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Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte

Nell’avvicinarsi dell’anniversario dei Cinquecento anni dalla morte di Raffaello, i Musei Capitolini rendono omaggio a Luca Signorelli (Cortona, 1450 ca. -1523) uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano, la cui altissima parabola pittorica è stata oscurata solo dall’imponderabile arrivo di due giganti della generazione successiva: Michelangelo (1475-1564) e Raffaello (1483-1520), che al maestro di Cortona si erano però ispirati per raggiungere quell’insuperabile vertice della pittura che gli stessi contemporanei gli attribuirono.

Come scrisse infatti Giorgio Vasari, Luca Signorelli «fu ne’ suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l’opere sue in tanto pregio, quanto nessun altro in qualsivoglia tempo sia stato già mai».

Molte delle opere esposte sono per la prima volta a Roma. La mostra intende mettere in risalto il contesto storico artistico in cui avvenne il primo soggiorno romano dell’artista e offrire nuove letture sul legame diretto e indiretto che si instaurò fra l’artista e Roma.
Inaugurazione giovedì 18 luglio 2019 ore 18.00, sono invitati tutti i possessori della MIC card.

 

 

Dal 18 Luglio 2019 al 03 Novembre 2019

Roma

Luogo: Musei Capitolini

Indirizzo: piazza del Campidoglio 1

Orari: tutti i giorni 9.30-19.30; 24 e 31 Dicembre 9.30-14. La biglietteria chiude un’ora prima

Curatori: Federica Maria Papi, Claudio Parisi Presicce

Enti promotori:

  • Roma Capitale
  • Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Costo del biglietto: Biglietto integrato mostre, “L’Arte Ritrovata” e “Luca Signorelli a Roma. Oblio e riscoperte”, e Musei Capitolini: Intero € 16, Ridotto € 14, Ridottissimo € 2 (residenti intero € 14, ridotto € 12)

Telefono per informazioni: +39 060608

E-Mail info: info.museicapitolini@comune.roma.it

Sito ufficiale: http://www.museicapitolini.org

Frank Holliday in Rome

Se in questi giorni piegati dall’afa estiva vi viene voglia di trovare refrigerio passeggiando per Villa Borghese, il mio suggerimento è quello di fare un salto al museo Carlo Bilotti, per vedere i bellissimi dipinti di Frank Holliday.

Curata da Cesare Biasini Selvaggi, Frank Holliday in Rome è la prima personale dell’artista statunitense ad essere esposta in un museo italiano, ed è composta da 36 opere, realizzate durante l’estate del 2016 proprio qui a Roma, in uno studio situato nei pressi di Piazza Navona.

L’influenza dei grandi maestri del passato, la possibilità di vedere quotidianamente dal vivo una serie di capolavori disseminati per il centro storico della capitale è stato un elemento di grande importanza per il lavoro dell’artista, che ne ha così ricavato stimoli e influenze, soprattutto, a suo stesso dire, dalle opere di Caravaggio.

Il tema della mostra è un intenso viaggio che l’artista compie a cavallo tra tre mondi; si passa dalle atmosfere celesti e aeree di un paradiso collocato in una dimensione alta e altra, a quelle pesanti, terrene e materiali, associate ai fuochi e alle ceneri di un inferno a tratti riconoscibile nelle difficoltà quotidiane. Tra queste due una zona sospesa, una terra di mezzo senza nome dove compiere alcune pause prima di rimettersi in cammino. Le pennellate, fluide, energiche, a tratti vaporose, restituiscono colori, toni e sensazioni in modo fortemente penetrante; flussi di energia vibrano sulle tele, portandoci su, in un volo folle verso il sole o precipitandoci in un gorgo ipogeo color tenebra: tra i due estremi la sosta in un limbo di attesa, dove riprendere fiato, farci irrorare di luce o proteggere da un nido di acqua e nuvole.

Il lavoro di Frank Holliday (1957) è associabile ai movimenti Neo Espressionisti e Neo Astratti, nonché alla cerchia artistica del Club 57, il famoso locale di New York al quale lo scorso anno il MoMA ha dedicato l’importante esposizione Club 57: Film, Perfomance and art in the East Village, 1978-1983.

Completa il percorso espositivo la proiezione del film inedito di Anney Bonney, dal titolo: Roman Holliday.

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

dal 20 giugno al 13 ottobre 2019

da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00   Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito

www.museocarlobilotti.it

 

Il segreto del tempo, i monoliti digitali di Fabrizio Plessi alle Terme di Caracalla

Dodici videoinstallazioni accompagnano per oltre 200 metri un percorso alla scoperta delle gallerie sotterranee delle Terme di Caracalla. Accompagnate dalle musiche composte da Michael Nyman, le installazioni site specific fanno da trait-d’union tra antico e contemporaneo, trasportando con stupore, scoperta e meraviglia in un viaggio immersivo e suggestivo. Si tratta di Plessi a Caracalla. Il segreto del tempo, la mostra a cura di Alberto Fiz e organizzata dalla Soprintendenza Speciale di Roma in collaborazione con Electa, un racconto che attraverso lo splendido lavoro dell’artista Fabrizio Plessi, pioniere della video art, descrive in modo poetico e affascinante un passato profondamente connesso con la storia della Roma Imperiale segreta e sconosciuta, a tratti desolante. Le doppie gallerie anulari aperte per la prima volta al pubblico dopo anni di restauri e consolidamento erano le stesse che circondavano il calidarium, ovvero il luogo destinato ai bagni in acqua calda e ai bagni di vapore, dove centinaia di schiavi lavoravano giornalmente il fuoco per tenere attiva e funzionante la “macchina”.

Partendo dunque da connotati storici, Plessi è stato in grado di lavorare non solo aspetti del passato riconducendoli al contemporaneo ma ha anche avuto la possibilità di mantenere intatta la sua cifra stilistica, lavorando in particolare su alcune tematiche a lui care quali il fuoco e l’acqua. Attraverso la rielaborazione di questi elementi, l’antichità romana rivive proponendosi agli occhi dei fruitori sotto forma di immagini e suoni. L’incredibile capacità della tecnologia di Plessi di inserirsi negli interstizi della storia permette al luogo di caricarsi emotivamente ed esteticamente di nuove e intense tracce della storia, coinvolgendo in toto lo spettatore invitato a muoversi e a trovare un punto di osservazione del tutto personale, attivando così un dialogo tra le immagini del reale e i soggetti digitali che si susseguono, senza mai sovrapporsi.

La rielaborazione degli elementi architettonici dell’antica Roma, come gli archi su cui sono proiettate le immagini, vengono pervasi da una carica simbolica che li eleva quasi a totem, monoliti che occupano lo spazio in un moto discensionale che si specchia su vasche il cui contenuto permette di prolungare l’illusione dell’atto visivo in una totale rifrazione ambientale ed emozionale.

Plessi, attraverso i suoi monoliti tridimensionali, celebra e racconta aspetti della Roma antica e intervenendo digitalmente permette ai suoi soggetti di vivere e modificarsi continuamente attivando ancora una volta intrecci visivi tra la dimensione fisica e quella virtuale. Il percorso espositivo non è dunque solo esperienziale ma è una passeggiata tra due storie: quella antica degli schiavi e della specificità del luogo e quella odierna che auspica a creare o trovare dei legami per dare a quel passato uno sguardo nuovo, alla ricerca di una identità contemporanea che possa raccogliere le testimonianze del passato a favore di un rinnovamento del presente.

 

Plessi a Caracalla. Il segreto del tempo

A cura di Alberto Fiz

fino al 29 settembre 2019

Terme di Caracalla

Via delle Terme di Caracalla 52, Roma

 

Orari: da martedì a domenica ore 9 – 18.30; lunedì ore 9 – 14

Ingresso: intero € 11

Per ulteriori info https://www.coopculture.it/heritage.cfm?id=6

 

artSTREET. Tancredi Fornasetti e Jos Diegel

Ribaltando il concetto di streetart vogliamo definitivamente prendere le distanze da quella pratica obsoleta che nasce per strada e finisce nei circuiti istituzionalizzati delle gallerie e dei musei di tutto il mondo. La artstreet è rivoluzione, novità e nuova Bellezza. Non portiamo l’arte in strada, ma trasformiamo la strada in opera d’arte”. Con queste parole Gio Montez dà il via ad artSTREET, programma di residenze e interventi urbani che si svolgerà presso Atelier Montez, nella storica periferia di Roma Pietralata, nei mesi di giugno e luglio 2019.
Nel corso dei prossimi due mesi, gli artisti ospiti saranno invitati a studiare ed approfondire temi quali la rigenerazione urbana, l’inclusione sociale e l’impatto ambientale, principi sui quali si basa l’attività dello stesso Atelier Montez, che da oltre 5 anni è uno fra i più attivi promotori di innovazione in un quartiere a destinazione prevalentemente industriale, che attualmente sta vivendo un’importante trasformazione urbanistica e sociale (gentrification).

LE RESIDENZE – I primi artisti ospiti delle residenze di artSTREET saranno gli artisti Tancredi Fornasetti (1983) e Jos Diegel (1982). Il primo presenterà i suoi lavori mercoledì 26 giugno, alle ore 18:30, sempre presso l’Atelier Montez, in via di Pietralata 147/a. Fornasetti ha lavorato in passato al tema dell’impatto ambientale positivo, utilizzando vernici AirLite, una vernice in polvere che, attivandosi a contatto con la luce (sia naturale che artificiale), trasforma agenti inquinanti in molecole di sale. Una vernice in grado di “mangiare” lo sporco che c’è nell’aria, depurandola dell’inquinamento presente.
Il secondo artista, invece, subentrerà nel mese di luglio e approfondirà il discorso sul nuovo realismo cinematografico nella periferia di Pietralata, ispirandosi alla nascente poetica locale che prende spunto dal Realismo Cinematografico di Pasolini, Fellini, Antonioni etc. e sviluppa una poetica inedita che potremmo definire Nuovo Realismo Cinematografico, che nasce col primo film di questo tipo, IN ESISTENTE diretto da Gio Montez con Ludovico Fremont attore protagonista, realizzato nel 2017 nello stesso quartiere e non ancora presentato al pubblico. Nel corso della residenza, Diegel userà una 35mm per filmare le sue avventure documentaristiche nel quartiere ed utilizzerà una particolare tecnica di montaggio estemporaneo realizzato, come una performance, alla presenza del pubblico. Di fatto si svolgerà come un workshop nella camera oscura di Atelier Montez in cui il pittore e cineasta tedesco eseguirà un montaggio analogico, intervenendo pittoricamente sui negativi.

Tancredi Fornasetti, classe 1983, vive e lavora a Roma dove si è diplomato in Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti, seguendo il corso del Professor Michele Cossyro. La sua produzione attraversa l’universo dell’astrazione geometrica, dando forma ad architetture e poligoni che ricordano il razionalismo degli anni ’30, animato da una carica pop tutta contemporanea.

A seguire Jos Diegel, pittore e cineasta sperimentale, lavora tra Offenbach e Berlino. I suoi lavori si possono collocare in quel filone definito “cinema di frontiera”, un cinema povero, che supera i canoni tradizionali e si racconta attraverso un linguaggio del tutto indipendente, sviluppato attraverso le riprese realizzate a ruota libera per le strade “con un rotolo di pellicola analogica in canna”. Così un cinema povero, i cui scarsi mezzi diventano virtù, si fa testimonianza quotidiana della vita ai margini della società.

Atelier Montez, sito in via di Pietralata 147/a a Roma, è una fabbrica dell’arte contemporanea nata nel 2012 dalla riqualificazione di un relitto urbano fra la Riserva Naturale dell’Aniene e la periferia storica di Roma, Pietralata, realizzata su progetto dell’Artista Gio Montez, Giacomo Capogrossi e dell’Architetto Francesco Perri. Aperto tutti i giorni, eccetto il lunedì, dalle 18 alle 22. La sua mission è quella di contrastare l’espansione incontrollata della periferia urbana e dello sprawl offrendo consone attività culturali e creando una immagine e una identità caratteristiche e condivise col territorio di riferimento, attraverso rassegne culturali, produzioni artistiche e di artigianato e altri eventi di natura culturale ad alta inclusione sociale.

 

 

Dal 26 Giugno 2019 al 31 Luglio 2019

Roma

Luogo: Atelier Montez

Indirizzo: via di Pietralata 147/a

Maria Lai. Tenendo per mano il sole

Il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, dedica la mostra Tenendo per mano il sole a Maria Lai (1919 – 2013), una tra le voci più singolari dell’arte italiana contemporanea. La mostra, curata da Bartolomeo Pietromarchi e Luigia Lonardelli, è stata realizzata in collaborazione con l’Archivio Maria Lai e con la Fondazione Stazione dell’Arte, con il patrocinio del Comune di Ulassai e il sostegno di Fondazione di Sardegna.

Tenendo per mano il sole non è semplicemente il titolo della mostra, infatti è anche l’intitolazione della prima fibra cucita realizzata dall’artista ogliastrina. Grazie a questa scrittura cucita è possibile ritrovare diversi elementi caratteristici dell’arte della Lai, quali l’interesse per la poesia, la vocazione pedagogica del tener per mano e la cosmogonia delle Geografie evocata dal sole.

Saranno esposti oltre 200 lavori, tra cui Libri cuciti, sculture, Geografie, opere pubbliche e i suoi celebri Telai, opere che racconteranno nel modo più completo possibile la personalità di Maria Lai e i diversi aspetti del suo lavoro.

Maria Lai ha saputo creare un linguaggio differente e originale, anticipando ricerche artistiche sviluppate negli anni successivi. La retrospettiva al MAXXI mostrerà al pubblico ciò che viene definito il suo secondo periodo, ovvero tratterà quelle opere realizzate a partire dagli anni Sessanta e che ricomincia ad esporre, dopo una lunga assenza dalla scena pubblica e artistica, solo nel 1971.

Sarà inoltre possibile ammirare al MAXXI martedì 18 giugno, con replica mercoledì 19 giugno, grazie a la Fondazione Stazione dell’Arte e alla Fondazione di Sardegna, un’anteprima della performance Cuore Mio di Marcello Maloberti (a cura di Davide Mariani, in programma a Ulassai il 21 settembre 2019).

 

 

Dal 19 Giugno 2019 al 12 Gennaio 2020

Roma

Luogo: MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Indirizzo: via Guido Reni 4/a

Orari: 11-19; sabato 11-22. Lunedì chiuso. La biglietteria chiude un’ora prima del Museo

Curatori: Bartolomeo Pietromarchi, Luigia Lonardelli

Enti promotori:

  • In collaborazione con l’Archivio Maria Lai e con la Fondazione Stazione dell’Arte

Costo del biglietto: intero € 12, ridotto € 9. Gratuito Minori di 14 anni; disabili che necessitano di accompagnatore; accompagnatore del disabile; dipendenti MiBAC; accompagnatori e guide turistiche dell’Unione Europea, munite di licenza (rif. circolare n.20/2016 DG-Musei); 1 insegnante ogni 10 studenti; membri ICOM; soci AMACI; giornalisti accreditati; possessori della membership card del MAXXI

Sito ufficiale: http://www.maxxi.art/

Plessi a Caracalla. Il segreto del tempo

Un nuovo settore dei sotterranei delle Terme di Caracalla apre al pubblico con la mostra Il segreto del tempo, di Fabrizio Plessi, tra i protagonisti della videoarte, con le musiche di Michael Nyman. Un progetto complesso che tra l’altro vede il ritorno a Caracalla di alcune opere di arte antica originariamente collocate nell’impianto termale.

La mostra, curata da Alberto Fiz, è organizzata dalla Soprintendenza Speciale di Roma in collaborazione con Electa.
Plessi rende un suo omaggio alla grande storia di Roma con una nuova opera, disposta lungo oltre 200 metri dei sotterranei delle Terme, finora sconosciuti ai visitatori e aperti dopo un complesso lavoro di consolidamento e restauro. Si tratta del settore sotto l’esedra del calidarium, cuore pulsante dell’impianto ed esempio unico dell’alto livello tecnologico raggiunto dagli antichi romani, ora finalmente visibile nel nuovo percorso.

I forni, le caldaie, i magazzini, una grande arteria sotterranea, le statue in prestito, faranno da contrappunto a Plessi a Caracalla. Il segreto del tempo: 12 video installazioni che, tanto nelle strutture di supporto agli schermi, che nei contenuti degli stessi video, spazieranno su temi classici. Acqua, fuoco, la storia delle Terme, la figura di Caracalla e altro ancora, saranno al centro di una esperienza immersiva, che celebra il più sontuoso impianto di Terme imperiali di Roma.

 

 

Dal 18 Giugno 2019 al 29 Settembre 2019

Roma

Luogo: Terme di Caracalla

Indirizzo: viale delle Terme di Caracalla

Orari: Lunedì 9-14; da martedì a domenica 9-18.30

Curatori: Alberto Fiz

Enti promotori:

  • Soprintendenza Speciale di Roma in collaborazione con Electa

Telefono per informazioni: +39 06 39967702

Giuseppe Uncini. Realtà in equilibrio

Dopo le personali di Carlo Lorenzetti, Bruno Conte e Giulia Napoleone, la Galleria Nazionale celebra Giuseppe Uncini, concludendo il ciclo di mostre Realtà in equilibrio, curato da Giuseppe Appella.

Nel 1982, per una mostra alla Galleria Il Segno di Roma che comprendeva Lorenzetti, Napoleone, Conte, Aricò e Uncini, Fausto Melotti intitolava Realtà in equilibrio il testo pubblicato in un foglio- manifesto diffuso per l’occasione. Considerava i cinque artisti “anacoreti, lontani dalle tentazioni del mondo” che “vedono dalle finestre e conoscono fuori e anzitempo ciò che sarà necessario alla costruzione dell’edificio dell’arte” […], compagni nella ricerca, […] compagni in ciò che l’arte richiede, sacrificio e amore. […]. Non di mimi, si tratta di alcune pietre portanti dell’arte”.

Attraverso 58 sculture e 30 disegni datati 1957-2008, Appella ripercorre in una antologica le varie tappe del cammino dell’artista scandito da Terre, Cementarmati, Ferrocementi, Strutture spazio, Strutturespazio-ambienti, Mattoni, Terrecementi, Ombre, Interspazi, Dimore delle cose, Dimore e muri d’ombra, Spazi di ferro, Spazicementi e Tralicci, Muri di cemento, Architetture, Telai-Artifici.

Il curatore racconta: “Temi e ricerche perentoriamente messi di fronte, in un vis-à-vis tutt’altro che azzardato, anche nei ripensamenti del già fatto, per perseguire fino alle estreme conseguenze la fisicità dell’opera, per estrarre dalla materia (olii, terre, cementi, pigmenti su supporti tradizionali, lamiere, ferri, mattoni), con l’abituale procedimento mentale, come l’ape il nettare dai fiori, una inedita carica fantastica e quella idea progettuale a lungo accarezzata nella miriade di gesti e attitudini di mestieri praticati durante la guerra come una personale università del pensiero e della mano. Perché alla vita fisica della materia, cui corrisponde il farsi corpo dell’immagine, al suo ruvido rigore, che non respinge una sua esclusiva bellezza, si accompagna in Uncini una sorta di salda e intensa memoria spirituale portata a sorreggere, come in Brancusi, quanto di razionale e di irrazionale nutre il fronte del proprio lavoro. Scrive: “Mi piace pensare alla mia scultura come qualcosa che possiede due vite; l’una quella che io riesco a darle con i miei ‘criteri’ di estetica, di spazio e di poesia, l’altra, quella dovuta all’uso quotidiano, vero, concreto della cosa. Naturalmente ciò che mi interessa è caricare questi vuoti di umori, di momenti poetici, insomma di farne delle cavità dense di avventure esistenziali”.
Basta leggere i titoli: da una iniziale Terra che corrisponde a un normale paesaggio memore di De Staël subito riversato in Rothko, e da un letterario Il passo del gatto (1958), emblema dell’illusoria immagine della pittura che vuole sfuggire all’oggetto-quadro e scava nelle memorie del sottosuolo, rapidissimo è il passaggio da materie cromatiche primarie, sottilmente evocative, a un solo materiale, il cemento, che muove gesti e segni e li dota con il ferro alzando armature (Primo Cementarmato, 1958-1959), regolando masse pesantissime che, tra un alfabeto e un traliccio, una dimora e un epistylium, ordiscono una città solo apparentemente impossibile (Architetture n. 206, 2006), tanto occupò i sogni dei futuristi, di Gabo e di Tatlin, di Vantongerloo, di Max Bill e di Calder, di Marino di Teana e di Etienne-Martin, di Burri e di Consagra, di Milani e di Chillida, di Somaini e di Sanfilippo.

Come molti di questi che lo hanno preceduto, Uncini, soprattutto negli anni delle trasformazioni e degli ambigui simulacri di impossibili prospettive, altro non fa che analizzare gli strumenti a sua disposizione, appuntirli, in tutti i sensi, nel patrimonio culturale e nella quotidianità del suo operare, fissare, recandosi nello studio come un direttore d’orchestra in teatro per le prove, l’artigianalità della costruzione, una dinamica di attese consumate in spostamenti minimi capaci di tessere, nell’inversione dell’assetto del reale, nella fisicità concreta dell’opera, nel puro valore di superficie, l’oggi con il domani, quindi anche i primi con gli ultimi suoi lavori. Dove non hanno fatto breccia né l’Informale né la Pop Art, tantomeno ismi, correnti e nomi (l’arte povera, il minimalismo, Carl Andre, Robert Morris, Richard Serra, Joel Shapiro, Ron Bladen) che hanno attraversato la seconda metà del XX secolo stabilendo ramificazioni e parentele di linguaggi.

È evidente, allora, l’impossibilità di determinare un percorso che non abbia alla sua base quel rigore concettuale che ristabilisca in forma il luogo-spazio (Cementarmato, 1962 – Architetture n. 217, 2006) ed elimini, ogni volta, nonostante la materia si presenti così com’è, dura-fredda- precaria-accidentata, ed assuma, per coincidere con il contenuto, anche il titolo-guida dell’opera, la figura dell’analogia se non del simbolo o della metafora che, invece, Uncini impara subito a far convivere con la vitalità del pensiero della scultura e della sua nascita (Cementarmato, 1959-1960 – Architetture n. 193, 2005), con i problemi di procedimenti, identificazioni e orientamenti, di articolazione e statica, di equilibrio e composizione, di peso e stabilità, di tempo e durata.

Occorre considerare questo pensiero della scultura, o ordine creativo, sotteso all’impostazione dei manufatti “su una frontalità spaziale assolutamente innovativa” che utilizza, a partire dalle gabbie, ciò che Emilio Villa chiama ideologia strumentale per una disciplina strutturale che si distingua come segno di identità, motivo primo, in Uncini, del suo fare in costante evoluzione e del riscontro frontale messo in atto da Cemento lamiera (1959) a Artifici n. 5 (2008), che accertano tangenze e differenze con il minimalismo da Uncini contraddetto proprio con il rifiuto della serialità o del modulo e la persistente “umana” progettualità presente fin dal 1960. Scrive: “Io lavoro con il cemento e il ferro. Questi materiali li uso con proprietà, nel senso che non li camuffo, che non me ne servo per trarre degli effetti particolari, al contrario li adopero come si adoperano nei cantieri, per costruire le case, i ponti, le strade, per costruire tutte le cose di cui l’uomo ha bisogno. Alla base di tutto questo c’è la necessità di costruire, di organizzarsi, c’è quel principio creativo che è all’origine di ogni progresso umano, questo è quanto nei miei oggetti voglio esprimere”.

Questo principio, divenuto nel corso degli anni un pensiero dominante, acquisisce un ritmo di linguaggio che dal Cementarmato n. 10 (1961) si sedimenta nel Ferrocemento n. 14 (1963), dallaParete interrotta (1971) si posiziona nelle Dimore (1982), dagli Spazi di ferro (1990) si colloca negliSpazicemento (1998), ovvero una immagine-oggetto che apprende il concetto di rarefazione per un criterio razionale che, in seguito, anima una struttura funzionale e dinamica a sua volta implosa  ed esplosa in una energia che è calcolata organizzazione del lavoro, tesa a disegnare e a delimitare un proprio spazio pluridimensionale, con una fisionomia personale, estesa alla casa in cui abitare, allo studio in cui realizzare, ai mezzi con i quali procedere, agli stessi amici da frequentare con poetico candore.
In tutto ciò, la luce magica di Roma, che in alcuni momenti ha fatto pensare a sconfinamenti in atmosfere metafisiche evocative ed affabulanti, ha un ruolo significante, e non solo per il lavoro svolto sulle ombre, spostando l’attenzione dalla forma reale alla forma virtuale dell’oggetto. La sua presenza, definita da Uncini, come l’ombra, “concetto spaziale”, realtà artificiosa che muta la forma durante il suo crescere, è strettamente connessa al colore che nelle prime opere sviluppa il forte sentimento dell’antico, del paesaggio costruito dall’uomo, tipico degli affreschi di Giotto, Masaccio e Piero della Francesca, ovvero della civiltà della cultura occidentale al suo massimo splendore, e nelle ultime, schiacciando i volumi, raccoglie la lunga esperienza sulla necessità di non alterare la struttura della materia facendosene sua natura nell’incontro con la tecnica. Tanto da disegnare liberamente, con un ritrovato gusto dell’avventura e del non finito, accenni di architetture inquadrate in uno spazio a misura umana, strutture di relazione tra sé stesso e la scena che ogni giorno gli si offriva dalle antiche mura di Trevi”.

Accompagna la mostra un catalogo con l’introduzione della direttrice della Galleria Nazionale, Cristiana Collu, e con i contributi del curatore, Giuseppe Appella, di Bruno Corà e di Lara Conte.  

 

 

Dal 17 Giugno 2019 al 29 Settembre 2019

Roma

Luogo: Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Indirizzo: viale delle Belle Arti 131

Orari: dal martedì alla domenica: 8.30-19.30; ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura

Curatori: Giuseppe Appella

Costo del biglietto: intero: € 10, ridotto: € 2, altre riduzioni e gratuità sul sito

Sito ufficiale: http://lagallerianazionale.com

Mostre In Mostra. Roma contemporanea dagli anni Cinquanta ai Duemila. La rassegna in mostra al Palazzo delle Esposizioni

Ha da poco inaugurato presso gli spazi del Palazzo delle Esposizioni il nuovo progetto Mostre in Mostra, un racconto pensato e immaginato come una passeggiata che raccoglie le migliori mostre a Roma dagli anni Cinquanta agli anni Duemila. Un percorso didattico più che un progetto espositivo, si snoda intorno ad un’ideale piazza, raccoglie testimonianze e racconti di una storia dell’arte che vede come oggetto principale non solo l’opera in sé ma le dinamiche che l’hanno plasmata o raccontata e il contesto che, dalla prima metà del Novecento alla metà degli anni Duemila, ha visto Roma come un centro attivo di prolificazione artistica di ricerca ed emancipazione.

Mostre in Mostra, racconta dei momenti precisi che hanno definito una storia non solo artistica ma anche sociale e culturale, un insieme di nozioni, elementi e documentazioni che ci invitano in maniera non forzata a guardare e ripensare le opere, la loro creazione, la loro capacità di affinarsi e adattarsi a certe necessità del nostro recente passato. La ricostruzione parte da un’idea di bene collettivo che necessita di essere ancora una volta raccontato, studiato e riadattato in una contemporaneità che lascia spazio al digitale o in cui ancora una volta vige il mercato prima che la qualità. Mostre in Mostra, invece, crea un fil rouge non solo presentando personalità artistiche che hanno avuto il coraggio e la capacità di raccontare in forme sovversive e, per quei tempi, quasi provocatorie le proprie sensibilità e interessi artistici ma anche dando il giusto valore al lavoro di critici, curatori e galleristi che hanno in primis accettato e sostenuto progetti ambiziosi e perentori.

Le cinque mostre scelte per questa prima edizione iniziano nel 1955 con le immagini di città dipinte da Titina Maselli, fugaci e immaginarie, presentate dalla galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis e Ninnì Pirandello. La passeggiata procede con la prima personale di Giulio Paolini nel 1964 presso la celebre galleria La Salita, riallestita per l’occasione dallo stesso artista come un work in progress geniale e sconsacrante allo stesso tempo. Si sussegue, Luciano Fabro, una splendida raccolta di opere con cui l’artista rispose all’invito di Achille Bonito Oliva nel 1971 ad esporre prima alla Biennale di Parigi e poi agli Incontri Internazionali d’Arte. Si prosegue negli anni Ottanta con lo stupefacente dipinto esposto nel 1981 da Gian Enzo Sperone di Carlo Maria Mariani, ricco di citazioni ed elogi, con una affascinante e innovativa capacità di interpretare e intendere la pittura. Negli anni Novanta Mario Pieroni fece esporre i famosi Tombeaux di Jan Vercruysse, simulacri severi e imponenti. E, infine, l’innovativa mostra di Myriam Laplante Elisir promossa da The Gallery Apart e Fondazione VOLUME! che la ospitò nel 2004, un racconto visivo fiabesco e coinvolgente.

La mostra chiude egregiamente la rassegna con la capacità di far nascere e destare non solo la curiosità degli spettatori ma anche domande e riflessioni su una storia dell’arte che va necessariamente e ancora una volta raccontata e recuperata.

Mostre In Mostra. Roma contemporanea dagli anni Cinquanta ai Duemila

a cura di Daniela Lancioni

fino al 28 luglio 2019

Palazzo delle Esposizioni, Roma

Orario: domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00; venerdì e sabato dalle ore 10.00 alle ore 22.30; lunedì chiuso

Ingresso: Intero € 10,00; Ridotto € 8,00; Ragazzi dai 7 ai 18 anni € 6,00; Biglietto Open € 13,50.
Ingresso gratuito per i bambini fino a 6 anni.

 

 

Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione

La figura femminile, il suo fascino, le sue molteplici identità e il suo avanzare nella storia sono il tema centrale della mostra Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione, in corso dal mese scorso presso la Galleria d’Arte Moderna di Roma.
Un percorso espositivo dislocato su tutti i tre piani del museo, con un corpus di più di cento opere (quadri, sculture, fotografie, video), alcune mai esposte prima, provenienti principalmente dalla ricchissima collezione permanente della galleria capitolina, eseguite da una serie di importanti artisti operanti da fine Ottocento fino ai giorni nostri.
La donna viene indagata nelle sue molteplici sfaccettature, nella sua incredibile profondità, nel suoi possibili ruoli: quello di portatrice di vita, come nel dipinto Maternità di Luigi Trifoglio, quello di misteriosa seduttrice ne Il dubbio, iconico lavoro di Giacomo Balla, o ancora come incarnazione di una natura rigogliosa e fiorita nel dipinto Nel parco eseguito da Amedeo Bocchi. Non mancano in mostra prove di importanti correnti artistiche sviluppatesi nel corso del Novecento, come il Realismo Magico della Donna alla Toletta di Antonio Donghi, ipnotica rappresentazione della vanità femminile oltre lo spazio e il tempo.
Un repertorio variegato che ci permette di indagare come il punto di vista dell’artista sulle donne sia cambiato nel tempo: dalla rappresentazione del suo potere ammaliatore o della sua angelica innocenza si arriva alla celebrazione della presa di potere raggiunta attraverso un secolo di lotte femminili, frutto della volontà di essere riconosciute come soggetti pensanti e dall’esigenza di ottenere parità di diritti, sia sul piano politico che su quello personale.
La mostra, a cura di Arianna Angelelli, Federica Pirani, Gloria Raimondi e Daniela Vasta è affiancata da numerosi eventi culturali, come letture, performance, proiezioni e serate musicali a tema; completano inoltre il percorso espositivo videoinstallazioni, film d’artista e documenti fotografici provenienti dalla Cineteca di Bologna e da ARCHIVIA – Archivi Biblioteche Centri Documentazione delle Donne, oltre a spezzoni di performance eseguite da artiste al femminile. Particolarmente interessante è la proiezione di Bellissima, film del 2004 di Giovanna Gagliardi prodotto dall’Istituto Luce-Cinecittà, che attraverso materiale documentario eterogeneo ci narra la storia delle donne nel corso del ventesimo secolo.


Galleria d’Arte Moderna
Via Francesco Crispi 24 – Roma
Dal 24 gennaio al 13 ottobre 2019
da martedì a domenica ore 10.00 – 18.30
http://www.galleriaartemodernaroma.it/

ROMA: IL RACCONTO DI 100 DONNE di Jacopo Brogioni. Dal 3 aprile ai Musei Capitolini

ROMA: IL RACCONTO DI 100 DONNE di Jacopo Brogioni è la mostra fotografica firmata Treccani, curata da CultRise e allestita dallo Studio Fuksas che inaugura mercoledì 3 aprile presso i Musei Capitolini di Roma. Cento racconti per cento donne, un itinerario di accostamenti di visioni che attraverso lo scatto fotografico ridefiniscono storie e narrazioni intime, private. Un’iniziativa dedicata alle donne dove l’atto del gesto fotografico è sì mezzo di narrazione, ma anche pretesto dietro al quale si racchiudono rapporti e connessioni umane.

Come piccoli tasselli di un puzzle, le immagini fotografiche di Brogioni non sono semplici ritratti, ma brevi capitoli di un romanzo in cui le storie di ogni singola donna sono descritte da persone, luoghi, pose, oggetti che nell’immagine fotografica si caricano di sentimenti e di esperienze vissute. Attraverso la graduale e romanzata scoperta di ognuna di queste donne, Jacopo Brogioni svela Roma, nella sua essenza più profonda. L’iniziativa promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è un viaggio lungo 18 mesi, durante i quali il fotografo è riuscito a scavare nell’intimo percorso della diversità, riscoprendo le mille contraddizioni che animano la capitale. Una Roma dalle mille sfaccettature che si anima di storie tante volte passeggere, altre volte fortemente legate alla città.
Roma, Città Eterna, appare contenitore e contenuto in un percorso semantico fatto di immagini e contrasti che ne sottolineano le fattezze. Roma vista nella sua quotidianità e percepita attraverso gli occhi e le parole di chi la vive anche solo per un giorno. Una città che accoglie da un lato, che intimorisce dall’altro, è non solo lo sfondo di queste vite ma è anche il mezzo attraverso cui l’occhio del fotografo indaga, racconta in una dimensione temporale eterna, come la stessa città. Sembrano immagini sospese in un tempo che non ha un inizio, né tantomeno una fine. Il risultato è un contrasto straordinario, ridefinito anche dall’allestimento curato e pensato dallo Studio Fuksas che accompagna il visitatore lasciandolo libero di immaginare e leggere visivamente i racconti di 100 donne che vivono, amano, lottano, lavorano e a volte cadono.
Ad accompagnare gli scatti di Jacopo Brogioni, ci sono le parole di Raffaele Timperi che introducono e guidano in questo viaggio tra le diversità e le contraddizioni della Città Eterna.

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

ROMA: IL RACCONTO DI 100 DONNE di Jacopo Brogioni
3 aprile – 12 maggio 2019
Musei Capitolini, Roma – Palazzo dei Conservatori presso le sale Piano Terra
Orari: tutti i giorni, h 09:30 – 19:30
Ingresso: gratuito