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Il ritratto fotografico

Pensando al ritratto fotografico vengono in mente splendidi capolavori che hanno segnato la storia e la storia dell’arte, capaci di catturare espressioni ed emozioni inspiegabili a parole e di trasformare volti in immagini iconiche. Ma il ritratto fotografico è anche uno strumento che usiamo quotidianamente, più di quanto ci rendiamo realmente conto. Anche senza accorgercene, infatti, lo usiamo più volte al giorno, per i motivi più diversi. Oltre che come mezzo di espressione artistica, infatti, lo usiamo per conservare il ricordo di eventi importanti come matrimoni, compleanni e nascite, ma lo usiamo anche in maniera più automatica per dimostrare la nostra identità, con le fototessere sui documenti. Per lo stesso motivo è usato anche per le foto segnaletiche o per compiangere i defunti.

Ultimamente, poi, ha assunto anche per una nuova funzione: affermare la nostra stessa esistenza. Negli ultimi anni, infatti, la pratica della condivisione su Internet ha reso le fotografie, in particolare i ritratti e gli autoritratti (i cosiddetti “selfie”), non solo un modo alternativo per comunicare ma soprattutto l’unico metodo per affermare la propria presenza nel mondo.

Tutto quello che facciamo, in altre parole, esiste solo se veniamo fotografati mentre lo stiamo facendo. Questo fenomeno, anche se frutto dello sviluppo attuale della tecnologia e del peso che ha raggiunto nelle nostre vite, ha le sue radici nel ruolo che è stato da sempre attribuito alla fotografia: la capacità di registrare l’esistenza di qualcosa o di qualcuno. È stata proprio questa sua caratteristica, infatti, a rendere la fotografia un’invenzione tanto fondamentale nella vita dell’uomo.

La possibilità di ritrarre la figura umana, il fatto che per la prima volta nella storia tutti avessero la possibilità di lasciare traccia di sé, cioè, sono stati la ragione principale della portata rivoluzionaria di questa invenzione. Solo quando i tempi di esposizione sono stati abbastanza brevi da poter catturare la figura umana, infatti, la fotografia ha preso realmente piede e messo radici nella società ottocentesca.

Il ritratto ovviamente esisteva già prima del 1839, ma era un procedimento lungo e costoso riservato a pochi. Presentandosi come uno strumento accessibile a tutti e capace di riprodurre fedelmente e rapidamente la realtà, invece, la fotografia divenne presto il perfetto sostituto democratico al ritratto pittorico e scultoreo, tanto da essere definita (con una frase di Oliver Wendell Holmes che passò alla storia) uno “specchio dotato di memoria”. Questa sua facoltà di trasmettere l’immagine di qualunque persona anche oltre la sua stessa esistenza, una conquista fino a pochi anni prima impensabile, venne vista inizialmente quasi come una magia, tanto che alcune credenze popolari lo ritennero un modo per rubare l’anima del soggetto ritratto. Nel corso degli anni, invece, questa sua capacità ha permesso di registrare la storia, iconizzare volti e anche di tramandare ai posteri fatti e personaggi che diversamente sarebbero rimasti sconosciuti o sarebbero stati dimenticati. Non è un caso, infatti, che si dice che la fotografia “immortala”.

 

 

 

 

Come in una favola. I ritratti caleidoscopici di Silvia Mei

Un naso forse troppo grande, occhi troppo piccoli e capelli spettinati, ma come vediamo i volti ritratti da Silvia Mei? A primo impatto son visi palesemente bizzarri. Un’alternanza fantasmagorica di luci, colori e figure. Volti spigolosi, a momenti animaleschi dove l’espressione è data da un forte impatto gestuale, quasi violento del pastello, ma a tratti accompagnato da una morbida pennellata di colori accesi.

«In questi lavori ho dipinto di getto, partivo pensando a un autoritratto ma poi veniva fuori che avevo dipinto mia sorella». Semplice: ampio spazio alla fantasia, ad abiti colorati e a strani elementi come orecchini, corolle, insetti e macchie di colore, col fine di arricchire quanto più possibile un ritratto ancora embrionale.

Di matrice dunque neoespressionista, Silvia Mei sposa un’arte che altro non è che il risultato di una miscela super originale, Picasso, Dubuffet, Baselitz, e perché no anche Rousseau e Chagall.

La spigolosità dei cubisti, l’informale degli Otages, nei personaggi della Mei si legge quasi un horror vacui che ricorda anche le giungle di Rousseau, specialmente nelle grandi foglie verdi che attorniano i suoi ritratti.

Ma perché anche Chagall? Cosa può avere di più a cuore una sarda che vive a Milano? Le maschere della Sardegna hanno sempre avuto un certo fascino, e specialmente per un cuore sardo doc stanno al primo posto. Così, come Chagall raccontava la sua infanzia tramite la fiaba, anche nelle opere della Mei affiora la profonda nostalgia della Sardegna, creando una perfetta sintesi tra il lessico cubista, percepito nelle forme squadrate dei volti, e il linguaggio semplice e popolare del romanticismo dell’artista.

«Cerco di esprimere l’umore e il volto è il mezzo con cui lo faccio. Prima non me ne accorgevo, ma ultimamente sono sempre più consapevole del fatto che le mie figure sono sicuramente, inconsciamente, nate dall’immaginario delle maschere sarde. I riferimenti sono tanti, e da quando mi sono trasferita a Milano, sento il legame con la Sardegna sempre più forte».

Dopo essersi diplomata al liceo artistico di Cagliari, Silvia prosegue gli studi a Sassari e a Brera. Inizia ad esporre dal 2008, sia in Sardegna che in Italia, acquistando pian piano un grandissimo successo. Nel 2015 approda nella grande mela con una prima mostra personale alla Molly Krom Gallery, facendo innamorare la gallerista Amalia Merson.

 

Maskers: tutti i volti di Jan Fabre in mostra a Roma

C’è ancora tempo solo fino a giovedì 9 novembre per visitare Maskers, la sesta personale dedicata dalla galleria romana Magazzino a Jan Fabre.

La mostra, curata da Melania Rossi, è interamente dedicata al tema dell’autoritratto. Protagoniste sono infatti una serie di “maschere”, con cui l’artista indaga e svela i suoi diversi volti, le multiple sfaccettature che compongono la sua identità. Il risultato è la materializzazione di una personalità complessa, fatta di diversi personaggi che convivono e compongono l’io dell’artista, ma anche quello di qualsiasi altro uomo. L’indagine alla base delle opere esposte è infatti senza dubbio narcisistica e autoriferita, ma è rivolta allo stesso tempo anche alla natura umana in generale.

In mostra sono esposti una serie di busti in bronzo e cera, in cui l’artista belga si rappresenta con estremo realismo, ma con l’aggiunta di attributi animali e dettagli colorati dal significato simbolico. In tutti ricorrono gli stessi tratti fisionomici, ma interpretati e modificati attraverso materiali, espressioni, età e deformità differenti. Al naturalismo di tradizione fiamminga tanto caro all’artista, è affiancata l’autoanalisi e l’esplorazione dell’inconscio.

Attraverso orecchie e corna di ogni sorta, l’artista crea un suo personalissimo bestiario psicologico, un proprio corpus iconografico in cui apparire di volta in volta ribelle, terrificante, potente e poi sconfitto, saggio ma subito dopo scherzoso e così via.

Il pubblico si trova trasportato in un’atmosfera surreale e un po’ grottesca, al centro di un’esperienza inquietante e divertente allo stesso tempo. Entrando nella sala nera e senza pannelli né didascalie o altri riferimenti, il visitatore si trova circondato da questo coro di personaggi che emergono dall’oscurità e sembrano voler interagire con lui. La sensazione allora è proprio quella di essere entrati nella testa dell’artista, di presenziare al cospetto delle sue tante personalità.

 

 

Fino al 9 novembre

Magazzino Arte Moderna

Via dei Prefetti, 17

Roma

 

http://www.magazzinoartemoderna.com/maskers/

I ritratti di Julian Opie: tra pop art e minimal

Immagina una persona, riduci i tratti somatici ai minimi termini, crea una miscela tra Pop art e minimal e il gioco è fatto: Julian Opie.

Nato a Londra nel 1958 da madre insegnante e padre economista Opie detestava l’arte, ma l’adolescenza le fa cambiare idea. Dopo aver preso il diploma alla Chelsea College of Art and Design si laurea alla Scuola d’arte di Goldsmith. Oggi Opie ormai è un’artista celebre a livello internazionale che conquista un ruolo importante nell’arte contemporanea, contribuendo a far parte delle collezioni del Moma di New York, della National Portrait Gallery di Londra, del Museo Stedelijk di Amsterdam e di altri.

Forse colpita dal fascino del genere fumettistico, Opie è molto interessato alla raffigurazione del corpo umano, anche in movimento. Ritratti di donne, ragazzi, ballerine, atleti, corridori, persone che camminano, e perché no anche bagnanti. Tutti hanno un minimo comun denominatore: il contorno. Un contorno netto e ben tracciato che fa sembrare i ritratti tutti uguali, tutti senza neanche un dettaglio, pochissime sfumature di colori, ma tutti con un’anima diversa.

Può sembrar difficile quantificare le diverse espressioni, sensazioni, introspezioni dei volti. Ma dopo un’accurata osservazione ci possiamo render conto che, uno dopo l’altro, i volti ritratti non solo sono diversissimi gli uni dagli altri ma hanno anche tutti una propria personale scintilla introspettiva, e perché no farci notare anche qualche stato d’animo. Spensieratezza, timidezza, imbarazzo, per non parlare del movimento nella gente che cammina e che corre, la fatica, la competizione, l’elasticità e l’equilibrio nelle ballerine di danza classica e ginnastica.

«Tutto quello che vedi è un trucco della luce. La luce che rimbalza nel tuo occhio, ombre di colata leggera, crea profondità, forme e colori. Spegni la luce e va tutto bene». Così si descrive Julian Opie, tra realtà e immaginazione, Pop art e fumetto.

 

EPOS. CHAO GE. La lirica della luce racconta attraverso circa 100 lavori

Dal 27 luglio il Complesso del Vittoriano – Ala Brasini ospita la mostra EPOS. CHAO GE. La lirica della luce, esaustiva antologica dedicata all’artista cinese Chao Ge.

Promossa da Segni d’Arte e organizzata in collaborazione con Arthemisia e Uniarts sotto l’egida dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, l’esposizione ha ottenuto il patrocinio di Roma Capitale, della Regione Lazio e dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese.

In programma fino al 26 settembre EPOS. CHAO GE. La lirica della luce racconta attraverso circa 100 lavori, suddivisi in due sezioni (dipinti e disegni), realizzati dal 1987 a oggi, la straordinaria storia creativa dell’artista che evidenzia la maestria con la quale domina le tecniche pittoriche. Cultore appassionato del Rinascimento italiano, ritrattista meticoloso e notevole paesaggista, Chao Ge è l’espressione più piena della propria terra d’origine, quella “terra del cielo blu” così definita per la spettacolare luce che tutto vivifica.

Capace di andare a indagare l’invisibile oltre le apparenze, in particolar modo quando si sofferma sugli intensi ritratti umani dove accorpa alla fisicità delle persone quella delle cose, l’artista riversa continuamente sulla tela, con una nitidezza impressionante, le proprie emozioni e lo fa ogni volta che, novello Marco Polo, diventa osservatore e testimone attento dei complessi scenari asiatici.

È tuttavia evidente che, nel momento in cui ritrae paesaggi e temi che riportano alle origini, la sua arte assume quasi la forma del poema epico.

Dal 27 Luglio 2017 al 26 Settembre 2017

Roma

Luogo: Complesso del Vittoriano – Ala Brasini

Curatori: Claudio Strinati, Nicolina Bianchi

Enti promotori:

Segni d’Arte

Patrocinio di Roma Capitale

Regione Lazio

Ufficio Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Sito ufficiale: http://www.ilvittoriano.com

Franco Gentilini. Ritratti di Luciana

L’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini annuncia una nuova importante acquisizione: il corpus grafico Ritratti di Luciana di Franco Gentilini (1909-1981) che raccoglie venti ritratti della moglie Luciana Giuntoli Gentilini realizzati dall’artista tra il 1970 e il 1981. In concomitanza con l’atto di donazione, sarà presentata fino al 14 luglio una selezione di questo corpus nella Saletta Espositiva della Biblioteca della Manica Lunga.

I venti disegni di Franco Gentilini (1909-1981) sono la testimonianza dell’ultima e intensa stagione dell’artista, dal matrimonio del 1970 fino alla morte nel 1981. Ambito rilevante della sua ricerca artistica, sviluppato con il lungo tirocinio di illustratore per riviste come Quadrivio, L’Italia Letteraria, La Fiera Letteraria, il disegno costituisce per Gentilini un momento fondamentale dell’elaborazione creativa, che in questi fogli ha raggiunto il suo tipico stile gentile e arcaizzante che ne fa l’ultimo rappresentante della pittura metafisica del secondo dopoguerra, come aveva intuito con lungimiranza Carlo Cardazzo, che fu suo mercante per un lungo periodo.

Il corpus grafico di Franco Gentilini della Fondazione Cini, quasi integralmente esposto in questa piccola mostra che vuole essere un omaggio al maestro e alla generosità della vedova Luciana, è costituito da disegni di varie tecniche (matita rossa, penna acquerellata, carboncino, tempera) e cronologia: venti suggestivi ritratti di Luciana Gentilini che compongono una galleria ‘privata’ ricca di sottili modulazioni espressive e connotata da affascinanti recuperi iconografici dalla tradizione ritrattistica del Seicento e dell’Ottocento.

La mostra sarà visitabile nei giorni e negli orari di apertura della Biblioteca Nuova Manica Lunga (dal lunedì al venerdì, dalle ore 9:00 alle ore 18:00, ultimo ingresso alle ore 17:45).

 

 

Fino al 14 Luglio 2017

VENEZIA

LUOGO: Fondazione Giorgio Cini onlus

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 041 2710306

E-MAIL INFO: arte@cini.it

SITO UFFICIALE: http://www.cini.it

David Hockney. 82 portraits and one still-life

Inglese di nascita ma californiano d’adozione, David Hockney è tra i più noti e affermati artisti contemporanei. Si forma al Royal College of Art di Londra tra il 1957 e il 1962 e dalla sua partecipazione nel 1960 alla mostra londinese Young Contemporaries alla Whitechapel Art Gallery viene catapultato sotto i riflettori sia in Inghilterra che, nel giro di pochi anni, in America. Dal 1964 si trasferisce a Los Angeles, dove traduce l’atmosfera della vita americana in opere famosissime dalle campiture sature dell’abbagliante luce californiana. L’elemento fgurativo riveste sempre nella sua produzione un ruolo cardine, declinato nei generi del ritratto e del paesaggio, associato a una costante interazione tra tecniche artistiche tradizionali e nuovi media.

Eseguiti tra il 2013 e il 2016 e considerati dall’artista come un unico corpus di lavori, gli 82 ritratti esposti nella mostra di Ca’Pesaro offrono una particolare visione della vita di Hockney a Los Angeles, delle sue relazioni con il mondo artistico internazionale, con galleristi, critici, curatori, artisti, amici, volti celebri come quelli di John Baldessari, Lord Jacob Rothschild, Larry Gagosian, Stephanie Barron, ma anche di familiari e persone divenute parte della sua vita quotidiana. Hockney esegue ogni ritratto nelle medesime condizioni: il tempo di realizzazione è di tre giorni, durante i quali il soggetto si accomoda su una sedia, sempre la stessa, con alle spalle il medesimo sfondo neutro.

Le 82 tele, tutte dello stesso formato, raccolgono una tassonomia di tipi e caratteri, un saggio visivo sulla forma e condizione umana che trascende le classificazioni di genere, identità e nazionalità. All’interno dell’apparentemente limitato formato della figura, assisa su uno sfondo bitonale, si frammenta e si esprime un’infinita gamma di temperamenti umani che testimoniano, ancora una volta, la grandezza di questo maestro della nostra contemporaneità.

 

 

Fino al 22 Ottobre 2017

VENEZIA

LUOGO: Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna

CURATORI: Edith Devaney

ENTI PROMOTORI:

  • Royal Academy of Arts – Londra in collaborazione con Fondazione Musei Civici di Venezia

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 041 721127

E-MAIL INFO: capesaro@fmcvenezia.it

SITO UFFICIALE: http://capesaro.visitmuve.it

Andy Warhol. Forever / Simone D’Auria. Freedom

Fino al 31 dicembre 2017, un protagonista assoluto della storia dell’arte, Andy Warhol, e uno dei suoi talenti emergenti, Simone D’Auria, si ritrovano a Firenze nel nuovo capitolo del progetto urbanistico-culturale ideato dalla Lungarno Collection.

Le opere iconiche del maestro della Pop art americana e l’installazione Freedom, che vede protagoniste le scocche della Vespa, rivisitate dal geniale artista milanese, creeranno un suggestivo percorso tra l’interno del Gallery Hotel Art e la facciata dell’albergo fiorentino.

La mostra Andy Warhol Forever presenta sedici lavori tra le sue più iconiche produzioni, provenienti dalla Fondazione Rosini Gutman; si tratta di un excursus veloce, ma estremamente esplicativo, che ripercorre l’avventura dell’artista che è riuscito a scuotere dalle fondamenta il mondo accademico della pittura e della critica del secondo Novecento, ma anche a modificare per sempre l’immagine dell’America e della società contemporanea.

Il percorso, allestito all’interno del Gallery Hotel Art, propone due ritratti della serie dedicata a Marilyn Monroe, di cui Warhol si occupò già nel 1962, subito dopo la sua tragica scomparsa; Warhol intuì l’alto valore simbolico della vita e della violenta morte dell’attrice contribuendo a crearne un’icona che rimarrà nella leggenda. Accanto a essi, si trova una serigrafia del ciclo Ladies and gentlemen, nel quale Warhol inizia a ritrarre i volti della gente comune e non solo delle icone dello spettacolo. In questo ambito, l’artista decise di prendere come modelle anche delle drag queen del club newyorkese The Gilden Grape, un soggetto piuttosto forte e di non facile risoluzione per l’epoca.

Non mancano le immagini della società dei consumi, come le celebri lattine della Campbell’s soup, qui nella loro versione classica del 1967 e in quella con l’etichetta speciale creata per le olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984, oltre a uno dei vestiti Campbell Soup Dress del 1966 in carta cotone ‘usa e getta’.

La mostra prosegue analizzando lavori più particolari, come quelli che riproducono il Kiku, ovvero il crisantemo giapponese, il fiore che rappresenta l’imperatore e la casa imperiale nipponica, o la rivisitazione delle nature morte seicentesche, pensate e realizzate come se fossero veri e propri modelli viventi, giocando e sperimentando l’uso delle ombre nell’arte grafica che, nella geniale prospettiva pop di Warhol divennero Space fruits – Frutta Spaziale.

Il percorso espositivo si chiude con una serie di opere di Steve Kaufman, tra cui tre ritratti di James Dean, uno argentato di Elvis Presley, uno di Marilyn e altri soggetti pop.

Il filo rosso della Pop Art lega la rassegna di Warhol con l’inedita installazione Freedom pensata da Simone D’Auria per la nuova edizione del progetto della Lungarno Collection. D’Auria, direttore artistico dell’operazione, ha individuato in Vespa, icona universalmente riconosciuta del Made in Italy (https://www.snapitaly.it/vespa-piaggio-mito-italiano/), uno straordinario strumento di comunicazione che, in questa occasione, si riveste delle immagini rappresentative di diversi angoli del nostro pianeta.

Fino al 31 Dicembre 2017

Firenze

Luogo: Gallery Hotel Art

Enti promotori:

  • Patrocinio del Comune di Firenze

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 055 27263

E-Mail info: gallery@lungarnocollection.com

Sito ufficiale: http://www.galleryhotelart.com/

Il ritratto come specchio della società

Chiunque affronti lo studio inerente le discipline artistiche ha avuto a che fare col termine ritratto, ove generalmente si intende un’opera d’arte, pittorica, scultorea o fotografica, che riproduce la fisionomia di una persona. Facendo un salto indietro nei secoli con il ritratto veniva celebrata la persona che veniva raffigurata, il soggetto era riconoscibile a chi si trovava di fronte all’opera e nel caso si trattasse di persone appartenenti al rango della nobiltà, si pensi ad esempio ai ritratti dipinti dal Bronzino per i Medici nel XVI secolo, attraverso la perfezione del dipinto o della scultura veniva celebrato il potere politico della famiglia, la quale era degna di ricoprire un determinato ruolo.

Nell’era contemporanea il ritratto ha assunto un altro ruolo, non esistono solo i ritrattisti che mirano alla riproduzione fedele della fisionomia umana, il ritratto diventa un atto più profondo. I problemi della società contemporanea hanno influenzato il modo in cui vengono realizzati i ritratti, motivo per cui spesso ci si trova di fronte a opere, specialmente pittoriche, in cui la fisionomia è trasformata e l’essere umano rappresentato non è facilmente riconoscibile come nei secoli passati, la riproduzione dei volti non è più fedele alla realtà, si pensi ad esempio alle creazioni pittoriche di Jenny Saville, ciò che diventa fondamentale è far emergere l’interiorità del soggetto ritratto, con le proprie gioie, con le proprie ansie e fobie, emozioni che nascono dall’influenza che ha la storia attuale sull’essere umano. La psicoanalisi, la violenza della guerra, la distruzione dell’identità provocata nei campi di concentramento dai nazisti, la diffusione della fotografia e lo sviluppo dell’astrazione sono gli elementi in virtù dei quali già dalla fine del XIX secolo si è giunti alla nascita di un mondo in cui i volti raffigurati, intesi in senso tradizionale, non esistono più.

E la tecnologia con gli sviluppi a essa collegati? Il mondo digitale ha influenzato lo sviluppo del ritratto? Non bisogna dimenticare come fin da bambini c’è la tendenza di fissare il proprio aspetto o quello di un’altra persona per dimostrarne l’esistenza, infatti attuare la composizione di un ritratto significa che l’essere umano sente il bisogno di dimostrare la propria presenza su questo pianeta. Questo aspetto è ben evidente in una tendenza quasi ossessiva che ha preso piede negli ultimi anni, ovvero la moda dei selfie, una vera e propria mania in cui l’individuo tende a immortalare la propria immagine in qualsiasi momento e luogo, un autoritratto fotografico in cui si ha la volontà di esternare al pubblico del web lo stato d’animo che lega un individuo a un gesto, a un luogo o a un evento. Non sono solo le emozioni a emergere, è l’apparir belli e alla moda che deve comparire in questi autoritratti contemporanei, testimonianza del modo di essere, degli interessi della società attuale.

Storia, società, psicologia e sviluppo tecnologico sono i tre elementi che influenzano il modo in cui l’artista si cimenta con il ritratto, ma non bisogna dimenticare che anche la parodia è molto amata dagli artisti contemporanei, motivo per cui sul web circolano immagini rappresentanti ritratti realizzati nei secoli passati i cui soggetti sono intenti a scattarsi dei selfie.

 

 

Andrea Zanninello. Persone & Personaggi

Una carrellata di ritratti fortemente espressivi, dipinti da Andrea Zanninello, danno vita alla nuova rassegna Persone & Personaggi allestita da giovedì 6 aprile presso la Mirafiori Galerie, lo spazio permanente dedicato all’arte contemporanea che è parte integrante del Mirafiori Motor Village.

Andrea Zanninello è un giovane artista emergente, che, in parallelo alla formazione accademica in corso, si distingue sul territorio torinese ponendo la propria firma nel campo figurativo. Nei suoi quadri propone un linguaggio visivo/materico realizzando ritratti, ricchi di particolari, ma riconoscibili nel gesto incisivo capace di riflettere i suoi stati d’animo nell’istante creativo e quelli dei soggetti scelti, raggiungendo un impeccabile virtuosismo nel risultato.

Le opere ritraggono artisti e personaggi noti – da Marylin Monroe a Robert De Niro, dall’escapologo e illusionista Harry Houdini cui è dedicato un trittico, a Roberto Benigni, da Michael Jackson a Johnny Cash – ma anche persone che fanno parte della vita dell’artista. In esposizione anche un suo divertente e ironico autoritratto (l’ultimo nella carrellata riportata in alto). Si tratta in tutto di 18 pannelli realizzati con tecnica mista, olio su tela, pastello e aerografo.

«Mi piace disegnare ritratti perché restituiscono e fissano per sempre “pezzi di vita”, momenti della mia ma anche delle persone che scelgo – spiega Andrea Zanninello – Il mio percorso muove da un orientamento figurativo iperrealistico per arrivare, come nelle opere esposte alla Mirafiori Galerie, a un approccio più realistico che preferisco perché, essendo più istintivo, mi consente di esprimere e comunicare emozioni in modo più diretto, immediato e intenso».

Dal 06 Aprile 2017 al 30 Aprile 2017

Torino

Luogo: Mirafiori Galerie

Costo del biglietto: ingresso gratuito

E-Mail info: i.delmonte@inevidence.it

Opening giovedì 6 aprile, dalle 18 alle 20