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Public Art. L’arte fuori dai musei

L’arte, la creatività, esce dai musei: questo accade con la Public Art, ovvero l’arte pubblica, arte di commissione in Europa e negli Stati Uniti, nata negli anni ’60 del XX secolo, un modo innovativo di presentare le opere d’arte al pubblico, il quale non è vincolato ad entrare nei musei e negli spazi adibiti all’esposizione per poter essere fruitore di opere d’arte ma l’arte entra a far parte del tessuto sociale e della struttura urbana delle città, caratterizzando e rivalutando l’ambiente cittadino. Lo scopo della Public Art è la comunicazione e non la celebrazione, è portatrice di un messaggio che deve essere trasmesso al pubblico, quindi ha un fine differente dai monumenti appartenenti alla tradizione classica e non che è possibile vedere nelle piazze o lungo le vie cittadine, celebranti le gesta e l’autorità del personaggio rappresentato, generalmente appartenente alle classi sociali alte. Le opere appartenenti a questa corrente artistica, note come site – specific,  devono possedere come prima caratteristica la riconoscibilità e devono essere inserite nel tessuto urbano, entrando così in contatto con il contesto paesaggistico, territoriale e urbanistico, fattori che rendono complicata la progettazione di opere pubbliche poiché l’artista deve tenere in considerazione la situazione reale in cui deve intervenire per la creazione dell’opera d’arte.

Ago, Filo e Nodo è l’opera realizzata dagli artisti Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen, inaugurata nel febbraio del 2000 a Milano, ubicata nel Piazzale Luigi Cadorna, diventato alla fine degli anni ’90 del Novecento un punto cruciale dei trasporti cittadini. E’ una scultura alta 18 metri, realizzata in acciaio e vetroresina, collocata in prossimità della Stazione di Milano Cadorna, dell’omonima fermata della Metropolitana e della linea Malpensa Express, rappresentante un gigantesco ago con un filo multicolore che sbuca in un altro lato della piazza con il nodo nella parte terminante. Cosa potrebbe rappresentare questo esempio di Public Art? Osservando i colori componenti il filo, verde, giallo e rosso, è possibile notare che sono gli stessi che identificano le tre linee metropolitane milanesi, mentre il fatto che la scultura sia divisa in due parti, che idealmente si ricongiungono nel sottosuolo, è un richiamo alla Metropolitana, garante dei rapidi spostamenti all’interno del capoluogo lombardo. L’opera di Oldenburg e van Bruggen è dunque l’emblema del treno che entra in una galleria sotterranea, un omaggio alla laboriosità milanese e al mondo della moda, che vede la città di Milano uno dei principali centri al mondo, quindi due eccellenze tipicamente milanesi, non solo, come dichiarato da Gae Aulenti, designer e architetto italiana, rappresenta il biscione visconteo presente nello stemma di Milano.

In Sardegna è Costantino Nivola, nel 1986, il realizzatore delle opere scultoree per il Palazzo del Consiglio Regionale a Cagliari, esposte negli spazi esterni, su commissione del Presidente del Consiglio Regionale Emanuele Sanna, sculture studiate dall’artista in modo che possano dialogare non solo fra loro, ma anche, e soprattutto, fra l’architettura e la città circostante, visibili dalle migliaia di persone che ogni giorno transitano lungo la via Roma. Le Madri mediterranee realizzate con morbide linee si contrappongono ai Costruttori massicci e squadrati, ricomponendo nell’unità architettonica il principio femminile e maschile.

Numerosi gli artisti che hanno creato opere di arte pubblica, tra i quali si annoverano Vito Acconci, Mario Merz, Florentijn Hofman, e molti altri.

Silenzio, meditazione e sogno. Jaume Plensa

Silenzio, meditazione e sogno, le opere di Jaume Plensa sono raffigurazione di uno stato di grazia, lieve e neutrale, al quale poter assurgere senza troppa fatica. Totem urbani candidi e metafisici, volti e corpi ormai lontani dal dolore.

A metà strada tra la statuaria colossale arcaica e la propaganda religiosa di una setta d’ispirazione neoplatonica, le opere di Plensa raggiungono il meglio del loro potenziale negli spazi aperti e pubblici. Come i Moai dell’Isola di Pasqua o un manifesto pubblicitario per l’appunto.

L’uso del corpo per Plensa è didascalia di un’esistenza sognante e distante dal peso della quotidianità. Grandi teste costruite con mattoni bianchi, corpi raccolti e trasparenti delineati da numeri, lettere o linee grafiche. Immagini facili ed educate, di immediata comprensione e dubbia originalità che popolano numerose città in Europa e Stati Uniti. Discrete e silenziose hanno però il potere di esercitare una forte attrazione su chi le guarda. I grandi volti bianchi, deformati un po’ in lunghezza, con gli occhi chiusi e i lineamenti sfumati catturano lo sguardo e l’attenzione in maniera insolita. Emanano un’aura di quiete e pace interiore che, se si dedica anche poco tempo a contemplarli, risulta inaspettatamente contagiosa.

Sono opere introverse e concluse in se stesse, immobili e indifferenti al contesto o allo scorrere del tempo.
Forse siamo troppo attenti al movimento che abbiamo attorno, a registrare e diffondere dove siamo e cosa facciamo senza più prestare davvero attenzione a noi stessi. Chiudere gli occhi e non guardare gli altri, rendersi trasparenti ai cambiamenti più superficiali è un atto reazionario e in controtendenza.

Un tema unico rappresentato a scala monumentale e ripetuto più e più volte è la formula vincente della produzione di Plensa. La tautologia senza freni è tecnica strategica così come espressione dell’ossessività dell’artista. L’unica ineducazione è ravvisabile proprio nella spudoratezza della ripetizione continua.

Gardaland o arte? Kurt Perschke

Kurt Perschke ha pensato a un’opera itinerante che si modifica in base al sito selto e a sua modifica il luogo in cui viene ospitata.
Red Ball è una grande palla rossa gonfiabile che viene inserita via via in interstizi urbani, porticati o concavità architettoniche.
La sua forma sferica non è mai perfetta perchè sempre costretta ad adeguarsi agli spazi, il più delle volte angusti, in cui trova posto. Non è mai uguale a se stessa e subisce le condizioni esterne del suo “habitat” temporaneo che potremmo definire condizioni di cattività.

Il soggetto scelto da Perschke è astratto, un solido geometrico che tende alla perfezione euclidea senza mai raggiungerla. L’uomo non è rappresentato ma è parte integrante della riuscita di quella che più che un’opera è un’operazione artistica.

Gli scenari urbani vengono disturbati e arricchiti dalla presenza della Red Ball grazie anche al comportamento del pubblico. Sorpresi, attratti e divertiti, le reazioni sono diverse e manifeste e si ottiene una vivacità di presenze e attività sociali nel luogo dell’opera.
Il luogo, fisico e sociale, viene influenzato visibilmente dalla presenza della morbida palla rossa deformata.

Costrizione, deformazione, innesto e contrasto possono portare ad esiti tanto inaspettati quanto non necessariamente negativi. Forse tutti ci siamo figurati di dover raggiungere una forma perfetta, mi chiedo chi creda di essere riuscito nell’impresa.

Una delle prerogative dell’arte è quella di offrire una prospettiva diversa a chi la osserva, quella di cambiare qualcosa nel modo di vedere le cose. Quest’opera sembra riuscirci ogni volta, anche se forse spesso in modo solo superficiale. Di certo non tutti si interrogano sul concetto di identità e contesto. Molti la vivono come un’attrazione da parco di divertimenti, e divertente può esserlo di certo.
Una delle caratteristiche di un’opera d’arte riuscita è però senza dubbio quella di avere più chiavi di lettura, e anche in questo Perschke sembra avere centrato il bersaglio.

link: Red Ball Project