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Hopper maestro dell’intimità

Edward Hopper afferma che l’arte possiede un grande realismo e una grande realtà. Lui stesso afferma che i suoi dipinti sono costruiti con tanta semplicità e onestà, senza ricorrere agli artifici dell’arte. Hopper, un genio dalla personalità complessa e molto particolare, tra fatalismo, distacco e curiosità, trasforma il silenzio in un invito a penetrare l’interiorità degli altri, motivo per cui può essere considerato il maestro del silenzio che invita a contemplare la vita intima altrui. Egli mostra una sensibilità per le sfumature del comportamento umano, tanto da realizzare una sorta d’incursione privata.

Hopper richiama l’attenzione inquadrando la scena come può essere vista da un estraneo e non da coloro che la vivono, scegliendo di utilizzare dei soggetti casuali. I personaggi sono ritratti con una semplicità tale da evocare un ambiente famigliare, con sguardi persi altrove nel contemplare una vita interiore che rivela una personale visione del mondo.

Il suo sguardo è come un teleobiettivo, distaccato, si limita a mostrare la pura e semplice realtà. I suoi dipinti sono squarci di vita, come delle fotografie che mostrano scatti delle situazioni più inconsapevoli e vulnerabili. Fissa la scena senza mettere mai in primo piano la vita che scorre ma, al contrario, raggirandola in quell’istante come una narrazione interrotta. Regala un’apparenza incerta della natura umana nei momenti in cui essa è inosservata, inconsapevole e completamente libera. Hopper coglie e immortala particolari sfumature del comportamento umano in un singolo momento, come semplici attimi che diventano eterni.

Dona vita a un mondo perfetto nel suo isolamento di cui riusciamo a percepire la carica emotiva ma che a quel tempo rimane inaccessibile, caratterizza i personaggi con una forza tale da creare un legame tra chi guarda e il soggetto. Nei suoi dipinti percepiamo quella quiete di un’atmosfera sospesa, inquadrando la scena come può essere vista da un estraneo, e non da coloro che la vivono.

 

The Morgue. Serrano immortala cadaveri

Andres Serrano (1950) è il fotografo statunitense che ha reso omaggio al corpo umano privo di vita con la celebre serie The morgue del 1992, immagini che immortalano i crudi dettagli di un corpo, privo di dati anagrafici, abbandonato dall’essenza vitale, fotografie scattate a corpi di adulti e bambini dove non esiste  censura o tabù, ove a essere indicata è solamente la causa della morte. Cicatrici, ferite, ustioni, occhi e bocche aperte che non possono più esprimersi sono i soggetti di Serrano in The morgue. Il fondo scuro della fotografia ricorda le opere di Caravaggio, coloro che osservano il soggetto fotografico hanno la possibilità di scrutare la morte da vicino, come se si trattasse di un quadro.

Sono trascorsi secoli da quando Leonardo e Michelangelo studiavano i cadaveri umani per trarre gli insegnamenti anatomici che avrebbero reso celebri le loro opere e ancora più tempo è trascorso da quando gli antichi egizi intervenivano sui cadaveri per rendere il corpo eterno. Se già nei tempi più antichi i cadaveri erano presi in considerazione e anche ammirati dagli artisti perché la società contemporanea si stupisce o si scandalizza se il cadavere continua a essere il centro di interesse di alcuni geni dell’arte?

«Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati più insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia». Le parole precedentemente riportate sono state pronunciate da Serrano e sono d’aiuto per capire il cuore pulsante della propria arte, conducono il pubblico alla chiave di lettura di questa parte dell’operato dell’artista.

Le opere fotografiche realizzate dal Serrano sono considerate macabre dal pubblico, l’artista stesso è reputato come un individuo che non rispetta la vita e che preferisce esibire delle immagini con corpi immortalati in condizioni strazianti, ma il fotografo non reputa il proprio lavoro scioccante. E’ il dettaglio raccapricciante e violento l’elemento che conferisce la bellezza alla fotografia. Si reputa Serrano come colui che viola l’intimità del defunto e della famiglia che dovrebbe compiangere il proprio caro, ma il compiangere qualcuno non serve per far si che il ricordo di colui che non è più in vita continui a durare in eterno? Non è forse questo che fa Serrano, rendere eterno un corpo? Grazie a questo genio della fotografia viene estetizzato ciò che ancora nell’età contemporanea è considerato repellente e osceno, un corpo non in vita con dei segni sulla pelle che incutono paura e disgusto.

Attraverso The morgue l’artista ha realizzato il suo scopo, ossia mettere in luce delle opere potenti e avvincenti, è stato possibile mostrare la bellezza del corpo che esiste nella morte.

Jean-Pierre Velly. L’Ombra e la Luce

Jean-Pierre Velly. L’Ombra e la Luce, curata da Pier Luigi Berto, Ginevra Mariani e Marco Nocca, che si inaugura il 22 marzo 2016 a Palazzo Poli (Fontana di Trevi), prestigiosa sede espositiva dell’Istituto centrale per la grafica.

A venticinque anni dalla tragica scomparsa di Velly e per la prima volta a Roma dopo la grande mostra a Villa Medici del 1993, le due istituzioni intendono reinserire l’opera e la figura del maestro bretone (Audierne 1943 – Trevignano 1990), Grand Prix de Rome per l’incisione (1966) al posto che gli compete nella cerchia dei grandi artisti contemporanei. La mostra suggerisce un percorso all’interno del nucleo poetico del lavoro di Velly, attraverso la metafora alchemica, ribadita dalla splendida Melencolia I di Albrecht Dürer che apre l’itinerario.

La prima sala, Nigredo, allude allo stadio della trasformazione della materia: qui è Velly stesso, artefice e iniziatore della creazione, ad accogliere i visitatori con una parete dedicata ai suoi celebri Autoritratti. Il processo ideativo dell’artista si precisa attraverso il confronto tra disegni preparatori inediti e prove di stato: dalla “notte eterna dell’universo” emergono le sue magnifiche visioni, le straordinarie incisioni a bulino, che ritrovano il bianco e la luce con stupore, sottraendoli al buio. La seconda sala, Albedo, che rimanda alla purificazione della materia, ospita il nucleo di acquerelli e i disegni a punta d’argento, tecnica dei maestri rinascimentali. La terza sala, Rubedo, offre una selezione dell’opera pittorica.

La pittura è per l’artista approdo finale e rasserenante: “con i colori mi piace poter raccontare che nulla è grave, che un giorno morirò ma l’umanità continuerà”. I bellissimi acquerelli di soggetto floreale stemperano visivamente l’affascinante mistero nero di Velly, chiarendo anche le ambizioni della sua arte. È significativo che la mostra di Jean-Pierre Velly si ponga in continuità ideale con la recente esposizione di Balthus, direttore a Villa Medici ed estimatore del giovane artista, quasi a raccoglierne il testimone: “quando vedo un dipinto di Balthus – dichiarava l’artista bretone a Jean-Marie Drot – mi dico: qui non c’è falsità, non c’è inganno”.

Fino al 15 Maggio

Roma, Palazzo Poli, via Poli, 54 (Fontana di Trevi)

ore 10,00 -19,00 martedi – domenica

Ingresso libero