, attivi sulla scena romana, accanto a personaggi come Jannis Kounellis e Pino Pascali. Sul versante torinese, la mostra raccoglie opere di Ugo Nespolo, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, Antonio Carena. Sullo sfondo, tra le tante altre proposte in mostra – volte anche a presentare importanti esiti collaterali, non dichiaratamente Pop ma contestualizzabili in quella temperie di sviluppo e ricerca – esempi delle ricerche pioneristiche di Mimmo Rotella e Enrico Baj.

Dal 26 Maggio 2017 al 22 Ottobre 2017

CUNEO

Opening: Venerdì 26 maggio 2017 – ore 17.30

LUOGO: Complesso Monumentale di San Francesco

CURATORI: Riccardo Passoni

ENTI PROMOTORI:

  • Fondazione CRC

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0171 634175

E-MAIL INFO: progetti@fondazionecrc.it

SITO UFFICIALE: http://www.gamtorino.it

Andy Warhol. Forever / Simone D’Auria. Freedom

Fino al 31 dicembre 2017, un protagonista assoluto della storia dell’arte, Andy Warhol, e uno dei suoi talenti emergenti, Simone D’Auria, si ritrovano a Firenze nel nuovo capitolo del progetto urbanistico-culturale ideato dalla Lungarno Collection.

Le opere iconiche del maestro della Pop art americana e l’installazione Freedom, che vede protagoniste le scocche della Vespa, rivisitate dal geniale artista milanese, creeranno un suggestivo percorso tra l’interno del Gallery Hotel Art e la facciata dell’albergo fiorentino.

La mostra Andy Warhol Forever presenta sedici lavori tra le sue più iconiche produzioni, provenienti dalla Fondazione Rosini Gutman; si tratta di un excursus veloce, ma estremamente esplicativo, che ripercorre l’avventura dell’artista che è riuscito a scuotere dalle fondamenta il mondo accademico della pittura e della critica del secondo Novecento, ma anche a modificare per sempre l’immagine dell’America e della società contemporanea.

Il percorso, allestito all’interno del Gallery Hotel Art, propone due ritratti della serie dedicata a Marilyn Monroe, di cui Warhol si occupò già nel 1962, subito dopo la sua tragica scomparsa; Warhol intuì l’alto valore simbolico della vita e della violenta morte dell’attrice contribuendo a crearne un’icona che rimarrà nella leggenda. Accanto a essi, si trova una serigrafia del ciclo Ladies and gentlemen, nel quale Warhol inizia a ritrarre i volti della gente comune e non solo delle icone dello spettacolo. In questo ambito, l’artista decise di prendere come modelle anche delle drag queen del club newyorkese The Gilden Grape, un soggetto piuttosto forte e di non facile risoluzione per l’epoca.

Non mancano le immagini della società dei consumi, come le celebri lattine della Campbell’s soup, qui nella loro versione classica del 1967 e in quella con l’etichetta speciale creata per le olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984, oltre a uno dei vestiti Campbell Soup Dress del 1966 in carta cotone ‘usa e getta’.

La mostra prosegue analizzando lavori più particolari, come quelli che riproducono il Kiku, ovvero il crisantemo giapponese, il fiore che rappresenta l’imperatore e la casa imperiale nipponica, o la rivisitazione delle nature morte seicentesche, pensate e realizzate come se fossero veri e propri modelli viventi, giocando e sperimentando l’uso delle ombre nell’arte grafica che, nella geniale prospettiva pop di Warhol divennero Space fruits – Frutta Spaziale.

Il percorso espositivo si chiude con una serie di opere di Steve Kaufman, tra cui tre ritratti di James Dean, uno argentato di Elvis Presley, uno di Marilyn e altri soggetti pop.

Il filo rosso della Pop Art lega la rassegna di Warhol con l’inedita installazione Freedom pensata da Simone D’Auria per la nuova edizione del progetto della Lungarno Collection. D’Auria, direttore artistico dell’operazione, ha individuato in Vespa, icona universalmente riconosciuta del Made in Italy (https://www.snapitaly.it/vespa-piaggio-mito-italiano/), uno straordinario strumento di comunicazione che, in questa occasione, si riveste delle immagini rappresentative di diversi angoli del nostro pianeta.

Fino al 31 Dicembre 2017

Firenze

Luogo: Gallery Hotel Art

Enti promotori:

  • Patrocinio del Comune di Firenze

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 055 27263

E-Mail info: gallery@lungarnocollection.com

Sito ufficiale: http://www.galleryhotelart.com/