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Il “Warudo” di Rei per la prima volta in mostra a Roma

“Un segno scuro e potente che scava le forme per estrarne la luce segreta, l’incontro e la lotta tra il nero e gli altri colori da cui scaturisce lo splendore delle cose e dei volti, evocazioni e culture che si sovrappongono e si fondono in un ciclo coerente di opere”: così il curatore Lorenzo Canova descrive il lavoro dell’artista romano Rei, la cui prima personale Warudo sta per essere inaugurata presso il museo Venanzo Crocetti di Roma.

La mostra, visitabile dal 14 al 29 febbraio 2020, espone una serie di opere realizzate dall’artista attraverso la sua originale tecnica pittorica, che unisce un incisivo segno grafico a una altrettanto intensa ricerca cromatica. Una netta linea di contorno, insieme a colori accesi e a una evidente geometrizzazione delle forme, sono perciò i protagonisti di questi dipinti, e trasformano i loro soggetti in immagini stilizzate, a metà tra il fumetto, le vetrate istoriate e gli smalti cloisonné.

Soggetti prediletti dell’artista sono la natura e il ritratto. Volti umani e fiori di campo sono perciò le componenti essenziali del “mondo” creato dall’artista (l’espressione “warudo”, infatti, che dà titolo alla mostra, allude al modo in cui i giapponesi pronunciano la parola “world”), e si alternano nell’esposizione dando vita a “un mosaico vitale di suggestioni e di riferimenti”, per riprendere le parole del curatore.

La mostra sarà anche accompagnata da un catalogo, edito da Gangemi Editore.

 

 

Rei – Warudo

Dal 14 al 29 febbraio 2020

Inaugurazione 14 febbraio ore 18.00

Museo Venanzo Crocetti

Via Cassia 492 – Roma

Orari: dal lunedì al venerdì 11-13 / 15-19; sabato 11-19

 

Un dialogo visivo sul reale. Alla Fondazione Memmo il nuovo appuntamento di Conversation Piece

Torna l’appuntamento Conversation Piece, il format curato e pensato da Marcello Smarrelli per la Fondazione Memmo nato con il desiderio di innescare un dialogo sulla scena artistica romana contemporanea, mettendo insieme personalità diverse del mondo dell’arte in un connubio inaspettato e talvolta imprevedibile.

Per la sesta edizione del format, un’artista, un designer e un architetto si sono confrontati e hanno interagito su una riflessione comune che riguarda un ben preciso momento di rivoluzione storica, etica e anche politica. Partendo, infatti, da alcuni principi fondamentali del Manifesto del Nuovo Realismo, pubblicato nel 2012 dal filosofo Maurizio Ferraris, la mostra ha assunto una declinazione più matura e consapevole che invoglia lo spettatore a inserirsi in quella riflessione filosofica che vede la realtà insieme all’oggettività, come l’unica chiave di lettura per il presente. Non a caso il sottotitolo della mostra, La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci è una citazione contenuta nel saggio Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni dello scrittore Philip K. Dick, inventore della fantascienza. L’invito è quello a una visione prettamente ancorata alla concretezza del reale.

Il ritorno dell’oggetto per indagare e riconoscere il reale, sembra farsi da protagonista in un’unione formale ed estetica per nulla banale. L’unione di tre ambiti quali l’architettura, il design e l’arte dialoga in un modo del tutto nuovo e non invasivo, bensì rispettoso nell’intento di creare un ponte per una passeggiata ideale nella ricerca, attenta, minuziosa della realtà.

La mostra si sviluppa come un percorso che dialoga e interagisce necessariamente con lo spettatore a partire dall’installazione Aria Calda dell’artista Corinna Gosmaro, giovane vincitrice della CRT Italian Fellowship in Visual Arts presso l’American Academy di Roma. L’installazione accoglie il visitatore con una forte suggestione visiva che dà vita a un percorso sensoriale ed emotivo. L’artista nelle sue opere fa ricorso a oggetti utilizzati nella produzione industriale, come appunto i filtri per l’aria, di cui sfrutta le caratteristiche e potenzialità dando vita a paesaggi mentali, ideali che fanno parte del nostro quotidiano. Allo stesso modo, Gosmaro utilizza tubi di ottone per creare dei corrimani che da un lato, restituiscono ulteriori immagini liriche che interrogano e accompagnano il visitatore nel percorso immaginando ipotetiche connessioni o forme paesaggistiche, dall’altro lato diventano come una terza memoria, registrando il passaggio dello spettatore che inconsapevole ne modifica la superficie. Le opere di Gosmaro creano un terzo luogo, un paesaggio oltre il luogo del reale, abbattendo ogni necessità visiva formale a favore di un’immersione totale emotiva ed esperienziale.

Rolf Sachs, artista visivo e designer, prosegue la riflessione utilizzando opere dalla forte ironia volta a destabilizzare e interrogare il fruitore su ciò che è reale e ciò che è fittizio. Anche Sachs, parte da oggetti di uso comune ma trasformandoli o assemblandoli in maniera nuova, intuitiva e sorprendete. La forte relazione con il reale che innesca Sachs nell’elaborazione manuale delle sue opere, si fa ancora più tangibile nell’azione performativa di fotografare i visitatori presenti al vernissage della mostra, creando un vero e proprio archivio umano pubblico, diretto e ironico. Il protagonista è ancora una volta il pubblico, invitato in modo ludico a osservarsi al di fuori di sé, a guardarsi nella realtà delle proprie fattezze attraverso degli elaborati di stampa suggestivi e poetici.

Infine, Philippe Rahm, artista che lavora nel campo della cosiddetta “architettura meteorologica”, tramite cui agisce dal visibile all’invisibile. Facendo propri alcuni principi del Nuovo Realismo, Rahm con Climatic Apparel compie un’azione ancor più minimale e concettuale riflettendo sulla capacità nata dell’unione di tecnologia e formalizzazione estetica, di indagare il presente e ciò che definiamo reale. Gli abiti unisex sono capaci di reagire alle condizioni atmosferiche, riproposte attraverso l’uso di neon che ne variano la potenza della luce stagionale (invernale ed estiva). Anche qui, l’azione e il gesto performativo della loro “portabilità” diventa pretesto per una riflessione sulla concretezza, sull’utilità e la possibilità di fare affidamento al reale che, abbattendo alcuni dogmi del postmodernismo, è necessario, non invaso e perennemente presente.

La mostra, dunque, nella sua elegante e stimolante composizione, ci pone degli interrogativi le cui risposte sono possibili solo attraverso un prepotente ritorno al reale attraverso l’uso sapiente del quotidiano e dell’oggetto nelle sue infinite possibilità di utilizzo.

Conversation Piece | Part VI – La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci

curata da Marcello Smarrelli

Fino al 22.03.2020

Fondazione Memmo

via Fontanella Borghese 56/b, Roma

Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)

Ingresso libero

La forza del colore. Intervista al pittore Enrico Vittucci

“Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori”, scriveva Cesare Pavese. E così sembra fare anche il pittore Enrico Vittucci, da oltre vent’anni impegnato in un’incessante ricerca dei colori nascosti in tutto ciò che lo circonda. Attraverso un’intensa forza cromatica, infatti, l’artista trasforma quotidianamente la realtà in quadri senza tempo, in cui anche il grigio della metropoli si converte in coloratissime atmosfere da sogno.

Affezionata musa del pittore è in particolare la città in cui vive, Roma. Strade sopraelevate e rovine architettoniche – insieme a boschi e marine – sono infatti soggetti che da sempre ritornano, come sogni ricorrenti, nelle sue opere. Sotto il suo sguardo, però, esse appaiono trasformate, convertite in paesaggi ideali, più simili a ricordi che a fotografie fedeli della realtà. Grazie a una sapiente resa luministica, alla straniante assenza della figura umana e a un utilizzo emotivo del colore quasi espressionista, il pittore riesce infatti a trasformare anche i soggetti più banali in atmosfere sospese ed enigmatiche, che coinvolgono lo spettatore a un livello inconscio, parlano ai sentimenti, e sembrano sempre nascondere qualcosa di non detto, qualcosa che sfugge alla logica per entrare nel campo dell’irrazionale.

La moltiplicazione dei piani luminosi e la conseguente scomposizione delle forme in geometrie cubo-futuriste, però, conferiscono ad alcuni quadri anche un aspetto solido e concreto, in contrasto con le visioni incantate e rarefatte caratteristiche di altri. Quella di Vittucci è del resto una pittura di contrasti, in cui vedute urbane convivono con elementi naturalistici, paesaggi incontaminati con fumanti ciminiere, luminose visioni diurne con tetri notturni, rigore classico con stridente modernità.

Quaranta opere di Enrico Vittucci, tra cui numerosi quadri inediti realizzati appositamente per l’occasione, saranno in mostra dal 10 al 19 gennaio 2020 presso la galleria Arte Sempione di Roma. Abbiamo intervistato il pittore per saperne di più.

 

Come e quando è nato il suo rapporto con la pittura?

Da sempre. Ho sempre disegnato fin da bambino, poi la pittura a tempera intorno ai dodici anni e subito dopo i colori ad olio. La prima mostra in galleria nel ‘90, a ventidue anni.

Da dove trae l’ispirazione per i suoi quadri? Come nascono le sue opere?

L’ispirazione, o forse la voglia/necessità nasce da uno stato d’animo, da uno stato di benessere interiore, non dipingo mai in una situazione di tristezza o preoccupazione o angoscia.

Da sempre i suoi dipinti sono dominati da alcune tematiche ricorrenti, ad esempio alberi, barche a vela e strade sopraelevate. Cosa significano questi soggetti per lei?

Le vele rappresentano lo spazio aperto, la libertà, la luce. Gli alberi forse li utilizzo come emblema, come rappresentazione in sintesi della natura che ci circonda. Le tangenziali perché rappresentano la città in cui vivo, un po’ metropoli un po’ museo, un po’ “eterna” un po’ moribonda.

E perché invece non è mai presente la figura umana?

La figura umana non mi ha mai interessato particolarmente. Forse nella pittura preferisco guardarmi intorno che guardare dentro chi mi circonda.

Nei suoi dipinti si intravedono richiami ad alcune delle maggiori correnti artistiche del Novecento, come cubismo, futurismo, metafisica e orfismo. C’è qualche artista o movimento a cui si sente particolarmente legato o che l’ha influenzata più di altri?

Sono da sempre appassionato a tutte le correnti artistiche dei primi del Novecento, conseguentemente ne traggo ispirazione fino a raggiungere un linguaggio tutto personale.

“Il colore è un potere che influenza direttamente l’anima”, diceva Vasilij Kandinskij. Si trova d’accordo con questa frase? Come mai nelle sue opere sceglie sempre colori estremamente accesi, quasi accecanti?

D’accordissimo, concetto ormai studiato ed applicato in mille circostanze anche della vita quotidiana. Per tornare alla mia pittura, considero i miei colori un’alterazione dei colori naturali, mi piace sentirmi come un musicista che può trasporre una melodia in altre tonalità.

Nell’ultimo periodo è passato per la prima volta al formato tondo, c’è un motivo particolare per questa scelta?

Un motivo particolare? No, anzi… perché no? Ho visto su una rivista un quadro di Emilio Vedova e mi ha colpito, ho pensato che contrariamente a quello che può sembrare il tondo è una forma moderna. È bello, utilizzato fin dal Rinascimento, e secondo me si sposa bene con le forme che compongono i miei quadri, così geometriche. È intrigante!

 

 

Enrico Vittucci – Mostra personale

Dal 10 al 19 gennaio 2020

Inaugurazione sabato 11 ore 18.00

Galleria Arte Sempione

Corso Sempione, 8 – Roma

Altan. Pimpa, Cipputi e altri pensatori

Cosa hanno in comune una cagnolina a pois rossi, un impacciato creatore del mondo e una feroce e sensuale donna seminuda che ci pone interrogativi esistenziali fissandoci negli occhi?

Nulla, a parte essere stati tutti creati dalla fantasia e dalla mano di Francesco Tullio Altan (1942), al cui estro ribelle e anticonvenzionale il MAXXI di Roma dedica una grande mostra, realizzata in coproduzione con Fondazione Solares e con Franco Cosimo Panini Editore, visitabile fino al prossimo 12 gennaio.

Allestita nello spazio Extra MAXXI la mostra, curata da Anne Palopoli e Luca Raffaelli, include tavole e disegni originali, dipinti, libri, bozzetti e filmati che ci illustrano il mondo nato dalla mente del disegnatore trevigiano, a tratti fantastico e a tratti fin troppo realistico.

Una dimensione pullulante di personaggi ormai iconici, come il metalmeccanico Cipputi, Ada, Kamillo Kromo, e la già nominata cagnolina Pimpa, figura presente nella memoria infantile di diverse generazioni, inclusa la mia. L’allestimento, fortemente immersivo, segue un percorso tematico e cronologico, scandendo così le diverse tappe della sua produzione.

Altan prima di Altan è il punto di inizio, rappresentato dai fogli di album pieni di schizzi e di idee buttati giù in modo quasi casuale, indice della ricchezza di inventiva dell’artista; in questa parte sono esposti anche dei notevoli dipinti giovanili, ritratti di alcuni prototipi di personalità umane e professionali, interessanti caricature umane che ricordano, seppure in modo meno tormentato e frantumato, alcune opere di Ashley Gorkey. Il percorso continua con le tavole dedicate a Trino, il primo fumetto di Altan pubblicato in Italia sulla rivista Linus nella metà degli anni Settanta. Trino è un dio maldestro, che in realtà deve a sua volta rispondere del suo operato a un invisibile committente che lo controlla in modo spietato, incalzandolo sull’andamento della creazione…

Una grande parete ospita più di 200 vignette realizzate da Altan negli ultimi quaranta anni, specchio sardonico e spietato della storia del nostro paese: Cipputi, Ugo e Luisa, l’uomo in poltrona, più che semplici personaggi diventano nostre proiezioni, incarnano quello che l’uomo medio e non solo pensa e vorrebbe dire, le sue perplessità, il suo desiderio di protesta, le sue incertezze verso il sistema e verso il futuro che lo attende, le critiche nei riguardi dei vari attori della politica italiana.

Segue la parte dedicata ad Altan illustratore: bellissime le prove realizzate per una serie di volumi di autori come Gogol, Rodari e Piumini; un cubo optical in bianco e nero è invece dedicato alle storie a fumetti: sono qui esposte le 90 tavole originali di Macao, pubblicato sulla rivista Corto Maltese nel 1984. Chiudono il percorso Kamillo Kromo e la dolcissima Pimpa, che invade le sale con la sua presenza colorata, specie nello spazio interattivo destinato ai visitatori più giovani, che potranno così immergersi davvero nel mondo della cagnolina di Altan, in un’area ludica che permetterà loro una grande libertà di movimento.

 

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Dal 23 Ottobre 2019 al 12 Gennaio 2020

Via Guido Reni, 4A – Roma

Mercoledì, giovedì, domenica 11.00- 19.00; martedì, venerdì, sabato 11.00-20.00 – www.maxxi.art

Farnesina Digital Art Experience: l’evento che per una notte illumina Roma

Videocittà non si arresta e continua a stupire e intrattenere i cittadini con una nuova iniziativa che avrà luogo sabato 14 dicembre nella Capitale. Si tratta di “Farnesina Digital Art Experience” uno spettacolo di videomapping senza precedenti che farà poi tappa in sei città del mondo. In occasione del ventesimo anniversario della fondazione della Collezione di arte contemporanea italiana alla Farnesina, quattordici tra i migliori studi italiani di Arte Digitale, per la prima volta insieme, ridisegnano la facciata del palazzo del Ministero degli Esteri. 

La proiezione in anteprima mondiale consentirà di celebrare l’architettura del palazzo in modo del tutto innovativo, dinamico e contemporaneo aprendo la strada verso un’internazionalizzazione dell’arte digitale e, nel caso specifico, del videomapping. L’iniziativa promossa dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con Bright Festival e inserita nella programmazione di Videocittà è una serata unica che coinvolgerà e stupirà il pubblico.

La notte di Roma sarà unica, ma lo spettacolo farà poi tappa in versione ridotta, tra il 2020 e il 2021, in altre sei città nel mondo, all’interno di una mostra collettiva itinerante di arte digitale organizzata dagli Istituti Italiani di Cultura. Un progetto che nasce con l’obiettivo di valorizzare all’estero artisti italiani contemporanei e reso possibile grazie al lavoro del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nell’ambito del piano di promozione integrata “vivere ALL’italiana”. Una giuria di qualità assegnerà tre menzioni speciali per i lavori di videomapping che si saranno distinti maggiormente per ideazione e realizzazione, e gli artisti saranno invitati come ospiti d’onore al Bright Festival 2020. Il Ministero realizzerà una video-installazione, composta dal modellino in scala del palazzo su cui saranno proiettati i videomapping; tale realizzazione sarà parte della mostra itinerante e sarà poi acquisita alla Collezione Farnesina.

A partire dalle 19:00 le opere esclusive di Antaless Visual Design, Antica Proietteria, Apparati Effimeri, FLxER, Kanaka Studio, Luca Agnani Studio, Michele Pusceddu, MONOGRID, Mou Factory, Olo Creative Farm, OOOPStudio, Pixel Shapes, THE FAKE FACTORY e WöA Creative Company, stupiranno e incuriosiranno i visitatore con giochi di suoni e luci dal carattere interattivo e dinamico.

Farnesina Digital Art Experience

Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Sabato 14 dicembre, dalle ore 19.00

Maggiori info:

https://art.brightfestival.com/

https://www.esteri.it/mae/it/

https://www.videocitta.com/

 

Bacon, Freud e la Scuola di Londra

La School of London, trainata dai grandi nomi di Lucien Freud e Francis Bacon arriva nelle sale del Chiostro del Bramante di Roma: una mostra a cura di Elena Crippa che propone un corpus di oltre quarantacinque dipinti, disegni e incisioni provenienti dalla Tate, che percorrono sette decenni di arte britannica, con opere che vanno dal 1945 al 2004.

Gli artisti che fanno parte della School of London non sono originari di questa città, ma vi sono arrivati per vie traverse, spesso dovute a situazioni di crisi o a motivi di ricerca personale. Vi giungono fuggendo dalla Germania nazista Lucian Freud e Frank Auerbach; vi approdano per motivi di studio il norvegese Michael Andrews (che diventerà allievo di Freud alla scuola d’arte) e Paula Rego, che lascerà l’assolato Portogallo per le nebbie britanniche; viveva qui da eterno immigrato Leon Kossoff, nato nella capitale inglese da genitori ebrei russi, e Francis Bacon, irlandese di nascita ma londinese d’adozione da quando, quindicenne, vi si trasferì.

L’individuo, la sua vita e la sua psicologia sono al centro delle loro opere, analizzate attraverso prospettive diametralmente opposte tra loro; il senso di appartenenza a un substrato etnografico e familiare di Paula Rego esplode nella disintegrazione dell’io dei corpi di Francis Bacon, magma putrescente che tracima i succhi di anime tormentate o semplicemente desiderose di esplodere oltre il consentito. Il dettaglio ossessivo e puntuale di Lucien Freud intende limare le angosce dei volti di esseri per lo più distesi, dormienti o in veglia assorta, in cerca di alienazione dai loro stessi pensieri, coesi in alcune occasioni con i loro alter ego animali al punto da perdersi nelle loro fattezze, mentre quello di Leon Kossof si erge solitario in un marasma di segni e tratti cromatici, singolo baluardo a difesa di tutta la rappresentazione della vita che scorre.

Il medium audiovisivo trova una certa risonanza in questo progetto espositivo: a “The Naked Truth”, opera filmica interpretata da Stefano Cassetti, Adamo Dionisi, Lucrezia Guidone e Sarah Sammartino per la regia di Enrico Maria Artale è infatti affidato il compito di narrare la mostra attraverso una serie di immagini, mentre le audioguide che accompagneranno lo spettatore nella visita avranno la voce di Costantino D’Orazio, storico dell’arte e saggista.

 

 

Chiostro del Bramante

Dal 26 settembre 2019 al 20 febbraio 2020

Via della Pace – Roma

Lunedì – Venerdì dalle 10.00 alle 20.00

Sabato e Domenica dalle 10.00 alle 21.00

https://www.chiostrodelbramante.it

Sublimi anatomie

Un punto di osservazione ravvicinato ed approfondito sui meccanismi e le sembianze del corpo umano, declinati in senso scientifico, creativo e immaginifico: questo ed altro offre la mostra Sublimi anatomie, a cura di Andrea Carlino, Philippe Comar, Anna Luppi, Vincenzo Napolano, Laura Perrone, in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al prossimo 6 gennaio.

Il percorso si snoda in senso radiale per sei sale, a partire dalla rotonda del museo, che ha visto ospitare la sera dell’inaugurazione il più classico degli apparati legati alla rappresentazione anatomica, quello dello schizzo dal vero, attraverso un vero e proprio atelier di disegno completo della presenza di modelli viventi e studenti impegnati a rappresentarli con carta matita e altri mezzi pittorici.

Il tema affrontato è ampio e riccamente studiato nel corso dei secoli: tutte le opere, le installazioni e i documenti in mostra hanno un significato specifico, in un continuo passaggio dinamico tra arte e scienza, medicina e curiosità, viscere e pelle, raccontato tra passato e presente attraverso i lavori di artisti come Berlinde De Bruyckere, Birgit Jürgenssen, Chen Zhen, Dany Danino, Marisa Merz, Dennis Oppenheim, Diego Perrone, Ed Atkins, Gary Hill, Gastone Novelli, Giuseppe Penone, Heidi Bucher, John Isaacs, Marc Quinn, Michaël Borremans, Pino Pascali, Sissi, Ketty La Rocca.

Corpo come gabbia e come contenuto, come movimento e come stasi, come forma e come nucleo fondante; associare l’anatomia al concetto di sublime significa partire dall’aspetto più concreto fino ad arrivare all’essenza, come a dire che il nostro essere una macchina perfetta non significa che siamo solo ingranaggi ben oliati ma molto di più: siamo un complesso apparato di vibrazioni, di flussi che pompano nei vasi sanguigni, di guizzi che corrono lungo i fasci muscolari e si congiungono a volte in breve sosta nel tratteggio delle ossa.

 

Palazzo delle Esposizioni

Dal 22 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020

Via Nazionale, 194 – Roma

Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10.00 alle 20.00 – Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

https://www.palazzoesposizioni.it

 

 

 

Strings. Light and Vision alla White Noise Gallery di Roma

Tra luce e buio inizia il percorso espositivo di Strings. Light and Vision, la prima collettiva ospitata negli spazi di White Noise Gallery a Roma. La mostra a cura di Maria Abramenko parte proprio dalla luce, come elemento primordiale dello sguardo, elemento fondamentale e ancestrale che precede il tempo, la memoria e l’identità. Attraverso il lavoro di sei artisti di fama internazionale: Isabel Alonso Vega, DUSKMANN, Andrea Galvani, Sali Muller, Mareo Rodriguez, Alessandro Simonini, la teoria delle stringhe, così come la fisica quantistica celata nelle installazioni e nei lavori degli artisti, conducono verso un’astrazione psicologica che si presenta al pubblico sotto forme effimere visibili e talvolta invisibili.

Il progetto è un’interessante analisi e racconto visivo delle teorie più studiate in fisica, attraverso l’uso di un’altra scienza, quella dell’arte. Nella scelta delle opere e nella costruzione del dialogo visivo è chiara la necessità di interrogarsi e interrogare lo spettatore su più livelli, da quello meramente estetico a quello più concettuale.

In un connubio dove il buio si costituisce come oscurità da cui la luce emerge e plasma, Andrea Galvani, ad esempio, presenta un paesaggio incandescente, un’equazione cosmica, che appare in alto come un cielo stellato e si pone come guida celeste dove i numeri e la matematica si materializzano come ipotesi, quesiti legati all’universo e all’intero cosmo. Alessandro Simoni, invece, nel suo tetragramma neon si apre a duplici interpretazioni e connessioni di senso, volutamente contrapposti, in cui fa appello a una trasmutazione alchemica e spirituale. L’elettricità funge da moderno fuoco, simbolo antichissimo che racchiude una forza distruttrice e, allo stesso tempo, si costituisce come simbolo di rinascita e purificazione.

Gli artisti in mostra, seppur in modo e con mezzi differenti, indagano fenomeni puramente scientifici, ci si domanda, però, dove si collochi l’individuo e quali processi relazionali possa innescare in un’ambiente così già ricco di riflessioni. Sali Muller, sposta così l’attenzione sull’uomo partendo dall’oscurità come dimensione necessaria per veicolare un’alienazione. L’individuo, nel buio e attraverso ipotetici frammenti di luce, indaga il suo ruolo identitario in relazione alienante rispetto alla propria immagine di sé e della natura che lo circonda.

Tutti gli artisti in mostra, coinvolgono lo spettatore in una narrazione che richiede uno sforzo in più rispetto alla mera osservazione. Il pubblico deve intervenire, ma in un tempo misurato, poiché sono le opere, cariche di una dimensione quasi metafisica, a narrare di ricerche e ipotesi costruendo nella loro singola rappresentazione quesiti e ipotesi relazionali tra ciò che è visibile e ciò che non lo è.

STRINGS. LIGHT AND VISION

Isabel Alonso Vega – DUSKMANN – Andrea Galvani – Sali Muller – Mareo Rodriguez – Alessandro Simonini

a cura di Maria Abramenko

28 settembre – 26 ottobre 2019

White Noise Gallery

Via della Seggiola 9 – Roma

Orari: mar – ven, 11 – 19; sabato 16 – 20

Ingresso libero

 

Quattro artisti per un nuovo spazio per il contemporaneo, a Roma apre La Fondazione

In un palazzo risalente agli anni Venti del Novecento, nel pieno centro di Roma, ha inaugurato un nuovo spazio per il contemporaneo. La Fondazione, nome scelto per il nuovo progetto, è il centro culturale non-profit presentato dalla Fondazione Nicola Del Roscio e che con la direzione artistica di Pier Paolo Pancotto punta a ripensare gli spazi del contemporaneo a favore di un centro culturale interdisciplinare che spazi dal cinema all’editoria e coinvolga artisti giovani attraverso un project room pensato appositamente per la loro promozione.

Si tratta di un hub culturale che segue i moduli interpretativi di gestione e ricerca delle risorse artistiche contemporanea già ampiamente indagato all’estero. Lo spazio, si apre alla città nel tentativo di accoglienza, apertura, condivisione e dialogo alla base di una fruizione più genuina e prolifica di un’arte per tutti.

Lo spazio ha inaugurato con una mostra collettiva che riunisce le opere di quattro artisti di origine romena che hanno, a più riprese, soggiornato nella capitale. Il progetto espositivo nasce da una riflessione attraverso medium differenti, del contesto storico attuale insieme alle pratiche e agli interessi degli artisti in mostra.

Geta Brătescu, Adrian Ghenie, Ciprian Mureşan, Șerban Savu utilizzano un linguaggio sperimentale unitario che non obbliga ad un percorso preciso, ma invita ad una partecipata fruizione delle opere contestualizzate in uno spazio che sembra fare da perfetta cornice alle opere in mostra. Un dinamismo inconsueto anima il percorso che lascia una sorta di tempo sospeso tra le varie forme artistiche, dai film di Geta alle sculture di Mureşan per poi passare alle rappresentazioni pittoriche di Adrian Ghenie, da un lato e Șerban Savu dall’altro.

Seppur di generazioni differenti, ma di una stessa connotazione geografica, gli artisti in mostra sembrano dialogare nella pratica, proponendo tematiche che permettono sguardi molteplici e riflessioni continue.

I dipinti di Ghenie sono composizioni complesse intente ad indagare attraverso l’uso di strumenti non convenzionali come ad esempio la spatola, i momenti più bui della storia europea, come gli abusi sociali e politici del potere. A dialogare con lui, le figura umane di Șerban Savu, immagini enigmatiche seppur estremamente realistiche che ritraggono una società contemporanea intrappolata in un’atmosfera sospesa.

Attraverso una decostruzione delle opere del passato, Mureşan reinventa opere letterarie, cinematografiche e artistiche al fine di demistificarle. Una pratica fortemente concettuale che necessita di uno spettro diversificato di media che si fondono a favore di una visione più coesa del mondo. Centrale è, infine, il nucleo inedito di opere di Geta Brătescu, colosso dell’arte romeno scelta nel 2017 per rappresentare la sua nazione durante la 57° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, in una continua rilettura del passato costituisce una “voce fuori dal coro” poiché unica donna presente nella mostra. Geta ne è però il centro propulsore, una presenza forte e contingente che ridefinisce quell’equilibrio di apertura e accoglienza di cui il nuovo spazio si fa propulsore.

 

Geta Brătescu, Adrian Ghenie, Ciprian Mureşan, Șerban Savu

a cura di Pier Paolo Pancotto

20 settembre 2019 – 11 maggio 2020

La Fondazione

Via Francesco Crispi 18

 

Orari: dal martedì al sabato, h 11 – 18

Ingresso libero

 

Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte

Nell’avvicinarsi dell’anniversario dei Cinquecento anni dalla morte di Raffaello, i Musei Capitolini rendono omaggio a Luca Signorelli (Cortona, 1450 ca. -1523) uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano, la cui altissima parabola pittorica è stata oscurata solo dall’imponderabile arrivo di due giganti della generazione successiva: Michelangelo (1475-1564) e Raffaello (1483-1520), che al maestro di Cortona si erano però ispirati per raggiungere quell’insuperabile vertice della pittura che gli stessi contemporanei gli attribuirono.

Come scrisse infatti Giorgio Vasari, Luca Signorelli «fu ne’ suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l’opere sue in tanto pregio, quanto nessun altro in qualsivoglia tempo sia stato già mai».

Molte delle opere esposte sono per la prima volta a Roma. La mostra intende mettere in risalto il contesto storico artistico in cui avvenne il primo soggiorno romano dell’artista e offrire nuove letture sul legame diretto e indiretto che si instaurò fra l’artista e Roma.
Inaugurazione giovedì 18 luglio 2019 ore 18.00, sono invitati tutti i possessori della MIC card.

 

 

Dal 18 Luglio 2019 al 03 Novembre 2019

Roma

Luogo: Musei Capitolini

Indirizzo: piazza del Campidoglio 1

Orari: tutti i giorni 9.30-19.30; 24 e 31 Dicembre 9.30-14. La biglietteria chiude un’ora prima

Curatori: Federica Maria Papi, Claudio Parisi Presicce

Enti promotori:

  • Roma Capitale
  • Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Costo del biglietto: Biglietto integrato mostre, “L’Arte Ritrovata” e “Luca Signorelli a Roma. Oblio e riscoperte”, e Musei Capitolini: Intero € 16, Ridotto € 14, Ridottissimo € 2 (residenti intero € 14, ridotto € 12)

Telefono per informazioni: +39 060608

E-Mail info: info.museicapitolini@comune.roma.it

Sito ufficiale: http://www.museicapitolini.org