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ADA (Your Art and Design Advisor)

Dal 27 gennaio gli appartamenti Floridi Doria Pamphilj di Roma accolgono un nuovo progetto dedicato all’arte contemporanea, al design e al collezionismo: ADA (Your Art and Design Advisor), piattaforma nata dall’idea di Carlotta Mastroianni (classe ’91), giovane art advisor attenta al lavoro di artisti e designer under 40, che ha l’obiettivo di rompere le barriere tra arte contemporanea e design e offrire a collezionisti e artisti un’esperienza personalizzata di consulenza.

ADA fornirà consulenze in materia dʼinvestimenti in arte e in design, avvalendosi della valutazione gratuita ai fini di vendita di opere d’arte, di oggetti di antiquariato e modernariato e di vini di pregio italiani e francesi.

Le opere di ADA si potranno osservare dal vivo in questa speciale occasione all’interno degli appartamenti Floridi Doria Pamphilj di Roma.

Grazie a questa collaborazione ADA ha lʼonore di veicolare il premio MEMORIE#, istituito dal Trust Floridi Doria Pamphilj attraverso il quale la famiglia acquisirà, ogni anno, unʼopera dʼarte contemporanea che entrerà a far parte della collezione privata.

Le opere di ADA saranno in mostra fino al 25 marzo in tutte le sale degli appartamenti storici di Palazzo Doria Pamphilj a Roma, fondendo i lavori degli artisti, tutti nati negli anni ’80, con gli arredi storici e le opere esistenti, attraverso un allestimento incisivo ma non invasivo, ideato dalla curatrice Pia Lauro. Il percorso mostra mette in luce come le opere contemporanee possano dialogare in modo dinamico con un contesto storico, permettendo un’ulteriore lettura, e dunque un approfondimento, di contesti e opere già ampiamente studiati.

Così, nel passaggio da una sala all’altra, il pubblico si troverà immerso in uno spazio intimo e privato, che grazie all’allestimento delle opere contemporanee attualizza il proprio arredo, senza trasformarsi in un mero spazio espositivo.

Inoltre, è stato fondamentale creare un’armonia fra le opere selezionate per la mostra, differenti per materiale, poetica dell’artista e realizzazione, restituendo il sapore di una mostra eterogenea nei contenuti, ma armonica nella sua presentazione.

Il percorso mostra inizia dalla Sala del Trono con le opere di Miriam Pace, i cui paesaggi astratti e sospesi ben dialogano con quelli a tempera del Giovannini esposti nella sala.

Nella Sala Azzurra sono esposte la serie di Luca di Luzio e l’opera di Silvia Giambrone. Di seguito la Sala Verde, dal gusto veneziano, ospita notevoli dipinti del primo Settecento ed è ancora oggi utilizzata come sala da pranzo. Per tale ragione sono stati selezionati per questo spazio i lavori di JAGO e di Silvia Giambrone.

Per la Sala Gialla, adibita a studiolo, è stato selezionato lo scaffale in ferro brunito del designer Gustavo Martini. Questo è stato concepito sulla base di un modulo di riferimento unico, che può essere assemblato secondo i diversi progetti del designer.

La Sala Rossa, ancora oggi vissuta come camera da letto, è una stanza riccamente decorata in stile romano. Dato il carattere intimo della sala e l’arredo imponente, sono state pensate due opere di Silvia Giambrone. Infine nella Toletta di Venere è allestita al centro della sala un’imponente scultura di JAGO che ben si sposa con la ricchezza della stanza.

 

 

Mostra:

Periodo: 27 gennaio – 25 marzo

Luogo: Appartamenti Floridi Doria Pamphilj – Palazzo Doria Pamphilj – via del Corso, 305 Roma

apertura da Martedì a Domenica

orario 10:00/19:00 ( ultimo ingresso ore 18.00)

Info tel:   331 1641490

Info mail:  info.rm@trustfdp.it

Biglietto intero €8.00

Biglietto ridotto €6.00 (under 26 over 65 e gruppi da 15 persone in su)

Organizzazione: Trust Floridi Doria Pamphilj

 

 

Contatti:

www.adadvisor.it

https://www.facebook.com/ADArtDesignAdvisor/

https://www.instagram.com/adaadvisor/

 

Dal simbolismo all’astrazione. Il primo Novecento a Roma nella Collezione Jacorossi

Dal 1° dicembre scorso il tessuto espositivo del centro storico romano si avvale di una nuova realtà operante sul fronte dell’arte contemporanea: parliamo di Musia, spazio polifunzionale ideato dal collezionista e imprenditore Ovidio Jacorossi.

Il luogo prescelto è un luogo caro alla famiglia dell’imprenditore: Musia è situata infatti in Via dei Chiavari, dove suo nonno, Agostino, iniziò nel 1922 la sua avventura imprenditoriale con un piccolo negozio di carbone. L’attività di famiglia proseguirà poi di generazione in generazione, legandosi sempre all’ambito delle fonti energetiche e ai servizi per l’ambiente; sarà poi proprio Ovidio a compiere i primi passi verso il collezionismo artistico, con una serie di acquisizioni di dipinti, sculture e disegni.

Musia è uno spazio di oltre 1000 mq, un ambiente enorme rispetto alle tradizionali metrature delle gallerie d’arte capitoline. Al suo interno gli spazi sono destinati a diversi tipi di attività, tutte legate però alla cultura e alla fruizione del bello: l’area dedicata alle mostre tempoanee della Galleria 7, la vendita di oggetti di design, fotografia e opera d’arte all’interno della Galleria 9, gli ambienti destinati alle installazioni site specific delle Sale di Pompeo, la zona ristoro della Cucina & Wine bar, diretta dallo chef Ben Hirst, che si caratterizza per un’attenzione particolare alla carta dei vini proposti nonchè alle materie prime utilizzate, provenienti dal territorio laziale e del centro Italia.

L’attività espositiva di Musia è inaugurata dalla mostra Dal Simbolismo all’Astrazione. Il primo Novecento a Roma nella Collezione Jacorossi, allestita negli spazi della Galleria 7: in mostra circa cinquanta opere, provenienti dal contesto storico artistico italiano della prima metà del Novecento. Tra gli importanti autori dei pezzi esposti ci sono Giorgio De Chirico, Gino Severini, Alberto Savinio, Leoncillo, Mimmo Rotella e molti altri. Tra le opera spiccano lo splendido Autoritratto Tricolore di Giacomo Balla, oltre all’intensa scultura La sognatrice di Antonietta Raphael Mafai.

A questa prima esposizione ne seguiranno altre due nel 2018: una dedicata alla seconda compagine della collezione Jacorossi, con opere databili alla seconda metà del Nocecento, ed infine una terza incentrata invece sulle opere di grande formato eseguite lungo i decenni centrali dello stesso secolo.

Le Sale di Pompeo, situate sui resti dell’omonimo Teatro romano ospitano invece la video installazione site specific di Studio Azzurro dal titolo il Teatro di Pompeo (Dramma per 4 stanze e 8 schermi), punto forte del programma inaugurale di Musia, che narra dell’uccisione di Giulio Cesare. Lo spettatore si aggira tra le sale, dove si snodano scene di vita quotidiana ambientate nella Roma antica, rappresentate attaverso la semplice silhouette dei loro protagonisti: il mercato, le terme, le danze. Tutto è in penombra, apparentemente quieto, fino a un brusco cambio di immagine: il giorno cede il passo alla notte, la congiura sta per iniziare, Cesare sarà ucciso e ciò che un tempo era certezza diventa caos, avvolto tra le fiamme che si innalzano in questo teatro multimediale di grande effetto.

In occasione dell’apertura di Musia infine, la Galleria 9 propone una rassegna sui gioielli d’artista, esponendo le sculture indossabili di Paola Gandolfi, i gioielli in ceramica di Rita Miranda e le creazioni della designer Alessandra Calvani.

 

 

MUSIA

Via dei Chiavari 7/9, Roma

dal 1° dicembre 2017 al 18 marzo 2018

Orari: da martedì a sabato ore 16 – 22,30; domenica, lunedì e festivi chiuso

Ingresso: libero

Info: www.musia.it

Paper Gardens: la personale di Giorgio Coen Cagli allo Studio Co-Co

É ancora visitabile fino al 13 gennaio presso lo Studio Co-Co di Roma Paper Gardens, personale del giovane fotografo romano Giorgio Coen Cagli a cura di Giorgia Noto.

Inaugurata lo scorso dicembre nell’ambito delle Passeggiate Fotografiche Romane, tre giorni dedicata alla fotografia organizzata dal Ministero dei Beni Culturali, la mostra espone 10 scatti inediti dell’artista. Si tratta di fotografie appartenenti ad una serie ancora in evoluzione che l’artista porta avanti da circa un anno, dedicata alla scoperta di luoghi al confine tra naturale e antropizzato. I soggetti delle foto sono infatti luoghi abbandonati, rovine architettoniche di cui la natura ha ripreso possesso. Sono luoghi volutamente non specificati, dominati dal silenzio e in cui la figura umana è sempre totalmente assente, ma ne rimane l’eco attraverso i resti degli insediamenti dismessi. Non c’è però un intento ambientalista dietro la serie, nessuna volontà critica di creare dibattito, ma uno scopo puramente estetico, semplice attrazione per il fascino decadente della rovina e dell’abbandono. La natura dei paesaggi rappresentati, unita al bianco e nero e all’assenza di figure umane dona alle fotografie un’atmosfera surreale alla Eugène Atget.

La peculiarità della mostra è la stampa su carta washi, una carta inusuale di tradizione giapponese, che usata come supporto fotografico enfatizza la sua texture ed esalta i grigi. La forte attenzione alla carta e alla stampa alla base dell’esposizione è dovuta al luogo che la ospita, non una semplice galleria ma uno studio di progettazione grafica e arti applicate che si occupa principalmente di comunicazione visiva, design editoriale e web design. Per la stessa ragione la mostra è anche accompagnata da un pacchetto editoriale realizzato dallo studio in una edizione limitata di 30 copie, contenente tre fotografie del progetto, degli adesivi e i testi di Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese e Giorgia Noto.

Altra peculiarità è la modalità di esposizione dei lavori. Sono infatti esposti in Light boxes progettate appositamente dallo studio, realizzate in cartone (per rimanere in tema cartaceo) e motivo per il quale la mostra è visitabile solo di pomeriggio, dal tramonto in poi.

 

 

Fino al 13 gennaio

Studio Co-Co

Via Ruggero d’Altavilla, 10 – Roma

 

www.co-co.it

 

 

Memorie#Estasi – Installazione Tour specific di Paola Romoli Venturi

Martedì 19 dicembre apre al pubblico l’appuntamento conclusivo del tour specific dell’installazione MEMORIE: MAIN MEMORY, BY HEART, PAR COUR. di Paola Romoli Venturi, che sarà in mostra presso gli appartamenti privati del Palazzo Doria Pamphilj a Roma fino al 7 gennaio 2018.

Un viaggio, un tour specific, iniziato a marzo dalla piazza della Chiesa di Santa Maria in Cappella a Roma, riaperta in occasione della festa della patrona Santa Francesca Romana e della mostra itinerante MEMORIE#ESTASI, a cura di Don Massimiliano Floridi, proseguito durante l’estate presso la Villa del Principe-Palazzo di Andrea Doria a Genova, nel Castello di Dolceacqua (Im), e nei Chiostri di Santa Caterina a Finale Ligure (Sv).

Tornata a Roma, l’installazione in marmo e acciaio specchiante dell’artista Paola Romoli Venturi, dialogherà in modo assolutamente unico con la collezione Doria Pamphilj, che per la prima volta si apre all’arte contemporanea, trasportando il visitatore in una dimensione intima e atemporale.

L’opera è stata commissionata all’artista romana da Lucia Viscio, imprenditrice e Past-President Rotary Club Roma Cassia, per poi essere donata al Trust Floridi Doria Pamphilj, per celebrare il centenario della Fondazione Rotary con la mostra itinerante MEMORIE#ESTASI, promossa dagli stessi enti e iniziata presso il polo culturale dell’Ospitale della Fondazione Santa Francesca Romana a Roma.

L’installazione è stata realizzata dall’artista rispettando le caratteristiche di tutte le location in cui sarebbe stata installata durante il suo tour specific, prima di arrivare alla sua collocazione definitiva nella Cappella Floridi a Campocatino, Guarcino (Fr).

Dal 18 Dicembre 2017 al 07 Gennaio 2018

Roma

Luogo: Palazzo Doria Pamphilj

Curatori: Don Massimiliano Floridi

Costo del biglietto: intero € 8, ridotto € 6 (under 26 over 65 e gruppi da 15 persone in su)

Telefono per informazioni: +39 331 1641490

E-Mail info: info.rm@trustfdp.it

Diego Colantoni. Personal Exhibition

Il linguaggio artistico del talentuoso Diego Colantoni è concettuale, materico, soggettivo e di forte impatto emotivo. È un linguaggio composito che si sviluppa nel tempo grazie alla formazione completa dell’artista che si cimenta nelle molteplici discipline riuscendo sapientemente a sintetizzare le varie tecniche per approdare a rese espressive uniche e personali.

Nato a Roma nel 1982, l’arte è qualcosa di innato, la cui passione cresce in lui da sempre in maniera spontanea.; nei suoi lavori, energia positiva e negativa si fondono, imprigionate nelle atmosfere notturne che rimandano all’epoca del proibizionismo che diventa contemporaneo e duale.

Nei suoi quadri convivono il vizio, la sensualità, l’energia; attratto dal genio, diverse sono le figure della storia, del cinema e della scienza che lo suggestionano e lo ispirano.

Il suo è un tratto nervoso, fatto di fitte pennellate che deformano, a volte destrutturandola, la figura, stile che rispecchia il suo carattere irrequieto e da sfogo ad uno spirito complesso che si imprime su tela.

Dal 06 Dicembre 2017 al 06 Gennaio 2018
ROMA
LUOGO: Roof top – Griffe Mac Gallery

Ciredz: residui e frammentazione in mostra alla Galleria Varsi

Ciredz, artista poliedrico di origine sarda, è il protagonista della recente mostra Residui a cura di Chiara Pietropaoli, inaugurata il 24 novembre presso lo spazio della Galleria Varsi. L’artista conosciuto per lo più per la sua produzione di opere di street art, è anche scultore e pittore. Il paesaggio è per lui l’elemento principale in cui si genera ed evolve la sua produzione artistica. Nel caso specifico, Ciredz porta in scena un nuovo aspetto legato in modo inscindibile al paesaggio, che fa del suo lavoro degli ultimi anni una ricerca minuziosa e precisa: i residui.

Lo scrittore e paesaggista Gilles Clément, in un suo saggio sul paesaggio, definisce “residui” delle zone ben precise dove l’intervento dell’uomo non ha intaccato la natura. Anzi, il residuo ridefinisce il concetto di paesaggio, divenendo esso stesso una riappropriazione di un luogo. Da questo concetto Ciredz elabora delle visioni composte di residui reali come della terra, cemento o dell’erba artificiale e li fa vibrare davanti l’occhio umano, cercando di indagare attraverso prospettive diverse la relazione tra l’uomo e la natura, incontaminata e libera. A questi lavori, si affiancano disegni e serigrafie che legano e spiegano in maniera grafica e visivamente impattante, la metodologia di produzione che caratterizza il lavoro dell’artista.

Ciredz intende sottolineare un concetto ben preciso, quello del “Terzo Paesaggio”, termine coniato nel 2013 dallo stesso Gilles Clément, ovvero degli spazi abbandonati in cui la tradizione e la completezza vengono sostituiti dalla celebrazione dell’incompletezza che cela dietro di sé la purezza dello sguardo e la costanza nell’osservare e nel vivere determinati spazi e luoghi. L’uomo non esiste in quanto fattezza fisica, ma vive come entità che si compenetra nel non – finito, nella diversità e si fa il presupposto di un agire umano che non può essere slegato dal frammento residuale di un paesaggio comune.

Un ultimo aspetto che si denota dalla sua produzione precedente e odierna, è il tentativo e l’attenzione che l’artista ripone nel creare immagini che richiamano aspetti del quotidiano, che si legano a delle memorie di un passato comune o identitario. Attraverso l’apparente assenza figurativa, Ciredz lascia spazio alle geometrie e riesce, con pochi e umili mezzi, a raccontare un’immagine in continuo divenire, sempre diversa da persona a persona. Quest’ultimo, ma importante, aspetto dell’arte di Ciredz dà un ulteriore spinta verso la riflessione sulla relazione contrastata tra uomo e natura, che l’artista riscontrata nel frammento, nel residuo o nella presenza di un’assenza. Il residuo, nella memoria di qualcosa che non è più visibile, diventa testimone silenzioso di un intero mondo di archivi dimenticati, ritrovati e immaginati.

Residui
24 novembre 2017 – 05 gennaio 2018
Galleria Varsi
Via di Grotta Pinta 38, Roma
Dal martedì al sabato dalle ore 12.00 alle ore 20.00. La domenica dalle ore 15.00 alle ore 20.00
Ingresso Libero

FOTOGRAFIA/Sala 1: la storica galleria romana rende omaggio ai suoi fotografi

È in corso a Roma presso Sala 1 – Centro Internazionale d’Arte Contemporanea la mostra FOTOGRAFIA/Sala 1, una rassegna di opere fotografiche dalla collezione della galleria.

Dopo aver aderito per quindici edizioni al FOTOGRAFIA Festival Internazionale di Roma, infatti, anche quest’anno la storica galleria fondata nel 1967 nel complesso della Scala Santa dal Padre Passionista Tito Amodei ha deciso di non mancare l’appuntamento con questo genere artistico, proponendo questa volta una selezione di opere dalla sua collezione, alcune delle quali già presentate in occasione del festival.

Scopo della mostra è quello di illustrare il rapporto della galleria con questa specifica forma di espressione, e di rendere così anche omaggio ai fotografi del suo entourage. L’evento, però, si presenta anche come un’interessante riflessione sul mezzo fotografico, in particolare sulla sua versatilità. Le opere esposte, infatti, sono tutte estremamente diverse tra loro, e i temi affrontati sono i più svariati. Alcune fotografie, ad esempio, come quelle di Guido Orsini o di Heinz Stephan Tesarek, sono intrise di storia e di attualità, mentre altre, come quelle di Tatsumi Orimoto, sono legate a performance artistiche. Altre ancora raccontano atmosfere ambigue e ironiche, come nel caso di Thomas Rousset o di Susana Serpas Soriano, e altre invece si concentrano sulla resa estetica dell’oggetto, come nel caso di Stefano Fontebasso De Martino, o ricercano un effetti pittorici e caravaggeschi come in quello di Ali Assaf. Altre poi indagano il rapporto tra uomo e ambiente, come quelle di Rax Rinnekangas e di Chantal Stoman, o con i propri ricordi come quelle di Francesco Amorosino.

Il risultato di questo accostamento tra ricerche così eterogenee è inevitabilmente un “fritto misto” di forme, linguaggi e intenzioni differenti, che però non solo stanno incredibilmente bene insieme tra loro, ma dialogano anche alla perfezione con il suggestivo spazio della galleria.

Fino al 10 gennaio 2018
Sala 1 – Centro Internazionale d’Arte Contemporanea
Piazza di Porta San Giovanni, 10
Roma

http://www.salauno.com/

Quello che ho imparato da Giacomo Balla. Balla e Dorazio

E’ proprio il caso di annunciare che c’è una nuova galleria in città: Futurism & Co., spazio dedicato alle avanguardie del Novecento e non solo.

Mancava davvero un luogo destinato a una compagine storico-artistica così importante: nell’asettico mondo delle white cube capitoline, che lavorano sul fronte del contemporaneo con esiti non sempre sorprendenti, spicca e soddisfa la scelta della famiglia Carpi, noti collezionisti d’arte, di dedicare questo spazio espositivo alle principali avanguardie europee del ‘900, prime fra tutte quella del Futurismo, movimento di rottura e di immensa modernità che ha caratterizzato nelle sue progressive fasi la prima metà del secolo.

E’ stata questa avanguardia infatti a trainare la situazione artistica del nostro paese fuori da una pericolosa immobilità, traghettandola poi verso quella che, coerentemente col nome scelto dal gruppo era una nuova concezione di “futuro”.

La mostra, dal titolo “Quello che ho imparato da Giacomo Balla. Balla e Dorazio” non si sofferma però solo sull’opera di Balla Futurista, ma propone un’ interessante confronto tra lui e un altro artista molto importante, ossia Piero Dorazio, uno dei primi astrattisti italiani.

Sono esposte 26 opere in dialogo fra loro, che mostrano con chiarezza l’influenza che la pittura e la poetica del primo hanno avuto sul più giovane artista. E’ però proprio grazie a Dorazio che l’arte del maestro venne riconosciuta anche oltreoceano, avendo così modo di vivere una seconda giovinezza; nel 1954 infatti, Dorazio, assieme ad Achille Perilli, suo amico di una vita, portò a New York la mostra su Giacomo Balla Futurista che si era già tenuta a Roma, e che permise all’astrattismo italiano di imporre un suo discorso oltreoceano.

L’azione congiunta dei due a favore dell’organizzazione di questa importante esposizione è documentata anche da un prezioso carteggio che si scambiarono al riguardo, e che è esposto in questa sede a completamento delle opere in mostra.

Tra esse spiccano le due versioni di Rumoristica plastica Baltrr di Balla e le sue Compenetrazioni iridescenti; è evidente l’influsso che ebbero sulla produzione di Dorazio, nella ricerca luministica, vibratoria, associata all’idea di continuo movimento. E’ un dinamismo di fondo che soggiace al reale e ne pervade le forme, e che viene reso in pittura dai due artisti, denotando una volontà costruttiva e non solo ottica. E’ la luce in movimento a definire e dare vita alle immagini. Gli intensi astrattismi dai colori brillanti di Dorazio, come Il ponte di Carlo o La corsa si pongono in continuità ideologica con le linee forza e gli studi sulla luce di Balla, diventandone così efficacemente estensione e non semplice ripetizione.

Galleria Futurism & Co.

Via Mario de Fiori 68 – Roma

Dal 25 novembre 2017 all’08 gennaio 2018

http://www.futurismandco.com/

Antonietta Raphaël Mafai. Carte

In esposizione una selezione di circa 50 carte dell’artista, la maggior parte delle quali inedite, atte a ripercorrere la lunga attività di Antonietta Raphaël Mafai, dagli anni Venti fino al 1975, anno della sua scomparsa.

Il percorso espositivo si apre nella sala principale al primo piano per poi proseguire nelle tre piccole stanze adiacenti, una delle quali dedicata alla documentazione con filmati, pubblicazioni e materiali che spiegano il percorso e la carriera dell’artista, protagonista dell’arte italiana del Novecento nonché promotrice o fondatrice con Mafai e Scipione della Scuola romana degli anni Trenta.

Le opere, fra cui anche dipinti e sculture, rivelano i suoi temi prediletti: il nudo (prevalentemente femminile), il volto, la maternità e la fertilità.

Temi questi che rispondono ad una ispirazione fatta di richiami alla vita famigliare, alla realtà quotidiana, ma anche alla sua radice ebraica che si afferma come un’articolata questione privata. Così l’opera grafica si palesa come strumento espressivo ricco, complesso e indipendente alla pari della pittura e della scultura stessa.

 

 

Dal 23 Novembre 2017 al 21 Gennaio 2018

ROMA

LUOGO: Museo Carlo Bilotti

CURATORI: Giorgia Calò

ENTI PROMOTORI:

  • Roma Capitale
  • Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 060608

SITO UFFICIALE: http://www.museocarlobilotti.it/

Pierre-Yves Le Duc in mostra con Handle with care

La MAC Maja Arte Contemporanea è lieta di presentare per la prima volta a Roma le opere dell’artista francese Pierre-Yves Le Duc.

La ricerca dell’artista si concentra principalmente sulla realizzazione di installazioni monumentali dedicate a precisi luoghi, cicli di opere complesse e articolate con una forte impronta progettuale. Tra questi si espone una selezione di dodici lavori appartenenti alla serie GU, quattro della serie Cosmic Whore e il trittico Bandiera.

Esposta nel 2004 al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’installazione GU (acronimo di “genoma umano” e di “giudizio universale”), è una light box monumentale composta da cento dipinti (inchiostro di china su carta, “technique de la réserve”) in cui compaiono segni antropomorfici in crescita numerica man mano che dal centro si procede verso l’esterno. I segni – ominidi di pura luce – si moltiplicano sottraendo materia nera al supporto, fino ad essere ipoteticamente così numerosi da cancellare la loro individualità restituendo alla vista l’illusione del foglio bianco iniziale. A questa visione centrifuga si contrappone quella centripeta, in una sorta di rarefazione dell’essere fino all’estinzione definitiva di ogni forma di vita, predominio della materia nera. Non ci sono indicazioni sul senso di lettura, ma piuttosto un questionare sulla vulnerabilità della condizione umana.

Il titolo Maneggiare con cura si riferisce non solo all’uomo, la cui sopravvivenza dipende drammaticamente da questioni ambientali, demografiche, politiche, sociali, etc. Le Duc affronta in questa mostra un secondo argomento delicato, quello della sessualità, esponendo sette dipinti le cui immagini trasfigurate si aprono a letture multiple volutamente ambivalenti. Le tele bianche (acrilico su tela di cotone e velo di lino) sono concepite talmente pure da suggerire che qualsiasi cosa si avvicini ad esse possa corromperle. Tecnicamente sono il frutto di un processo di continua sottrazione, rarefazione, e in tal senso sono ambigue perché negano la pittura stessa facendone sparire ogni traccia. Il tema è inserito in un contesto di purezza assoluta estraneo al minimalismo, figlio piuttosto di una schiettezza emotiva priva di fronzoli, di ghirigori puritani, di leziosità letterarie, e soprattutto mai alla ricerca di facili provocazioni.

 

 

 Fino al 9 dicembre 2017

Roma