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Quando il pubblico diventa arte (e viceversa): i musei francesi nelle fotografie di Nicolas Sibertin-Blanc

Una modella che si scatta un selfie, un asiatico con strumenti ipertecnologici, bambini speranzosi di riuscire a toccare qualcosa, qualcuno che sbadiglia stanco o che chiacchiera animatamente: quante volte esplorando le sale di un museo affollato capita di essere distratti da curiosi visitatori che attirano l’attenzione più delle opere stesse? Un giovane fotografo francese, Nicolas Sibertin-Blanc, ha trasformato questa tendenza in qualcosa di molto interessante. Nella sua nuova serie di fotografie, infatti, ritrae i più noti musei francesi attraverso una ambigua combinazione di opere e pubblico.

Usando la tecnica dell’immagine nell’immagine, l’artista crea fotografie in cui i diversi piani (realtà e finzione, vivente e inanimato, opera e contesto, ecc.) sono uniti sapientemente in un’unica immagine perfettamente coerente. Accade così che in alcune foto il pubblico sembri entrare a far parte di famosi quadri, e che in altre siano invece i personaggi dipinti a sembrare partecipi di scene reali. Bellissimi ad esempio Les Noces de Cana, in cui la folla di visitatori del Louvre si mescola ai convitati dipinti nel Cinquecento da Veronese, o Une séance du jury de peinture, in cui un ragazzo con cappellino Gucci sembra quasi specchiarsi nei borghesi col cilindro di Henri Gervex, che peraltro a loro volta guardano dei quadri, moltiplicando così le immagini e triplicando i livelli di lettura.

Attraverso questo gioco combinatorio e citazionista, l’artista attiva inoltre un cortocircuito tra fotografia e pittura, nemiche-amiche da sempre contrapposte nel famoso “combattimento per un’immagine”, per citare una storica mostra del 1973. Riesce inoltre a rivisitare il già visto e a rinnovare perfino il fin troppo noto, riportandoli in circolazione sotto una diversa prospettiva, come a voler dire che in questo momento storico – caratterizzato da un fortissimo inquinamento visivo – la mole di immagini già esistenti debba essere riutilizzata, in un certo senso riciclata, e impiegata come fondamento per costruirne di nuove.

Al contrario di quello che potrebbe sembrare, inoltre, nessuna delle foto che compongono la serie è un fotomontaggio, come l’artista stesso tiene a specificare. Rievocando il suo compatriota Cartier-Bresson, infatti, Sibertin-Blanc cerca e aspetta il momento decisivo nei musei della sua città, e sul suo sito si legge a grandi lettere “None of the showcased photographs is photoshoped. The pictures are taken on the spot. I want to show you what I see”. Le immagini sono quindi frutto di abilità esercitate in fase di ripresa e non in postproduzione, e mostrano semplicemente il punto di vista dell’artista (del resto ormai sempre più artisti prediligono questa modalità di operare, in contrasto con l’evidente artificializzazione della vita contemporanea).

Negli ultimi mesi Nicolas Sibertin-Blanc è stato uno dei protagonisti dell’annuale Salon des Beaux Arts di Parigi e ha ricevuto diversi premi. Per conoscere meglio il suo lavoro: www.nicolas-sibertin.com.

Marina Abramovic e Ulay. Due corpi nudi per la performance Imponderabilia

Il corpo non è solo lo strumento per eccellenza attraverso il quale l’uomo riesce a esprimere i propri sentimenti, il corpo è il mezzo attraverso il quale numerosi artisti hanno deciso di affrontare temi differenti, presentandoli al pubblico attraverso un’ottica nuova, originale e moderna.

Tornando indietro di qualche decennio è possibile esaminare come negli anni ’70 la nudità del corpo umano fosse considerata un tabù, l’esser nudi provocava disagio fra i membri della società, era un oltraggio al pudore, uno scandalo per la pia morale cattolica.

Marina Abramovic ha affrontato tale questione attraverso la performace Imponderabilia, un’esibizione del 1977 realizzata presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna insieme al proprio compagno, l’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen, meglio noto con l’appellativo di Ulay.

Si tratta della messa in scena di due corpi completamente nudi, posti uno di fronte all’altro in uno spazio stretto. Qual è però la particolarità della performance? Se il corpo nudo crea imbarazzo, scandalo, perché non viene semplicemente ignorato dal pubblico? Non è possibile far finta che i corpi dei due artisti non esistano, per entrare nel museo il pubblico è obbligato a oltrepassare i due corpi e trattandosi di uno spazio strettissimo non c’è la possibilità di passare dritti, senza interagire con i corpi estranei, i visitatori sono costretti a rivolgersi verso Marina Abramovic o in direzione di Ulay.

E’ la psicologia dell’individuo ad entrare in gioco nella performace: verso quale corpo si volgerà il pubblico? E’ il corpo femminile o quello maschile a creare minor turbamento? La nudità provoca disagio, perciò per molti individui dover operare una scelta diventa una vera e propria sfida. Non sono gli artisti a sentirsi in imbarazzo, essi hanno trasferito tale sensazione al pubblico, il quale deve fare i conti con le proprie emozioni e istinti, affronta il tabù ed entra letteralmente in contatto con esso, diventando così parte integrante della performance artistica.