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La forza del colore. Intervista al pittore Enrico Vittucci

“Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori”, scriveva Cesare Pavese. E così sembra fare anche il pittore Enrico Vittucci, da oltre vent’anni impegnato in un’incessante ricerca dei colori nascosti in tutto ciò che lo circonda. Attraverso un’intensa forza cromatica, infatti, l’artista trasforma quotidianamente la realtà in quadri senza tempo, in cui anche il grigio della metropoli si converte in coloratissime atmosfere da sogno.

Affezionata musa del pittore è in particolare la città in cui vive, Roma. Strade sopraelevate e rovine architettoniche – insieme a boschi e marine – sono infatti soggetti che da sempre ritornano, come sogni ricorrenti, nelle sue opere. Sotto il suo sguardo, però, esse appaiono trasformate, convertite in paesaggi ideali, più simili a ricordi che a fotografie fedeli della realtà. Grazie a una sapiente resa luministica, alla straniante assenza della figura umana e a un utilizzo emotivo del colore quasi espressionista, il pittore riesce infatti a trasformare anche i soggetti più banali in atmosfere sospese ed enigmatiche, che coinvolgono lo spettatore a un livello inconscio, parlano ai sentimenti, e sembrano sempre nascondere qualcosa di non detto, qualcosa che sfugge alla logica per entrare nel campo dell’irrazionale.

La moltiplicazione dei piani luminosi e la conseguente scomposizione delle forme in geometrie cubo-futuriste, però, conferiscono ad alcuni quadri anche un aspetto solido e concreto, in contrasto con le visioni incantate e rarefatte caratteristiche di altri. Quella di Vittucci è del resto una pittura di contrasti, in cui vedute urbane convivono con elementi naturalistici, paesaggi incontaminati con fumanti ciminiere, luminose visioni diurne con tetri notturni, rigore classico con stridente modernità.

Quaranta opere di Enrico Vittucci, tra cui numerosi quadri inediti realizzati appositamente per l’occasione, saranno in mostra dal 10 al 19 gennaio 2020 presso la galleria Arte Sempione di Roma. Abbiamo intervistato il pittore per saperne di più.

 

Come e quando è nato il suo rapporto con la pittura?

Da sempre. Ho sempre disegnato fin da bambino, poi la pittura a tempera intorno ai dodici anni e subito dopo i colori ad olio. La prima mostra in galleria nel ‘90, a ventidue anni.

Da dove trae l’ispirazione per i suoi quadri? Come nascono le sue opere?

L’ispirazione, o forse la voglia/necessità nasce da uno stato d’animo, da uno stato di benessere interiore, non dipingo mai in una situazione di tristezza o preoccupazione o angoscia.

Da sempre i suoi dipinti sono dominati da alcune tematiche ricorrenti, ad esempio alberi, barche a vela e strade sopraelevate. Cosa significano questi soggetti per lei?

Le vele rappresentano lo spazio aperto, la libertà, la luce. Gli alberi forse li utilizzo come emblema, come rappresentazione in sintesi della natura che ci circonda. Le tangenziali perché rappresentano la città in cui vivo, un po’ metropoli un po’ museo, un po’ “eterna” un po’ moribonda.

E perché invece non è mai presente la figura umana?

La figura umana non mi ha mai interessato particolarmente. Forse nella pittura preferisco guardarmi intorno che guardare dentro chi mi circonda.

Nei suoi dipinti si intravedono richiami ad alcune delle maggiori correnti artistiche del Novecento, come cubismo, futurismo, metafisica e orfismo. C’è qualche artista o movimento a cui si sente particolarmente legato o che l’ha influenzata più di altri?

Sono da sempre appassionato a tutte le correnti artistiche dei primi del Novecento, conseguentemente ne traggo ispirazione fino a raggiungere un linguaggio tutto personale.

“Il colore è un potere che influenza direttamente l’anima”, diceva Vasilij Kandinskij. Si trova d’accordo con questa frase? Come mai nelle sue opere sceglie sempre colori estremamente accesi, quasi accecanti?

D’accordissimo, concetto ormai studiato ed applicato in mille circostanze anche della vita quotidiana. Per tornare alla mia pittura, considero i miei colori un’alterazione dei colori naturali, mi piace sentirmi come un musicista che può trasporre una melodia in altre tonalità.

Nell’ultimo periodo è passato per la prima volta al formato tondo, c’è un motivo particolare per questa scelta?

Un motivo particolare? No, anzi… perché no? Ho visto su una rivista un quadro di Emilio Vedova e mi ha colpito, ho pensato che contrariamente a quello che può sembrare il tondo è una forma moderna. È bello, utilizzato fin dal Rinascimento, e secondo me si sposa bene con le forme che compongono i miei quadri, così geometriche. È intrigante!

 

 

Enrico Vittucci – Mostra personale

Dal 10 al 19 gennaio 2020

Inaugurazione sabato 11 ore 18.00

Galleria Arte Sempione

Corso Sempione, 8 – Roma

Altan. Pimpa, Cipputi e altri pensatori

Cosa hanno in comune una cagnolina a pois rossi, un impacciato creatore del mondo e una feroce e sensuale donna seminuda che ci pone interrogativi esistenziali fissandoci negli occhi?

Nulla, a parte essere stati tutti creati dalla fantasia e dalla mano di Francesco Tullio Altan (1942), al cui estro ribelle e anticonvenzionale il MAXXI di Roma dedica una grande mostra, realizzata in coproduzione con Fondazione Solares e con Franco Cosimo Panini Editore, visitabile fino al prossimo 12 gennaio.

Allestita nello spazio Extra MAXXI la mostra, curata da Anne Palopoli e Luca Raffaelli, include tavole e disegni originali, dipinti, libri, bozzetti e filmati che ci illustrano il mondo nato dalla mente del disegnatore trevigiano, a tratti fantastico e a tratti fin troppo realistico.

Una dimensione pullulante di personaggi ormai iconici, come il metalmeccanico Cipputi, Ada, Kamillo Kromo, e la già nominata cagnolina Pimpa, figura presente nella memoria infantile di diverse generazioni, inclusa la mia. L’allestimento, fortemente immersivo, segue un percorso tematico e cronologico, scandendo così le diverse tappe della sua produzione.

Altan prima di Altan è il punto di inizio, rappresentato dai fogli di album pieni di schizzi e di idee buttati giù in modo quasi casuale, indice della ricchezza di inventiva dell’artista; in questa parte sono esposti anche dei notevoli dipinti giovanili, ritratti di alcuni prototipi di personalità umane e professionali, interessanti caricature umane che ricordano, seppure in modo meno tormentato e frantumato, alcune opere di Ashley Gorkey. Il percorso continua con le tavole dedicate a Trino, il primo fumetto di Altan pubblicato in Italia sulla rivista Linus nella metà degli anni Settanta. Trino è un dio maldestro, che in realtà deve a sua volta rispondere del suo operato a un invisibile committente che lo controlla in modo spietato, incalzandolo sull’andamento della creazione…

Una grande parete ospita più di 200 vignette realizzate da Altan negli ultimi quaranta anni, specchio sardonico e spietato della storia del nostro paese: Cipputi, Ugo e Luisa, l’uomo in poltrona, più che semplici personaggi diventano nostre proiezioni, incarnano quello che l’uomo medio e non solo pensa e vorrebbe dire, le sue perplessità, il suo desiderio di protesta, le sue incertezze verso il sistema e verso il futuro che lo attende, le critiche nei riguardi dei vari attori della politica italiana.

Segue la parte dedicata ad Altan illustratore: bellissime le prove realizzate per una serie di volumi di autori come Gogol, Rodari e Piumini; un cubo optical in bianco e nero è invece dedicato alle storie a fumetti: sono qui esposte le 90 tavole originali di Macao, pubblicato sulla rivista Corto Maltese nel 1984. Chiudono il percorso Kamillo Kromo e la dolcissima Pimpa, che invade le sale con la sua presenza colorata, specie nello spazio interattivo destinato ai visitatori più giovani, che potranno così immergersi davvero nel mondo della cagnolina di Altan, in un’area ludica che permetterà loro una grande libertà di movimento.

 

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Dal 23 Ottobre 2019 al 12 Gennaio 2020

Via Guido Reni, 4A – Roma

Mercoledì, giovedì, domenica 11.00- 19.00; martedì, venerdì, sabato 11.00-20.00 – www.maxxi.art

Farnesina Digital Art Experience: l’evento che per una notte illumina Roma

Videocittà non si arresta e continua a stupire e intrattenere i cittadini con una nuova iniziativa che avrà luogo sabato 14 dicembre nella Capitale. Si tratta di “Farnesina Digital Art Experience” uno spettacolo di videomapping senza precedenti che farà poi tappa in sei città del mondo. In occasione del ventesimo anniversario della fondazione della Collezione di arte contemporanea italiana alla Farnesina, quattordici tra i migliori studi italiani di Arte Digitale, per la prima volta insieme, ridisegnano la facciata del palazzo del Ministero degli Esteri. 

La proiezione in anteprima mondiale consentirà di celebrare l’architettura del palazzo in modo del tutto innovativo, dinamico e contemporaneo aprendo la strada verso un’internazionalizzazione dell’arte digitale e, nel caso specifico, del videomapping. L’iniziativa promossa dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con Bright Festival e inserita nella programmazione di Videocittà è una serata unica che coinvolgerà e stupirà il pubblico.

La notte di Roma sarà unica, ma lo spettacolo farà poi tappa in versione ridotta, tra il 2020 e il 2021, in altre sei città nel mondo, all’interno di una mostra collettiva itinerante di arte digitale organizzata dagli Istituti Italiani di Cultura. Un progetto che nasce con l’obiettivo di valorizzare all’estero artisti italiani contemporanei e reso possibile grazie al lavoro del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nell’ambito del piano di promozione integrata “vivere ALL’italiana”. Una giuria di qualità assegnerà tre menzioni speciali per i lavori di videomapping che si saranno distinti maggiormente per ideazione e realizzazione, e gli artisti saranno invitati come ospiti d’onore al Bright Festival 2020. Il Ministero realizzerà una video-installazione, composta dal modellino in scala del palazzo su cui saranno proiettati i videomapping; tale realizzazione sarà parte della mostra itinerante e sarà poi acquisita alla Collezione Farnesina.

A partire dalle 19:00 le opere esclusive di Antaless Visual Design, Antica Proietteria, Apparati Effimeri, FLxER, Kanaka Studio, Luca Agnani Studio, Michele Pusceddu, MONOGRID, Mou Factory, Olo Creative Farm, OOOPStudio, Pixel Shapes, THE FAKE FACTORY e WöA Creative Company, stupiranno e incuriosiranno i visitatore con giochi di suoni e luci dal carattere interattivo e dinamico.

Farnesina Digital Art Experience

Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Sabato 14 dicembre, dalle ore 19.00

Maggiori info:

https://art.brightfestival.com/

https://www.esteri.it/mae/it/

https://www.videocitta.com/

 

Bacon, Freud e la Scuola di Londra

La School of London, trainata dai grandi nomi di Lucien Freud e Francis Bacon arriva nelle sale del Chiostro del Bramante di Roma: una mostra a cura di Elena Crippa che propone un corpus di oltre quarantacinque dipinti, disegni e incisioni provenienti dalla Tate, che percorrono sette decenni di arte britannica, con opere che vanno dal 1945 al 2004.

Gli artisti che fanno parte della School of London non sono originari di questa città, ma vi sono arrivati per vie traverse, spesso dovute a situazioni di crisi o a motivi di ricerca personale. Vi giungono fuggendo dalla Germania nazista Lucian Freud e Frank Auerbach; vi approdano per motivi di studio il norvegese Michael Andrews (che diventerà allievo di Freud alla scuola d’arte) e Paula Rego, che lascerà l’assolato Portogallo per le nebbie britanniche; viveva qui da eterno immigrato Leon Kossoff, nato nella capitale inglese da genitori ebrei russi, e Francis Bacon, irlandese di nascita ma londinese d’adozione da quando, quindicenne, vi si trasferì.

L’individuo, la sua vita e la sua psicologia sono al centro delle loro opere, analizzate attraverso prospettive diametralmente opposte tra loro; il senso di appartenenza a un substrato etnografico e familiare di Paula Rego esplode nella disintegrazione dell’io dei corpi di Francis Bacon, magma putrescente che tracima i succhi di anime tormentate o semplicemente desiderose di esplodere oltre il consentito. Il dettaglio ossessivo e puntuale di Lucien Freud intende limare le angosce dei volti di esseri per lo più distesi, dormienti o in veglia assorta, in cerca di alienazione dai loro stessi pensieri, coesi in alcune occasioni con i loro alter ego animali al punto da perdersi nelle loro fattezze, mentre quello di Leon Kossof si erge solitario in un marasma di segni e tratti cromatici, singolo baluardo a difesa di tutta la rappresentazione della vita che scorre.

Il medium audiovisivo trova una certa risonanza in questo progetto espositivo: a “The Naked Truth”, opera filmica interpretata da Stefano Cassetti, Adamo Dionisi, Lucrezia Guidone e Sarah Sammartino per la regia di Enrico Maria Artale è infatti affidato il compito di narrare la mostra attraverso una serie di immagini, mentre le audioguide che accompagneranno lo spettatore nella visita avranno la voce di Costantino D’Orazio, storico dell’arte e saggista.

 

 

Chiostro del Bramante

Dal 26 settembre 2019 al 20 febbraio 2020

Via della Pace – Roma

Lunedì – Venerdì dalle 10.00 alle 20.00

Sabato e Domenica dalle 10.00 alle 21.00

https://www.chiostrodelbramante.it

Sublimi anatomie

Un punto di osservazione ravvicinato ed approfondito sui meccanismi e le sembianze del corpo umano, declinati in senso scientifico, creativo e immaginifico: questo ed altro offre la mostra Sublimi anatomie, a cura di Andrea Carlino, Philippe Comar, Anna Luppi, Vincenzo Napolano, Laura Perrone, in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al prossimo 6 gennaio.

Il percorso si snoda in senso radiale per sei sale, a partire dalla rotonda del museo, che ha visto ospitare la sera dell’inaugurazione il più classico degli apparati legati alla rappresentazione anatomica, quello dello schizzo dal vero, attraverso un vero e proprio atelier di disegno completo della presenza di modelli viventi e studenti impegnati a rappresentarli con carta matita e altri mezzi pittorici.

Il tema affrontato è ampio e riccamente studiato nel corso dei secoli: tutte le opere, le installazioni e i documenti in mostra hanno un significato specifico, in un continuo passaggio dinamico tra arte e scienza, medicina e curiosità, viscere e pelle, raccontato tra passato e presente attraverso i lavori di artisti come Berlinde De Bruyckere, Birgit Jürgenssen, Chen Zhen, Dany Danino, Marisa Merz, Dennis Oppenheim, Diego Perrone, Ed Atkins, Gary Hill, Gastone Novelli, Giuseppe Penone, Heidi Bucher, John Isaacs, Marc Quinn, Michaël Borremans, Pino Pascali, Sissi, Ketty La Rocca.

Corpo come gabbia e come contenuto, come movimento e come stasi, come forma e come nucleo fondante; associare l’anatomia al concetto di sublime significa partire dall’aspetto più concreto fino ad arrivare all’essenza, come a dire che il nostro essere una macchina perfetta non significa che siamo solo ingranaggi ben oliati ma molto di più: siamo un complesso apparato di vibrazioni, di flussi che pompano nei vasi sanguigni, di guizzi che corrono lungo i fasci muscolari e si congiungono a volte in breve sosta nel tratteggio delle ossa.

 

Palazzo delle Esposizioni

Dal 22 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020

Via Nazionale, 194 – Roma

Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10.00 alle 20.00 – Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

https://www.palazzoesposizioni.it

 

 

 

Strings. Light and Vision alla White Noise Gallery di Roma

Tra luce e buio inizia il percorso espositivo di Strings. Light and Vision, la prima collettiva ospitata negli spazi di White Noise Gallery a Roma. La mostra a cura di Maria Abramenko parte proprio dalla luce, come elemento primordiale dello sguardo, elemento fondamentale e ancestrale che precede il tempo, la memoria e l’identità. Attraverso il lavoro di sei artisti di fama internazionale: Isabel Alonso Vega, DUSKMANN, Andrea Galvani, Sali Muller, Mareo Rodriguez, Alessandro Simonini, la teoria delle stringhe, così come la fisica quantistica celata nelle installazioni e nei lavori degli artisti, conducono verso un’astrazione psicologica che si presenta al pubblico sotto forme effimere visibili e talvolta invisibili.

Il progetto è un’interessante analisi e racconto visivo delle teorie più studiate in fisica, attraverso l’uso di un’altra scienza, quella dell’arte. Nella scelta delle opere e nella costruzione del dialogo visivo è chiara la necessità di interrogarsi e interrogare lo spettatore su più livelli, da quello meramente estetico a quello più concettuale.

In un connubio dove il buio si costituisce come oscurità da cui la luce emerge e plasma, Andrea Galvani, ad esempio, presenta un paesaggio incandescente, un’equazione cosmica, che appare in alto come un cielo stellato e si pone come guida celeste dove i numeri e la matematica si materializzano come ipotesi, quesiti legati all’universo e all’intero cosmo. Alessandro Simoni, invece, nel suo tetragramma neon si apre a duplici interpretazioni e connessioni di senso, volutamente contrapposti, in cui fa appello a una trasmutazione alchemica e spirituale. L’elettricità funge da moderno fuoco, simbolo antichissimo che racchiude una forza distruttrice e, allo stesso tempo, si costituisce come simbolo di rinascita e purificazione.

Gli artisti in mostra, seppur in modo e con mezzi differenti, indagano fenomeni puramente scientifici, ci si domanda, però, dove si collochi l’individuo e quali processi relazionali possa innescare in un’ambiente così già ricco di riflessioni. Sali Muller, sposta così l’attenzione sull’uomo partendo dall’oscurità come dimensione necessaria per veicolare un’alienazione. L’individuo, nel buio e attraverso ipotetici frammenti di luce, indaga il suo ruolo identitario in relazione alienante rispetto alla propria immagine di sé e della natura che lo circonda.

Tutti gli artisti in mostra, coinvolgono lo spettatore in una narrazione che richiede uno sforzo in più rispetto alla mera osservazione. Il pubblico deve intervenire, ma in un tempo misurato, poiché sono le opere, cariche di una dimensione quasi metafisica, a narrare di ricerche e ipotesi costruendo nella loro singola rappresentazione quesiti e ipotesi relazionali tra ciò che è visibile e ciò che non lo è.

STRINGS. LIGHT AND VISION

Isabel Alonso Vega – DUSKMANN – Andrea Galvani – Sali Muller – Mareo Rodriguez – Alessandro Simonini

a cura di Maria Abramenko

28 settembre – 26 ottobre 2019

White Noise Gallery

Via della Seggiola 9 – Roma

Orari: mar – ven, 11 – 19; sabato 16 – 20

Ingresso libero

 

Quattro artisti per un nuovo spazio per il contemporaneo, a Roma apre La Fondazione

In un palazzo risalente agli anni Venti del Novecento, nel pieno centro di Roma, ha inaugurato un nuovo spazio per il contemporaneo. La Fondazione, nome scelto per il nuovo progetto, è il centro culturale non-profit presentato dalla Fondazione Nicola Del Roscio e che con la direzione artistica di Pier Paolo Pancotto punta a ripensare gli spazi del contemporaneo a favore di un centro culturale interdisciplinare che spazi dal cinema all’editoria e coinvolga artisti giovani attraverso un project room pensato appositamente per la loro promozione.

Si tratta di un hub culturale che segue i moduli interpretativi di gestione e ricerca delle risorse artistiche contemporanea già ampiamente indagato all’estero. Lo spazio, si apre alla città nel tentativo di accoglienza, apertura, condivisione e dialogo alla base di una fruizione più genuina e prolifica di un’arte per tutti.

Lo spazio ha inaugurato con una mostra collettiva che riunisce le opere di quattro artisti di origine romena che hanno, a più riprese, soggiornato nella capitale. Il progetto espositivo nasce da una riflessione attraverso medium differenti, del contesto storico attuale insieme alle pratiche e agli interessi degli artisti in mostra.

Geta Brătescu, Adrian Ghenie, Ciprian Mureşan, Șerban Savu utilizzano un linguaggio sperimentale unitario che non obbliga ad un percorso preciso, ma invita ad una partecipata fruizione delle opere contestualizzate in uno spazio che sembra fare da perfetta cornice alle opere in mostra. Un dinamismo inconsueto anima il percorso che lascia una sorta di tempo sospeso tra le varie forme artistiche, dai film di Geta alle sculture di Mureşan per poi passare alle rappresentazioni pittoriche di Adrian Ghenie, da un lato e Șerban Savu dall’altro.

Seppur di generazioni differenti, ma di una stessa connotazione geografica, gli artisti in mostra sembrano dialogare nella pratica, proponendo tematiche che permettono sguardi molteplici e riflessioni continue.

I dipinti di Ghenie sono composizioni complesse intente ad indagare attraverso l’uso di strumenti non convenzionali come ad esempio la spatola, i momenti più bui della storia europea, come gli abusi sociali e politici del potere. A dialogare con lui, le figura umane di Șerban Savu, immagini enigmatiche seppur estremamente realistiche che ritraggono una società contemporanea intrappolata in un’atmosfera sospesa.

Attraverso una decostruzione delle opere del passato, Mureşan reinventa opere letterarie, cinematografiche e artistiche al fine di demistificarle. Una pratica fortemente concettuale che necessita di uno spettro diversificato di media che si fondono a favore di una visione più coesa del mondo. Centrale è, infine, il nucleo inedito di opere di Geta Brătescu, colosso dell’arte romeno scelta nel 2017 per rappresentare la sua nazione durante la 57° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, in una continua rilettura del passato costituisce una “voce fuori dal coro” poiché unica donna presente nella mostra. Geta ne è però il centro propulsore, una presenza forte e contingente che ridefinisce quell’equilibrio di apertura e accoglienza di cui il nuovo spazio si fa propulsore.

 

Geta Brătescu, Adrian Ghenie, Ciprian Mureşan, Șerban Savu

a cura di Pier Paolo Pancotto

20 settembre 2019 – 11 maggio 2020

La Fondazione

Via Francesco Crispi 18

 

Orari: dal martedì al sabato, h 11 – 18

Ingresso libero

 

Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte

Nell’avvicinarsi dell’anniversario dei Cinquecento anni dalla morte di Raffaello, i Musei Capitolini rendono omaggio a Luca Signorelli (Cortona, 1450 ca. -1523) uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano, la cui altissima parabola pittorica è stata oscurata solo dall’imponderabile arrivo di due giganti della generazione successiva: Michelangelo (1475-1564) e Raffaello (1483-1520), che al maestro di Cortona si erano però ispirati per raggiungere quell’insuperabile vertice della pittura che gli stessi contemporanei gli attribuirono.

Come scrisse infatti Giorgio Vasari, Luca Signorelli «fu ne’ suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l’opere sue in tanto pregio, quanto nessun altro in qualsivoglia tempo sia stato già mai».

Molte delle opere esposte sono per la prima volta a Roma. La mostra intende mettere in risalto il contesto storico artistico in cui avvenne il primo soggiorno romano dell’artista e offrire nuove letture sul legame diretto e indiretto che si instaurò fra l’artista e Roma.
Inaugurazione giovedì 18 luglio 2019 ore 18.00, sono invitati tutti i possessori della MIC card.

 

 

Dal 18 Luglio 2019 al 03 Novembre 2019

Roma

Luogo: Musei Capitolini

Indirizzo: piazza del Campidoglio 1

Orari: tutti i giorni 9.30-19.30; 24 e 31 Dicembre 9.30-14. La biglietteria chiude un’ora prima

Curatori: Federica Maria Papi, Claudio Parisi Presicce

Enti promotori:

  • Roma Capitale
  • Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Costo del biglietto: Biglietto integrato mostre, “L’Arte Ritrovata” e “Luca Signorelli a Roma. Oblio e riscoperte”, e Musei Capitolini: Intero € 16, Ridotto € 14, Ridottissimo € 2 (residenti intero € 14, ridotto € 12)

Telefono per informazioni: +39 060608

E-Mail info: info.museicapitolini@comune.roma.it

Sito ufficiale: http://www.museicapitolini.org

Frank Holliday in Rome

Se in questi giorni piegati dall’afa estiva vi viene voglia di trovare refrigerio passeggiando per Villa Borghese, il mio suggerimento è quello di fare un salto al museo Carlo Bilotti, per vedere i bellissimi dipinti di Frank Holliday.

Curata da Cesare Biasini Selvaggi, Frank Holliday in Rome è la prima personale dell’artista statunitense ad essere esposta in un museo italiano, ed è composta da 36 opere, realizzate durante l’estate del 2016 proprio qui a Roma, in uno studio situato nei pressi di Piazza Navona.

L’influenza dei grandi maestri del passato, la possibilità di vedere quotidianamente dal vivo una serie di capolavori disseminati per il centro storico della capitale è stato un elemento di grande importanza per il lavoro dell’artista, che ne ha così ricavato stimoli e influenze, soprattutto, a suo stesso dire, dalle opere di Caravaggio.

Il tema della mostra è un intenso viaggio che l’artista compie a cavallo tra tre mondi; si passa dalle atmosfere celesti e aeree di un paradiso collocato in una dimensione alta e altra, a quelle pesanti, terrene e materiali, associate ai fuochi e alle ceneri di un inferno a tratti riconoscibile nelle difficoltà quotidiane. Tra queste due una zona sospesa, una terra di mezzo senza nome dove compiere alcune pause prima di rimettersi in cammino. Le pennellate, fluide, energiche, a tratti vaporose, restituiscono colori, toni e sensazioni in modo fortemente penetrante; flussi di energia vibrano sulle tele, portandoci su, in un volo folle verso il sole o precipitandoci in un gorgo ipogeo color tenebra: tra i due estremi la sosta in un limbo di attesa, dove riprendere fiato, farci irrorare di luce o proteggere da un nido di acqua e nuvole.

Il lavoro di Frank Holliday (1957) è associabile ai movimenti Neo Espressionisti e Neo Astratti, nonché alla cerchia artistica del Club 57, il famoso locale di New York al quale lo scorso anno il MoMA ha dedicato l’importante esposizione Club 57: Film, Perfomance and art in the East Village, 1978-1983.

Completa il percorso espositivo la proiezione del film inedito di Anney Bonney, dal titolo: Roman Holliday.

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

dal 20 giugno al 13 ottobre 2019

da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00   Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito

www.museocarlobilotti.it

 

Il segreto del tempo, i monoliti digitali di Fabrizio Plessi alle Terme di Caracalla

Dodici videoinstallazioni accompagnano per oltre 200 metri un percorso alla scoperta delle gallerie sotterranee delle Terme di Caracalla. Accompagnate dalle musiche composte da Michael Nyman, le installazioni site specific fanno da trait-d’union tra antico e contemporaneo, trasportando con stupore, scoperta e meraviglia in un viaggio immersivo e suggestivo. Si tratta di Plessi a Caracalla. Il segreto del tempo, la mostra a cura di Alberto Fiz e organizzata dalla Soprintendenza Speciale di Roma in collaborazione con Electa, un racconto che attraverso lo splendido lavoro dell’artista Fabrizio Plessi, pioniere della video art, descrive in modo poetico e affascinante un passato profondamente connesso con la storia della Roma Imperiale segreta e sconosciuta, a tratti desolante. Le doppie gallerie anulari aperte per la prima volta al pubblico dopo anni di restauri e consolidamento erano le stesse che circondavano il calidarium, ovvero il luogo destinato ai bagni in acqua calda e ai bagni di vapore, dove centinaia di schiavi lavoravano giornalmente il fuoco per tenere attiva e funzionante la “macchina”.

Partendo dunque da connotati storici, Plessi è stato in grado di lavorare non solo aspetti del passato riconducendoli al contemporaneo ma ha anche avuto la possibilità di mantenere intatta la sua cifra stilistica, lavorando in particolare su alcune tematiche a lui care quali il fuoco e l’acqua. Attraverso la rielaborazione di questi elementi, l’antichità romana rivive proponendosi agli occhi dei fruitori sotto forma di immagini e suoni. L’incredibile capacità della tecnologia di Plessi di inserirsi negli interstizi della storia permette al luogo di caricarsi emotivamente ed esteticamente di nuove e intense tracce della storia, coinvolgendo in toto lo spettatore invitato a muoversi e a trovare un punto di osservazione del tutto personale, attivando così un dialogo tra le immagini del reale e i soggetti digitali che si susseguono, senza mai sovrapporsi.

La rielaborazione degli elementi architettonici dell’antica Roma, come gli archi su cui sono proiettate le immagini, vengono pervasi da una carica simbolica che li eleva quasi a totem, monoliti che occupano lo spazio in un moto discensionale che si specchia su vasche il cui contenuto permette di prolungare l’illusione dell’atto visivo in una totale rifrazione ambientale ed emozionale.

Plessi, attraverso i suoi monoliti tridimensionali, celebra e racconta aspetti della Roma antica e intervenendo digitalmente permette ai suoi soggetti di vivere e modificarsi continuamente attivando ancora una volta intrecci visivi tra la dimensione fisica e quella virtuale. Il percorso espositivo non è dunque solo esperienziale ma è una passeggiata tra due storie: quella antica degli schiavi e della specificità del luogo e quella odierna che auspica a creare o trovare dei legami per dare a quel passato uno sguardo nuovo, alla ricerca di una identità contemporanea che possa raccogliere le testimonianze del passato a favore di un rinnovamento del presente.

 

Plessi a Caracalla. Il segreto del tempo

A cura di Alberto Fiz

fino al 29 settembre 2019

Terme di Caracalla

Via delle Terme di Caracalla 52, Roma

 

Orari: da martedì a domenica ore 9 – 18.30; lunedì ore 9 – 14

Ingresso: intero € 11

Per ulteriori info https://www.coopculture.it/heritage.cfm?id=6